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#restiamoacasa

Michel Houllebecq
La possibilità di un’isola
(La possibilité d’une île, 2005)
Traduzione di Fabrizio Ascari
Bompiani, 2005
Pagine 398

A distanza di circa duemila anni dalla quasi estinzione della specie umana, causata da guerre nucleari e da rivolgimenti geologici e astronomici, un numero limitato di neoumani abita il pianeta, ridotto a un deserto intervallato da laghi. La loro vita si svolge solitaria in singole enclaves dotate di ogni sicurezza. Il corpo dei neoumani ha un metabolismo diverso ed è molto più resistente al dolore, alla fatica, alle privazioni. Questi esseri comunicano tra loro attraverso una Rete esclusiva ed evoluta ma non si incontrano quasi mai. Le loro esistenze sono al di là della gioia e della sofferenza, del desiderio e della noia. La libertà dell’indifferenza è il sentimento che vogliono raggiungere, condizione per una serenità perfetta. Sono esseri che hanno abbandonato i cascami dell’umano, incarnando invece nei propri corpi la saggezza del Buddha, il determinismo spinoziano, la liberazione dal fenomeno; capaci finalmente di uno sguardo sugli enti, gli eventi e i processi che sia libero da ogni inquietudine. I neoumani sanno, però, di costituire anch’essi una tappa nell’itinerario che porterà ai Futuri, entità non più macchine –né biologiche né artificiali–, non più separate ma «Uno, pur essendo molteplici. […] La luce è una, ma i suoi raggi sono innumerevoli» (p. 388), e la loro civiltà «si sarebbe costruita tramite interconnessione progressiva di processori conoscitivi e memoriali» (395).
Tra le rovine di quelle che furono le città, vivono invece i discendenti dell’Homo sapiens tornati a una condizione di quasi completa naturalità e quindi feroci, cannibaleschi, nefasti e sciagurati, intrisi di una «bramosia perennemente rinnovata di violenza, di umiliazioni gerarchiche o sessuali, di crudeltà pura e semplice» (390).
Che cosa era accaduto nel XXI secolo alla specie, tanto da determinare una separazione così netta? È ciò che il romanzo racconta, attraverso il contrappunto fra le memorie di vita di Daniel1 –un attore comico dal grande successo, dal carattere cinico e sentimentale, freddo e appassionato– e i commenti alle sue memorie redatti dai suoi successori genetici Daniel24 e Daniel25.
Daniel1 racconta come i progetti velleitari e finanziariamente truffaldini di una delle tante sette pullulanti nella postmodernità, quella degli Elohimiti, avessero consentito di scoprire il modo di riprodurre geneticamente lo stesso individuo in corpi diversi e migliorati. Il lungo percorso di vita di queste fasi della stessa persona approda a uno scacco pressoché completo. Daniel25, infatti, decide di lasciare il suo rifugio e avventurarsi in ciò che resta del mondo. Spinto, evidentemente, da una passione per la conoscenza e per la relazione ancora non del tutto negata nei corpi neoumani, la cui vita «cercava di essere tranquilla, razionale, lontana dal piacere come dalla sofferenza, e la mia partenza stava a testimoniare il suo fallimento. I Futuri, forse, avrebbero conosciuto la gioia, altro nome del piacere continuato» (389).
Il soggetto di questo libro rappresenta quindi una variazione fantascientifica su alcune delle tematiche più costanti della filosofia. Un percorso che parte dal Simposio –dialogo che avrebbe avvelenato l’umanità ispirandole «il disgusto per la sua condizione di animale razionale» (392)– e arriva alla ingegneria genetica e alla cibernetica, scienze consapevoli del fatto che l’essere umano è materia più informazione. E dato che l’informazione senza conservazione non ha alcun valore, il limite della clonazione del DNA di un individuo viene superato proprio attraverso una grande attenzione alla memoria, al linguaggio, al racconto che ogni candidato alla immortalità della riproduzione genetica fa del proprio vissuto:

Ma la personalità? Il nuovo clone come avrebbe avuto il ricordo, seppur ridotto, del passato del suo antenato? E se la memoria non veniva conservata, come avrebbe avuto l’impressione di essere lo stesso uomo, reincarnato? (110)

La prima legge di Pierce identifica la personalità con la memoria. Nella personalità esiste solo ciò che è memorizzabile (sia tale memoria cognitiva, procedurale o affettiva). È grazie alla memoria, per esempio, che il sonno non dissolve affatto la sensazione di identità.
La seconda legge di Pierce afferma che la memoria cognitiva ha come supporto adeguato il linguaggio.
La terza legge di Pierce definisce le condizioni di un linguaggio diretto (24-25).

I neoumani, quindi, e soprattutto i Futuri di là da venire, intendono mantenere la ricchezza della corporeità semantica, cancellando però la corporeità desiderante e quella temporale. Niente, infatti, sconvolgeva gli umani come quell’insieme di reazioni somatiche, ormonali e psicologiche che chiamavano amore. L’amore totalmente corporeo, l’amore con la cui scomparsa –come afferma il protagonista ricordando Schopenhauer e Nietzsche– «sparisce tutto», tenerezza, affetto, condivisione (63), «poiché siamo dei corpi, siamo innanzitutto principalmente e quasi unicamente dei corpi e lo stato dei nostri corpi costituisce l’autentica spiegazione della maggior parte delle nostre concezioni intellettuali e morali» (180). Ogni energia nasce e vive nel corpo erotizzato, l’unica dimensione che possa dare all’umano l’estasi della quale esso è capace: «ho vissuto momenti di intensa felicità; era dentro di lei o accanto; era quando ero dentro di lei, o un po’ prima, o un po’ dopo» (143); «quelle poche ore giustificavano la mia vita» (152)
Ma questa potenza del corpo è anche la radice di ogni sofferenza, poiché «anche se ognuno ha una certa capacità di resistenza, si finisce tutti col morire d’amore o piuttosto per l’assenza di amore» (146), perché il sentimento dell’amore rende immediatamente vulnerabile chi lo nutre; il più innamorato fra i due alla fine soccomberà nella sostanziale, e quindi innocente, indifferenza dell’altro. La colpevolizzazione dell’abbandono non è –davvero– che la patetica reazione dell’abbandonato di fronte alla dinamica ineluttabile dei sentimenti. Così potente è questa finzione, così costitutiva della forma di ferocia che chiamiamo amore, da aver contagiato anche il neoumano Daniel25, che afferma di sapere «adesso con certezza di aver conosciuto l’amore, perché conoscevo la sofferenza» (384).
L’amore è l’espressione più potente –ma solo una delle tante- della costitutiva infelicità dell’umano. E anche questa è un’antica lezione filosofica e prima ancora mitologica, dalla sapienza di Sileno alla lucida passione per il nulla di Cioran: «ogni essere vivente, ovviamente, merita la compassione per il semplice fatto che è in vita e si trova perciò esposto a innumerevoli sofferenze» (182), le quali –è talmente evidente– non avranno mai fine finché l’umanità sarà umanità. Raccontando il proprio viaggio fuori dal luogo sicuro e freddo della propria solitudine, Daniel25 ancora una volta deve ammettere che «la felicità non era un orizzonte possibile. Il mondo aveva tradito» (397).
La logica conseguenza di queste riflessioni è che non abbia senso alcuno rimpiangere la specie umana, attratta verso ciò che essa stessa chiama “il male” con la stessa forza con la quale un grave si indirizza verso il basso. Un lucido determinismo è uno dei nuclei teoretici del romanzo, come testimoniano anche vari riferimenti espliciti a Spinoza: «i rapporti umani nascono, si evolvono e muoiono in maniera perfettamente deterministica, ineluttabile quanto i moti di un sistema planetario» (298). Davvero «l’umanità non meritava di vivere, la scomparsa della specie poteva essere considerata, sotto tutti i punti di vista, solo come una buona notizia» (365-366).
Si fa a questo punto chiaro il più profondo nucleo filosofico/religioso dell’Isola di Houellebecq: la grande tradizione gnostica. E in particolare uno dei suoi elementi: il rifiuto della riproduzione.
Houellebecq coniuga la lucidità di Schopenhauer – «schiacciate dalla consapevolezza della propria insignificanza, le persone si decidono a fare figli» (56); «anche se tale obiettivo [il riprodursi] è evidentemente insignificante, essa [l’umanità] lo persegue con un accanimento spaventoso» (221); «sarebbero rimasti schiavi della loro prole fino alla fine, il tempo della gioia era definitivamente terminato per loro» (323)- con la convinzione catara che «ogni distruzione di una forma di vita organica, comunque sia, era un passo avanti verso la realizzazione della legge morale» (381), con il provare «un orrore, un autentico orrore di fronte al calvario ininterrotto che è l’esistenza degli uomini» (56), concludendo pertanto che il gesto più nobile, il più ribelle verso il male, il meno violento che si possa compiere, consista nel rifiutare la catena e spezzare «il ciclo continuo della riproduzione delle sofferenze» (324).
Tutto questo per noi, per chi cioè è cresciuto, vive e cerca di pensare all’interno della luce del pensiero greco, spinoziano, leopardiano, nietzscheano, tutto questo è vero sino all’ovvietà. Houellebecq ha il merito di riassumerne i tratti dentro un racconto non certo alieno da evitabili prolissità ma in ogni caso coerente nell’impianto e stilisticamente efficace nell’alternare le passioni di Daniel1 e la rarefatta distanza di Daniel 24 e 25.
Un testo esoterico e insieme carnale. Quella carne che non avendo per la gnosi alcuna autonomia ontologica può essere saziata di ogni piacere, lasciando intatta la rovina e la gloria dell’umano. In attesa della perfezione dei Futuri.

Das Unheimliche

Dino Battaglia
Lovercraft e altre storie

Edizioni NPE, 2017
Pagine 104

Gli umani sono attratti dall’orrore, sono attratti da se stessi. Spaventati anche. Una paura che nasce non da ciò che sanno ma da ciò che sono. I più però lo ignorano e attribuiscono il male a delle ragioni esterne e specifiche invece di coglierlo nell’azione che compiono. E soprattutto nell’essere dal quale scaturisce l’azione.
Nascono così le storie, le leggende, i racconti, che tentano di dare conto di questo enigma così palese, come se esso provenisse da altri mondi -la fantascienza-; dagli eventi -le narrazioni storiche-; dalle religioni e dai miti. E invece è da noi che nasce, noi siamo il Golem, la polvere diventata potente e incapace di limite. Ogni tanto un barlume di consapevolezza ci travolge e, guardandoci allo specchio del sapere e della psiche, comprendiamo di essere insieme il dottor Jekyll e il signor Hyde. Nella rappresentazione che Dino Battaglia fa del racconto di Stevenson, il protagonista afferma di aver «condotto per anni studi sulla duplicità della natura umana desiderando con tutte le mie forze dividere il bene ed il male in due entità separate» (p. 68) ma si accorge poi di quanto inestricabili siano tali nature nell’umano e nel mondo.
Battaglia penetra il coacervo di tenebra densa e di flebile luce facendone emergere soprattutto la solitudine, una solitudine non soltanto psicologica ma anche e specialmente metafisica, che caratterizza tutti e sei i racconti di questo libro, per quanto assai diversi tra loro: dall’orrore di Lovercraft al tradizionale patto con il diavolo, dalla danza macabra a diaboliche ironie, da Hyde al Golem, appunto.
Tutto è cupo, grigio, ed è insieme forte e vero. Battaglia lo pervade con la sua arte, perché è il tratto a essere inquietante, non la storia.

Follie sotto la pelle

Crooked House
di Gilles Paquet-Brenner
Gran Bretagna, 2017
Con: Max Irons (Charles Hayward), Stefanie Martini (Sophia de Haviland), Glenn Close (Edith), Terence Stamp (L’ispettore capo Taverner), Julian Sands (Philip Leonides), Christina Hendricks (Brenda), Gillian Anderson (Magda), Honor Kneafsey (Josephine)
Trailer del film

Muore il patriarca. Un greco emigrato in Inghilterra, arrivato senza un soldo e diventato ricchissimo mediante affari non del tutto legali, come è ovvio. Il suo patrimonio è conteso tra figli, nuore, nipoti che Aristides Leonides ha costretto a vivere tutti insieme in una grande dimora un po’ kitsch, sotto il suo occhiuto controllo. Persone che tra loro si sbranano e ognuna delle quali avrebbe avuto qualche ragione per uccidere il vecchio. Prima che arrivi Scotland Yard, Sophia -nipote prediletta- chiede allo squattrinato detective Charles di scoprire l’assassino. Porte si aprono e si chiudono, parole affilate feriscono e disvelano, scritture imprudenti ed esatte conducono dritto dritto alla soluzione e a nuove morti.
Tratto da un romanzo di Agatha Christie, Crooked House rispetta in modo persino pedante tutte le regole del giallo tinto di un aplombico noir, sorpresa finale compresa. Un film che si guarda al modo in cui si può ascoltare una storia che ha un inizio, un retroterra, uno svolgimento e una conclusione. Letteratura tradizionale, insomma. Come tradizionale è l’umana follia che pervade questa casa storta e contorta. 

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Under the Skin
di Jonhatan Glazer
USA-Gran Bretagna, 2013
Con: Scarlett Johansson (Laura)
Trailer del film

Una desolata e piovosa metafora della donna, della sua alterità, dei sentimenti che è meglio non nutrire, della solitudine. Come se la donna e i sentimenti fossero degli alieni piovuti in mezzo alla materia, ad assumere sembianze gentili che però non riescono a nascondere sino in fondo la struttura gelida, levigata e moribonda delle cose vive che sanno di esserlo. Peccato che tutto questo stia dentro un film troppo allusivo, insieme fantascientifico e patetico, ecologico e macchinico, finto e che di tale finzione si compiace. Un film brutto.

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[Ho scelto come immagine per questo testo uno dei capolavori dell’architettura di ogni tempo, la Fallingwater o Casa sulla cascata (1935) di Frank Lloyd Wright. I due film parlano infatti di una casa il primo e dell’acqua il secondo. Ma l’opera dell’architetto volge in armonia e splendore ciò che nei film è follia e dissoluzione]

 

Universi

Lee Smolin insegna all’Università di Toronto ed è uno dei fisici teorici più importanti al mondo. In La rinascita del tempo. Dalla crisi della fisica al futuro dell’universo (Einaudi 2014) scrive che «non solo il tempo è reale, ma nulla di ciò che sappiamo e di cui facciamo esperienza ci avvicina al cuore della natura più della realtà del tempo. […] Il tempo e il suo passaggio sono fondamentali e reali e le speranze e le credenze relative a verità e regni atemporali non sono altro che miti. Accettare il tempo significa essere convinti che la realtà consiste soltanto di ciò che è reale in ciascun momento del tempo» (pp. VIII-X).
La realtà del tempo sta a fondamento anche di quanto ho scritto sul numero 179 (novembre 2017) del mensile Nocturno. Insieme a un testo teorico sul tempo nella realtà e nella Science fiction, la rivista ha pubblicato tre sintetiche analisi -dialoganti con Mario Gazzola- dedicate ai film Interstellar (Christopher Nolan, 2014), Arrival (Denis Villeneuve, 2016), Lucy (Luc Besson, 2014).
Si trovano alle pagine 58, 71 e 76; metto qui a disposizione il testo in pdf.

[L’immagine raffigura la Nube di Rho Ophiuchi fotografata da Artem Mironov]

Nocturno

Il tempo: misura di tutte le cose
in Nocturno, numero 179 – novembre 2017
Pagine 52-57

Pubblicare anche su un mensile pop come Nocturno è per me una cosa assai bella. Perché significa che la filosofia può andare dappertutto, essere accolta nelle dimore più varie, fecondare ambiti diversi. Devo questa occasione a Mario Gazzola, che ha progettato un Dossier intitolato La spirale del tempo. Guida al cinema della nuova fantascienza filosofica e mi ha voluto tra gli autori.
Consiglio di prendere questo numero della rivista nelle edicole, anche per gustare la formidabile erudizione cinematografica e letteraria di Mario, che introduce il dossier con un articolo dal dotto titolo Dello spazio e del tempo.
Intanto metto qui a disposizione il pdf del mio testo teorico sul tema del tempo, della sua freccia, della (im)possibilità di viaggiare in questa dimensione fondante e costitutiva dell’essere.
Il dossier presenta poi alcune analisi del fisico Marco Bersanelli -contenute nel testo di Gazzola- e ben dodici ampie recensioni di film che affrontano la questione fisica, esistenziale e metafisica della temporalità, la più importante che si possa indagare perché capace di  compendiare tutte le altre.

Poltiglia

Predestination
di Michael e Peter Spierig
Australia, 2014
Con: Ethan Hawke (il barista), Sarah Snook (la madre nubile), Noah Taylor (Mr. Robertson)
Tratto dal racconto di Robert A. Heinlein …All You Zombies…
Trailer del film

«Il tempo prima o poi raggiunge tutti» afferma il protagonista di Predestination. Bella frase, che può significare molto o significare niente. Qui siamo sul secondo versante.
Il film si incentra su un dispositivo a forma di custodia di chitarra che permette a chi lo tiene in mano di impostare una data e in pochi istanti ritrovarsi nel tempo voluto. Un limite del viaggio temporale consiste nel non potersi spostare più di 53 anni dal momento in cui il dispositivo è stato inventato (il 1981, mi sembra). A utilizzare tale sorprendente strumento sono degli «agenti temporali», vale a dire delle spie, degli agenti segreti che invece di viaggiare nello spazio viaggiano nel tempo. Uno di essi è incaricato di impedire la serie di eventi che portano agli attentati compiuti da uno psicopatico imprendibile che miete centinaia di vittime ma lo fa -e questo è interessante- perché anche lui conosce il futuro e quindi sa che tra le sue vittime ci sono soggetti che se sopravvivessero compirebbero stragi e massacri. Uccide quindi per impedire che altri uccida.
Nel compiere questa sua missione, J -il protagonista- incontra un uomo che gli racconta la propria vita, il suo essere venuto al mondo come femmina, l’essere stata lasciata in un orfanotrofio, l’essere cresciuta diversa dagli altri, essere stata contattata da un’agenzia governativa per viaggi spaziali, l’essere stata scartata pur essendo la migliore, l’aver incontrato l’unico uomo di cui si sia innamorata, essere rimasta incinta, essere stata da lui abbandonata, aver dopo il parto subìto isterectomia e sviluppo del pene -la ragazza infatti è un ermafrodito-, l’aver dovuto sopportare anche il rapimento della figlia neonata.
J le svela la propria identità e le promette di farle incontrare l’uomo che abbandonandola l’ha rovinata. Entrambi viaggiano di qua e di là del presente sino alla conclusione, in cui si incastrano eventi su eventi in modo evidentemente artificioso. L’esito è il più radicale e insensato che si possa immaginare, che non svelo qui per chiare ragioni.
Questa poltiglia temporale tanto ambiziosa quanto confusa ha un solo merito: mostrare con la forza della fantasia la totale implausibilità logica e ontologica dei viaggi nel tempo. In Predestination, infatti, siamo ben oltre il paradosso relativistico dei gemelli di età diversa e oltre l’ipotesi di un soggetto che uccide il proprio nonno paterno prima che questi generi il padre, rendendo così impossibile la nascita di quel soggetto che poi torna a ucciderlo nel passato. Qui siamo nel territorio di una identità assoluta che cancella qualunque differenza, annullando in questo modo il tessuto stesso della materia e della psiche. Non vale la pena di vedere il film soltanto per la curiosità di capire che cosa c’entrino in tutto questo identità e differenza. Basta inviarmi una mail e svelerò l’enigma.

Wille zum Leben

Life
di  Daniel Espinosa
Usa, 2017
Con: Olga Dihovichnaya (Kat), Rebecca Ferguson (Miranda North), Jake Gyllenhaal (David Jordan), Ariyon Bakare (Hugh Derry), Hiroyuki Sanada (Sho Kendo), Ryan Reynolds (Roy Adams)
Trailer del film

La prima prova che c’è vita anche su altri pianeti arriva sotto forma di un minuscolo organismo unicellulare proveniente da Marte. L’equipaggio in orbita terrestre lo chiama Calvin. L’entità evolve velocemente, si mostra fisicamente forte e molto intelligente. Si muove, agisce, sfugge, insegue, divora per vivere e sopravvivere. Dietro e dentro la sua forma tentacolare si mostra l’implacabile verità della vita, una struttura che esiste per assorbire altra vita, per distruggere ed essere distrutta. La vita -non gli umani- è in quanto tale bellum omnium contra omnes. «Ma poiché quel che è distrutto, patisce; e quel che distrugge, non gode, e a poco andare è distrutto medesimamente; dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono?» Alla domanda semplice e radicale di Leopardi nessuno risponde (Dialogo della Natura e di un Islandese, in «Operette morali»).
Assai più luminosa della vita è la materia. La materia che in un suo intervallo sarà stata anche protoplasmatica, vegetale e animale, sarà stata materia artificiale e macchinica. Ma quando la vita -questo straziante ed effimero intervallo nell’oggettività e nella potenza del cosmo- sarà scomparsa anche dal nostro insignificante pianetino, rimarrà la materia minerale e cosmica, la sua potenza. Rimarrà la materia e basta. Non più gli umani, entità miserrima dentro l’universo, e neppure soltanto gli altri animali, vertebrati o invertebrati, di terra o di mare, volatili e insetti. Nemmeno le piante, i fiori, il grano. Rimarrà soltanto la materia, le rocce, le lave. E le stelle. La pura luce, la loro luce. Le trasformazioni elettromagnetiche che invadono di fulgore lo spazio silenzioso nel quale di tanto in tanto la materia si raggruma in polvere, pianeti, astri. Qui non c’è sofferenza. Non c’è mai stata. Nulla nasce e nulla muore ma tutto diviene. Tutto è perfetto.

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