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Spagna

Nella primavera del 2020 avevo programmato dei viaggi nell’amatissima Europa. Virus, superstizioni, dispotismi e paure non li hanno resi possibili.
Ho dunque riletto gli appunti che avevo preso durante alcuni viaggi effettuati in Spagna, una terra bella e antica nella quale – a differenza della superpopolata Italia – si possono percorrere centinaia di chilometri senza incontrare un borgo ma soltanto spazi, luce e altri animali.

Madrid è ancora la capitale di un impero. L’impero che parla in tutto il mondo il castigliano. La grandeur della città è quasi pari a quella di Parigi, i suoi palazzi, le strade, i musei sono tra i più emblematici della storia del Continente.
Toledo appare esattamente come El Greco la dipinse alcuni secoli fa. Raccolta sopra un fiume, cattolica, controriformista sino al midollo urbano, in ogni caso splendida, immobile, inquietante.

Di Barcelona mi ha colpito il disordine urbanistico. Coinvolgenti, invece, l’enormità degli spazi, la persistenza del gotico, il Passeig de Gràcia una delle vie più belle d’Europa. Il modernismo di Gaudì mi lascia piuttosto freddo ma La Pedrera è una delle case più originali e interessanti che abbia visto.
Tarragona, che da Barcelona è facilmente raggiungibile, è una città romana adagiata su un mare luminoso che si può ammirare dal Balc del Mediterrani. Il Pretori romà, con l’area del circo e del Foro provinciale, dà l’impressione di entrare in un luogo ancora abitato da uomini e civiltà universali.

Dove il cuore antico della Spagna emerge in tutta la sua forza è l’Andalusia.
Percorrere le città di questa regione significa entrare nel sogno, nei secoli, nella convivenza e nelle guerre, nell’arte, nella luminosità.
Sevilla è una città estesa e varia, dal cuore antico, colma di storia. I Reales Alcàzares e i Jardines del Alcàzar sono uno spazio musulmano dentro la mura, una fortezza che era in realtà un luogo di delizie, un labirinto di silenzi, un incrocio di ombre e di piaceri. Patii (cortili interni), fontane, colonne arabescate, soffitti d’oro, padiglioni rinascimentali, bagni turchi. Sevilla meriterebbe una visita solo per entrare in questo spazio di magie.
La Catedral della città è la più grande chiesa gotica del mondo, è un edificio di culto ma non solo. È un memoriale, è una piazza, è un museo di oggetti d’oro e di ceramiche, con un enorme retablo nel suo centro. Dal suo interno si sale alla Giralda, il minareto trasformato in campanile. Dentro la cattedrale si trova il Patio de los Naranjos, un aranceto al cui centro sta una fontana visigota che serviva alle abluzioni che precedono la preghiera musulmana.
La Casa de Pilatos è una residenza privata degna di un sovrano, con cortili, mosaici, pareti di azulejos, che scandiscono lo stile mudejar, la contaminazione fra l’arte cristiana e quella moresca.
L’antica Fàbrica de Tabacos è oggi sede dell’Università, è un grande rettangolo rinascimentale posto accanto al Parque de Maria Luisa, un giardino esteso, vario, verde e pieno di acque, sul quale dà la Plaza de Espaňa, vasto emiciclo solcato da ponti, circondato da torri, adornato con azulejos che descrivono città e regioni di tutta la  Spagna.
Nella Plaza de los Refinadores Sevilla ha eretto una statua a uno dei suoi miti, a quel Don Juan che nacque e visse qui, in un’aria spessa di piaceri, dove i colori e la luce stessa sono intrisi di un erotismo lento perché sicuro del proprio compimento, un luogo in cui godere non è un peccato per la semplice ragione che l’intera città è uno spazio di seduzione.
Nel Barrio de Santa Cruz si può visitare l’Hospital de los Venerables e la Torre del Oro, dalla quale parte il viaggio in battello lungo il Grande Fiume, il Guadalquivir. Osservata dalle acque la città diventa uno spettacolo.
Anche Cordoba è adagiata sulle rive del Guadalquivir, un luogo di scambi, di guerra e di incontro fra le tre religioni monoteiste. La Mezquita, la moschea trasformata in cattedrale cristiana è uno di quegli spazi per i quali ogni descrizione fallisce. Quasi novecento colonne sormontate da archi bianchi e rossi disegnano a perdita d’occhio un luogo di culto e di studi. I cristiani abbatterono alcune di queste colonne per costruire il Crucero, una chiesa dentro la grande moschea. Non contenti, aggiunsero ai lati dell’enorme perimetro alcune cappelle. E tuttavia questo spazio davvero unico non ha perduto la sua impronta orientale, ancora evidente nella qibla, il muro orientato verso la Mecca nel quale si trova il mihrab la nicchia in cui veniva conservato il Corano. È questo l’angolo più illuminato di tutto l’edificio; osservarlo da dentro una chiesa-moschea dà la sensazione di che cosa dovesse essere Cordoba quando musulmani, ebrei e cristiani la abitavano insieme. Nel patio, nel grande cortile accanto alla moschea – dove Averroè teneva le sue lezioni –  scorrono ancora le acque delle antiche abluzioni.
L’Alcàzar de los Reyes Cristianos è un altro labirinto di acque, di luci e di verde. Il Puente Romano, dal quale si gode una vista del Guadalquivir ancora intatto nei suoi argini, conduce alla Torre de Calahorra, una fortezza oggi adibita a piccolo museo della cultura islamica, i cui testi illustrativi degli ambienti sono stati scritti dal filosofo Roger Garaudy, che da cristiano convinto divenne un altrettanto convinto musulmano.
Nel quartiere giudaico rimangono la Sinagoga, lo spazio artigiano e commerciale dello Zoco, la Casa Andalusí di impronta ancora musulmana.
Nel Palacio de Lebrija una contessa raccolse un numero considerevole di reperti classici, arabi, mudejar. Il piano alto racchiude un esempio di abitazione nobiliare con ambienti diversi e tutti ricchi di suggestioni.
Il Barrio de la Macarena con la sua chiesa dominata dalla Madonna addolorata che sembra una Grande Madre pronta alla vendetta è un quartiere popolare nel quale il bello e il plebeo, l’antico e il nuovo, gli schiamazzi e i silenzi, confermano la natura onirica di questa terra: il sogno sensuale di un dio della Luce.
Nella Plazuela del Potro si trova la locanda descritta da Cervantes nel Don Chisciotte. La Plaza de la Corredera è molto simile alla Plaza Mayor di Madrid; salendo da questa piazza si incontrano i resti del Templo Romano e ancora più su il Convento dei Cappuccini con il Cristo de los Faroles, un crocifisso circondato da lampioni. Un luogo che al crepuscolo illumina come di malinconia Cordoba, questa città-bellezza nel cuore dell’Andalusia.

Di un più recente viaggio (2018) nei Paesi Baschi, in particolare a Bilbao e a Donostia/San Sebastián, ho parlato a più riprese: Bilbao / Donostia; Heidegger a Bilbao; Arroyo e il Cardinale.

Viaggiando nel nostro Continente si può cogliere l’identità che lo costituisce nella ricchezza delle differenze, delle lingue, del modo peculiare con il quale ogni popolo ha modulato la comune matrice. È la conferma di quanto è stato scritto nel Preambolo della Costituzione europea, dove si dice che l’Europa rappresenta la «grande avventura che fa di essa uno spazio privilegiato della speranza umana».
Di città europee ne ho visitate molte e ogni volta ritorno con la stessa sensazione espressa da Elias Canetti, lo scrittore ebreo sefardita nato in Bulgaria e vissuto in vari Paesi del nostro continente: «C’è chi vorrebbe andar via dall’Europa, io – se potessi – vorrei entrarvi ancora di più». Spero, trascorsa l’ondata funerea e digitale dell’epidemia, di poter continuare a visitare e percorrere queste terre con il corpomente e nello spazio reale, libero dalla finzione virtuale. I luoghi sono materia e la materia è tutto. Anche quella costruita dagli umani, anche le città.

corpi e politica

Non c’è alcun complotto nella diffusione del coronavirus, che è un evento biologico il quale è stato favorito da: a) condizioni ambientali di inquinamento (come in Lombardia e a Milano, città dove vivo); b) velocità di spostamento consentite dai viaggi contemporanei.
Biologi, virologi, medici e statistici sono tra di loro molto in disaccordo; dunque e per fortuna non c’è una scienza assoluta che possieda il monopolio delle interpretazioni e delle soluzioni; non esiste la medicina ma esistono molti medici che hanno opinioni diverse.
Si può morire, e si muore, di virus ma si può morire, e si morrà, di miseria economica e relazionale. In generale non si può comprimere a lungo una società senza ucciderla. Così è fatta la socialità umana.
In una situazione come questa, la filosofia deve svolgere con coraggio il suo compito critico.
È anche per questo che una comunità di studiosi, docenti, studenti, professionisti ha cercato in queste settimane di riflettere, informarsi, capire. Un primo risultato è il sito corpi e politica, che intende costituire un luogo di riflessione libera e rigorosa sul presente.
Il sito si articola in cinque sezioni: 

corpi e libertà
«L’uscita di casa, il ‘fuori’ – lo spazio pubblico dal forum romano all’agorà rivendicato da Hannah Arendt come proprio dell’esercizio dell’umano – è costitutivo dello spazio pubblico: spazio mentale prima che fisico, dimensione estetica e concretamente sensoriale oltre che reale solidità architettonica, esperienza corporea e prolungamento intellettuale che distingue “l’animale da polis” rispetto alle bestie e agli dèi. Perché l’uomo è animale sì, ma animale politico».

corpi e sapere
«Attacco agli spazi pubblici, in primis i teatri: aggressione alla vita activa, e alla sua prima incarnazione – lo spazio collettivo dell’Università e la ‘realtà aumentata’ che è il teatro. Corsa alla teledidattica già promossa come succedanea al confronto e all’esercizio fisico dell’intelligenza critica».

corpi e numeri
«La contabilità dei corpi – malati, sanati, morti di morti più o meno gravi, più o meno ‘naturali’ – si fa sempre più macabra, il modo in cui le fonti istituzionali e giornalistiche ‘danno i numeri’ è sempre più opaco, meno decifrabile» 

corpi e mutazioni
«I nostri sensi stanno registrando una mutazione del reale, tra iperconnettività e lontananza fisica, La povertà delle relazioni, la vita confinata nel mondo dei bit invece che in quello degli atomi, produce distorsioni percettive ed estetiche, metamorfosi individuali e politiche. La sottrazione non solo dell’aria pubblica ma anche della possibilità di assistere i nostri cari e di salutare i nostri morti è una barbarie senza precedenti senza storia e senza nome. Si muore anche, soprattutto, di asfissia di pensiero e di defezione dalla dimensione dell’humanitas, non solo di polmonite virale»

costellazioni
«In questa pagina, lanciamo traccianti per fare costellazione – linee di libertà che possono fare disegno. In questa pagina riferimenti a pagine e gruppi che elaborano pensiero in modo autonomo e indipendente, con l’idea che chiunque possa tracciare figure, effimere o durature, seguendo le proprie inclinazioni, ma puntando a un disegno comune – tutto da costruire».

Questo il link generale: corpi e politica
E questo il testo di presentazione: Vivere, non sopravvivere
Chi vuole può aderire comunicando la propria condivisione all’indirizzo info@corpiepolitica.it 

Nel sito si possono leggere, tra gli altri:
-un articolo di Ivan D’Urso, laureato in filosofia a Unict, che ha ampliato i contenuti di una riflessione che avevo pubblicato qui qualche giorno fa. Il titolo è infatti Pensieri da Quarantena
-la breve anticipazione di un’illuminante analisi statistica di Alessandro Pluchino, docente a Unict di Fisica teorica, modelli e metodi matematici: Perplessità matematiche
-tre miei brevi contributi
Silenzio. Catania prigioniera
Didattica e ologrammi
Perinde ac cadaver. L’aborto Europa che pratica assassini
Il sito ha inoltre ripreso la riflessione su La peste di Camus, con il titolo “Tout ira bien”
Chi volesse proporre articoli e analisi può utilizzare l’indirizzo indicato sopra oppure inviarli a me e li farò avere alla redazione.

«La peste, la pierre et la nuit»

Albert Camus
La peste
(1947)
Gallimard, 1985
Pagine 280 

Oran è un luogo qualsiasi, uno spazio umano e politico come tanti altri, fatto di ritmi, abitudini, miserie, slanci, cicli che regolarmente si ripetono. In questo «lieu neutre», ‘luogo neutro’ (p. 11) accade l’incredibile di un ritorno della peste. Sì, la peste dei topi, delle pulci, dei bubboni, dei polmoni. Un racconto oggettivo ma empatico, distaccato ma interno disegna i contorni, gli eventi, le metamorfosi, la rassegnazione, la disperazione, l’euforia della liberazione. Racconta la storia umana.
Una storia fatta di notti e giorni «remplis, partout et toujours, du cri interminable des hommes», ‘pieni, ovunque e sempre, del grido interminabile degli uomini’ (43), storia nella quale l’umano sente e vive l’enigma della propria estraneità, dell’esilio costante e sconfinato che portiamo dentro noi, del cui colore vediamo impastarsi il divenire: «le soleil de la peste éteignait toutes les couleurs et faisait fuir toute joie» ‘il sole della peste estinse tutti i colori e fece svanire ogni gioia’ (105).
Un «exile chez soi» ‘esilio a casa’ (72) simile all’ ‘io resto a casa’ che le nostre città stanno vivendo con l’epidemia causata dal virus Covid19, in una reclusione e devastazione dei legami sociali che non soltanto distrugge le vite economiche di milioni di persone, non soltanto crea violenza privata, delazione da regimi totalitari, ma che soprattutto inocula nel corpo sociale un morbo altrettanto pericoloso del coronavirus, la depressione, il quale sarà ancora più difficile da combattere dell’entità virale. Si può morire, e si muore, di virus ma si può morire, e si morrà, di miseria economica e relazionale. In generale non si può comprimere a lungo una società senza ucciderla. Così è fatta la socialità umana.
Epidemia che è «la ruine du tourisme», ‘la rovina del turismo’ (110), la morte del commercio, la stoltezza e la follia –«nous allons tous devenir fous, c’est sûr», ‘diventeremo tutti pazzi, questo è sicuro’ (79)–, la terribile solitudine dei morti abbandonati al loro ultimo respiro: «les maladies mouraient loin de leur famille et on avait interdit les veillées rituelles, si bien que celui qui était mort dans la soirée passait sa nuit tout seule et celui qui mourait dans la journée était enterré sans délai», ‘i malati morivano lontani dalle loro famiglie e furono vietate le veglie funebri, così che chi moriva la sera passava la sua notte da solo e chi moriva durante il giorno veniva sepolto senza indugio’ (160), epidemia che ha ridotto la πόλις ai suoi mattoni «massifs et inertes», ‘massicci e inerti’, al silenzio, a un «règne immobile où nous étions entrés ou du moins son ordre ultime, celui d’une nécropole où la peste, la pierre et la nuit auraient fait taire enfin toute voix», ‘un regno immobile dove eravamo entrati o almeno nel suo ultimo ordine, quello di una necropoli dove la peste, la pietra e la notte avrebbero finalmente messo a tacere ogni voce’ (159).
Non solo: Camus ironizza sulla patetica formula per la quale «tout ira bien», ‘andrà tutto bene’ (18), ci avverte del fatto che «si l’épidémie ne s’arrêtait pas d’elle-même, elle ne serait pas vaincue par les mesures que l’administration avait imaginées», ‘se l’epidemia non si fosse fermata da sola, non sarebbe stata sconfitta dai provvedimenti che l’amministrazione aveva immaginato’ (61), descrive la nostra completa e impaurita adesione alla nuda vita: «on avait tout sacrifié à l’efficacité», ‘avevamo tutto sacrificato all’efficacia’ (161), prevede quello che accadrà, e cioè che «même que le temps de la peste était révolu, ils continuaient à vivre selon ses normes», ‘anche quando il tempo della pestilenza era finito, continuarono a vivere secondo le sue regole’ (246), perché l’animale umano si abitua a tutto, l’animale umano è fatto di abitudine.
Ma La peste non è soltanto la descrizione di un’epidemia, per quanto mortale. Questo romanzo è un disegno della natura umana e della storia, della loro «souffrance sans guérison», ‘sofferenza senza remissione’ (262), dell’essere condannati a una indefinita pena a causa di un crimine sconosciuto, dell’impossibilità di rimanere indenni dalla peste che ciascuno porta in sé per il solo fatto d’essere venuto al mondo. La peste è una ribellione gnostica nei confronti della «création telle qu’elle était», ‘creazione così com’è’ (116), una creazione «où des enfants sont torturés», ‘dove i bambini vengono torturati’  (199).
E infatti il momento più radicale, vibrante e spaventoso del romanzo è quello che descrive l’agonia di Philippe, il figlio del giudice Othon. Una pagina che ricorda la Morte di Iván Iljìc di Tolstòj e quella di Marta in Domani nella battaglia pensa a me di Marías: «De grosses larmes, jaillisant sous les paupières enflammées, se mirent à couler sur son visage plombé, et, au bout de la crise, épuisé, crispant ses jambes osseuses et ses bras dont la chair avait fondu en quarante-huit heures, l’enfant prit dans le lit dévasté une pose de crucifié grotesque […] Cette bouche enfantine, souillée par la maladie, plane de ce cris de tous les âges», ‘delle grosse lacrime, sgorganti dalle palpebre infiammate, iniziarono a fluire sul suo volto plumbeo e, alla fine della crisi, esausto, stringendo le gambe ossute e le braccia la cui carne si era sciolta in quarantotto ore, il bambino ha preso nel letto devastato una posa di grottesco crocifisso […] Questa bocca infantile, contaminata dalla malattia, si libra sul pianto di ogni epoca’ (195-197).
Camus definisce la conoscenza calore della vita e immagine della morte. E conclude il suo romanzo con parole totali, così diverse e così simili a quelle con le quali si chiude l’altro suo capolavoro, L’étranger: «Le bacille de la peste ne meurt ni ne disparaît jamais qu’il peut rester pendant des dizaines d’années endormi dans les meubles et le linge, qu’il attend patiemment dans les chambres, les caves, les malles, les mouchoirs et les paperasses, et que, peut-être, le jour viendrait où, pour le malheur et l’enseignement des hommes, la peste réveillerait ses rats et les enverrait mourir dans une cité heureuse», ‘Il bacillo della peste non muore o scompare per sempre, perché può rimanere addormentato per decenni nei mobili e nella biancheria, può attendere pazientemente in stanze, cantine, in tronchi, fazzoletti e scartoffie e, forse, sarebbe arrivato il giorno in cui, per la sventura e l’insegnamento degli umani, la peste avrebbe svegliato i suoi topi e li avrebbe mandati a morire in una città felice’(279).
Parole intrise di una sacralità che va al cuore della materia viva.

Batteri

Piccolo Teatro Strehler – Milano
Un nemico del popolo
di Henrik Ibsen
Traduzione di Luigi Squarzina
Regia di Massimo Popolizio
Con: Massimo Popolizio, Maria Paiato ,Tommaso Cardarelli, Francesca Ciocchetti, Martin Chishimba, Maria Laila Fernandez, Paolo Musio, Michele Nani, Francesco Bolo Rossini
Produzione: Teatro di Roma – Teatro Nazionale
Sino al 16 febbraio 2020

Il Dottor Thomas Stockman è il responsabile sanitario delle terme di una cittadina della quale è sindaco il fratello Peter. Quando scopre che le acque e i fanghi sono in realtà infetti e pericolosi scrive un rapporto e chiede delle modifiche radicali agli impianti. Un giornale locale, La voce del popolo, e il suo facoltoso editore decidono di sostenere questa battaglia. E tuttavia quando il sindaco prospetta i rischi di abbandono della località termale da parte della clientela, la necessità di nuove tasse per finanziare i lavori, la chiusura della terme per tre anni, quando dunque prevede la rovina della città, la voce del popolo -in tutti i sensi– si scaglia contro il medico, sino a dichiararlo un nemico del popolo, sino a rovinarlo.
Come si vede, un’opera teatrale del 1882 può disegnare assai efficacemente i fatti del presente -un solo nome per tutti, le acciaierie di Taranto– e il loro plurale significato: il conflitto tra le ragioni del lavoro e le ragioni della vita; gli interessi imprenditoriali e finanziari che inducono al silenzio e persino alla complicità gli amministratori pubblici e i giornali, come accade in Italia sia nelle terre campane (e non solo) avvelenate dal seppellimento di rifiuti tossici sia sulla questione del Treno ad Alta Velocità in Val Susa; la volubile incostanza delle masse nell’osannare prima e nel maledire poi quanti ricordano alle masse dei principi universali, quando tali principi si scontrano con gli interessi materiali se non delle masse stesse, certamente dei loro padroni.
Dallo stabilimento termale contaminato, infatti, tutti i cittadini ricevono qualche vantaggio, piccolo o grande che sia. Che lo facciano a condizione di uccidere i loro ospiti e di ammalarsi essi stessi, non è sufficiente a indurli a rinunciare a quei vantaggi. Anche se il risultato finale sarà la morte delle persone e dei luoghi.
Un esempio di morte dei luoghi è quanto avviene nei centri storici delle città contemporanee in seguito alla proliferazione di Airbnb, la piattaforma digitale che mette in contatto i proprietari di case e i loro possibili clienti per affitti brevi e brevissimi. Ne parla Christian Raimo in un emblematico articolo su Internazionale (23.1.2020), dal titolo appunto I nemici del popolo e la speculazione a Roma.
Quando il cuore della vita e il senso del tempo diventano l’arricchirsi a tutti i costi (non sempre è stato così, questo è un elemento costitutivo non dell’economia in quanto tale ma del capitalismo), allora si verifica nelle vite individuali e collettive una sorta di cortocircuito della disperazione, come se la sensazione della brevità della vita conducesse a grattare dal tempo tutto ciò che è possibile rubargli. E lo si fa però anche come se non si dovesse morire mai. È la conferma che elementi strutturali ed economici ed elementi sovrastrutturali e culturali convergono sempre nel determinare gli eventi.
La tonalità che Popolizio dà alla sua messa in scena e alla propria personale interpretazione vira spesso sul grottesco, senza nascondere però la sostanza tragica del testo di Ibsen. In alcuni momenti si vedono scorrere sopra la scena immagini di fiumi, boschi, città e di batteri -gli Escherichia coli, ad esempio–, quei miliardi di esserini che abitano le acque delle terme di questo dramma e le rendono mortali. Quegli esserini che preesistevano alla comparsa di tutte le specie animali, umani compresi, e che ci sopravviveranno. Esserini, peraltro, necessari per l’espletamento di molte funzioni vitali degli altri organismi, che senza l’attività di alcuni batteri non potrebbero esistere. Quegli esserini che resistono allo sterminio e quando un antibiotico sembra eliminarli si trasformano in qualcos’altro ancora più resistente. Quegli esserini che sono i veri padroni della Terra, che ci saranno ancora quando la magnificenza e potenza della vita vegetale e animale  –e dei loro virus– sarà scomparsa da tempo.
I batteri saranno gli ultimi a dissolversi prima che la nostra piccola e magnifica stella si amplierà sino a inglobare, molto probabilmente, il nostro pianetino e, prima ancora, a far evaporare da esso ogni liquido e dunque la vita. A quel punto rimarrà la pace e non ci sarà più nessuno a ricordarsi di amici e nemici del popolo. Sarà come se non ci fossero mai stati.

Ibla

La dea Iblea era feconda, una delle grandi Madri che costellano il mito umano alle sue origini. Il terremoto del 1693 costrinse i ragusani a ricostruire la loro città in un luogo diverso e un poco più alto. Separatosi dalla nuova città, l’antico centro vittima del sisma fu chiamato Ragusa inferiore. L’ambiguità dell’aggettivo nella nostra lingua indusse i suoi abitanti a cercare una denominazione più consona alla bellezza di quel luogo. La Madre antica venne in soccorso e Ragusa diventò Ibla.
La topografia a forma di pesce raccoglie intorno a sé il vuoto dei burroni dentro i quali nuota, mentre la coda si spinge verso il nuovo centro. Percorsi gli scalini che dall’anonimato di Ragusa -riscattato da alcune suggestive strade dritte e a perpendicolo tra loro– conducono a Ibla, si apre uno scrigno barocco, fatto di chiese che vorrebbero diventare templi, di conventi, di lastricati che splendono al Sole, di un giardino che percorre l’antica strada verso Giarratana, di circoli di conversazione, di angoli fiocamente illuminati, di resti di edifici medioevali, di squarci stupefatti nel tessuto urbano, di silenzio.
Dentro questo spazio abita anche un teatro che ha nome Donnafugata. Un teatro piccolo, privato, ma di nulla mancante, come si vede dall’immagine che ho avuto la fortuna di scattare. Mentre gli attori e le note scandiscono lo spazio ellittico della finzione, altre verità emergono nelle strade, sotto i balconi dei palazzi fieri. Si chiamano cagnoli e sono i mascheroni che reggono quei balconi dai quali ogni tanto si affaccia una bellezza femminile che sembra venuta da altri amori. Reggono quella bellezza secolare perché sono pietra duttile alla mano, fragile ai venti ma resistente al desiderio. I balconi fatti di cemento crollano invece dopo pochi decenni dalla loro triste nascita seriale.
Alcuni luoghi di questo pianeta vivo e doloroso rimarranno quando dentro i resti delle civiltà umane le foreste, i deserti, le lucertole, gli uccelli avranno riacquistato il loro legittimo diritto alla potenza.
Uno di questi luoghi sarà Ibla, il suo cielo, le sue pietre, la sua luce.

Finlandia

Un Paese giovane in ogni senso: storico e anagrafico. Un luogo fatto di natura e architettura, entrambe potenti. Uno spazio di mediazione politica tra i due blocchi quando ancora i due blocchi c’erano. Un cielo che se è sereno è di cobalto, come a Stoccolma. Tra Helsinki e Turku la distesa delle terre ghiacciate, dei laghi, delle foreste.

Turku, l’antica capitale finlandese, è oggi una vivace città adagiata sulle sponde del fiume che la attraversa. I due luoghi principali sono il Castello e il Duomo. Il primo (qui a sinistra) è una struttura medioevale-cinquecentesca, con sale, cappelle, torri. Probabilmente il luogo con maggiore spessore storico della Finlandia. Il Duomo è una monumentale struttura gotica -con un interno molto luminoso- circondata dagli edifici dell’Università svedese.

A Helsinki lo spazio è sconfinato e sembra quasi deserto rispetto alla densità delle città dell’Europa del sud. La Esplanadi è una strada ampia ed elegante, con dei giardini al centro e alla fine la fontana con una Fanciulla del mare.
In cima a una scalin ata il Duomo luterano (a destra) appare in tutto il suo neoclassico biancore.
Casa Finlandia –progettata da Alvar Aalto- è adibita a centro congressi, sala concerti, mostre temporanee. Il suo bianco dinamico sporge su una baia ghiacciata.
Seurasaari è l’isola-museo, con abitazioni del Sei-Settecento provenienti dall’intera Finlandia. La neve e il ghiaccio della baia fermano l’isola nel tempo, così come accade con Suomenlinnaaltra isola che si raggiunge in un quarto d’ora di battello ed è l’antica fortezza della città, un luogo dall’impronta militare, oggi patrimonio dell’Unesco.
La Kallion kirkko è un’enorme chiesa in stile liberty posta su un’altura e il cui campanile-torre domina l’intera Helsinki. Il Sibeliuksen puisto, il parco dedicato al maggior compositore finlandese, ha al centro un monumento in acciaio che rappresenta insieme delle canne d’organo, delle stalattiti, gli alberi di una foresta.
La Temppeliaukion kirkko (a sinistra) è una chiesa scavata nel granito, interamente coperta da un filo di rame lungo 23 chilometri che la fa somigliare a una specie di ufo; le pareti all’interno sono formate dalla roccia lungo la quale scorre l’acqua piovana. Durante la visita la musica di un pianista ha offerto a questo luogo qualcosa di sacro e di interiore.
Eduskuntatalo è la massiccia ma elegante sede del Parlamento (la si vede nell’immagine di apertura in alto), un esempio del miglior classicismo degli anni Venti del Novecento. Coerente simbolo di una città dai grandi spazi, limpida e silenziosa, fatta di edifici imponenti che sono immersi in una natura forte e, si comprende, indomabile.

Venezia

Complice un convegno kubrickiano, ho percorso ancora una volta Venezia. Questo luogo anfibio, nato dalle acque e dagli umani. Ho cercato gli spazi solitari. Non è difficile. Basta scostarsi un poco dalle ripetute indicazioni «Per Rialto e San Marco» o -all’inverso- «Per la ferrovia e piazza Roma» e si dissolvono le certezze di abitare il secolo che chiamiamo XXI. Il ricamo settecentesco sta dovunque, i marmi e le pietre sono antichi, le porte sulle calli sembrano immutate. Nei ‘rami’ -le più strette tra le vie- l’odore acre dell’urina si mescola alla potenza verticale dei muri. ‘Sestieri’, ‘campi’, ’corti’, ‘campielli’  si allargano nei pozzi, nelle bifore, nei radi alberi.  Nonostante il profluvio di pizzerie e di negozi bric-à-brac di ogni tipo, sopravvive a Venezia anche il segreto degli artigiani, di chi fa uscire gli oggetti dalle proprie mani e non da macchine seriali. E poi il silenzio. Fuori dai percorsi stabiliti, Venezia è il silenzio, è la voce muta delle architetture, è il chiarore che si insinua a fatica dentro la massiccia presenza degli edifici ma che è ancora e sempre capace di trasformarli in luce, di travolgerli, abbracciarli, incendiarli di malinconia. Una città dove si cammina. Si cammina e basta. Dove dunque il bipede eretto torna alla sua natura, alla sua maschera nello spazio, al suo tempo che tramonta.

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