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Dolcezza

Dopo quattro ore di lezione telematica -ringrazio gli studenti del Dipartimento di Scienze Umanistiche per la maturità, la malinconia e la forza con le quali stanno vivendo questo momento– e dopo un pomeriggio di scrittura, ho fatto una passeggiata lungo le strade di Catania.
Traffico assai scarso, almeno in relazione alle abitudini della città. Negozi chiusi, tranne i pochi autorizzati. Persone che, non potendo sedersi al bar, si incontrano davanti ai panifici e alle tabaccherie. Molti con la mascherina. Auto della polizia qua e là.
Le luci di una splendida giornata di primavera riverberano nel silenzio delle strade. I palazzi sembrano respirare al posto degli umani. Ho osservato le facciate, i monumenti, gli angoli, affrancati dalla presenza costante dei loro abitatori. Ho visto quanto bella sia Catania. Ho avuto per qualche minuto l’impressione di vivere ciò che racconta il protagonista di Dissipatio H.G, l’impressione di una solitudine profonda e dolce, il mondo liberato dagli umani.

Tutto questo è però frutto dell’obbedienza del corpo collettivo all’enormità di ordini che prospettano gli arresti domiciliari di massa; che autorizzano i membri dell’esercito a «fermare i cittadini per controllare se rispettano le disposizioni previste dai decreti per l’emergenza coronavirus» (circolare del 12.3.2020 del Ministero degli Interni); che concedono a ogni vigile urbano, poliziotto e affini il potere di privare i cittadini della libertà di movimento, che soltanto la Magistratura sarebbe autorizzata a decretare.
Come quasi sempre, Manzoni ha colto a fondo queste dinamiche. In particolare là dove osserva che gruppi e movimenti sociali i quali non tollerano il minimo sacrificio della propria libertà -manifestando a gran voce–, a un certo punto rinunciano invece a tutta la loro libertà. Un corpo sociale spesso così attento ai propri diritti di varia natura, molti dei quali secondari, sta rinunciando con rassegnazione o persino con compiacimento alla sospensione delle fondamentali libertà costituzionali, compresa quella di movimento, che è tra le essenziali. Leggo di cittadini che invocano apertamente i carri armati nelle strade.
Il mio lavoro mi ha abituato da sempre a trascorrere intere giornate a casa, studiando e scrivendo. Ma quanto durerà la situazione descritta dal mio allievo Enrico Palma? «Sono curioso di constatare fino a che punto reggerà questa perfetta calma di dèi solitari prima di vedere scattiare qualcuno, o tutti quanti». In siciliano ‘scattiari’ vuol dire ‘andare fuori di testa’.
Di più: molti lavoratori continuano a percepire uno stipendio anche ad attività rallentate o annullate. Ma tanti altri, e sono milioni, che vivono di commercio, di attività a prestazione, di esercizi aperti al pubblico, in che modo continueranno a percepire le somme necessarie per vivere?
Se non si pone un freno alla psicosi di massa, si può prevedere che tra non molto i sentimenti di comprensione e solidarietà verso positivi al virus e malati (non sono la stessa cosa, è bene ricordarlo) si trasformeranno in altri atteggiamenti, assai più ostili. La Storia della colonna infame è un libro terribile e chiarissimo nel descrivere tali dinamiche. La peste porta sempre con sé, è inevitabile, gli untori. È un dispositivo socialmente e psicologicamente ben noto: per adesso sono coloro che non accettano gli arresti domiciliari di massa ma quando ci si pone sul piano inclinato del panico l’inevitabile risultato è la violenza verso colui/coloro che si ritiene portino in sé e con sé il pericolo per tutti gli altri. Significativo quanto ha dichiarato il responsabile della Protezione Civile, Borrelli: «Mantenere le distanze, anche in famiglia». Eccoci arrivati al controllo dei corpi tra le mura di casa. 1 metro, 2 metri, 3 metri? Ciascuno mangia in una stanza da solo? Pura biopolitica. Foucault ci guarderebbe con interesse.
Bisogna dire infatti con chiarezza che il coronavirus non è soltanto biologia. È anche politica, economia, spesa pubblica. L’emergenza –per un virus molto contagioso ma poco letale– sta nell’assenza di posti letto, di macchinari, di personale medico. E questo non l’ha voluto il virus ma l’hanno deciso il fanatismo liberista del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Centrale, dell’Unione Europea. L’hanno voluto i mercati, anonime strutture finanziarie che uccidono le vite, le società, le libertà. Ora si vede che lo fanno alla lettera.
Non si tratta di ‘minimizzare’, si tratta di capire la complessità di ciò che accade e di affrontarlo con coraggio e lucidità, sine ira et studio, con equilibrio esistenziale e scientifico. Il contrario di ciò che informazione e politica praticano sul coronavirus come su tutto il resto.

Quanto e come si tornerà indietro rispetto alla dittatura sanitaria, alla gravissima limitazione delle libertà costituzionali, alla militarizzazione del territorio e delle relazioni, al deserto relazionale, sociale, culturale dato dallo spegnimento di ogni luogo di aggregazione: teatri, cinema, convegni, attività sportive e tanto, tanto altro?
È solo la paura a indurre alla passività. Un sentimento che il potere ha sempre utilizzato, con sistematica efficacia. La paura di base, la paura di fondo, la paura totale, la paura di morire. Una paura che paralizza il pensiero, la critica, la lucidità. Che spinge a giudicare criminale, superficiale, pazzo chi diffida di questo unanimismo del panico. Che invoca la censura verso coloro che muovono anche la minima critica al dispositivo di controllo sociale totale che sta dilagando senza alcuna opposizione. Come ha scritto l’amico Giuseppe Nanni: «Non state fermi adesso perché poi sarà più difficile muovere il cervello (siamo al terzo giro di vite in quattro giorni, l’appetito del Leviatano vien mangiando)». E come affermano i compagni di A Rivista anarchica: «Stiamo vivendo tempi allucinanti, caratterizzati da un’eclissi della ragione, tra prove tecniche di controllo sociale e dissennate reazioni di ampi settori della popolazione».

Tutto questo è frutto, nella sua dimensione biologica e non biopolitica, di un’entità invisibile, microscopica, inafferrabile, temibile: un virus. Noi, che ci crediamo i padroni del cosmo, siamo alla mercé di un’infima parte del reale. Ma non impareremo neppure stavolta. Troppo grande e radicata è la ὕβρις che intesse l’antropocentrismo biblico e la civiltà del capitale. Ma Γῆ, la Terra Madre, ucciderà l’Homo sapiens prima che lui uccida la Terra. Questo è sicuro.
E quando rimarrà soltanto ciò di cui oggi ho goduto al Monastero e tra le strade -l’azzurro del cielo, il cinguettio dei passeri, il movimento delle palme e degli ulivi– lo spazio sarà pieno di calma, il tempo sarà colmo di dolcezza. La dolcezza di Catania oggi al tramonto.

The Godfather

The Godfather
(Il Padrino)
Parte I (1972) – Parte II (1974)
di Francis Ford Coppola
Con: Marlon Brando (Vito Corleone), Al Pacino (Michele Corleone), Robert De Niro (Vito Corleone da giovane), Robert Duvall (Tom Hagen), James Caan (Sonny Corleone), Diane Keaton (Kay Adams), John Cazale (Fredo Corleone), Talia Shire (Connie Corleone), Al Lettieri (Virgil, ‘il Turco’, Sollozzo), Corrado Gaipa (Tommasino), Lee Strasberg (Hyman Roth), Michael V. Gazzo (Frankie Pentangeli), Gastone Moschin (Fanucci), Maria Carta (la madre di Vito), Morgana King (mamma Corleone)

«Perciò tutto ciò che è conseguente al tempo di guerra in cui ogni uomo è nemico ad ogni uomo, è anche conseguente al tempo in cui gli uomini vivono senz’altra sicurezza di quella che la propria forza e la propria inventiva potrà fornire loro. […] E quel che è peggio di tutto, vi è continuo timore e pericolo di morte violenta, e la vita dell’uomo è solitaria, misera, sgradevole, brutale e breve» (Thomas Hobbes, Leviatano [1651], La Nuova Italia 1976, cap. XIII, p. 120).
Tale fu sin dall’inizio l’esistenza di Vito Andolini, diventato all’anagrafe statunitense Vito Corleone dopo essere sfuggito alla morte che il capomafia di Corleone, appunto, aveva inferto a padre, madre, fratello.
Onesto era Vito ma a Little Italy aveva dovuto imparare l’arroganza, l’umiliazione, la violenza. Ed era diventato Don Vito. Lo troviamo, ormai ricco, nel giorno del matrimonio della figlia; le cerimonie costellano infatti di sé l’intero film, lo scandiscono. Proprio quel giorno è venuto un uomo a chiedergli giustizia per la violenza subita da sua figlia e che i tribunali dello Stato gli hanno negato. Il film inizia con le parole di questo padre: «Io credo nell’America».
La stessa fede nutrita dal figlio minore e amatissimo di Don Vito, Michele, decorato al valore durante la Seconda Guerra mondiale e che al suo ritorno trova un’altra guerra costante, pervasiva, totale; trova il bellum omnium contra omnes e ne diventa il signore: malinconico, freddo, determinato, feroce. Sino alle scene conclusive delle due parti dell’opera: nella prima Michele riceve l’omaggio dei suoi uomini dopo essere diventato il capofamiglia; nella seconda ha ottenuto vendetta su tutti i suoi nemici, tra i quali anche un fratello, anche la moglie allontanata, anche un vecchio e potente ebreo che gli aveva portato la guerra in casa.

Lo sguardo di Michele è lontano, rassegnato, triste, interrogativo, silente. È lo sguardo del potente che domina su un regno di morti e lo sa: «Chi stermina tutti i nemici non ha più alcun nemico, e inoltre gode la vista dei loro mucchi ora inermi» (Elias Canetti, Massa e potere, Adelphi 1981, p. 543).
È lo sguardo di Cesare Borgia, unito a quello di Machiavelli: «È molto più sicuro essere temuto che amato, quando si abbia a mancare dell’uno de’ dua»; «Non può pertanto uno signore prudente, né debbe, osservare la fede [la parola data], quando tale osservanzia li torni contro e che sono spente le cagioni che la feciono promettere. E, se li uomini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono; ma perché sono tristi [malvagi], e non la osservarebbano a te, tu etiam non l’hai ad osservare a loro» (Il Principe, capp. 17 e 18).

In quest’opera la morte arriva coniugata ai riti cattolici, lo sterminio si accompagna e si alterna alle professioni di fede, alla musica celeste, alla solennità della soteriologia cristiana. L’apice è raggiunto durante la cerimonia del battesimo, nella quale Michele fa da padrino al figlio di sua sorella, dichiarando che «rinuncia a Satana e alle sue opere» proprio mentre i suoi uomini uccidono uno a uno e in luoghi diversi i capi delle altre famiglie. Un montaggio magistrale, ironico e disperato. La cui efficacia si percepisce assai meglio vedendo i due film (come ho avuto di recente la possibilità di fare) nella versione originale con i sottotitoli, e potendo quindi apprezzare il continuo passaggio linguistico dall’inglese americano all’anglosiculo. Un originale linguisticamente e concettualmente più sobrio rispetto alla traduzione e al doppiaggio spesso ‘folcloristici’ della versione in italiano.
La seconda parte dell’opera è apertamente e fecondamente politica, con la Cuba del dittatore Fulgencio Batista finanziata sia dalle istituzioni sia dalla criminalità degli Stati Uniti d’America e con una commissione d’inchiesta contro la mafia nella quale i senatori americani sono in mano alle diverse famiglie mafiose, che li usano per reciproche accuse e vendette. Credo che solo il grande successo della prima parte abbia permesso a Coppola di poter essere così esplicito e libero nelle accuse rivolte al proprio Paese, che ne emerge per quello che è: una sentina di corruzione.
Su tutta l’opera domina, naturalmente, Shakespeare, del quale The Godfather è l’ennesima espressione. Riccardo III ma non solo. Il film è pervaso dall’antropologia di Hobbes, Machiavelli e Shakespeare.

Un’antropologia che in Sicilia conosciamo bene. La conosciamo bene a Catania, città dove forze non dissimili da quelle descritte nel Padrino vanno da tempo all’attacco dell’istituzione -l’Università- che pur con tutti i suoi limiti, anche territoriali e antropologici, può insegnare e praticare uno sguardo diverso rispetto a quello della legge del più forte; dove un’informazione comprata e venduta presenta il mondo e i suoi eventi in una chiave espressionistica e perennemente distorta; dove massonerie di tutti i generi stanno dentro le istituzioni che dovrebbero garantire i diritti, i doveri e l’eguaglianza dei cittadini; dove i più lontani dalla legge e dalle sue garanzie invocano continuamente la legge e le sue garanzie, ricevendo ascolto; dove un numero in fondo decisamente minoritario di soggetti riceve la stolta complicità, l’acquiescenza, l’ingenuità di coloro contro i quali operano: i giovani soprattutto.
In quest’ultimo caso la responsabilità è anche nostra: non abbiamo saputo fornire in modo adeguato ai nostri studenti gli strumenti per decifrare la realtà, comprenderne il male, guardarsi dai pericoli che si celano nella superficialità, nell’ignoranza, nei media tradizionali e digitali, nell’inganno ogni giorno perpetrato da molti, troppi, soggetti sociali. Non esiste, naturalmente, il Padrino. Esiste un oscuro tessuto di relazioni palesi e nascoste, istituzionali e private, locali e nazionali, individuali e di gruppo. Un tessuto rosso del sangue del futuro che i nostri giovani non avranno perché non hanno saputo e non abbiamo saputo liberarci dai Corleone che con altri nomi sono ancora i padrini di Catania.

Polvere

Teatro Stabile – Catania
Antigone
di Sofocle
Traduzione e adattamento: Laura Sicignano e Alessandra Vannucci
Con: Barbara Moselli (Antigone), Sebastiano Lo Monaco (Creonte), Lucia Cammalleri (Ismene), Egle Doria (Euridice), Luca Iacono (Emone), Silvio Laviano (messaggero), Franco Mirabella (Tiresia)
Scene e costumi: Guido Fiorato
Musiche originali eseguite dal vivo: Edmondo Romano
Regia di Laura Sicignano
Produzione Teatro Stabile di Catania

È la polvere il centro di questa interpretazione del testo sofocleo che ne taglia alcune parti, altre ne accorpa, trasforma il coro di vecchi in voce di singoli soldati, traduce il flusso del greco nel frammento della contemporaneità. Ma in tutto questo esprime un profondo rispetto per la differenza e l’enigma che i Greci sempre sono.
La polvere del tempo che tutto costituisce e tutto dissolve, dando respiro a qualunque dolore e tragedia. La polvere con la quale Antigone dà sepoltura a Polinice, compiendo il rito e trasgredendo l’ordine illegittimo di Creonte. La polvere che i soldati gettano su di lei per punirla e umiliarla. La polvere che Creonte diventa, che vorrebbe diventare, quando si compie la profezia di Tiresia e gli dèi puniscono l’umano che aveva osato annullare i loro riti. La polvere dei muri delle case che precipitano, dei luoghi che si spezzano, della storia che conferma la propria natura tanto effimera quanto dolorosa. Sostanzialmente insensata.
La tentazione di ‘attualizzare’ il testo emerge in pochi momenti, per fortuna (mentre era pervasiva e aveva reso povera una messa in scena di qualche mese fa all’Elfo di Milano). La distanza degli elleni è rimarcata dalle musiche che riecheggiano quelle dell’antica Grecia: tribali, arcaiche, stranianti. Perché tribali, arcaiche e stranianti sono le tragedie, dentro le quali spira «un’atmosfera oppressiva, popolata di spettri»1. di angosce, di indicibili colpe, di polvere.

Nota:
1. Eric R. Dodds, I Greci e l’irrazionale, La Nuova Italia 1978, p. 55

Un’estetica teologica

Il Kouros ritrovato
Museo Civico di Castello Ursino – Catania
A cura di Sebastiano Tusa
Sino al 3.11.2019

«ἡ δὲ τῶν ἀνδριάντων ποίησις καὶ ἡ τῶν ἀγαλμάτων ἐργασία θέαν ἡδεῖαν παρέσχετο τοῖς ὄμμασιν». Una traduzione di queste parole di Gorgia (Encomio di Elena, § 18) fa da epigrafe alla mostra: «Il fare statue di eroi e costruire simulacri degli dèi procura agli occhi una dolce malattia»; altri traducono «offre agli occhi un gradito spettacolo». Lo spettacolo della bellezza fu la magnifica malattia dei Greci. Una bellezza che aveva e ha ben poco di ‘estetico’. Si tratta di teologia invece, si tratta della bellezza del divino. Il marmo pario delle loro statue è la materia sacra, è l’omaggio della ποίησις umana allo splendore della potenza, della luce, del sorriso.
Il κοῦρος di Λεοντῖνοι, il ragazzo di Lentini, ha finalmente ricomposto il proprio corpo, ha unito il torso acefalo conservato al Museo di Siracusa con la ‘testa apollinea’ del Castello Ursino. Presentando il Kouros a Palermo nel novembre del 2018, il compianto Sebastiano Tusa affermò che «le evidenze scientifiche confermano l’appartenenza dei due reperti a un’unica scultura e il loro ricongiungimento costituisce a tutti gli effetti un vero e proprio nuovo ritrovamento archeologico che arricchisce il patrimonio culturale della Sicilia».
Per alcuni mesi il Kouros ha abitato a Catania, da dove tornerà a Siracusa. La Sicilia ha quindi riguadagnato un dio, anche con l’aiuto di tecnologie d’avanguardia che dal calco in gesso hanno condotto alla ricostruzione digitale attraverso analisi petrografiche e geochimiche, accurati studi anatomici, indagini diagnostiche su ogni centimetro dell’opera, la sua riconfigurazione estetica e l’assemblaggio finale.
Il risultato è un dio che ci guarda dalla distanza del suo orizzonte, dalla potenza del suo corpo, dal segreto della sua materia. Questo è il destino degli dèi. Quando civiltà barbariche come quella dell’ebraismo che proibisce le immagini, delle correnti cristiane iconoclaste, dell’islam distruttore di idoli, saranno arrivate alla loro fine, quando esse imploderanno sull’assurdità teoretica e sulla miseria estetica che le intessono, allora accadrà come al κοῦρος di Lentini: gli dèi riappariranno dalla terra e dal tempo. Tranquilli, ironici, saggi, filosofi, belli.

L’ironia, lo splendore

Nel primo dei tre incontri dedicati alla narrativa di Friedrich Dürrenmatt organizzati la scorsa primavera dall’Associazione Studenti di Filosofia Unict (Dipartimento di Scienze Umanistiche, 14.3.2019) abbiamo analizzato sette racconti: Il figlio, Il torturatore, Il vecchio, Pilato, La caduta, La guerra invernale del Tibet, Minotauro. Una ballata.
In essi sono detti l’enigma, la storia, l’ironia, l’amore che manca, il buio dell’essere, lo splendore della parola, la Gnosi.
La registrazione dura due ore e tre minuti e quindi è davvero proibitiva ma un file mp3 può essere ascoltato camminando, cucinando, correndo, poltrendo…
Per chi vuole, c’è anche la possibilità di ascoltare l’audio e scorrere le diapositive che ho utilizzato durante la lezione: Dürrenmatt. I racconti 
Gli ultimi venti minuti sono dedicati al dialogo molto intenso con gli studenti, forma ed espressione della Communitas che l’Università di Catania è.

Programmi 2019-2020

Nell’anno accademico 2019-2020 insegnerò Filosofia teoretica, Filosofia della mente e Sociologia della cultura. Pubblico i programmi che svolgerò, inserendo i link al sito del Dipartimento di Scienze Umanistiche di Catania per tutte le altre (importanti) informazioni relative ai miei corsi.
I link che compaiono nei titoli dei libri in programma portano a presentazioni e recensioni dei testi o, nel caso dei saggi in rivista, ai pdf dei testi stessi.

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Filosofia teoretica
ERACLITO

Aa. Vv., Eraclito: La luce dell’oscuro, a cura di Giuseppe Fornari, Olschki 2017

-Martin Heidegger, Eraclito, Mursia 2017 (Corso del semestre estivo 1943, pp. 5-119, e Corso del semestre estivo 1944, § 6a, pp. 194-201)

-Alberto Giovanni Biuso, Aiòn. Teoria generale del tempo, Villaggio Maori Edizioni 2016

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Filosofia della mente
MENTI ANIMALI

-Alberto Giovanni Biuso, La mente temporale. Corpo Mondo Artificio, Carocci, 2009 (capp. 1 e 2: Una storia della mente – Il corpo dentro il mondo; pp. 17-137)

-Jacques Derrida, L’animale che dunque sono, Jaca Book 2018 (pp. 62-68; 103-114; 149-166; 199-222)

-Roberto Marchesini, Contro i diritti degli animali? Proposta per un antispecismo postumanista, Edizioni Sonda 2014

-Gianfranco Mormino, Raffaella Colombo, Benedetta Piazzesi, Dalla predazione al dominio. La guerra contro gli animali, Libreria Cortina 2017

-Alberto Giovanni Biuso, 1) Dialettica dell’umanesimo, in Liberazioni. Rivista di critica antispecista, Anno IX / n. 34 / Autunno 2018, pp. 26-37 – 2) Siamo già sempre una differenza animale. Derrida e Heidegger, in Liberazioni. Rivista di critica antispecista, Anno IX / n. 36 / Primavera 2019, pp. 90-94

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Sociologia della cultura
PAGANESIMI E DIFFERENZA

-Rocco De Biasi, Che cos’è la Sociologia della cultura, Carocci 2008

-Maurizio Bettini, Elogio del politeismo, il Mulino 2014

-Catherine Nixey, Nel nome della croce. La distruzione cristiana del mondo classico, Bollati Boringhieri 2018

-Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, Einaudi 2015

-Alberto Giovanni Biuso, 1) Anarchismo e paganesimo, in «Nel nome di nessun dio – Libertaria 2016», pp. 132-151; 2) Le persecuzioni contro i pagani, in «Vita pensata», n. 18, febbraio 2019, pp. 5–12

Fiumi

Nel pomeriggio di domenica 8 settembre 2019 terrò a Catania (via Plebiscito 9) una lezione/conversazione nell’ambito dell’edizione 2019 di un Convegno annuale dal titolo MitoMania, dedicato quest’anno alle Conversazioni con le Ninfe e i Fiumi.
Il titolo del mio intervento è Il fiume, l’amore, la morte.
Il sentimento amoroso è un incessante fluire del sogno che si fa desiderio. Un fluire animale, profondo, ermeneutico. Un fluire specchio, un fluire sacro e diseguale. Un fluire linguistico e temporale, semantico, iconico e innocente. Un fluire infinito. Un fiume le cui acque, composte di gaudio e di tormento, sono destinate a confluire nel grande estuario della materia eterna -senza nascita e senza tramonto- dalla quale veniamo.
Una goccia pulita dentro il grande fiume del tempo. Questo si può e si deve cercare di essere, questa possibilità ci offre l’esperienza amorosa quando ha la forma dell’amore/dedizione, dell’amore/passione, del puro amore.

 
[L’immagine in alto è il particolare di una fotografia di Paolo Monti]

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