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Silenzi / Percussioni

Karlheinz Stockhausen
Klavierstück IX, nr. 4
Pianoforte Pierre-Laurent Aimard
hr-Sinfonieorchester – Frankfurt Radio Symphony

«Everything we do is music»
(John Cage)

Il silenzio è un elemento strutturale della musica, da sempre. In alcuni musicisti contemporanei esso emerge in modo particolarmente evidente. Il caso estremo è 4’33’’ di John Cage, basato forse anche sul fatto che 4.33 minuti assommano a 273 secondi, che è la temperatura dello zero assoluto (-273 gradi centigradi), della totale immobilità.
Al di là del magnifico Cage, i silenzi sono parte essenziale anche delle composizioni di Stockhausen. Lo si percepisce bene in Klavierstück IX, nr. 4, qui eseguito da Pierre-Laurent Aimard.

Versione mp3 (pianista Sabine Liebner)

Versione su Spotify (pianista Sabine Liebner)

Versione video:

Stockhausen

Karlheinz Stockhausen
Waage
da Tierkreis (1974)
Tromba: Markus Stockhausen
Organo: Margareta Hürholz

Durante l’incontro sul Contemporaneo del 20 maggio 2019, il Prof. Alessandro Mastropietro ci ha fatto ascoltare, tra gli altri, una composizione di Karlheinz Stockhausen (1928-2007). Riprendo qui la sua proposta e suggerisco l’ascolto di uno dei dodici brani che compongono Tierkreis (Zodiaco, 1974), precisamente il nono, Waage (Libra/Bilancia), nella versione per tromba e organo. La tromba è quella del figlio Markus, che ebbi la fortuna di ascoltare tanti anni fa a Milano in una magnifica esecuzione dell’opera del padre Samstag aus Licht.
È come se questa musica provenisse da profondità inquietanti e luminose, come se un’onda lasciasse sulla riva della percezione le note, dissolvendo l’onda che sulla riva le ha portate. Di Stockhausen avevo tempo fa consigliato anche Mantra (1970).

Mastropietro ha parlato di un altro tra i massimi compositori del Novecento, György Ligeti (1923-2006), del quale avevo proposto in passato due ascolti: le Atmosphères fur grosses Orchester ohne Schlagzeug (1961) e il secondo movimento del Requiem: Kyrie. molto espressivo (1963-65) (entrambi presenti in 2001. Odissea nello spazio). Del Requiem di Ligeti il Prof. Mastropietro ha evidenziato l’arditezza compositiva, l’intreccio radiale delle voci umane, l’onda sonora che continuamente si alza, si frange, risplende.

Versione in html

Il proprio tempo appreso con i suoni

Radio Neue Musik

Questa volta non consiglio uno specifico brano ma un intero genere musicale. Neue Musik è una radio tedesca che trasmette musica contemporanea, permettendo così di conoscere e gustare le opere di moltissimi compositori. Ascoltarla è semplicissimo, basta andare all’indirizzo http://laut.fm/neue-musik. Si comprenderà quanto vario, plurale, differenziato e profondo sia il panorama della musica del Novecento e del XXI secolo. In realtà, infatti, è molto più corretto parlare di musiche contemporanee. Il loro ascolto richiede, come tutto ciò che non è banale, un apprendimento, una frequentazione regolare, un minimo di curiosità, in modo da superare la sensazione di inconsueto stridore che a volte esse trasmettono. Quando si siano oltrepassati tali ostacoli, il piacere che offrono è identico a quello della musica barocca o dei cantautori. In più, la musica d’oggi è “il nostro tempo appreso con i suoni”.
Tra i miei autori preferiti ci sono -in ordine sparso- Louis Andriessen (il suo De Tijd [il Tempo, 1981] è una delle composizioni più potenti che conosca), Arvo Pärt, Luis De Pablo, Brian Eno, Philip Glass, Fabio Vacchi, Penderecki, Sciarrino, Luigi Nono, Toshio Hosokawa, Stockhausen e -naturalmente- Cage e Ligeti, che mi sembrano i più grandi. Ma si tratta di pochissimi nomi rispetto alle musiche d’oggi, che sono senza confini. Molto al di là non soltanto del “classico” ma anche della dodecafonia, dell’atonalismo, della musica elettronica, i suoni contemporanei sono un’officina senza posa dentro la quale le Muse continuano a creare.

Mantra

Mantra
Work No. 32: bar 687-854
(1970)
di Karlheinz Stockhausen
(1928-2007)
Xenia Pestova, Pascal Meyer – pianoforte
Jan Panis – elettronica

Stockhausen è uno dei più importanti e fecondi compositori del Novecento e del nostro secolo. Negli anni Ottanta assistetti alla messa in scena di una parte della sua vastissima opera Licht -esattamente Samstag aus Licht- e vidi come la musica possa scaturire dagli strumenti tradizionali (il figlio di Stockhausen Markus suonava splendidamente la tromba), dagli apparati elettronici, dallo spazio e dal silenzio.

Propongo l’ascolto di un brano da Mantra, una composizione per due pianoforti e modulatore ad anello che coniuga una rigorosa struttura aritmetica con lo scarto ogni volta ripetuto dell’invenzione. L’opera viene così descritta dal suo suo autore: «The work arises in its entirety from a 13-note sound-formula, the “Mantra”.  […] The 1st pianist presents the “upper” 13 notes of the “Mantra” in succession, and the 2nd pianist the “lower” 13 notes, that is, the “Mantra”-mirror. […]. Naturally, the unified construction of MANTRA is a musical miniature of the unified macro-structure of the cosmos, just as it is a magnification into the acoustic time-field of the unified micro-structure of the harmonic vibrations in notes themselves» (in R. Ciaccio, Inter /Vallum, Skira 2011, p. 95).

[audio:Mantra.mp3]

Inter / Vallum

Roberto Ciaccio
Inter / Vallum

Milano – Palazzo Reale
Sino al 20 novembre 2011
A cura di Remo Bodei, Kurt W. Forster, Arturo Schwarz

La Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale è uno dei luoghi più stranianti di Milano. Quasi fuori dal tempo con le sue colonne, le statue, gli specchi che sono sopravvissuti al bombardamento subìto da parte dell’aviazione inglese durante la II guerra mondiale. Non ci sono più i grandi lampadari, l’arredamento, gli affreschi. Rimane un vasto spazio. Vuoto. E che diventa sede di volta in volta di alcune delle iniziative più originali della città.
È per questo luogo che Roberto Ciaccio ha pensato una Suite di opere dal titolo Revenants. Grandi lastre di ferro, rame, ottone, zinco. Incise, dipinte, stampate in modo che la differenza dell’una con l’altra sia minima, eppure ci sia. Ne scaturisce una serialità che torna -appunto- su se stessa ogni volta mutata, più fonda, più inquieta, più calma. Una grande semplicità nasconde e rivela la stratificazione concettuale ed estetica che Ciaccio ha coltivato e accumulato negli anni e che si rivela in opere quali Annotazioni di luce, dedicate agli Holzwege heideggeriani; nello studio di filosofi come Bergson, Husserl, Merleau-Ponty, Benjamin, Derrida, Barthes; nella continuità con la musica di Stockhausen, in particolare con Mantra, l’opera per due pianoforti e modulatore ad anello eseguita nella stessa sala in occasione dell’inaugurazione della mostra. Di Mantra Ciaccio coglie «il suono vibrante e modulato -quasi l’inquietante oscillazione di una grande lamiera in uno spazio oscuro- suono in espansione o in contrazione, così voluto da Stockhausen nelle tredici sezioni della partitura, suono-evento che induce uno stato ipnotico, meditativo, contemplativo e risveglia, secondo l’interpretazione dei mantra, energie psichiche e mentali che, in un processo di illuminazione iniziatica, incontrano quell’energia cosmica che tutto pervade» (R.Ciaccio, Energia. Suoni e visioni. Risonanze Revenants, nel catalogo edito da Skira, p. 52). È Stockhausen, infatti, a dire della propria opera che «the unified construction of MANTRA is a musical miniature of the unified macro-structure of the cosmos, just as it is a magnification into the acoustic time-field of the unified micro-structure of the harmonic vibrations in notes themselves» (Ivi, p. 95).
Il tempo e la luce sono le questioni che l’artista pone a se stesso e a chi attraversa le sue opere. Nutrito delle ombre di Caravaggio, della «lucidità ottica della visione» di Vermeer (A.Schwarz, Roberto Ciaccio, poeta della luce, ivi, p. 105), Ciaccio coniuga la luce al tempo. Ma ciò non sembra restituirgli pace, piuttosto moltiplica l’angoscia e il desiderio di «sottrarre l’istante al fluire del tempo» (E.Restagno, Quattro passi con un artista del nostro tempo, ivi, 83). È forse per tale ragione che in queste opere tutto sembra fermo, preso nell’immobilità della ripetizione, limine della morte.
Nelle lastre di Ciaccio domina una verticalità viola, bianca, nera, grigia, fatta di croci che sembrano scudi posti a difesa di città antiche, di specchi che riflettono il buio delle cose, ma una verticalità che diventa anche la sottile lama di luce che taglia la tenebra dando senso e pienezza alla materia. E la materia stessa non è altro che energia, misura, abisso, caos racchiuso dentro spranghe di ferro. Opaco è l’attraversamento del mondo e di se stessi ma nel silenzio della sala vibra il mantra della materia, l’inquietudine di suoni primordiali.

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