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Batteri

Piccolo Teatro Strehler – Milano
Un nemico del popolo
di Henrik Ibsen
Traduzione di Luigi Squarzina
Regia di Massimo Popolizio
Con: Massimo Popolizio, Maria Paiato ,Tommaso Cardarelli, Francesca Ciocchetti, Martin Chishimba, Maria Laila Fernandez, Paolo Musio, Michele Nani, Francesco Bolo Rossini
Produzione: Teatro di Roma – Teatro Nazionale
Sino al 16 febbraio 2020

Il Dottor Thomas Stockman è il responsabile sanitario delle terme di una cittadina della quale è sindaco il fratello Peter. Quando scopre che le acque e i fanghi sono in realtà infetti e pericolosi scrive un rapporto e chiede delle modifiche radicali agli impianti. Un giornale locale, La voce del popolo, e il suo facoltoso editore decidono di sostenere questa battaglia. E tuttavia quando il sindaco prospetta i rischi di abbandono della località termale da parte della clientela, la necessità di nuove tasse per finanziare i lavori, la chiusura della terme per tre anni, quando dunque prevede la rovina della città, la voce del popolo -in tutti i sensi– si scaglia contro il medico, sino a dichiararlo un nemico del popolo, sino a rovinarlo.
Come si vede, un’opera teatrale del 1882 può disegnare assai efficacemente i fatti del presente -un solo nome per tutti, le acciaierie di Taranto– e il loro plurale significato: il conflitto tra le ragioni del lavoro e le ragioni della vita; gli interessi imprenditoriali e finanziari che inducono al silenzio e persino alla complicità gli amministratori pubblici e i giornali, come accade in Italia sia nelle terre campane (e non solo) avvelenate dal seppellimento di rifiuti tossici sia sulla questione del Treno ad Alta Velocità in Val Susa; la volubile incostanza delle masse nell’osannare prima e nel maledire poi quanti ricordano alle masse dei principi universali, quando tali principi si scontrano con gli interessi materiali se non delle masse stesse, certamente dei loro padroni.
Dallo stabilimento termale contaminato, infatti, tutti i cittadini ricevono qualche vantaggio, piccolo o grande che sia. Che lo facciano a condizione di uccidere i loro ospiti e di ammalarsi essi stessi, non è sufficiente a indurli a rinunciare a quei vantaggi. Anche se il risultato finale sarà la morte delle persone e dei luoghi.
Un esempio di morte dei luoghi è quanto avviene nei centri storici delle città contemporanee in seguito alla proliferazione di Airbnb, la piattaforma digitale che mette in contatto i proprietari di case e i loro possibili clienti per affitti brevi e brevissimi. Ne parla Christian Raimo in un emblematico articolo su Internazionale (23.1.2020), dal titolo appunto I nemici del popolo e la speculazione a Roma.
Quando il cuore della vita e il senso del tempo diventano l’arricchirsi a tutti i costi (non sempre è stato così, questo è un elemento costitutivo non dell’economia in quanto tale ma del capitalismo), allora si verifica nelle vite individuali e collettive una sorta di cortocircuito della disperazione, come se la sensazione della brevità della vita conducesse a grattare dal tempo tutto ciò che è possibile rubargli. E lo si fa però anche come se non si dovesse morire mai. È la conferma che elementi strutturali ed economici ed elementi sovrastrutturali e culturali convergono sempre nel determinare gli eventi.
La tonalità che Popolizio dà alla sua messa in scena e alla propria personale interpretazione vira spesso sul grottesco, senza nascondere però la sostanza tragica del testo di Ibsen. In alcuni momenti si vedono scorrere sopra la scena immagini di fiumi, boschi, città e di batteri -gli Escherichia coli, ad esempio–, quei miliardi di esserini che abitano le acque delle terme di questo dramma e le rendono mortali. Quegli esserini che preesistevano alla comparsa di tutte le specie animali, umani compresi, e che ci sopravviveranno. Esserini, peraltro, necessari per l’espletamento di molte funzioni vitali degli altri organismi, che senza l’attività di alcuni batteri non potrebbero esistere. Quegli esserini che resistono allo sterminio e quando un antibiotico sembra eliminarli si trasformano in qualcos’altro ancora più resistente. Quegli esserini che sono i veri padroni della Terra, che ci saranno ancora quando la magnificenza e potenza della vita vegetale e animale  –e dei loro virus– sarà scomparsa da tempo.
I batteri saranno gli ultimi a dissolversi prima che la nostra piccola e magnifica stella si amplierà sino a inglobare, molto probabilmente, il nostro pianetino e, prima ancora, a far evaporare da esso ogni liquido e dunque la vita. A quel punto rimarrà la pace e non ci sarà più nessuno a ricordarsi di amici e nemici del popolo. Sarà come se non ci fossero mai stati.

Il Sole, i millenni

Egitto. La straordinaria scoperta del Faraone Amenofi II
Milano – Museo delle Culture
Sino al 7 gennaio 2018

Negli ultimi anni del XIX secolo l’egittologo francese Victor Loret scoprì nella Valle dei Re le tombe di alcuni faraoni, tra le quali quella -splendida- di Amenofi II (o Amenhotep II), morto intorno al 1400 a.e.v. Splendente perché ampia, sostenuta da colonne e fatta di pareti interamente decorate con le storie del mito, degli dèi, del Sole. La XVIII dinastia (1550-1295) rappresenta un ἀκμή della millenaria storia vissuta intorno al Nilo. Uno sfolgorìo che si esprime nel sorriso, nella serenità, nella distanza di statue che sembrano quelle di κοῦροι diventati adulti e sovrani.
Il re Amenofi e il dio Thot in forma di babbuino alzano insieme le braccia e adorano il Sole. È profonda in Egitto la continuità tra l’umano e l’animale. Insieme a quelle della nostra specie vi si trovano le mummie di altri animali, in particolare di coccodrilli, cani, scimmie, gatti. Gli dèi -che sono centinaia- vengono rappresentati con teste di uccelli, sciacalli, coccodrilli. L’animale è raffigurato nei magnifici gioielli -collane, bracciali, anelli- che adornano i corpi dei vivi e dei morti, che cantano nello spazio, che splendono il tempo. I corpi sono sacri, la loro cura è attenta e quotidiana -cosmetici, dentifrici, trucco- poiché la corporeità è simbolo e parte della luce, della sabbia, del fiume.
Porte di granito segnano il limes tra il vivere e il morire, il passaggio incerto e fondamentale del Dasein nel tempo, accompagnato e testimoniato da scarabei, divinità concubine, papiri. In mezzo a loro gli strumenti per scrivere, numerare, benedire.
La vicenda fondamentale è quella di Osiride smembrato, che viene ricomposto dalla sorella Iside e rinasce. Così come ogni giorno muore e ogni giorno rinasce Ra, la potenza del Sole. Mummie, sarcofagi, amuleti celebrano questo ritorno, raccontano la morte e la vita.
La sensazione che questa magnifica mostra trasmette è che l’Egitto stia al fondo della Grecità e quindi dell’Europa, di tutti noi. Se un vecchio sacerdote egizio potè rivolgersi a Solone dicendogli «ὦ Σόλων, Σόλων, Ἕλληνες ἀεὶ παῖδές ἐστε, γέρων δὲ Ἕλλην οὐκ ἔστιν» (Timeo, 22b), ‘Solone, Solone, voi Greci sempre giovani siete, un greco vecchio non c’è!’, è anche perché un egizio che sia giovane non c’è. La loro storia affonda nei millenni e non è ancora finita. A Tebe sono oggi in corso gli scavi dei templi che Amenofi eresse in quella città. Il loro nome in egizio è Tempio di milioni di anni.

Terapie stupefacenti

Mente & cervello 102 – giugno 2013

 

Pressoché tutte le culture hanno fatto uso delle piante sacre, di quei vegetali dai quali è possibile trarre sostanze che attutiscono il dolore di esistere e inducono il corpomente a inventare mondi in maniera ancora più massiccia di quanto faccia normalmente. Le società industriali e postindustriali hanno trasformato queste pratiche millenarie o in comportamenti ludici (le “canne”) o in reati gravemente puniti, arrivando a proibire l’uso terapeutico di sostanze naturali -cannabis e allucinogeni come la ketamina- che lasciate all’utilizzo individuale potrebbero certamente risultare pericolose ma che se assunte in contesti adeguati sono molto potenti nell’attutire effetti, disturbi e sindromi in vario modo riconducibili alla depressione.
Pare che in Europa siano «circa 23 milioni le persone affette da depressione clinica diagnosticata» (S. Grimm e M. Scheidegger, p. 34), cifra enorme e che probabilmente indica semplicemente la medicalizzazione dell’angoscia di vivere. Lo conferma il fatto che la depressione sembra addirittura contagiosa, nel senso che «l’umore degli altri può influenzare la nostra vulnerabilità cognitiva» (V. Murelli, 23). Anche per evitare che tale “vulnerabilità” diventi distruttiva e autodistruttiva, siamo noi stessi a secernere delle sostanze che ci aiutano nelle più diverse circostanze, gli endocannabinoidi, il cui studio «consente di immaginare quali possano essere i benefici -in gran parte dimostrati anche in trial clinici- del consumo di cannabis esogena a scopo terapeutico» (D. Ovadia, 40). E infatti «prima che fossero proibiti negli anni settanta -la risposta normativa all’esplosione del loro uso alla fine degli anni sessanta- gli allucinogeni erano stati prescritti a circa 40.000 soggetti studiati nelle ricerche. Allora i risultati furono promettenti: avevano aiutato i malati terminali a superare il dolore, la paura, l’isolamento psicologico e la depressione. Oggi i ricercatori riscoprono alcune virtù della psilocibina, che non solo riduce i sintomi seduta stante, ma migliora gli esiti terapeutici per mesi, se non per anni» (E. Rex, 26). In ogni caso, si deve fare di tutto per moltiplicare gli strumenti capaci di curare non soltanto la depressione ma in generale le malattie psichiatriche, la cui natura è insieme ambientale/esperienziale e genetica/innata.
La complessità del cervellocorpo è talmente grande da rendere velleitario l’ennesimo tentativo di imitarne struttura e funzione: l’Human Brain Project ideato da Henry Makram «ambisce a simulare in un supercomputer il cervello umano, integrando sistematicamente tutte le conoscenze prodotte per chiarire la catena di eventi che porta dalle molecole alla cognizione, comprendere le malattie neurologiche e mentali, progettare neurorobot capaci di comportamenti autonomi» (G. Sabato, 75). Ambizione che si scontra con una miriade di ostacoli, di strutture, di eventi, tra cui -per ricordarne tre dei quali si parla in questo numero di Mente & cervello«l’influenza del Sole sull’umore», che sembra essere ancora più pervasiva e fondamentale di quanto si pensi (N. Gueguen, 85); il legame totale di ogni corpomente umano con la madre che l’ha generato, come conferma la teoria dell’attaccamento elaborata da John Bowlby; la consapevolezza -che sin dall’inizio ci accompagna- della nostra mortalità.
«Il terrore esistenziale dei morenti è un argomento tabù in medicina» (A. Bossis, 27), anche perché nessuna scienza empirica può spiegare la verità di cui sono intrisi i versi dell’Alcesti di Euripide, ricordati da Vittorino Andreoli: «I mortali hanno un debito / ed è questo, che devono morire / tutti quanti» (17). È a tale debito che fa riferimento il primo testo della filosofia europea: «Principio degli esseri è l’apeiron, la polvere della terra e del tempo, il suo flusso infinito…Da dove gli enti hanno origine, là hanno anche la distruzione in modo necessario: le cose che sono tutte transeunti, infatti, subiscono l’una dall’altra punizione e vendetta per la loro ingiustizia secondo il decreto del Tempo» (Anassimandro, DK, B 1). Soltanto la filosofia può tentare una comprensione radicale dello stare umano al mondo e del mondo stesso.

 

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