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San Vito Rap

Pizzica di San Vito
Ensemble L’Arpeggiata diretto da Christina Pluhar
N. Rial / V. Capezzuto / G. Bridelli / J.J. Orliński
Festival Oude Muziek, Utrecht 2016

Una versione dell’antico canto colma di divertimento, ritmo, contaminazione, come la musica è sempre. La musica, questo linguaggio universale della pienezza, della gioia.

«La taranta è ancora viva» canta Eugenio Bennato anche perché il tarantismo è stato ed è un fenomeno multiforme, dai tratti profondamente simbolici e pervasivi delle culture mediterranee.
Danzare con il ragno, diventare il ragno che danza sino a sfiancarlo, identificarsi con la sua potenza e nello stesso tempo superarla e sconfiggerla attraverso l’aiuto di un santo ancora più potente significava immergersi in un ethos collettivo e simbolico.
Il nume cattolico del tarantismo è ‘Santo Paulo’ ma non è l’unico. La pizzica dedicata a San Vito conferma il politeismo del culto dei santi, la sua vicinanza alle radici pagane.

«E sì chiù bella tu, e sì chiù bella,
E sì chiù bella tu ti na cirasa,
Iata all’amori tua, iata all’amori tua,
Iata all’amori tua quannu ti vasa»

 

«Movimento, ritmo, spazio»

Inge Morath
La vita. La fotografia

A cura di Brigitte Blüml-Kaindl, Kurt Kaindl, Marco Minuz
Museo Diocesano – Milano
Sino al 1 novembre 2020

Un lungo video, un vero e proprio film di Sabine Eckard, racconta Inge Morath (1923-2002) tornata a New York nel 1991 insieme al marito Arthur Miller. Dalle parole, dai gesti, dalla narrazione emerge la personalità vivace di questa artista, per la quale la fotografia è veicolo di comprensione antropologica ed etnologica. Segnale evidente è il suo voler apprendere e parlare le lingue dei popoli e dei luoghi che fotografa, compreso il russo e il mandarino.
Dalla Venezia quotidiana e povera del 1955 al lama che si sporge in un taxi a New York, dalla stanza da letto che fu di Tolstoj ai beduini che danzano, gli spazi disegnano sempre un equilibrio che trasmette fiducia nelle società umane, nonostante tutto. I ritratti di Malraux, Giacometti, Monroe, Steinberg, Calder, Neruda, Stravinsky, Roth, Pinter e tanti altri, sono sempre intrisi di gioco oltre che di psiche e di mondo. Il bianco e nero dell’Agenzia Magnum, con la quale Morath collaborò a lungo, è parte della storia della fotografia come lavoro da artigiani a caccia dell’istante. Ma non è soltanto storia, società, persone. È anche e sempre forma. Morath consigliava infatti di capovolgere l’inquadratura dei negativi come modo per verificare l’equilibrio e la forza dell’immagine, che diventa così del tutto astratta, pura forma appunto.
Perché la fotografia, dice in un’intervista, è «una combinazione di movimento, ritmo e spazio». Il movimento senza fine degli eventi, il ritmo irreversibile del tempo, lo spazio come puro istante, ancora tempo

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