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La pace femminile

E ora dove andiamo?
di Nadine Labaki
(Et maintenant on va où?)
Francia, Libano, Egitto, Italia, 2011
Con: Nadine Labaki (Amale), Claude Msawbaa (Takla), Layla Hakim (Afaf), Antoinette El-Noufaily (Saydeh), Yvonne Maalouf (Yvonne)
Trailer del film

Un gruppo di donne vestite di nero avanza danzando e battendosi il petto con le fotografie dei propri morti. Vanno al cimitero, dove si divideranno tra le tombe cristiane e quelle musulmane. In un villaggio senza nome di un indeterminato Vicino Oriente l’imam e il prete cattolico tentano di mantenere un clima di pace tra le due comunità. Le tensioni però sono sempre pronte a emergere, sino a un evento che sembra spalancare le porte al reciproco massacro. Ma le donne -tutte, islamiche e cristiane- ricorrono a ogni stratagemma pur di evitare il conflitto: dalle presunte visioni della madonna all’ingaggio di alcune danzatrici ucraine per distrarre i maschi, dal seppellimento delle armi alla preparazione di dolci corretti all’hashish.

Divertimento e dramma si mescolano in questa parabola che va oltre il particolare contesto libanese e mostra con intelligenza e lievità la natura irrazionale di ogni conflitto, di ogni cedimento alle pulsioni che comportano anche la fine del pur di raggiungere la distruzione dell’altro. La guerra è un enigma evoluzionistico, politico, metafisico che millenni di riflessione hanno illustrato in tutti i modi, non riuscendo in alcun modo a debellarne la furia. Lo sguardo e il tocco femminili di questo film si pongono totalmente dalla parte della donna, vista come madre e amante pronta a tutto pur di proteggere i propri nati e i propri uomini dalla loro stessa furia, in una costruzione corale che è l’elemento più riuscito dell’opera. Il significato del titolo viene svelato nella scena finale e nella battuta conclusiva, ancora una volta capaci di mescolare le differenze e farne una ragione di ricchezza invece che di odio.

Identità e differenza

Ora che con estrema lentezza ma anche con inevitabile parabola il più volgare politico italiano dell’età moderna va dissolvendosi, non bisogna dimenticare che parte dei suoi crimini sono stati e continuano a essere le guerre coloniali in Afghanistan, in Iraq e in Libia. La tragedia dentro la tragedia è che tali crimini sono stati e continuano a essere perpetrati con la complicità convinta del Partito Democratico e del centrosinistra in genere. E  persino con il sostegno di settori della sinistra radicale, come quella che parla in Micromega e nel Manifesto.

Il fardello dell’uomo bianco si espresse una volta sotto il sole trascendente del cristianesimo, poi nella freddezza dello scientismo positivista (del quale l’imperialismo sovietico è stato una potente variante), ora trionfa tramite la menzognera formula della “democrazia” e dei “diritti umani”. Ma si tratta sempre della stessa ossessiva volontà di uniformare il molteplice all’uno, si tratta della stessa mortale presunzione di rappresentare il valore e la verità unica del mondo. Io sono orgoglioso di essere europeo ma lo sono perché l’Europa è stata ed è la terra del tramonto della verità e non il luogo di un’identità dogmatica, che essa sia religiosa, scientifica o politica. Perché la pace sta nelle differenze.

 

Guerra civile

Piccolo Teatro Studio – Milano
Prospettive sulla guerra civile
Liberamente ispirato a Prospettive sulla guerra civile e Il perdente radicale di Hans Magnus Enzensberger
Con Massimo De Francovich
Produzione: A.T.I.R e Thesis – Dedica Festival
Drammaturgia e regia di Serena Sinigaglia
Sino al 20 febbraio 2011

Tutto va compreso. Almeno dobbiamo fare questo tentativo, andando al di là della morale, al di là della consolazione religiosa, al di là della menzogna politica, al di là della rappresentazione televisiva, la più falsa in assoluto tra le forme ingannevoli.
Dalla fine del mondo bipolare le guerre civili si sono moltiplicate in tutto il globo. E non si limitano agli eserciti che per ragioni etniche, razziali, religiose, economiche, fanno strage di città, campagne, donne, bambini. La guerra civile è ovunque. Nelle scuole in cui gli studenti sparano ad altri studenti. Nella repressione delle polizie contro cittadini inermi, come al G8 di Genova del 2001. Nel suicidio dei kamikaze islamisti dentro le loro stesse città musulmane. Negli scontri razziali delle metropoli statunitensi. Che si generi dalle più flebili occasioni o nasca da fredde decisioni dei governi, la guerra civile è pervasiva anche perché ovunque va moltiplicandosi il perdente radicale, colui che imputa sempre ad altri, a lui più o meno vicini, i propri fallimenti. E ad essi non si rassegna.
La guerra civile è l’essenza del conflitto poiché è la guerra di tutti contro tutti.

Serena Sinigaglia e Massimo de Francovich mettono in scena due testi di Hans Magnus Enzensberger e lo fanno con passione e con misura. In un paesaggio di rovine urbane, scorrono su uno schermo le più efferate ma vere notizie su quanto accade nelle nostre città, su come si uccida per nulla, per divertimento, per noia. Poi entra un professore di filosofia e storia che inizia a raccontare la violenza, a spiegarla, a decostruirla. Lo aiutano tre giovani assistenti con le loro musiche, con le proprie testimonianze, con le immagini tratte da alcuni film, tra i quali 2001. Odissea nello spazio, Il Dottor Stranamore, Arancia meccanica. Emerge lentamente una non gradita verità, quella secondo cui «i civili innocenti non sono poi così innocenti» se tanti sono pronti a diventar carnefici dei loro vicini o a osannare i capi che procedono allo sterminio. Lo spettacolo si chiude con il racconto di Sisifo che riuscì per due volte a incatenare la morte. Dopo che Ares le restituì libertà e dominio sugli umani, Sisifo venne costretto dagli dèi a spingere verso la cima un masso che poi rotola ogni volta a valle. E ogni volta Sisifo deve ricominciare. «Il masso degli uomini è la pace».

[Una recensione più ampia si può leggere su Vita pensata, n.9 Marzo 2011, alle pagine 46-47]

Guerra e pace

La pace è un istante, la guerra è sempre. L’illusione della pace è il cadavere del pensiero. Il parmenidismo applicato ai rapporti umani -individuali e collettivi- è in realtà una necrofilosofia. La stasi è una consolazione per i deboli di cuore, per coloro che hanno timore della vita e del suo pulsare. Il tempo -il pólemos che scorre sempre e non si ferma mai- è per quanti accolgono la grandezza e il dolore del divenire. Certo, oltre il tempo si dà ancora essere. Ma è l’Indicibile.

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