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Asce

Johann Sebastian Bach – Víkingur Ólafsson – Ryūichi Sakamoto
Concerto n° 3 in re minore BWV 974 II Adagio
Da Bach Reworks / Part 2 (2019)

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BWV 974 – Adagio (mp3)

Link al brano su Spotify

Víkingur Ólafsson è assai più che un eccellente pianista. È un musicista che perviene al fondamento della musica barocca, al suo sostrato oscuro e potente. Come in questa reinvenzione elettronica dell’Adagio del concerto 974 di Bach, composta insieme a Ryūichi Sakamoto. Il brano di Bach è a sua volta una trascrizione da un concerto per oboe, archi e basso continuo di Alessandro Marcello.
La musica di Bach, Ólafsson e Sakamoto diventa il gorgogliare dell’inquietudine. Basti confrontare questa versione con il concerto “normale” eseguito dallo stesso Ólafsson.
A queste note ho pensato di poter affiancare i versi di Asce, tratti da Un barlume di fasto (Scrittura Immagine Edizioni, 2013, p. 51).

[L’immagine di apertura è di Stefano Piazzese e rappresenta la scogliera di zona Tonnara di Santa Panagia, a Siracusa]

«A shard of Time»

Document
Assemblage 23
(2002)

Ballare questa musica, danzarla nell’estate e nella notte.
Documento e prova del Dasein, document to prove I was at all, che sono un frammento di tempo.

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In stillness
A silent weight
Pausing as the minutes each evaporate
A desire
To leave a scar
To raise a voice from within the dark
Decaying
Cascading
Existence falls apart
Around me
Within me
So I must leave my mark

This is a document
To prove that I was here
This is a document
To prove I was at all
And when my voice ceases to be
Will the echo still ring loudly?
And when there’s nothing left of me
Will my memory still go on?

A flicker
Transitory state
An echo of an instance that burns away
A moment
A shard of time
A solitary thread that threatens to unwind

Decaying
Cascading
Existence falls apart
Around me
Within me
So I must leave my mark

This is a document
To prove that I was here
This is a document
To prove I was at all
And when my voice ceases to be
Will the echo still ring loudly?
And when there’s nothing left of me
Will my memory still go on?

Distant
An approaching age
When this document falls beneath another’s gaze
Too late
We have lost the dawn
The signal’s loud and clear, but the transmitter’s gone

Decaying
Cascading
Existence falls apart
Around me
Within me
So I must leave my mark

This is a document
To prove that I was here
This is a document
To prove I was at all
And when my voice ceases to be
Will the echo still ring loudly?
And when there’s nothing left of me
Will my memory still go on?

[La versione di Document che presento è la Ultimate-Gloom-Mix B
Consiglio l’ascolto in cuffia (se non si può farlo in discoteca) per gustarne la potenza.
Di Assemblage 23 avevo proposto qualche anno fa l’ascolto di The drowning Season
Photo by Yvette de Wit on Unsplash]

Silentium

Centro Culturale San Fedele- Milano
Inner_Spaces#1
Christian Fennesz, concerto inaugurale
26 settembre 2016

In questo primo concerto della stagione 2016-2017 di Inner_Spaces, la lunga performance di Christian Fennesz ha mescolato suoni computazionali con la chitarra, trattata sempre elettronicamente. Il risultato mi è parso piuttosto banale e francamente noioso.
Molto più coinvolgenti sono stati i due brani iniziali del gruppo milanese T.E.S.O, ispirati a Gustav Mahler e Arvo Pärt, e quello dell’e-cor ensemble che ha ripreso anch’esso le musiche del compositore estone. La rielaborazione di Silentium ha confermato la grandezza tecnica e il genio creativo di Pärt, le cui opere sembrano dialogare con quanto c’è di più antico e di più sacro nella struttura sonora del mondo.
Propongo l’ascolto di Silentium nell’esecuzione della Tapiola Sinfonietta & Jean-Jacques Kantorow. Il brano fa parte dell’opera Tabula rasa for Two Violins, Strings and Prepared Piano (1977).

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Corpo sonoro

25 gennaio 2016 –  Auditorium San Fedele – Milano
De Natura Sonorum
(Inner_Spaces 2016 #1)
Musiche di Barry Truax e Bernard Parmégiani
Videomapping Andrew Quinn
Regia acusmatica di Giovanni Cospito e Dante Tanzi

RiverrunDell’Acusmonium Sator ho parlato qui già più volte: Acusmatici, elettronici, concreti; 2001. Sinfonia nello spazioMusica / Numeri. La nuova occasione è il primo concerto dell’edizione 2016 di Inner_Spaces. Concerto che ha visto il tutto esaurito con un pubblico molto giovane. Questo è confortante anche perché si è trattato di composizioni per nulla facili.
Barry Truax –Riverrun, 1986- fa quasi toccare la musica attraverso una scrittura granulare, quantistica e insieme fluviale. Bernard Parmégiani –De Natura Sonorum, 1975- cerca di restituire la potenza dei suoni che avvengono in natura e la loro essenza. Questo secondo brano è stato accompagnato dalle immagini di Andrew Quinn, suggestive -certo- ma che rischiano di distrarre dal cuore sonoro della composizione.
Immersi in suoni che giungono da tutte le parti e che penetrano nel corpo di chi ascolta, chi si applaude alla fine di un concerto dove gli unici umani a eseguire qualcosa sono coloro che guidano i computer? Si applaudono le macchine? No. Si applaudono le 50 casse -molte delle quali non visibili- dell’Acusmonium Sator? No. Si applaude la musica, quell’intervallo matematico nello spaziotempo verso il quale gli umani si sentono attratti dalla nascita.
Propongo l’ascolto di un estratto da Riverrun.

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Mantra

Mantra
Work No. 32: bar 687-854
(1970)
di Karlheinz Stockhausen
(1928-2007)
Xenia Pestova, Pascal Meyer – pianoforte
Jan Panis – elettronica

Stockhausen è uno dei più importanti e fecondi compositori del Novecento e del nostro secolo. Negli anni Ottanta assistetti alla messa in scena di una parte della sua vastissima opera Licht -esattamente Samstag aus Licht- e vidi come la musica possa scaturire dagli strumenti tradizionali (il figlio di Stockhausen Markus suonava splendidamente la tromba), dagli apparati elettronici, dallo spazio e dal silenzio.

Propongo l’ascolto di un brano da Mantra, una composizione per due pianoforti e modulatore ad anello che coniuga una rigorosa struttura aritmetica con lo scarto ogni volta ripetuto dell’invenzione. L’opera viene così descritta dal suo suo autore: «The work arises in its entirety from a 13-note sound-formula, the “Mantra”.  […] The 1st pianist presents the “upper” 13 notes of the “Mantra” in succession, and the 2nd pianist the “lower” 13 notes, that is, the “Mantra”-mirror. […]. Naturally, the unified construction of MANTRA is a musical miniature of the unified macro-structure of the cosmos, just as it is a magnification into the acoustic time-field of the unified micro-structure of the harmonic vibrations in notes themselves» (in R. Ciaccio, Inter /Vallum, Skira 2011, p. 95).

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Acusmatici, elettronici, concreti

14 aprile 2012 –  Auditorium San Fedele – Milano
Acusmonium Sator
Affreschi elettronici  I

Musiche di: Radiohead, György Ligeti, Aphex Twin, John Cage, Pierre Henry, Amon Tobin, Frederic Kahn, Philippe Leguerinel, Pink Floyd, Brian Eno, DJ Spooky, Ryoji Ikeda.
Proiezione e spazializzazione acusmatica a cura di Giovanni Cospito
Mixing a cura di Antonio Pileggi

Acusmatici si dice fossero i discepoli di Pitagora, i quali ascoltavano il maestro che parlava nascosto dietro a un velo. Pierre Schaeffer riprese negli anni Quaranta del Novecento questo termine per applicarlo a un tipo di musica della quale non si riconosce la fonte sonora. Niente strumenti dunque e nessun esecutore ma diffusori, casse, altoparlanti e poi mezzi elettronici con i quali circondare l’ascoltatore di suoni anche concreti, l’immenso e continuo paesaggio sonoro che ci circonda. Abolita dunque la differenza fondamentale tra musica e rumore? No, naturalmente. Perché i suoni della musica concreta vengono in ogni caso scelti, selezionati, trasformati, ordinati, creati. Ora che possiamo portare con noi la musica ovunque lo desideriamo e trasformarla in un flusso continuo, la musica concreta sembra non soltanto rinascere ma di fatto vincere.
Ed è un’esperienza intensissima partecipare a un concerto dove l’Acusmoniumun’orchestra di altoparlanti sul palco, guidata da un musicista alla consolle elettronica- fa vibrare l’aria accanto, davanti, dietro di te. E nella musica ti immerge. Nel caso di questo concerto l’immersione parte dai Radiohead di Kid A -il loro album più innovativo ed elettronico-; transita per le sonorità totali delle Atmosphères di Ligeti; percorre le sonate per pianoforte preparato di Cage e le percussioni di Aphex Twin; torna alla concretezza classica di Henry; si immerge nella musica liquida di Kahn, Leguerinel, Pink Floyd, Eno; gioca con la varietà creativa di Tobin; trova sintesi in un lungo brano di DJ Spooky e si placa infine nel One Minute (alla lettera) di Ikeda.
Da questo potente affresco elettronico propongo l’ascolto di un brano di Amon Tobin –Switch, da Permutation (1998)-, un piacevolissimo omaggio al jazz di Duke Ellington, al quale questo artista brasiliano restituisce vita, novità, suono.

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Killing Fields

dei Funker Vogt

da We Came To Kill (1997)



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