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Il settimo sigillo

Il settimo sigillo
(Det sjunde inseglet)
di Ingmar Bergman
Svezia, 1957
Con Max von Sydow (Antonius Block, il cavaliere), Gunnar Björnstrand (Jöns, lo scudiero), Bengt Ekerot (la Morte), Bibi Andersson (Mia), Nils Poppe (Jof), Maud Hansson (la strega)
Trailer del film

Il cavaliere Antonius di ritorno dalle crociate incontra la morte, le chiede ancora un po’ di tempo, la sfida a scacchi, perde la partita ma nel frattempo ha salvato una famiglia di attori. Sullo sfondo la peste, la superstizione, i roghi di ragazze torturate e chiamate streghe, la violenza dei flagellanti, la rassegnata allegria dei saltimbanchi, l’attrazione e insieme il terrore che i cristiani nutrono verso la morte, la violenza dei predicatori, la danza macabra, la ferocia collettiva, la tensione della mente verso una spiegazione definitiva ma che proprio per questo non potrà giungere. Perché siamo entità asintotiche, spinte sempre sui confini del tutto e sull’orlo del nulla.
Magnifica incarnazione del simbolismo medioevale, Il settimo sigillo è pervaso da una grande e sobria sapienza figurativa, in un bianco e nero risplendente. Il motivo che tutto lo pervade è la ricerca del senso di fronte al niente che incombe, di fronte all’inevitabile silenzio della figura monocratica e assoluta che alcune religioni si sono inventate per sopportare la vita. «Il cavaliere: Io voglio sapere. Non credere. Non supporre. Voglio sapere. Voglio che Dio mi tenda la mano, mi sveli il suo volto, mi parli. La morte: Il suo silenzio non ti parla?». È infatti lo stesso silenzio «assai eloquente» della persona alla quale lo scudiero Jöns chiede inavvertitamente la strada verso Helsingør, prima di accorgersi che sta parlando a un cadavere
L’edizione restaurata e in lingua originale di questo capolavoro si può ammirare al cinema Palestrina di Milano.

Nebbia

Una questione privata
di Paolo e Vittorio Taviani
Italia – Francia, 2017
Con: Luca Marinelli (Milton), Valentina Bellè (Fulvia), Lorenzo Richelmy (Giorgio), Andrea Di Maria (prigioniero fascista)
Trailer del film

Il romanzo di Beppe Fenoglio diventa una serie di frammenti sulla guerra partigiana, sull’odio, sulla gelosia, sul rincorrersi vano e feroce degli umani alla ricerca dell’amore perduto. L’amore di una donna, certo. Ma soprattutto l’amore dei propri simili, anche quando la guerra devasta e il conflitto mostra il suo ruggito di niente.
Tutto accade attraverso gli occhi di Milton, il partigiano innamorato della scostante (è un eufemismo) Fulvia, una sirena pronta a illuderlo e altrettanto pronta ad abbracciare anche Giorgio, il migliore amico di Milton. Quando Giorgio è catturato dai fascisti, i tentativi di Milton di liberarlo somigliano più ad atti di suicidio che a gesti di fratellanza.
Come sempre, Amore e Morte vivono insieme e compongono la nebbia che in Omero avvolge i guerrieri quando un dio li vuole fermare, la stessa nebbia che sin dall’inizio scandisce i movimenti dei giovani idealisti e feroci che si massacrarono per il Duce o per gli angloamericani, i cui aerei vengono addirittura ‘benedetti’ in una delle scene meno sensate di un film privo del tocco epico e poetico di altre opere dei Taviani.
Due momenti lo segnano, belli, struggenti e crudeli. La bambina che si alza, va a bere e poi torna a stendersi abbracciata al cadavere della madre uccisa. Il fascista prigioniero che imita un’intera orchestra di percussioni jazz prima che il suono di un altro strumento faccia silenzio in lui e dentro il mondo.

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