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Samarcanda

11 minuti
(11 minut)
di Jerzy Skolimowski
Polonia – Irlanda, 2015
Con: Paulina Chapko (Anna Hellman), Richard Dormer (Richard Martin), Wojciech Mecwaldowski (Il marito di Anna)
Trailer del film

Alcuni personaggi e le loro vite dalle ore 17.00 alle 17.11 di un giorno qualsiasi, in una grande città. Esistenze, caratteri, professioni, obiettivi molto diversi tra di loro. Persone tutte con le loro passioni, timori, rassegnazioni, incertezze e fermezze. Persone che si sfiorano, alcune delle quali si conoscono, altre ancora non si incontreranno mai se non alle 17.11 nei pressi di un albergo. In questi pochi minuti sul cielo della città compare un aereo a bassa quota e un qualcosa che i personaggi indicano ma che non si vede se non, forse, come una piccola macchia su un monitor di sorveglianza. Macchia che però può anche essere, come dice un vigilante «la cacca di una mosca». Oppure è un simbolo del caso e della necessità intrecciate? Come si vede, il film è molto ambizioso ma rischia di risultare anche pretenzioso. Suo merito è la cura di ogni particolare, in modo da giustificare la dilatazione del tempo vissuto -11 minuti, appunto- nel tempo della narrazione e degli incroci casuali e necessari dei quali il racconto è costituito. Un esercizio di stile che vorrebbe diventare anche una meditazione filosofica, senza però la chiarezza e la forza che ogni teoresi deve possedere.
11 minuti mi ha in ogni caso ricordato la leggenda di Samarcanda: un uomo di Isfahan che non voleva morire vide una sera la morte che lo aspettava sulla soglia di casa. L’uomo non la lasciò parlare e, terrorizzato, cavalcò due giorni e tre notti in direzione di Samarcanda. Qui, sicuro di aver allontanato ancora per molto la morte, entrò in una camera d’albergo dove tuttavia la trovò tranquillamente seduta ad aspettarlo. Ed essa gli rivolse queste parole: “Sono felice che tu sia arrivato e in tempo, temevo che ci perdessimo, che tu andassi da un’altra parte o che tu arrivassi in ritardo. A Isfahan non mi lasciasti parlare. Ero venuta per avvisarti che ti davo appuntamento all’alba del terzo giorno nella camera di quest’albergo, qui a Samarcanda”.

[Photo by DAVIDCOHEN on Unsplash]

Storia / Natura

Essential Killing
di Jerzy Skolimowski
Con: Vincent Gallo (Mohammed), Emmanuelle Seigner (Margaret)
Polonia, Norvegia, Irlanda, Ungheria, 2010
Trailer del film

Tre colori. Il giallo dei deserti afghani, dove Mohammed uccide alcuni soldati statunitensi prima di essere catturato. Il nero della prigione in cui viene torturato. Il bianco delle foreste e delle sconfinate pianure innevate della Polonia, nelle quali riesce a fuggire durante un trasferimento.
Ovunque braccato, ovunque assassino. Nel silenzio, nella solitudine, nell’interiorità assoluta prodotta dalla sua sordità, si struttura il piano inclinato che conduce quest’uomo a una condizione ferina, nella quale la fame, il freddo, la paura, la totale volontà di vivere non sono temperati da nulla. Soltanto i frammenti di ricordi lontani -una scuola coranica, la moschea, la moglie, il figlio- testimoniano che Mohammed è ancora un umano. Un umano che si nutre di cortecce, di insetti, di pesci vivi. Che si lancia sul seno di una madre per suggere da lei il latte. Sul bianco di un cavallo che lo porta verso l’altrove si staglia alla fine il sangue della sua umana animalità.
Un film nel quale il protagonista non pronuncia una sola parola restituisce al cinema la sua specificità di pura immagine e metafora del mondo. Metafora costruita sulla continuità tra la natura e la storia, tra la durezza implacabile degli elementi e la ferocia altrettanto implacabile delle relazioni umane, individuali e collettive. Assai prima della «pietra e della fionda» (Quasimodo) e di ogni altro dispositivo di sopravvivenza e di morte, è il corpo animale che siamo a reclamare per sé vita, anche quando la vita è ricondotta allo sgorgare irriflesso dei bisogni. È in questa natura che affonda la storia umana.

 

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