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Educante?

Educante?
Aldous, 18 settembre 2022

L’espressione «Comunità educante», diffusa e ripetuta in vari documenti del Ministero italiano dell’Istruzione e nella elaborazione dei suoi pedagogisti, è una delle più significative, in parte criptiche ma sostanzialmente chiare, espressioni della potenza che il linguaggio possiede nel nascondere la realtà mentre la designa. In altri termini, si tratta di una formula fortemente ideologica, volta a nascondere  – con il suono mellifluo dell’inclusione e della condivisione – la trasformazione ormai quasi compiuta delle scuole in luoghi di indottrinamento radicale, la cui radicalità consiste in una serie di «comportamenti attesi», nell’introiettare regole morali inflessibili, valori fuori dai quali non si viene riconosciuti non soltanto come studenti o docenti ma anche come cittadini e persino come umani. L’articolo analizza questa tendenza dispotica di alcune pratiche didattiche contemporanee.

Riproduzione

Neïl Beloufa
Digital Mourning
Hangar Bicocca – Milano
A cura di Roberta Tenconi
Sino al 9 gennaio 2022

«Lutto digitale» è una denominazione corretta per questo insieme di installazioni dell’artista francese Neïl Beloufa. Da intendere «il digitale come lutto». Quale funerale si celebra? Quello del significato, la morte della comprensione e quindi, di fatto, del pensare. Digital Mourning costituisce un paradigma di molta e scadente arte contemporanea. Si fonda infatti su alcuni fraintendimenti: Beloufa confonde la tracotanza con la ricchezza, la confusione con lo stimolo, il frastornante con l’ironico.
L’autore colleziona video, sculture, poster, manoscritti, monitor, impianti, set cinematografici e altro dentro un ambiente che accende e spegne l’una o l’altra delle numerose installazioni, creando un vortice visivo e digitale che dalle dichiarazioni esplicite di Beloufa dovrebbe suonare critico nei confronti della società contemporanea ma che di fatto e nelle cose risulta una convinta e profonda giustificazione del presente, della sua manipolabilità, della sua inconsistenza, della superficie. Il pensare è infatti costituito dalla coniugazione del dato e del significato. Il dato da solo è puro empirismo, presa d’atto di qualcosa che c’è. Il significato da solo è l’arbitrio della mente che ritiene di produrre la realtà invece che comprenderla.
È questa una dinamica quotidiana e complessa che nell’attività artistica, scientifica, narrativa, filosofica diventa la necessaria distanza di ciò che viene creato rispetto a ciò che si dà negli enti e negli eventi. E invece l’opera di Beloufa è una riproduzione degli enti e degli eventi, una riproduzione ossessiva e concentrata di ciò che si vive prima e dopo aver visitato la mostra o meglio prima e dopo essersi immersi nei suoi contenuti multimediali. Ma ogni semplice riproduzione di ciò che accade è anche una giustificazione di ciò che accade. Dove non esiste distanza non è neppure possibile la critica.
Tanto è vero, ed è una prova patetica ed emblematica, che l’artista si affanna a descrivere le sue invenzioni, a suggerire significati, a chiedere una partecipazione attiva e critica che evidentemente le sue opere non sono in grado di suggerire e offrire da sole. Si susseguono quindi inviti sonori e ironici come  «per ragioni di sicurezza, si chiede di non pensare» ma sono affermazioni che hanno lo stesso valore di tutto il resto, si inscrivono nella piattezza e nell’obbedienza che il digitale porta sempre con sé e che soltanto uno sforzo di distanziamento può porre su piani diversi rispetto a quelli della riproduzione seriale del dato.
Come se dal puro accrescimento empirico degli oggetti, dei monitor, dei cavi, delle immagini, delle voci potesse generarsi un’intelligenza non passiva del mondo. E invece Digital Mourning è un esempio di opera ideologica, se per ideologia si intende la giustificazione/riproduzione di ciò che esiste, il banale.

L’idiota a distanza

Dire umanità, fratellanza, solidarietà come se l’umano non avesse elementi biologici, come se non fosse un corpo, come se non condividesse con gli altri mammiferi anche l’aggressività, il territorio, l’identità di gruppo; usare così le parole e i valori, significa fare ciò che con lucidità il marxismo definisce ideologia, vale a dire utilizzare il linguaggio come maschera della realtà, come nascondimento di ciò che accade.
Risulta ad esempio ideologico l’utilizzo politico -e non semplicemente morale- che l’attuale Pontefice Romano fa di tali e altre parole. Proclamando infatti che siamo tutti fratelli, «Francesco aderisce a una concezione completamente irrealistica dei rapporti sociali. […] Crede che la politica si riduca alla morale, che a sua volta si riduce all’ ‘amore’» (Alain de Benoist, Diorama Letterario, n. 359, gennaio-febbraio 2021,  p. 4). Il risultato di questi atteggiamenti è sempre contraddittorio: non si può infatti reclamare un mondo totalmente aperto e poi criticare, come pure giustamente Bergoglio fa, la logica del capitalismo, la quale costituisce la massima apertura possibile poiché, sin dal fisiocratico  «laisser faire, laisser passer», niente è più aperto dei mercati, che non hanno mai avuto ‘patria’ e oggi davvero non conoscono confini, vista la loro metamorfosi digitale. In tali contraddizioni opera ancora una volta la logica monoteistica della reductio ad unum: «La sua ‘fraternità universale’ non è altro, di fatto, che un pio desiderio privo di senso, sotteso dall’ossessione dell’unico, della fusione, della scomparsa di tutto ciò che separa e dunque distingue» (Id., p. 5).
In realtà posizioni come queste -che siano espresse o meno in buona fede non conta- manifestano una delle caratteristiche più evidenti ma meno notate della società contemporanea: la proporzionalità tra il moltiplicarsi di un linguaggio compassionevole e il crescere della ferocia collettiva. Il veicolo principale e assai efficiente di questo duplice incedere è l’informazione, sia quella nuova dei Social Network sia quella tradizionale della stampa e della televisione, sempre più al traino della prima. Infatti «non soltanto i media hanno quasi abbandonato qualunque velleità di resistenza all’ideologia dominante, ma ne sono diventati i principali vettori» (Id., p. 7).
L’operare dell’informazione al completo servizio delle autorità è mostrata in questi anni in modo clamoroso dalla vicenda dell’epidemia. Se infatti è evidente che un virus esiste e colpisce -come è accaduto da sempre e sempre accadrà- è altrettanto chiaro come sia stato «facile, per le élites al potere, strumentalizzare queste circostanze a proprio profitto per colpire le libertà. Negli Stati Uniti, il Patriot Act è stato adottato per contrastare il terrorismo, dopo di che è servito a tenere al guinzaglio l’intera popolazione. Le leggi eccezionali finiscono per entrare nel diritto comune, cosicché l’eccezione diventa la regola» (Id., p. 10). Davvero

mai censura è stata più perfetta. Mai l’opinione di quelli cui si fa ancora credere, in certi paesi, che sono rimasti cittadini liberi, è stata meno autorizzata a manifestarsi, ogni volta che si tratta di una scelta che coinvolgerà la loro vita reale. Mai è stato permesso di mentire loro con una così perfetta assenza di conseguenze. Si presume semplicemente che lo spettatore ignori tutto e non meriti nulla

(Guy Debord, Commentari alla Società dello Spettacolo, § VIII; Baldini & Castoldi 2008, p. 203, con delle modifiche nella traduzione).
Il risultato è anche ciò che Michel Desmurget ha definito con il titolo Il cretino digitale (Rizzoli, 2020) e che prima ancora aveva descritto come TV Lobotomie. La vérité scientifique sur les effets de la télévision (J’ai Lu, 2013). Desmurget è infatti un neuroscienziato (direttore di ricerca del Cnrs francese), il quale «vede in opera meglio di chiunque altro la decerebrazione di massa operata sui giovani cervelli in fase di sviluppo e, disgustato, scortica metodicamente questo infanticidio planetario che non osa dichiararsi tale» (Jean-Henri d’Avirac, p. 39).
D’Avirac continua la sua presentazione del libro affermando che «ridurre un giovane cittadino allo stato di semplice consumatore sommerso da segni e immagini, il cervello impantanato nella dopamina, ridotto fin dalla più giovane età alla dipendenza dallo schermo, dal porno, dalla moda, è una pacchia per il sistema, la cui ossessione è togliere i freni al consumo, sospendere il senso critico e la nostra capacità di stabilire delle gerarchie. […] La lobotomia è molto più efficace della repressione» (Id. p. 40).
Rivolgendosi ai genitori, Desmurget scrive: «I vostri figli vi ringrazieranno per aver offerto alla loro esistenza la fertilità liberatrice dello sport, del pensiero e della cultura, invece della perniciosa sterilità degli schermi» (cit. a p. 40).
E invece le istituzioni educative -comprese quelle italiane- sono state pronte a gettare in braccio agli schermi gli studenti di ogni ordine e grado. Non si è trattato di una soluzione ma dell’aggravarsi di un problema, il problema -appunto- della idiozia digitale. Se scuole e università hanno potuto chiudere con tanta immediatezza e facilità le loro porte agli studenti -studenti senza i quali scuole e università non hanno ragione di esistere- è perché strumenti e apparati erano già pronti a sostituire la relazione educativa con degli ologrammi disincarnati. Senza questi software sarebbe stato inconcepibile chiudere per mesi o per anni le scuole e le università. Sono dunque le piattaforme MSTeams, Zoom e altre analoghe ad aver causato un processo di impoverimento didattico e culturale che probabilmente è solo agli inizi. La cosiddetta DAD, che meglio si dovrebbe definire didattica d’emergenza, è -in questa prospettiva- l’incipit della barbarie pedagogica. E questo perché ‘insegnare a distanzaè una contraddizione in termini, perché ‘apprendere a distanza’ è una delle caratteristiche dell’idiota digitale che si vorrebbe tutti noi diventassimo: «La DAD diventa, così, un mirabile esempio di neolingua chiamata a sovvertire la realtà e ad ipotecare pesantemente il futuro dell’istituzione» (Fernanda Mazzoli, La scuola ai tempi del Covid: prove generali di colonizzazione digitale, in «Koinè», anno XXVII, 2020, p. 16).
La didattica del vuoto ha come orizzonte fondativo e come prospettiva futura ciò che Renato Curcio chiama il maestro vuoto, la cui

video-lezione, come lezione spettrale, appiattisce quest’ultima sulla mera trasmissione di nozioni, avvicinandola così a quel sapere procedurale messo in campo dalle nuove tecnologie assai più di quanto non possa farlo la lezione in presenza, la tanto attaccata lezione frontale che permette la lenta e dialogata costruzione delle conoscenze (e dei significati) a partire dalla sollecitazione ineludibile posta dal volto dell’altro e dall’instancabile attesa -carica di tutte le sfumature di un volto umano- che ne promana (Id., p. 40).

Un maestro vuoto atto a sostituire la persona viva e socratica di colui che alla relazione pedagogica -e di conseguenza al fatto educativo- dà voce, volto, pienezza. Il maestro vuoto è il coach della palestra dell’ignoranza e della conseguente obbedienza collettiva.

[Una versione ridotta di questo articolo è stata pubblicata su corpi e politica e girodivite.it]

Sirio

Sullo statuto del presente: ontologia e storia
in Vita pensata, n. 23 – Novembre 2020
pagine 24-30

La sezione monografica del numero 23 di Vita pensata è dedicata al tema del presente.
Nel mio contributo ho cercato di mostrare quale possa essere il suo statuto sia in ambito ontologico-metafisico sia in quello storico.
Il testo si può leggere:
sul sito della rivista
in pdf.

Nel breve paragrafo conclusivo ho sintetizzato quanto credo di avere appreso negli ultimi anni. Ne riporto qui un brano:
«La filosofia si radica in ogni possibile presente in almeno tre modi: consapevolezza dei limiti umani, della nostra infima misura dentro lo splendore e l’immensità dell’intero; disincanto nei confronti della condizione di dolore e di morte non soltanto dell’umano ma di tutto ciò che è vivo; metamorfosi di questo consapevole disincanto in azione, in opera, in trasformazione della vita propria e delle relazioni, dei legami, della politica.
Esistere nel presente significa esserci non nel semplice presente fisico e matematico, infinitamente divisibile e anche per questo di fatto insussistente, ma nel presente come percezione della durata e suo significato. Un presente semantico prima di tutto. L’esistere ha una struttura asintotica, sempre aperta e mai definitiva. Vivere significa precisamente questo incompiuto che in ogni suo momento è sempre realizzato».

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