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Linguaggio, potere, epidemia

Zona rossa, lockdown, distanziamento, responsabilità, assembramenti…sono ormai i mantra patetici, dannosi e grotteschi di un’autorità smarrita, ripetitiva, retorica, riduzionistica, interessata soprattutto a perpetuare se stessa, disinteressata alla reale salute psicosomatica e sociale del corpo collettivo, come si può evincere anche da una testimonianza sulle modalità con le quali in un paese della Sicilia (o più di uno?) vengono ‘ottenuti’ i dati relativi ai positivi alla Sars2, modalità che oltre a essere del tutto arbitrarie (e quindi non scientifiche) mi sembra che possano configurare anche dei reati.
È stata costruita una orwelliana neolingua che è anche un coacervo di luoghi comuni ripetuti con la passività di ogni conformismo, con l’illusione di utilizzare la lingua del bene, con il cinismo della menzogna etica.
Su corpi e politica Peppe Nanni ha elaborato un efficace Dizionario della lingua tetroterapeutica.

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Vedo troppa gente in giro
I camion di Bergamo
Lo faccio per gli altri
Distanti ma uniti
Pensate alle cene mentre ci sono i morti
Una dieta appropriata al loccdaun
C’è meno smog
Spero bene da te
Non uscivo neanche prima
Meno male che c’è Netflix
Faccio ginnastica in bagno
Ora legale per la Nascita di Natale
Non è il momento di fare polemiche
E allora tu cosa proponi?
Hai ragione, ci devono dare ordini più chiari
La Scienza non è un’opinione
Troppi scienziati fanno confusione
Io non ho le competenze, mi affido alla Merkel
La prozia è una congiunta?
Non hai visto la Svezia?
Allora sei un trumpista!
Uccidi la nonna per un aperitivo
È un problema di scarsa educazione. Chiudiamo le scuole
Non solo i vecchi, ho letto che in Kazakistan ha la febbre anche un bambino
Tante lagne per qualche sacrificio, pensa se ci fosse la guerra
Siamo in guerra
Dovete lavarvi le mani
Cerchiamo di fare la nostra parte. Non dovete lavarvene le mani
Appena vi abbiamo detto di comprare  col cash back nei negozi e non on line, ci avete preso sul serio
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Mentre i barbari che non sanno governare la storia e le sue epidemie sembrano costringerci a ripetere ossessivamente questi belati d’ignoranza, alcuni di noi trovano i linguaggi che ci fanno comprendere come la malattia all’umano non venga da fuori ma sia ben infitta nella sua natura.
Giorgio Agamben, ad esempio, qualche giorno fa ha scritto che «quello che abbiamo oggi sotto gli occhi è l’estrema deriva di questa rimozione della morte: per salvare la loro vita da una supposta, confusa minaccia, gli uomini rinunciano a tutto ciò che la rende degna di essere vissuta. E alla fine Gaia, la terra senza più profondità, che ha perso ogni memoria della dimora sotterranea dei morti, è ora integralmente in balia della paura e della morte. Da questa paura potranno guarire solo coloro che ritroveranno la memoria della loro duplice dimora, che ricorderanno che umana è solo quella vita in cui Gaia e Ctonia restano inseparabili e unite» (Gaia e Ctonia, 28.12.2020).

Significativo anche l’intervento di Davide Miccione a proposito di Negazionismi, con la mia risposta alla quale si sono aggiunte altre riflessioni, come quella di Marta Mancini:
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[Miccione]
Sono d’accordo riga per riga, parola per parola con quello che scrivi nell’articolo sul covid. Te lo scrivo, nonostante di solito sia molto restio a postare e commentare sul web, perché ho l’impressione che la pandemia stia da un lato aumentando le distanze tra le varie posizioni sul mondo (invertendo il processo “mediocratico” di cui parla Deneault) e dall’altro stia riconfigurando nuove lontananze e vicinanze, e temo anche nuove solitudini, un po’ come il fascismo del ventidue-venticinque. Questioni come il valore della corporeità nell’esistenza umana, la stima nei confronti dell’impresa scientifica che non può essere “fede” nella scienza, una lettura del potere meno infantile di quella che vedo in giro, non possono più essere solo letture teoriche buone per un seminario ma si stanno facendo carne e sangue e diversa appartenenza alla polis sotto i nostri occhi. Non vorrei che dopo il realismo capitalista di Mark Fisher, per cui ormai si è fatto impensabile ciò che non è capitalismo, dovessimo obtorto collo cadere anche in un “realismo sanitario”.

[agb]
Ti sono davvero grato di questo intervento, anche perché so quanto tu sia restio a commentare sul web.
In un contesto di irrazionalità e di terrore come quello nel quale ci troviamo, la tua condivisione mi è di particolare soddisfazione.
È del tutto vero ciò che designi con la consueta tua esattezza: il fatto che la Sars2 «stia riconfigurando nuove lontananze e vicinanze, un po’ come il fascismo del ventidue-venticinque».
Infatti ciò che per delle persone con un bagaglio culturale anche modesto dovrebbe essere evidente:
-la funzione politica che il virus sta svolgendo
-l’accelerazione imposta ai processi di dematerializzazione
-gli enormi interessi economici in gioco da parte delle piattaforme
-il ritorno a un ‘positivismo’ così rozzo da non meritare neppure la denominazione comtiana
-l’infantilizzazione del corpo sociale
-il dilagare dell’ignoranza come frutto della chiusura delle aule scolastiche e universitarie;
questo (e altro) che per degli intellettuali dovrebbe essere oggetto di discussione su come resistere a un simile epocale regresso, diventa invece ragione di aggressione verso quei pochi (un solo esempio: Agamben) che formulano analisi non conformiste, tanto da incrinare o, come tu dici, «riconfigurare» antiche relazioni intellettuali e amicali, così come avvenne agli inizi del fascismo e del giudizio che se ne diede. Perché di fascismo sanitario si tratta, come aveva già intuito e previsto Ivan Illich.
Ma l’elemento più impressionante -ed è per questo che ho citato il ‘tradimento degli intellettuali’ di Benda- è il comportamento della più parte di coloro che dovrebbero sempre pensare in modo critico e che invece stanno convergendo con le banalità, gli insulti, le aggressioni, i luoghi comuni, i terrori, il primitivismo concettuale della bestia immonda che è la massa Social.
Qualunque cosa accada, questo precipitare compiaciuto nel conformismo della massa non è perdonabile.

[Mancini]
Il tuo articolo, con il quale mi trovo in piena sintonia, conferma ciò che osservo accadere nella vita di tutti i giorni, non senza preoccupazione: la progressiva erosione della capacità critica anche in coloro che, per cultura, storia personale, frequentazioni, ecc., normalmente ne sono dotati. Di fronte al Covid si assiste ad una sorta di azzeramento del pensiero dei “possibili” a vantaggio di presunte certezze scientifiche che gli scienziati più seri non si sognerebbero di spacciare per tali. Non penso si tratti di cedimenti emotivi, piuttosto che il fenomeno sia molto grave e che rappresenti uno spartiacque tra un prima e un dopo Covid che dobbiamo ancora comprendere a pieno in tutte le sue implicazioni e conseguenze. Un primo effetto che si rileva, riflettendo sulle tue considerazioni, consiste nella sostituzione delle finalità esistenziali e nei valori ad esse collegate: ad esempio, la sicurezza in luogo della felicità, oppure la sfiducia mascherata da rispetto per l’altrui salute che incrina silenziosamente le relazioni interpersonali e interrompe l’habitus umano della socialità, unico antidoto alla nostra strutturale insecuritas. Oggi ci stanno dicendo l’opposto, se vuoi sicurezza devi separarti dal tuo simile. E il modo in cui ti è concesso farlo è disturbato, frenato, mutilato dai mirabolanti strumenti tecnologici. La Thatcher affermava che non esiste la società, esistono solo gli individui. Non avrei immaginato che si potesse arrivare tanto rapidamente a superare perfino quelli ma, a pensarci bene, l’intelligenza artificiale non serve anche a questo? Mi consola poter condividere con te e con altri un pensiero fuori dal coro.
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Il lavoro filosofico che emerge da queste analisi ci aiuta a conservare e a comunicare la consapevolezza della duplice dimora in cui abitiamo, dell’inseparabilità del vivere e del morire. Non come decesso, quest’ultimo, ma come sostanza stessa del tempo che siamo. Una civiltà che nel morire vede soltanto un fallimento è una civiltà morta, è la civiltà barbarica della Sars2, del Covid19.
Ogni filosofia radicata nell’immanenza e nella finitudine – dai Greci a Nietzsche, da Spinoza a Heidegger – raffigura invece una civiltà della vita piena e completa, anche perché non teme Ἀνάγκη, l’inevitabile, il tempo, la fine.

[L’immagine, scattata a Siracusa, è di Stefano Piazzese. Il testo è stato pubblicato in parte anche su Corpi e politica e girodivite.it]

Sapienza hegeliana

Non è soltanto alla trascurabile componente biologica del mondo che è intrinseca la finitudine. Ciò che per il vivente – vegetale o animale che sia – si chiama morire, è in realtà l’esperienza universale del trapassare in altro, del metabolismo, dell’entropia, della metamorfosi, del divenire.
La struttura biologica aggiunge piuttosto all’universale potenza del dileguare la particolarità di farlo in quel tentativo, destinato sempre allo scacco, che è la riproduzione di una copia somigliante a sé, nella quale due entità entrambe finite presumono di differire il loro dileguarsi. Questo tentativo è una delle espressioni più chiare, drammatiche e banali della schlechte Unendlichkeit, della cattiva infinità che non smette mai di aggiungere vite a vite e dunque morte a morte: 

«Dieser Prozeß der Fortpflanzung geht hiermit in die schlechte Unendlichkeit des Progresses aus. Die Gattung erhält sich nur durch den Untergang der Individuen, die im Prozesse der Begattung ihre Bestimmung erfüllt [haben] und, insofern sie keine höhere haben, damit dem Tode zugehen»
«Questo processo della propagazione riesce alla mala infinità del progresso. Il genere si mantiene solo mediante la rovina degli individui; i quali nel processo dell’accoppiamento adempiono alla loro destinazione e, in quanto non ne hanno altra più elevata, vanno così incontro alla morte»
(Enzyklopädie der philosophischen Wissenschaften im Grundrisse, in «Gesammelte Werke», XIX, § 370; Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, trad. di B. Croce, Mondadori, Milano 2008, p. 363).

Il fondamento di questo tentativo, insieme biologico e metafisico, abita nella necessità del negativo.
Se omnis determinatio est negatio, è anche perché il presentarsi di un ente rende impossibile il presentarsi di ogni altro ente nello stesso luogotempo; perché l’evento che sta accadendo esclude una quantità innumerevole di altri eventi, perché ogni processo è sempre e solo l’attualizzazione di una determinata potenzialità a esclusione di molte altre che pure sarebbero state possibili. Il nulla intrinseco alle strutture dell’essere è la differenza, è «die Zauberkraft, die es in das Sein umkehrt», la magica forza che volge il negativo nell’essere, una forza posta a coerente conclusione di una delle più chiare affermazioni del negativo che siano state pensate:
«Aber nicht das Leben, das sich vor dem Tode scheut und von der Verwüstung rein bewahrt, sondern das ihn erträgt und in ihm sich erhält, ist das Leben des Geistes, Er gewinnt seine Wahrheit nur, indem er in der absoluten Zerrissenheit sich selbst findet. Diese Macht ist er nicht als das Positive, welches von dem Negativen wegsieht, wie wenn wir von etwas sagen, dies ist nichts oder falsch, und nun, damit fertig, davon weg zu irgend etwas anderem übergehen; sondern er ist diese Macht nur, indem er dem Negativen ins Angesicht schaut, bei ihm verweilt. Dieses Verweilen ist die Zauberkraft, die es in das Sein umkehrt»
«Ma non quella vita che inorridisce dinanzi alla morte, schiva della distruzione; anzi quella che sopporta la morte e in essa si mantiene, è la vita dello spirito. Esso guadagna la sua verità solo a patto di ritrovare sé nell’assoluta devastazione. Esso è questa potenza, ma non alla maniera stessa del positivo che non si dà cura del negativo: come quando di alcunché noi diciamo che non è niente o che è falso, per passare molto sbrigativamente a qualcos’altro; anzi lo spirito è questa forza sol perché sa guardare in faccia il negativo e soffermarsi presso di lui. Questo soffermarsi è la magica forza che volge il negativo nell’essere»
(Die Phänomenologie des Geistes, «Gesammelte Werke», IX, p. 27; trad. di E. De Negri, Fenomenologia dello spirito, La Nuova Italia 1985, vol. I, p. 26).
Questa è la struttura dell’essere, questa è la struttura del tempo.

Montaigne, Rousseau, Foucault

Il numero 356 (luglio/agosto 2020) della rivista Diorama Letterario ha pubblicato alcune riflessioni di Alain de Benoist dal titolo Note sull’inizio dell’era covidiana (pagine 9-12).
Questi i titoli dei brevi paragrafi nei quali il testo è suddiviso:
-Inedito
-Covid contro Golia
-Prevedere
-Globalizzazione
-L’Europa
-Antropologia
-La morte
-L’economia o la vita?
-La ‘guerra’
-Lo stato di eccezione
-Sorveglianza e biopotere
-Prima, dopo
-Rientro delle classi (sociali)
-Geopolitica dell’epidemia
-Decontaminazione

Invito a leggere il pdf completo del testo.
Intanto segnalo qui un brano dal paragrafo Sorveglianza e biopotere:
«Ogni pandemia è prima di tutto una epidemia della paura. La paura fa accettare le restrizioni più mostruose alle libertà individuali. È anche un meraviglioso pretesto per rafforzare la sorveglianza e il controllo. La classe dirigente non potrà resistere alla tentazione di manipolare la paura. È la strategia del caos: prima si crea il caos, poi si strumentalizza la paura del caos. La stessa cosa vale con il terrorismo, con la delinquenza, con la morte. Il confinamento ha costituito da questo punto di vista un formidabile test di docilità. Testare la docilità delle masse è un principio elementare dellʼingegneria sociale.
Evocando il ‘modello disciplinare della peste’ (per opposizione al modello della lebbra, fondato sul confinamento dei lebbrosi), Michel Foucault chiamava questo ‘biopotere’ – il vecchio sogno di trasformare i cittadini in pazienti permanenti (nei due sensi del termine). Il biopotere è un potere che mira allʼamministrazione e alla gestione dei corpi tramite procedimenti al contempo medici e burocratici: non si tratta più solo di governare gli individui, ma di controllare la collettività attraverso lʼigiene, lʼalimentazione, la sessualità. Al di là della salute propriamente detta, lo scopo è assoggettare tutti i rapporti sociali alle stesse regole di “trasparenza”.
Il cordone sanitario allora non è più solamente lʼarma utilizzata contro i malpensanti; diventa un principio sociale. Lo Stato materno e impartitore di sermoni sogna di seguire le tracce di tutti i cittadini, considerati alla stregua di bambini. Potere di Stato e razionalità medica convivono ottimamente nella sfera del soluzionismo tecnologico, il tutto su uno sfondo di dittatura sanitaria, di maternalismo profilattico e di liberalismo autoritario. Droni, tracciamento telematico, braccialetti elettronici, geolocalizzazione, riconoscimento facciale, analisi retinale, telecamere termiche, controlli biometrici, screening degli algoritmi, chip sottocutanei, spionaggio dei telefoni portatili: si accetterà tutto, dato che è per il nostro bene.
‘Il respiro dellʼuomo è mortale per i suoi simili’, diceva Jean-Jacques Rousseau. Lʼepidemia ha accelerato lʼinstaurazione del regime della libertà sorvegliata».

E questo è il testo del paragrafo dedicato al morire:
«‘Chi insegnasse agli uomini a morire insegnerebbe loro a vivere’, diceva Montaigne. Nellʼepoca del transumanismo, lʼepidemia ci richiama alla finitezza umana. La morte non è certamente mai stata una prospettiva gradevole, ma in passato la si sapeva indissociabile dalla vita. E soprattutto si riteneva che ci fossero cose peggiori della morte – che valevano, in certi casi, il sacrificio della propria vita per esse. La morte era familiare, adesso è diventata estranea. La si guarda come qualcosa di scandaloso, quasi come una violazione dei diritti dellʼuomo, tanto più che si reputa che non ci sia niente di peggio della morte (né niente dopo, ovviamente). Cʼè solo ormai una ‘fine vita’ nel ronzio delle macchine.
In questa società in via di trasformazione in una grande residenza sanitaria assistita, in cui lʼeconomia produttivista ha fatto dei vecchi degli ‘oggetti di scarto’ (Jacques Julliard), le persone non muoiono più: ‘partono’, ‘ci lasciano’. La negazione della finitezza degli esseri è una delle chiavi del pensiero progressista, che sogna una vita eterna e un futuro infinito. Il Covid-19 ha cambiato anche questo. Il lugubre becchino che ogni giorno contabilizza i decessi in televisione, le inchieste quotidiane sui mortori, ci richiamano alla nostra condizione. Ieri si nascondeva la morte, oggi se ne fa ogni sera il conteggio quotidiano. E il sogno di vincere la morte appare per quello che è: i non-morti sono degli zombi».
Come si vede, pagine da leggere. Per cercare di capire sine ira et studio quello che ci sta accadendo.

Nello stesso torno di tempo, la primavera scorsa, un sociologo italiano, Andrea Miconi, ha formulato delle tesi simili a quelle di De Benoist. Il suo libro –Epidemie e controllo sociale (Manifestolibri, 2020)– è stato segnalato qualche giorno fa dal collettivo Wu Ming con questo titolo:
Epidemie e controllo sociale di Andrea Miconi è un libro importante, togliamolo dal cono d’ombra e dall’oblio. Riporto qui alcune affermazioni tratte da questa lucida e breve recensione (che consiglio di leggere per intero):

«Abbiamo scoperto che è uscito a giugno, il che non toglie assolutamente nulla alla sua attualità, anzi: dimostra senza equivoco che i nodi di fondo sono rimasti gli stessi. Tutti.
Leggendo, abbiamo ritrovato in sequenza tutte le storture ideologiche e comunicative, le strategie di deresponsabilizzazione adottate dalla classe dirigente di fronte alla pandemia, le disastrose confusioni – un bell’esempio di Made in Italy, per fortuna imitato in pochi altri paesi – tra ‘lockdown’ e arresti domiciliari di massa, i capri espiatori, le sanzioni assurde, gli orrori giuridici, amministrativi e mediatici, le deprimenti capitolazioni della “sinistra”, e i meccanismi che hanno cooptato i virologi nella politica-spettacolo trasformandoli in guitti che litigano tra loro nei talk-show. […]
Sei giorni dopo la mancata chiusura in val Seriana il governo, in preda al panico, chiuse le nostre vite. I verbali desecretati dimostrano che la decisione non si basò su alcuna evidenza scientifica. Spallucce pure su questo. […]
In realtà non c’è alcuna prova scientifica che nella tarda primavera la curva dei contagi si sia abbassata grazie a questo fantomatico ‘modello’. Le curve dei paesi europei hanno andamenti molto simili, che si sia adottato un pacchetto di provvedimenti o un altro, che si sia fatto il ‘lockdown hard’ o ‘light’, che le persone siano state blindate in casa (sorvegliate da vicini, polizia e droni) o che abbiano potuto uscire (senza alcuna autocertificazione), che sulla lavagna si sia dalla parte dei ‘bravi’ (dove ci siamo autocollocati noi, a dispetto del record di morti in Europa) o degli ‘inetti’ (il Regno Unito di Boris Johnson). […]
E intanto, pur attendendo la nuova ondata, non si faceva nulla per potenziare davvero la sanità, per potenziare i trasporti ecc. No, si parlava della ‘movida’, a volte inventandola anche dove non c’era, per fare lo scoop. Era evidente che, in caso di guai, si sarebbe di nuovo data la colpa a cittadine e cittadini, sparando nel mucchio, per disperdere la responsabilità orizzontalmente. […]
Le pagine più dure sono quelle sull’orrore mediatico quotidiano, che però viene analizzato come elemento di una ‘tempesta perfetta’:
‘Dall’alto il desiderio delle istituzioni di nascondere le responsabilità per la gestione fallimentare dell’epidemia; dal basso, la deriva verso la delazione di una maggioranza di persone impaurite; nel mezzo, la passione dei giornalisti per lo stereotipo, e il loro compiacimento per gli indici di ascolto che salgono, di qua, e per le battute paternaliste dei potenti di turno, di là’».

La tragedia che stiamo vivendo è dunque una messa in opera radicale e pervasiva di quella biopolitica nella quale Michel Foucault ha visto la cifra e il senso del potere contemporaneo. Un potere che dice di parlare in nome della salute e che invece contribuisce in modo determinante agli effetti mortali di un virus.

 

Enrico Palma su Tempo e materia

Enrico Palma
Recensione a Tempo e materia. Una metafisica
in InCircolo. Rivista di filosofia e culture, n. 9/2020 Natura / Cultura
pagine 305-311

Una lettura profonda, che del libro analizza la struttura ermeneutica, il rapporto con la fisica, i legami con la concezione proustiana del tempo e del vivere, il dialogo con la Gnosi.
«Questo libro è come il suo argomento, i tanti argomenti. È uno ed è molteplice. Sebbene intriso di heideggerismo esso ne vuole essere al contempo continuazione e disobbedienza. […] Nel volume si avverte la continua presenza di Proust, che di tale scarto ha inteso la possibilità della letteratura come metafisica che unisca insieme arte e ontologia. […] Il tempo dunque come originario, come Heimat da cui l’umano proviene e di cui è una forma in atto emersa dal divenire, e che nella luce del tempo e della verità comprende se stesso e il mondo come un’unità inseparabile. […] È dunque in discussione il dolore che intride anche ogni pagina della Recherche, che il tempo e solo il tempo può lenire come consapevolezza della struttura della materia. Il dolore è ontologico poiché causato dall’essere stesso: esso è ciò che ogni esserci prova per l’attrito che il resto dell’ente esercita sulla sua finitudine».
Enrico Palma sintetizza il senso del libro con questa bella formula: una «metafisica teologica, materialistica e flussica».
Nello stesso numero della rivista Elvira Gravina, che è stata mia allieva a Catania prima di laurearsi alla magistrale a Milano, recensisce il libro di Alva Noë Strange Tools. Art and Human Nature (pp. 312-317).

Una festa, nonostante tutto

Poco si è salvato della lirica greca tra VIII e V secolo, inghiottita come tante altre testimonianze nei gorghi del tempo e soprattutto in quelli della distruzione cristiana. Molti poeti sono solo nomi. Di altri è rimasto qualche frammento musicale. Inseparabile dalla musica è infatti la poesia greca, come la tragedia. Questo non va dimenticato mai, anche quando dei lirici greci leggiamo soltanto il testo. Che però è sempre un canto, la cui eco è ben reale nelle traduzioni di Pontani [Lirici greci, a cura di Simone Beta, trad. di Filippo Maria Pontani, Einaudi, Torino 2018], che per quanto a volte apparentemente così lontane dalle lettera pure ne restituiscono sino in fondo la potenza.
Un canto che trasmette contenuti molteplici e tra di loro in contrapposizione, a conferma che la differenza è il tratto peculiare dell’Ellade. Se Solone elogiava la vecchiaia, Mimnermo la definisce «male inestinguibile che agghiaccia più di morte» (p. 61). Se l’epica omerica, se la storiografia, se anche molta poesia esaltano la guerra e l’eroismo, alcuni poeti si vantano di aver abbandonato la battaglia e – più in generale – Pindaro afferma che «dolce [è] la guerra / a chi non sa: chi sa, / come s’accosta, trema forte in cuore» (225). Se Pindaro esprime la passione dell’intera società greca verso gli eroi sportivi, premiati e trattati come dèi, Senofane manifesta con asprezza il suo dissenso: «Pure non vale quanto me: la nostra scienza / ha più vigore di cavalli e d’uomini. / Avventati criteri! Non è giusto preferire / alla filosofia la forza fisica» (81).
La poesia greca è insieme e sempre profondamente esistenziale e intensamente teoretica. Solone canta la giustizia: «Per sancire i diritti di ciascuno / scrissi norme per umili e potenti» (57). Saffo, Anacreonte, Alcmane cantano l’amore. Persino Teognide lo fa, riconoscendo che Zeus diede ad Afrodite «questo privilegio immenso: / prostri le menti solide degli uomini, e non c’è / uomo, gagliardo o saggio, che ti sfugga» (77). Saffo si sente vibrare, «sono ancora nel turbine: mi strema / Amore, / dolcezza amara, inesplorata fiera…» (109) e Anacreonte dice di Eros che «chi domina gli dèi / è lui, chi doma gli uomini / è lui» (137).

La saggezza e la sapienza antropologica dei Greci sono immense.
Essi sanno che la finitudine è la sostanza stessa dell’umano e di ogni altro ente nel tempo: «Non c’è un uomo felice, sono sciagurati / tutti i mortali che contempla il sole» (Solone, 51).
Sanno che «ἀπείρον γενέθλα, ‘fine non ha la razza degli stolti’» (Simonide, 170).
Sanno che la vendetta è spesso sinonimo di giustizia, e viceversa: «εἶναι δὲ γλυκὺν ὧδε φίλοις, ἐχθροῖσι δὲ πικρὸν, ‘ch’io sia dolce agli amici, ai miei nemici amaro’» (Solone, Alle Muse, v. 6, p. 44; anche Archiloco e Teognide, tra gli altri, ribadiscono e radicalizzano questo principio).
Sanno che l’educabilità umana ha dei limiti, che la natura e il carattere dominano le azioni che compiamo, come afferma Eraclito: «ἦθος ἀνθρώπῳ δαίμων» (119 DK; 63 Mouraviev) e che dunque «l’educazione / non farà mai l’uomo cattivo buono» (Teognide, 69).
Sanno che quando si trasforma in panico e terrore, la paura non svolge più la sua funzione di protezione ma diventa essa stessa un pericolo: «Quando si trema, ogni valore è spento» (Tirteo, 39).
Sanno che la parola, la poesia, il canto, costituiscono garanzie di durata degli umani e delle città nel tempo: «Canto sarai nei secoli, per chi del canto è vago, / finché la terra duri e duri il sole» (Teognide, 69), come mostra ad esempio la lode che Pindaro rivolse ad Ἀκράγας, ad Agrigento: «καλλίστα βροτεᾶν πολίων, ‘splendida fra le città degli uomini’» (Pitica 12, verso 1, p. 210).
Soprattutto, i Greci sanno che Ἀνάγκη è la vera signora del mondo e che i nomi degli dèi sono manifestazioni della Necessità: «Ai mortali la Parca reca beni e reca mali, / e ai doni degli dèi scampo non c’è» (Solone, 47), lo stesso principio viene ribadito da Archiloco, da Pindaro e da chiunque conosca il destino.
Sanno infine i Greci che la vita può essere nonostante tutto una festa: «Musa, lascia le guerre, e canta tu con me / le nozze degli dèi, canta i conviti / degli uomini, le feste dei beati» (Stesicoro, 159) «ché la cosa per l’uomo più preziosa / è una vita gioiosa»  (Pindaro, 229).
Perché, ed è questa la verità del mondo umano, «in favolosi mari d’opulenza tutti / nuotiamo / verso mendaci rive» (Pindaro, 227-229).

Distanziamento

Per una specie come la nostra le parole sono tutto, perché sono insieme pensiero in atto, pensiero pubblico, pensiero che comunica. Un’espressione come «distanziamento sociale» dice quindi molto, e drammaticamente, della visione che sta attualmente vincendo; ‘attualmente’ da alcuni decenni, da quelli che videro Thatcher e Reagan imporre l’ordine liberale e liberista al mondo. Un ordine del tutto ed esclusivamente individualista e quantitativo, si tratti di beni, risorse, denaro, velocità, vita. L’ordine che anche un fisico come Carlo Rovelli ha mostrato di condividere pienamente quando sul Corriere della sera del 2 aprile 2020 ha affermato che «il bene più prezioso» è «un po’ di vita in più». Che significa qualche anno, mese, giorno in più. ‘Tempo’ in più. Una contraddizione ironica e non piccola per chi afferma che il tempo esiste soltanto come struttura della mente (ho discusso le tesi di Rovelli in Tempo e materia. Una metafisica). Ma è sempre così: i negatori teorici del tempo diventano i suoi più fanatici sostenitori pratici quando si arriva al dunque della finitudine, vale a dire della condizione pervasivamente temporale dello stare al mondo.

Un po’ di vita in più è anche quella che i decisori politici si sono assunti come compito primario, a costo di rendere quel tempo ottenuto un periodo di miseria, angoscia, depressione. A questo conducono infatti superstizione e panico quando si impossessano non soltanto del corpo sociale ma anche di chi avrebbe il compito di guidarlo: «I terrori irragionevoli si allacciano alle folli speranze: quale laboratorio, per primo, fornirà il vaccino miracoloso? Si prendono misure di ‘distanziamento sociale’, a volte eccessive, a volte tardive, spesso inapplicabili. […] Nessuna autorità, pubblica o privata, vuole subire il rimprovero di ‘non aver fatto abbastanza’. Quindi spesso ne fanno troppo. L’economia e l’intera popolazione ne faranno le spese» (Slobodan Despot, in Diorama Letterario 353, p. 8).
La vicenda del coronavirus nell’anno 2020 è stata ed è anche la testimonianza di un complottismo al contrario, testimonianza dell’attribuzione di ogni responsabilità all’elemento biochimico, al virus – indubbiamente presente – e però del silenzio a proposito delle condizioni finanziarie; delle modalità alimentari e produttive (i macelli e i mercati della carne); delle politiche sanitarie (la diminuzione drastica e feroce dei finanziamenti alla sanità pubblica) che ne hanno favorito la comparsa, la virulenza, la diffusione. 

Il nascondimento della presenza umana e politica dentro questo virus impedisce la comprensione dei suoi effetti o la loro riduzione a polemiche tra i partiti, qualcosa non solo di patetico ma anche di criminale rispetto al pericolo che il Covid19 rappresenta. Il silenzio sulle ragioni strutturali del contagio conferma che per il complottista, anche per quello al contrario, «dietro c’è sempre qualcuno, mai qualcosa. Egli si focalizza sugli uomini ed ignora i processi privi di un attore e quelli senza un soggetto, per riprendere una griglia analitica cara agli strutturalisti, e più specificamente a Louis Althusser. […] Non capisce che le strutture sono più potenti degli attori» (François Bousquet, ivi, p. 21).
Gli attori sono in questo caso i Fontana, i Conte, gli Speranza et similia. Le strutture sono l’Unione Europea, i debiti degli stati, il nutrirsi di carne, l’ossessione liberista dell’‘austerità’ a danno delle vite umane, qualunque durata esse abbiano.

[Photo by Sasha Freemind on Unsplash ]

Finitudine / Pienezza

Il 10.12.2019 tenni una lezione alla Scuola Superiore di Catania su Natura Cultura Ibridazione.
Lezione che venne registrata e si può seguire sul canale YouTube della Scuola.
Il video dura poco più di 2 ore (!), che sono comunque riempite anche da immagini, dall’intervento della Dott.ssa Selenia Anastasi -la quale ha affrontato alcuni aspetti del Transumanesimo e della sua complessità-, dalle domande delle persone presenti. La registrazione è leggermente (proprio leggermente) asincrona, un po’ alla Enrico Ghezzi 🙂

Il nucleo teoretico della lezione è -insieme all’ibridazione- il concetto e la realtà della finitudine, come essa si esprime anche in una celebre scena di Blade Runner, così commentata da Eugenio Mazzarella:
«Alla fine, mentre si spengono i circuiti, sogna d’essere quella fragile cosa tra le sue mani che è un uomo, e una colomba –quella nuda mortale vita che era già stato il sogno di ogni burattino animato, di ogni bugia di legno della vita; è un cyber che sogna di tornare, dopo averlo avanzato in ogni cosa, all’uomo da cui veniva». Il sogno si realizza proprio nel momento in cui sembra svanire. Roy Batty diventa umano nell’istante in cui accetta di morire lasciando che la vita prosegua in altri, dimostrando in tal modo di aver appreso l’essenziale, poiché davvero «il corpo e la sua morte restano i più grandi pensatori» (Eugenio Mazzarella, Vie d’uscita. L’identità umana come programma stazionario metafisico, il melangolo  2004, pp. 8 e 11).
Molti secoli prima di Ridley Scott e di Eugenio Mazzarella, un poeta cantava un’altra struttura ibridativa:
«Ha appena finito questa preghiera, che un pesante torpore le pervade le membra, il tenero petto si fascia di una fibra sottile, i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami; il piede, poco prima così veloce, resta inchiodato da pigre radici, il volto svanisce in una cima. Conserva solo la lucentezza»
(Ovidio, Metamorfosi, I, vv. 548-552; trad. di Piero Bernardini Marzolla).
Mentre si trasforma in alloro, Dafne remanet nitor unus in illa, conserva solo la lucentezza. L’ibridazione è anche la luce della materia che diviene.
Il corpo ibridato con le macchine che da esso stesso sono scaturite costituisce pertanto la vera identità del corpomente umano. Un’identità sempre cangiante e costantemente molteplice come cangiante e molteplice è il corpo. Accettare e accogliere tale molteplicità vuol dire:
-comprendere e vivere la nostra differenza dentro l’essere, coniugata alla nostra identità con l’intero naturale e artificiale del quale siamo soltanto una parte;
-vuol dire trasformare il labirinto in cui ci muoviamo nella ragnatela dei significati che il nostro corpo intesse e con i quali cattura la pienezza d’esserci, la gioia.

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