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Monarchia

Monarchie
Una lettura antropologica

in Dialoghi Mediterranei
n. 63, settembre-ottobre 2023
pagine 20-26

Indice
-Una premessa cinematografico-imperiale 
-Una divagazione medioevale
-Re e Big Man
-Corpi simbolici e violenza
-Le forme del potere
-Monarchia e anarchia
-Un Impero marino, una corona usurata

In questo saggio ho tentato una lettura anarchica del principio monarchico. A questo scopo ho inserito l’incoronazione di Carlo III Windsor, avvenuta il 6 maggio 2023, all’interno della dialettica tra potentia e potestas. La tradizione dinastica è infatti espressione di tre degli elementi che innervano tale dialettica nel XXI secolo: la forza dei costumi; la natura gregaria delle società; il Nomos della Terra nato nel 1945 dalla vittoria anglosassone e che sta mostrando con sempre maggiore chiarezza la propria crisi.
Uno dei segnali dell’esaurirsi di questo Nomos è costituito dalla fastosa e tuttavia malinconica ritualità con la quale una dinastia tormentata da tradimenti, denunce di pedofilia, incidenti mortali di principesse di Galles, conflitti e ostracismi familiari, ha ripetuto la propria incoronazione senza mai un sorriso o un grido come quello di vera gloria dello Straniero di Camus.

Randazzo

Da ragazzo ho molto frequentato e vissuto questa città normanna e in essa torno sempre volentieri. Città fortezza fatta di pietra lavica (il cratere centrale del vulcano dista soltanto 15 chilometri), di chiese la cui materia è nera, la cui forma è gotico-rinascimentale, le cui pale, altari, affreschi, soffitti, le rendono musei per tutti.
A San Nicolò (a destra) si giunge attraversando Via degli Archi, un pezzo di Medioevo ancora intatto con i suoi archi a sesto acuto, le bifore, lo spazio ristretto tra le mura. In fondo alla Via si arriva a un lato della chiesa, girando intorno al quale si apre una facciata che sembra un funerale pronto per la festa.

San Martino (a sinistra) ha un magnifico campanile puntato verso la luna, i sogni, le nuvole. Vicino alla chiesa si trova l’unica torre della cinta muraria (voluta da Federico II Hohenstaufen) sopravvissuta alle vicende della storia, il «Castello svevo», che fu prima dimora di signori e poi carcere e adesso è sede di un Museo archeologico purtroppo aperto soltanto di mattina.

Tornando indietro verso il centro del borgo si trova il Municipio, un piccolo monastero con il suo bel chiostro, sempre tutto nero.
E poi si incontra il capolavoro della città, la Chiesa Basilica di Santa Maria, costruita nella prima metà del Duecento quasi a picco sulla valle dell’Alcantara, con un magnifico portale gotico, con imponenti strutture che sembrano pronte a sostenere l’invasione di mille diavoli, con un interno scandito da colonne tutte in pietra lavica (immagine di apertura).
Il nero su nero di Randazzo è circondato a sud dalle alture dell’Etna, a nord-ovest, oltre il fiume, dalle colline d’argilla dei Nebrodi, che si perdono e diramano a est verso Taormina. Lo spazio e il tempo diventano e sono qui davvero inseparabili. La forma urbis così regolare e così antica dà ragione a Giambattista Vico sulla possibilità che gli umani hanno di conoscere alla fine soltanto ciò che essi stessi fanno, costruiscono e immaginano: le case, le strade, la storia. «Questo mondo civile egli certamente è stato fatto dagli uomini, onde se ne possono, perché se ne debbono, ritruovare i principi dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana» (Scienza nuova, libro I, sezione 3).

Castiglione di Sicilia

Uno dei vantaggi più intimi e divertenti dell’essere siciliani consiste nel potersi trasformare in qualunque momento e di colpo da abitatori dell’Isola in turisti. Tanto grande è il numero dei luoghi naturali e storici che è possibile visitare e che non si finisce mai di scoprire, qualunque età si abbia e con qualsiasi intensità si sia viaggiato e si continui a viaggiare. L’Isola è una scoperta senza posa, uno scrigno.
A pochi chilometri (una trentina) dal luogo nel quale sono nato si trova un borgo medioevale tra i più ammalianti della Sicilia orientale. Arroccato su un’altura, si chiama Castiglione di Sicilia. Ha pochi abitanti ma è fatto di una antica e ricca storia, che parte dai Greci e trova il suo culmine nel periodo normanno e svevo. Lo testimonia anche il Castello di Ruggero di Lauria (a destra), un’imponente costruzione a dominio e salvaguardia di tutto il territorio, che da qualche anno è di nuovo visitabile in molte delle sue strutture. Una deliziosa ragazza infatti, Carmen, ci ha guidati lungo le sue stanze, i saloni, le cappelle, le carceri, le torri. Federico II di Svevia ebbe modo di abitare anche qui (!). Vicino al Castello, e sempre ben in alto, una Fortezza greca del 750 a.e.v., detta anche Castelluccio, è ciò che rimane di un fortilizio lungo le mura.

Pochi abitanti e moltissime chiese, alcune delle quali austere e monumentali, come la Chiesa Madre degli Apostoli Pietro e Paolo con la sua massiccia abside-torrione (a sinistra), dietro la quale sta la Chiesa di San Benedetto, annessa a un antico monastero trasformato in una Fondazione (Regina Margherita) e nei cui pressi si trova un centro espositivo d’arte contemporanea, che in questo periodo ospita le opere di Gianluigi Susinno, dai tratti figurativi dello stesso colore dell’argilla , dei campi, dell’inquietudine.
La posizione del borgo è tale che da molti di questi edifici – Chiese, Castelli, Monasteri – lo sguardo domina l’intero paese, si dirige a oriente verso il vulcano – incombente davvero sin nei vicoli più nascosti – e si apre poi a occidente verso la Valle dell’Alcantara, il gelido fiume che vi scorre, le montagne che si alzano al di là. La Valle è una pianura fecondissima, dalla quale d’improvviso emergono costoni di arenaria e antichi crateri.
Certo, molti bei palazzi appaiono anche qui abbandonati. Appena restaurato – e perfettamente ottocentesco – è invece il Municipio, non lontano dal quale la Biblioteca Villadicanense conserva anche incunaboli e cinquecentine.
Poco oltre il borgo si trova la Cuba, chiesa bizantina in mezzo alla campagna. E ovunque silenzio, vento, luce, solitudine, Sicilia.

Polizzi Generosa

Generosa davvero una città che accoglie dei visitatori dentro la sua chiesa principale per mano di una signora, conosciuta in quel frangente, che ci fa scoprire un magnifico trittico fiammingo, antiche statue, un piccolo e prezioso museo di argenti. Una città nella quale durante una pausa i camminanti chiedono un caffè e dei dolcini e il proprietario del bar fa pagare soltanto il caffè (e ha emesso anche lo scontrino). Una città che mostra nei suoi abitanti la distanza che sempre i siciliani sono e insieme la loro ospitalità senza condizioni. Fu Federico II – sempre lui appare nei luoghi più incantati di Sicilia – a definire nel 1234 Polizzi con quell’aggettivo che la qualifica.
Chiese numerose, come sempre nelle nostre città, e imponenti palazzi baronali. La cucina è strepitosa, genuina, saporita. Cortili vegetali e panorami dappertutto. Lo spazio più aperto è uno slargo –‘U chianu’– che lancia lo sguardo sulla potenza delle Madonie, così come dall’altra parte del paese l’alberata piazza del Carmine sta davanti al massiccio montuoso di fronte al quale ho avuto la fortuna di parlare dell’enigma del tempo agli amici che ascoltavano partecipi e attenti.
A Polizzi nacque Giuseppe Antonio Borgese, alla cui opera la Fondazione omonima dedica energie, libri, convegni che si tengono nello spazio dell’antica casa di uno scrittore che fu insieme visionario e pragmatico; una delle tante contraddizioni del labirinto antropologico siciliano. Borgese in Rubè così descrive il suo paese: «Ora la nebbia saliva, grave e pur trasparente, simile ad una bambagia che trapunta di stelle dovesse coprire il sonno della sua terra nativa. Lo spettacolo era pieno d’immobile eternità e di quella malinconia che grava sulle cose perfette».
Della Sicilia tutta intera Borgese scrisse anche nell’introduzione all’edizione del 1933 della Guida Touring. Introduzione che ora è un fascicolo che la Fondazione Borgese dona ai suoi visitatori. Vi si leggono parole come queste, che valgono per Polizzi, per i paesi etnei, per i luoghi del’Isola che guardano da lontano il mare:
«Nella parte interna, solitudini pastorali; città, borghi severi incastellati su picchi, su crinali di monti, anche a mille metri sul mare, anche più in alto. […] Le primavere esplodono con fioriture selvagge» (p. 10).
Il cielo e il sole sono una cosa sola come sempre nei luoghi più arcaici dell’Isola inventata, di questo spazio che splende dentro il Mediterraneo, di un sogno che gli altri umani stanno sognando. Noi siciliani non esistiamo, no. Esiste chi ci sogna. Noi diamo soltanto la generosità dell’illusione di bellezza, della nostalgia che ci attraversa.

[L’immagine di apertura è stata scattata da Marcosebastiano Patanè, quella di chiusura da Davide Amato, identiche e diverse. Ringrazio entrambi gli autori]

Federico II. Un imperatore medievale

di David Abulafia
(Frederick II. A medieval emperor, 1988)
Traduzione di G. Mainardi
Einaudi, 2006
Pagine XII-401

La lettura che David Abulafia traccia dell’Impero e del Regno svevo in Sicilia è controcorrente rispetto alla caratterizzazione più diffusa della figura di Federico II. In esplicita contrapposizione a Kantorowicz e a tutta la storiografia che ha accolto un’immagine dell’Imperatore quale despota illuminato e anticipatore dello Stato moderno, Abulafia descrive Federico come un «uomo del suo tempo» (pag. 364), molto meno spregiudicato dal punto di vista ideologico, meno tollerante con le fedi non cristiane, meno energico nella lotta contro i papi. I provvedimenti giuridici dell’Imperatore a partire dalle Costituzioni di Melfi (1231) sarebbero stati in linea con la tradizione normanna o puntarono a riconoscere dei diritti consuetudinari già acquisiti. Anche nel campo culturale e ideologico l’azione di Federico fu secondo Abulafia meno incisiva di quanto si ritenga, a causa delle forti spese di guerra, e poco innovatrice nella sostanza, a parte la passione ornitologica e naturalistica e il decisivo contributo alla creazione della lirica italiana.

Particolare attenzione viene posta alla distanza fra le ambizioni proclamate nelle dichiarazioni e nei testi della Cancelleria imperiale e le effettive realizzazioni, certo più modeste e inclini al compromesso. La burocrazia meridionale viveva di corruzione e privilegi, comuni a ogni ufficio medioevale (e non solo…); la coesistenza fra cristiani, musulmani ed ebrei fu più effettiva in Castiglia che nel Regnum Siciliae tanto che «il regno di Federico II segna la fine, non la rinascita, della convivencia» (367); la stessa rivendicazione dell’identità universale dell’Impero è il risultato della confluenza di tradizioni sveve e normanne. Ecco la parola chiave: tradizione. Abulafia identifica le cose migliori del governo di Federico in ciò che esso seppe assimilare dalla tradizione, in particolare normanna. Precisamente, furono eredità degli Altavilla «il fiscalismo e la concezione del re come erede del princeps romano» (34).

Abulafia sintetizza il senso della politica di Federico nell’aggettivo «dinastica» (365): l’orgoglio del potere pervenuto tramite i nonni Barbarossa e Ruggero II e la preoccupazione di trasmetterlo intatto e accresciuto agli eredi Hohenstaufen. Un’intenzione, come si vede, coerentemente medioevale.
Al centro del libro vi è, naturalmente, il rapporto di Federico con i papi. Moderazione, compromesso, collaborazione -per quanto guardinga e diffidente- caratterizzarono l’intesa fra l’Imperatore e Onorio III. L’obiettivo di entrambi, e quello di Federico in particolare finché non venne attaccato con grande violenza, fu «una concordia interdipendente tra le due massime autorità terrene: collaborazione nel nome della pace» (243). Dopo la morte di Onorio, i rapporti con Gregorio IX e Innocenzo IV furono sempre più conflittuali fino al clamore della deposizione di Federico da ogni titolo, carica e possesso, pronunciata a Lione nel 1245 da Innocenzo IV.

Se l’Autore ridimensiona la figura dell’Imperatore “moderno e libero pensatore”, l’immagine dei Papi ne esce in ogni caso molto male. Gli intenti teocratici e la violenza dei metodi sono descritti con efficacia. Innocenzo III «non aveva dubbi che la funzione “correttiva” del papato potesse estrinsecarsi attraverso atti autorizzati di violenza» (81); con l’ascesa al soglio di Gregorio IX «la cooperazione tra papa e imperatore cedette il passo all’idea della subordinazione dell’imperatore al papa» (137); i canonisti guelfi e curiali teorizzarono la necessità della violenza contro chiunque non accettasse l’autorità della Chiesa; «i pontefici del XIII secolo gratificarono gli Hohenstaufen di un linguaggio di violenza estrema» (264) e, in generale, nella guerra contro Federico «sovversione e menzogna furono i metodi adottati dal Vicario di Cristo» (164).

Notevole merito di questa ampia e appassionata disamina è il mostrare evidenti le differenze fra la concezione e la pratica del potere nel Medioevo e quella dei secoli successivi. Rispetto a qualunque sovrano nazionale e territoriale dell’Europa moderna e contemporanea, rispetto al potere di controllo degli esecutivi repubblicani e democratici, l’autorità di un Imperatore pur ricchissimo di carisma -quale Federico fu- si riduce a ben poca cosa. Essa è infatti formalmente vastissima, di fatto limitata, esautorata, annullata da una miriade di poteri locali a volte collaboranti in vista di esenzioni e privilegi, più spesso operanti al fine di ottenere la più ampia autonomia amministrativa e indipendenza politica. Dove il libro invece risulta più debole è nell’analisi economica, limitata perlopiù alla descrizione dei rapporti di Federico con i grandi finanziatori delle sue imprese e alla analisi delle conseguenze che un sistema fiscale esoso e oppressivo apportò nei suoi territori e in particolare nell’isola.

Certo, rimane difficile sottrarsi al fascino e all’ammirazione per una figura forse unica e per il confluire in essa di tante aspirazioni e tradizioni. Per i contemporanei Federico a volte costituì l’Anticristo, altre fu il «il flagello di un corpo ecclesiastico empio e peccaminoso» (359), per moltissimi rappresentò in ogni caso lo Stupor mundi. Non è facile sfuggire a tanta suggestione ma forse è doveroso e l’opera di Abulafia dà un importante contributo alla comprensione del mito di un Imperatore quale «non vi è stato né vi sarà» (361) per cogliere la realtà storica di un regno sottoposto a fortissime tensioni e condizionamenti -fino a soccomberne- e di un uomo che «non fu un siciliano, né un romano, né un tedesco, né un mélange di teutonico e latino, ancor meno un quasi-musulmano: fu un Hohenstaufen e un Altavilla» (367).

Castello Ursino – Federico II


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Le dodici sale visibili della sezione archeologica, il cortile interno, la struttura sobria e magnifica del Castello progettato da Riccardo da Lentini per Federico II costituiscono un emblema del pensiero pagano-esoterico di questo Imperatore. L’ottagono è la forma dominante, nel complesso e nelle singole parti, a scandire la perfezione del cosmo. Le raccolte vanno dall’età arcaica all’ellenismo e alla romanità. Tra gli oggetti esposti sono di particolare bellezza gli efebi, i bronzetti, le ceramiche attiche.
Ma visibile è solo una parte davvero troppo piccola delle opere di proprietà del Museo. La pinacoteca espone pochi quadri di soggetto cristiano -Niger e Ribera soprattutto- e due grandi dipinti del caravaggesco Matthias Stomer dedicati alla morte di Catone e a quella di Seneca.
Nonostante la trascurata gestione del luogo, il Castello di Federico rimane -insieme all’ex monastero dei Benedettini- l’edificio più prezioso di Catania.

Hilde Margani-Escher. Omaggio a Federico II

Catania – Castello Ursino
Sino al 14 marzo 2009

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Quattro sale del prezioso e trascurato Castello sono dedicate a una mostra-installazione davvero particolare. Hilde Margani-Escher, infatti, incontra Federico II nel suo tempo arcaico, lontano, e ne ricrea la figura con le forme del presente, rendendolo nostro contemporaneo. L’impressione è analoga alla lettura straniante e insieme d’avanguardia che Pasolini ha operato sui racconti dei Greci.

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