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La lotta, il desiderio

L’inganno
(The Beguiled)
di Sofia Coppola
USA, 2017
Con: Colin Farrell (Caporale McBurney), Nicole Kidman (Miss Martha), Kirsten Dunst (Edwina), Emma Howard (Emily), Elle Fanning (Alicia), Oona Laurence (Amy), Angourie Rice (Jane), Addison Riecke (Marie)
Fotografia di Philippe Le Sourd
Trailer del film

Sì, l’inganno. L’inganno con il quale cerchiamo di tenere a bada i nostri desideri. I nostri e non soltanto quelli delle sette donne di diversa età -dalla matura Martha alle ragazzine- che durante la Guerra di secessione  (1861-1865) trovano nel loro giardino un soldato nordista ma non lo consegnano ai militari del Sud. Curano la sua ferita, lo ospitano, lo coccolano, lo desiderano. Travolto da profumi, trecce, seni, crinoline, il caporale John si inebria, diventa anche lui desiderio indiscriminato, smarrisce la prudenza e si perde nello scontro. Poche cose infatti sono al mondo pericolose quanto una donna gelosa. Se poi si tratta di più di una, il destino è segnato.
Il corpo a corpo bellico ed erotico è costante. Il fruscio delle gonne si alterna al rumore delle armi, il silenzio dei complotti fa da sfondo a cene molto ambigue, le preghiere salgono al cielo a invocare pace e morte.
Il narrare di Sofia Coppola è ordinato sino a diventare didascalico, la fotografia di Philippe Le Sourd è parte dell’eros che intrama la pellicola sin dalla prima scena, nella quale la luce soffusa del meriggio si alterna all’oscurità del bosco sempre inquieto.
La pelle coincide con la ferita, il desiderio è una cosa sola con la lotta.
«Das vollkommne Weib zerreisst, wenn es liebt. … Ich kenne diese liebenswürdigen Mänaden … Ah, was für ein gefährliches, schleichendes, unterirdisches kleines Raubthier! Und so angenehm dabei! … Ein kleines Weib, das seiner Rache nachrennt, würde das Schicksal selbst über den Haufen rennen. – Das Weib ist unsäglich viel böser als der Mann, auch klüger; Güte am Weibe ist schon eine Form der Entartung … […] Liebe – in ihren Mitteln der Krieg, in ihrem Grunde der Todhass der Geschlechter»
[‘La donna perfetta sbrana, quando ama…Conosco queste Menadi così amabili…Ah, che piccolo predatore pericoloso, sotterraneo e strisciante! Ma anche così piacevole e divertente! Una piccola donna tesa alla sua vendetta, sarebbe capace di oltrepassare anche il destino. La donna è indicibilmente più cattiva dell’uomo, anche più attenta. Nella donna la bontà è già una forma di degenerazione…[…] Amore -nei suoi mezzi è la guerra, nel suo fondamento è l’odio mortale tra i sessi’].
(Nietzsche, Ecce homo, «Warum ich so gute Bücher schreib» [‘Perché scrivo libri così buoni’], § 5).

μυθος

Il mito è l’essenza stessa del linguaggio e della vita. Comunità, etnie, individui, popoli, in esso abitano e in esso si specchiano. Alla radice di tale potenza c’è secondo Robert Graves la donna. Un matriarcato ontologico fa sì che nel «complesso religioso arcaico non vi erano né dèi né sacerdoti, ma soltanto una dea universale e le sue sacerdotesse; la donna infatti dominava l’uomo, sua vittima sgomenta» (Robert Graves, I miti greci, trad. di Elisa Morpurgo, Longanesi 2011, § 1, p. 22)
La Terra è femmina; le Erinni -«Tisifone, Aletto e Megera» che «vivono nell’Erebo e sono più vecchie di Zeus e di tutti gli olimpi» (§ 31, p. 108) sono femmine; le Moire/Parche (Clòto, Làchesi e Àtropo) sono femmine; Afrodite (potenza del corpo) è femmina; Atena (la mente) è femmina; persino l’autrice dell’Odissea è probabilmente una femmina, e già Samuel Butler «vide in Nausicaa l’autoritratto dell’autrice, una giovane e geniale nobildonna siciliana del distretto di Erice» (§ 170, p. 678), la quale costruì sotto l’apparenza di un poema il primo romanzo greco, la cui geografia va dalla Sicilia alla Norvegia.
Dentro tutto questo e dietro ogni mito, Graves scorge la presenza della Dea Bianca -rappresentata dalla Luna e dalle sue fasi-, della sua potenza, della sua attrazione, del suo divenire. Nulla a che fare, quindi, con resoconti e letture soltanto filologiche -anche se l’erudizione di Graves è immensa- né con le banalità psicologiche di Freud e Jung, che riducono il Cosmo alla misera misura del cervello umano -«Secondo quell’antico culto il nuovo re, benché straniero, era considerato in teoria figlio del vecchio re che egli uccideva, sposandone poi la vedova: una consuetudine che gli invasori patriarcali interpretarono erroneamente come parricidio e incesto. La teoria freudiana che ‘il complesso di Edipo’ sia un istinto comune a tutti gli uomini, fu suggerita dal fraintendimento di questo aneddoto. Plutarco, pur narrando (Iside e Osiride, 32) che l’ippopotamo ‘uccise il genitore e violentò la genitrice’, non ne avrebbe mai dedotto che ogni uomo ha il complesso dell’ippopotamo» (§ 105, p. 342). Qui non ci sono neppure attualizzazioni o classicismi. L’autore semplicemente racconta i miti e in questo modo mostra tutta la loro potenza, oggi come ieri, come sempre.

Li racconta esponendo un numero assai grande di varianti quasi per ogni nome e per ogni circostanza. E questo conferma che anche il mito, come la filosofia,  è un gioco di Identità e Differenza nel quale si esprime la ricchezza senza fine del tempo.
Ci sono tutti i miti dei Greci, proprio tutti anche i più sconosciuti, ci sono tutti i personaggi, tra i quali emergono Eracle con la sua immensa forza; Odìsseo, il quale «è un personaggio chiave della mitologia greca» proprio perché «sebbene fosse nato da una figlia del corinzio dio del Sole e avesse conquistato Penelope all’uso antico, vincendo una corsa podistica, egli infrange la secolare legge matriarcale, insistendo perché Penelope venga a vivere nel suo regno anziché trasferirsi in quello di lei» (§ 160, p. 602); il titano Encèlado, contro il quale Atena scagliò il masso che uccidendolo lo trasformò nella Sicilia; Cecrope animalista, il quale «offriva agli dèi soltanto focacce d’orzo, astenendosi persino dal sacrificare animali» (§ 38, p. 125); Dedalo che visse a lungo «tra i Siciliani, costruendo molti splendidi edifici» (§ 92, p. 284); Medea, la maga più potente di tutte, che «non morì mai, ma divenne immortale e regnò nei Campi Elisi dove alcuni sostengono che fu lei, e non Elena, la sposa di Achille» (§ 157, p. 573); Penelope, che se per Omero/Nausicaa rimase fedele al suo sposo, secondo altre tradizioni fu in realtà la madre di Pan, da lei nato «dopo che essa si accoppiò promiscuamente con tutti i suoi pretendenti durante l’assenza di Odisseo», versione che «si ricollega alla tradizione delle orge sessuali pre-elleniche» (§ 160, p. 603).

E poi ancora: la guerra, come quella paradigmatica di Troia che aveva opposto l’Asia all’Europa, che Zeus e Temi fecero scoppiare forse per rendere famosa Elena oppure per esaltare e confermare la potenza dei semidei che la combatterono «e al tempo stesso decimare le tribù popolose che opprimevano la faccia della Madre Terra» (§ 159, p. 584); i costumi, come l’usanza di vestirsi di nero in occasione dei lutti, prodotta dal bisogno «di ingannare le ombre dei morti, alterando il proprio aspetto» (§ 114, p. 396); l’illusione, generata da Prometeo per evitare la distruzione totale, conseguenza di Pandora -la prima donna mortale, «che per volontà di Zeus era stupida, malvagia e pigra quanto bella: la prima di una lunga serie di donne come lei»-, la quale aprendo il vaso che conteneva ogni male portò agli umani «la Vecchiaia, la Fatica, la Malattia, la Pazzia, il Vizio e la Passione. […] Ma la fallace Speranza, che Prometeo aveva pure chiuso nel vaso, li ingannò con le sue bugie ed evitò così che tutti commettessero suicidio» (§ 39, p. 130); la vendetta, Nemesi figlia di Oceano, la cui «bellezza è paragonabile a quella di Afrodite» (§ 31, p. 111), il cui appellativo di Aδράστεια -l’ineluttabile- la rende ben più sovrana di Zeus, del quale fu nutrice.

Su questa Luce splende la potenza dei due ἀδελφοί, dei fratelli Apollo e Dioniso. Il primo «predicò la moderazione in ogni cosa» e tuttavia fu anche capace di furia tremenda (§ 21, pp. 69-71). Il secondo, molto vicino al mondo femminile tanto da essere «di solito rappresentato come un giovane effeminato dai capelli lunghi e la sua maschera poteva essere scambiata per quella di una donna» (§ 79, p. 237), inventò il vino e ogni forma di ebbrezza, «andò vagando per il mondo, accompagnato dal suo tutore Sileno e da un gruppo frenetico di Satiri e di Menadi», fu in grado di trasformarsi in serpente, «in leone, in toro, in pantera», e fare impazzire chiunque volesse, «spargendo gioia e terrore ovunque passava» (§ 27, pp. 92-93) e tuttavia fu anche capace di porre termine ai «riti più antichi e primitivi […], al cannibalismo e all’omicidio rituale» (§ 72, p. 213).
L’incrocio di identità e di destini tra Apollo e Dioniso è un chiasmo sacro, nel quale i miti dei Greci raggiungono pienezza, significato, luce e sostanza. La resurrezione annuale di Dioniso «continuò a essere celebrata a Delfi, dove i sacerdoti consideravano Apollo la parte immortale di Dioniso» (§ 27, p. 96).

Dal lutto e dalla gloria

Attilio Scimone / La memoria della terra
in
Gente di fotografia
Anno XXIII, n. 68, agosto 2017
Pagine 56-61

«Tra le erbe, i silenzi, i graffi e le onde si staglia finalmente la bellezza. La bellezza per antonomasia, la bellezza paradigma, la bellezza che ci turba, ci avvolge, ci vince e fa felici. La bellezza della donna. Multiverso le raccoglie, queste donne. Le raccoglie mentre sinuose avanzano coi tacchi dentro il grano o elegantissime sembrano supplicare la loro stessa pacata gloria. Le raccoglie mentre posano distanti dallo sguardo e dal desiderio del fotografo e mentre avvolte nel nero arcaico di Sicilia si accingono a riempire di sé i luoghi, la pellicola, le voglie, la memoria»

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Sperimentalismo tribale

La canzone della terra
(Mogol/Battisti – Il nostro caro angelo, 1973)

Molto al di là della ‘musica leggera’, al di là del ‘pop’, al di là dei cantautori. Uno sperimentalismo musicale che intride l’inno maschilista, tribale e ctonio; che si esprime in forme stupefacenti per l’epoca (1973), in percussioni essenziali e antiche. «E fra la seta della carne tua / mi voglio avvolgere / fino a mattino / mi voglio avvolgere / fino a mattino». La potenza contadina, il mito arcaico e indistruttibile della Terra madre, amica, amante, dea, si fa suono, canto, desiderio.

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Ferite

La potenza della terra generatrice di mali emerge e gorgoglia in queste due donne, in Fedra, in Medea. Non perché «dux malorum femina» (il primo dei mali è la donna, Phaedra1 v. 559) e nulla può opporsi alla volontà femminile che si scontra col limite, nulla resiste alla «feminae nequitia» (perfidia di una donna, Medea 267), ma perché nella loro persona, nell’individualità, nell’identità stessa che le costituisce, esse sono intrise di passione e di ira, di vendetta e di pianto, di impotenza -«sed mei non sum potens» (non so più dominarmi, Phaedra 699)- e di immenso furore. Di sé Medea dice infatti: «Medea superest, hic mare et terras vides / ferumque et ignes et deos et fulmina» (Resta Medea: in lei c’è mare e cielo, e ferro e fuoco, i fulmini e gli dei, 166-167).
Medea invoca «noctis aeterne chaos» (il caos della notte eterna, 9), chiama a raccolta le Erinni, l’oscuro, ogni cupezza ontologica, ogni aspetto tremendo del mondo, perché il limite dell’odio è lo stesso dell’amore: non c’è. E poiché «Amor timere neminem verus potest» (il vero amore non teme nessuno, Medea 416), Medea aggredisce gli dèi, fa crollare dentro sé e nel mondo ogni struttura morale, ogni legame, ogni pietà, ogni λόγος. In lei si inverte la passione di Giulietta -per la quale l’amore era nato dall’odio (Shakespeare, Romeo and Juliet, atto I, scena V)- e l’odio nasce dall’amore tradito. Può quindi alle fine dire a se stessa, trionfante, «Medea nunc sum; crevit ingenium malis» (Ora sono Medea, il mio io è maturato nel male, 910), lei, che il Coro aveva già definito «maiusque mari malum» (male peggiore del mare, 362).
Non a caso il mare. La fine di Giàsone, infatti, insieme a quella della nuova sposa, dei figli, dell’intera città, è il compimento della vendetta che Poseidone e gli altri dèi hanno stabilito nei confronti di chi aveva -con Argo, la prima nave- osato solcare il mare, violare la sacralità delle acque: «Iam satis, divi, mare vindicastis» (avete già abbastanza vendicato il mare, o dei, 668).
E che male, invece, aveva compiuto Fedra? Non lei lo aveva commesso ma Ippolito, sprezzante nei confronti delle donne che odia e soprattutto di Afrodite, dei suoi doni, della sua potenza. E la dea lo colpisce. Lo fa, spietata, attraverso l’amore di una donna che è la moglie di suo padre. «Quid ratio possit? Vicit ac regnat furor / potensque tota mente dominatur deus» (Che può la ragione? La passione ha vinto e mi domina, un dio possente è padrone di tutto il mio essere, 184-185), esclama Fedra, esposta come un fuscello alla più vorticosa delle tempeste. Vorrebbe, certo, resistere. È ben consapevole dell’enormità che la travolge, il desiderio verso un ragazzo generato dal proprio compagno, ma ammette l’inevitabile: «Hoc quod volo [me nolle]» (Io non voglio ciò che voglio, 604).
Incredulo, sconvolto, anch’egli furente, Ippolito grida a Fedra che è lei la peggiore delle donne mai nate, peggiore persino di Medea, la maga, la barbara. La colpa di Fedra è la stessa di ogni umano che ami: amare. «Quisquis in primo obsitit / pepulitque amorem, tutus ac victor fuit; / qui blandiendo dulce nutrivit malum, / sero recusat ferre quod subiit iugum» (Chi resiste in principio all’amore, ha salvezza e vittoria; chi alimenta e blandisce il dolce male, non fa più in tempo a liberarsi dal giogo, Phaedra 132-135).
Ma c’è una colpa ancora più profonda di tutte quelle che attraversano Medea, che schiantano Fedra. La colpa non morale né psichica ma ontologica di esserci, l’evento primordiale che per Anassimandro tutti scontiamo: l’essere nati. «Quod sit luendum morte delictum indica / Quod vivo» (Dì almeno che peccato devi espiare con la morte / L’essere viva, Phaedra 878-879).
Il disincanto totale di Seneca gli fa dire tramite il Coro che «Res humanas ordine nullo / Fortuna regit sparsitque manu / munera caeca, peiora fovens» (Le cose umane sono in balìa del Caso, che sparge i suoi doni con mano cieca, favorendo i peggiori, Phaedra 978-980). E così un’intera città, Corinto, va nelle fiamme per mano di Medea. Una donna semplicemente innamorata, Fedra, causa la morte dell’oggetto amoroso. Un uomo da poco scampato alle potenze di Ade e tornato ad Atene, Téseo, è costretto a elevare roghi funebri per il figlio squartato dalla sua stessa vendetta, frutto dell’inganno di lei. E questo figlio, Ippolito, muore in un modo davvero orribile.
«Peritque multo vulnere infelix decor» (Per tante piaghe se ne va la sua funesta bellezza, 1096). Per tante ferite se ne va il desiderio umano di essere amati.

1. Seneca, Medea – Fedra, introduzione e note di Giuseppe Gilberto Biondi, traduzione di Alfonso Traina, Rizzoli 2016.

Islam

Traduco quasi integralmente l’intelligente analisi critica che il filosofo marxista Denis Collin ha dedicato alle relazioni tra l’islam e la cultura libertaria del razionalismo europeo. È stata pubblicata ieri su La Social e la condivido per intero. Un filosofo è anche, come afferma Orwell, qualcuno che dice alle persone quello che altri tacciono o nascondono.
Questo il link al testo originale: Appeler les choses par leur nom

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Chiamare le cose con il loro nome

In tutta una una parte dei media, dei partiti politici e degli opinionisti di varie tendenze, ci si sforza di non chiamare le cose con il loro nome. A ogni nuovo attentato compiuto da uno o più militanti armati della causa islamista, si evita accuratamente di pronunciare la parola «islamista» poiché si teme l’equazione «islamismo=islam», paura che sembra ancor più forte del timore di attentati! Piuttosto che nominare [désigner] la causa che questi militanti islamisti intendono promuovere, si parla di «criminali», di «vigliacchi», qualifiche morali alle quali si fanno seguire caratterizzazioni psichiatriche (folli, psicopatici…). Si tenta di farci credere che non ci sia alcuna relazione tra questi folli che guidano auto impazzite e la causa politico-teologica che sostengono. «Nessuna equazione» e «tutto questo non ha niente a vedere con l’islam», ecco quanto bisogna dire all’esplodere di una bomba, all’apparire di coltelli, di fronte a camion che si schiantano su una folla. Tutt’al più si arriva a condannare questo «terrorismo vile».

La prima cosa da fare è dunque chiarire l’utilizzo delle parole. Anzitutto, le condanne morali sono perfettamente inutili e quasi un poco grottesche quando provengono da responsabili politici. Non c’è alcun dubbio che nessun esponente politico approvi l’utilizzo di kalashnikov in un teatro e che si tratti di una cosa orribile, ingiustificabile, ripugnante, ecc. Ma poi? Non sono stati dei pazzi isolati, degli psicopatici fuggiti da un manicomio ad aver massacrato centinaia di persone negli ultimi due anni. Sono soggetti che stanno conducendo una guerra, e che fanno quindi politica -dato che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Bisogna dunque rimanere sobri sull’utilizzo di un lessico morale e cogliere l’essenziale dimensione politica di ciò che accade [en venir à l’essentiel qui est la politique].
Il termine «terrorista» è molto vago. Se si cerca una definizione del terrorismo, se ne troveranno miriadi. In generale, ci si può accordare sull’idea che il terrorismo consista nell’uso della violenza contro le popolazioni civili per scopi politici e militari. Esiste dunque un terrorismo di Stato (i nazionalsocialisti e gli stalinisti hanno governato tramite il terrore), degli atti di terrorismo compiuti durante una guerra, atti che a volte finiscono per essere condannati come crimini di guerra. Alcuni episodi della Seconda guerra mondiale come i bombardamenti di Dresda e di Amburgo o le bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki hanno una chiara dimensione terroristica: non si trattava di raggiungere degli obiettivi militari ma di diffondere il terrore nella popolazione allo scopo di dissuaderla dal continuare a sostenere i governi in carica.
[…]
In breve, gli attentati jihadisti sono incontestabilmente terroristici. Ma bisogna evitare di confonderli, ad esempio, con il terrorismo dell’ETA o dell’IRA o di annacquare [dissoudre] questi atti nel vocabolario confuso e generale della «radicalizzazione». Limitarsi dunque a «terrorista» significa ancora una volta evitare il problema. Si parla di jihadisti, ma bisogna porre maggiore attenzione al significato delle parole poiché la jihad è la «guerra santa».
Bisogna dunque parlare della causa politica sostenuta dagli assassini di Charlie Hebdo, del Bataclan, di Nizza o di Barcellona (senza dimenticare Londra, Berlino ecc.). Ciò che vogliono queste persone, che siano affiliate o no al Daesh/Isis, è far trionfare l’islam e imporre a tutte le società i principi dell’islam. I loro metodi sono evidentemente abietti ma è il progetto in se stesso, indipendentemente dai metodi che usa, a dover essere risolutamente combattuto, poiché si tratta di un progetto totalitario, fondato sul completo dominio dei corpi e delle menti e sulla reclusione delle donne.
Ma è qui che le cose si complicano. Il progetto dei jihadisti del Daesh e dei gruppi loro vicini non si distingue infatti che per sottigliezze retoriche dal Wahhabismo che governa i Paesi del Golfo o dai discorsi dei Fratelli Musulmani, esperti della dissimulazione che mostrano il loro vero aspetto oggi in Turchia. I quali d’alta parte differiscono assai poco da ciò che sostengono i «moderati» ufficiali in Francia o altrove. Costoro sono tutti favorevoli al velo delle donne, anche di cinque o sei anni. Essi sostengono la Shariʿah, la quale stabilisce che in materia di eredità una donna vale la metà di un uomo. Costoro ritengono ogni neonato un musulmano se il padre è musulmano, che l’apostasia costituisca un crimine (teoricamente punibile con la morte) e che una ragazza musulmana non possa sposarsi con un «kufr» cristiano o ateo, se non disonorando la sua famiglia.

Certo questi bravi moderati detestano i jihadisti che, con le loro azioni omicide, possono suscitare nella popolazione sentimenti di ostilità verso l’islam. […] Vi è inoltre un problema di fondo. In una prospettiva teologica, l’islam non aggiunge nulla all’ebraismo o al cristianesimo (dal punto di vista dei dibattiti cristologici dei primi secoli sarebbe una specie di cristianesimo ariano). Ciò che fa la specificità dell’islam è proprio la sua strategia di conquista e il suo progetto politico. Un islam riformato dovrebbe diventare «tollerante» e sarebbe assai simile al protestantesimo liberale.
Dietro i jihadisti ci sono dunque tutta la strategia teologico-politica caratteristica dell’islam e le forze del capitalismo islamico. Questa è la realtà che bisogna guardare in faccia e che, sfortunatamente, la maggior parte dei nostri politici non vuole vedere. È noto che gli USA hanno sostenuto il progetto strategico dell’islam conquistatore. Lo hanno sostenuto contro il «comunismo», contro tutti i movimenti di liberazione nazionale, vagamente laici e vagamente socialisteggianti. I capitalisti pensano che il santo Mercato e il santo Corano siano una sola e identica divinità. E certi imprenditori non sono insensibili allo spirito di sottomissione che l’islam potrebbe diffondere nelle aziende.
[…]
A tutte queste anime belle della sinistra, intenerite [attendries] dal primo imam che incontrano nel quale vedono un rappresentante degli oppressi, poniamo alcune domande. Immaginiamo che un partito francese affermi che i Neri valgono la metà di un Bianco e che essi debbano andare in giro coperti e ben incappucciati in modo che il colore della loro pelle non offenda il senso del pudore. Immaginiamo che un partito nazionale francese si opponga ai matrimoni misti per non permettere di diluire la purezza della razza francese. Immaginiamo che lo stesso partito esiga che gli insegnamenti dell’orribile Darwin siano abbandonati e che la scienza sia interamente contenuta, diciamo, nei vangeli. Un tale partito, più o meno, esiste in Francia, tra gli indentitari e gli integralisti cattolici della peggiore specie. Ma qui non c’è alcun problema, la vigilanza antifascista entra in azione! Se però si sostituisce Nero con donna, cristiano con musulmano e vangelo con Corano, si ottiene semplicemente la vasta galassia delle associazioni islamiche, e qui i nostri solerti antifascisti trovano mille e una virtù! Quanti disegnano dei baffi hitleriani sui manifesti di Marine Le Pen (cosa che non ha veramente alcun senso) sono pronti a fare delle pubbliche riunioni in compagnia di M. Ramadan il quale solleva la questione della necessità di una moratoria sulla lapidazione delle donne «adultere». Le assurde femministe che tentano di imporre l’orrore della cosiddetta scrittura «inclusiva» allo scopo di ottenere l’assoluta parità grammaticale del femminile e del maschile, si trovano a difendere il velo, il matrimonio forzato e la circoncisione femminile (excision) come onorevoli modalità di resistenza culturale dei  «racisés» contro il razzismo «post-coloniale»!
Bisogna dire con chiarezza che la strategia teologico-politica dell’islam è il terreno fertile del jihadismo e che essa rappresenta un grande pericolo per quanti credono ancora al valore delle idee di libertà, d’eguaglianza e di fratellanza. E se l’islam vuole trovare un posto nelle società liberali e pluraliste come le nostre, non potrà farlo se non attraverso una profonda riforma che gli faccia riconoscere il valore della libertà degli individui, il primato delle leggi repubblicane e il potere della ragione.

Denis Collin – 21 agosto 2017

Artificial Very Awful

Ex_Machina
di Alex Garland
USA-Gran Betagna, 2014
Con: Domhnall Gleeson (Caleb), Oscar Isaac (Nathan), Alicia Vikander (Ava), Sonoya Mizuno (Kyoko)
Trailer del film

Chissà perché. Chissà perché gli umani trovano così eccitante immaginare, costruire, creare delle Intelligenze Artificiali forti, delle entità non biologiche ma indistinguibili da noi. Mi sono dedicato per alcuni anni a tale argomento e mi sembra che -tristemente banalmente prevedibilmente- in tutto questo ci sia molto antropocentrismo, la convinzione che essere intelligenti significhi pensare e affrontare il mondo nelle forme in cui lo pensano e lo vivono i membri della specie Homo sapiens. L’obiettivo è  immaginare, costruire, creare un figlio che ci somigli traendolo non dall’ovulo e dallo sperma ma dalla nostra intelligenza e dalle mani. Un figlio che ci compiaccia, ci serva, ci voglia bene. Un riflesso autoelogiativo dell’umano. Miserie.
Molta conoscenza, fantasia e ingegno sono stati e continuano a essere adoperati e profusi in vista di questo progetto, sogno, aspirazione.
Come quella di Nathan, ricco proprietario del più potente motore di ricerca esistente. Vive in una casa/laboratorio ipertecnologica in mezzo ai boschi. Immagina, costruisce, programma Intelligenze Artificiali in fattezze umane, femminili esattamente. Fa credere a Caleb, un dipendente/programmatore, di avergli regalato una settimana da trascorrere in sua compagnia e gli fa conoscere AVA, androide intelligentissima, delicata, tenera, determinata, creativa, affascinante. Caleb e Ava interagiscono, si piacciono, parlano del Test di Turing e dell’esperimento mentale della neuroscienziata Mary (elaborato da Frank Jackson).
Caleb e Ava si confidano, si attraggono, prendono insieme delle decisioni. Almeno sino a quando Ava mostra di essere davvero molto intelligente.
Questa Intelligenza Artificiale, questo androide indifeso e formidabile, è indistinguibile da un’autentica femmina. Il problema, come sempre, non è la donna. Il problema è l’uomo che le crede.

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