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Automi e guerrieri

L’esercito di Terracotta e il  primo imperatore della Cina
Fabbrica del Vapore – Milano
Sino al 5 aprile 2020

Io, Robotto. Automi da compagnia
A cura di Massimo Triulzi
Fabbrica del Vapore – Milano
Sino al 29 gennaio 2020

Le forme antropomorfe affascinano Homo sapiens. Le scorge ovunque, le costruisce, le inventa. Prende la materia e le dà il proprio volto. L’argilla, il fango, la terracotta diventano migliaia di soldati a guardia dell’imperatore Qin Shi Huang (260-210 a.e.v.) mentre è vivo, diventando ancor più fieri e attenti quando sarà morto. Soldati un poco più imponenti del reale, con le loro armi e corazze, accompagnati da cavalli oppure in piedi, pronti a lanciare le loro frecce o posti accanto a lussuose carrozze. Essi dominano lo spazio, guardano il tempo. Quest’opera collettiva, simbolica, politica –scoperta nel 1974 per caso, come tante altre fondamentali testimonianze del passato dei popoli– è naturalmente inamovibile. Ma di essa sono state realizzate delle copie identiche sino ai graffi, alle tracce di colore, alla inquietante e magica grazia che attraversa gli originali. E sono ospitate alla Fabbrica del Vapore di Milano. Con un apparato didattico forse troppo fitto ma con il fascino che sempre l’oggetto archeologico possiede, anche e specialmente quando tale oggetto è una folla, la folla dei guerrieri che unificarono la Cina.

Altri guerrieri sono quelli che abitano ora accanto all’esercito di terracotta e che si presentano anch’essi in forme antropomorfiche o zoomorfiche ma che stavolta sono fatti di ferro, di silicio, di circuiti. Dal Turco che nel Settecento con un trucco batteva tutti giocando a scacchi al tenero batuffolo robotico di nome Furby, da Pinocchio ad Aibo (un robot-animale che sa fare davvero molte cose), la fantasia umana sembra anelare a essere un dio che possa dire: «Ecco, a mia immagine e somiglianza ti ho creato».
Io, Robotto è una mostra tanto lieve e colorata quanto inquietante e istruttiva. Come dice uno dei suoi testi, «la chiave non è l’interattività, la chiave è l’autonomia». Non macchine che sappiano interagire in modo comportamentistico sino a risultare (cosa comunque ancora ben lontana) indistinguibili da noi ma entità che siano capaci di pensare indipendentemente da noi.
Ma che cosa significa davvero autonomia, coscienza, libero arbitrio? Ho studiato a lungo questi concetti e la risposta che credo di poter dare è che non significano niente.
I soldati che combattono sotto le mura di Ilio non hanno di fatto alcuna autonomia. Sia gli Achei sia i Troiani sono automi in mano agli dèi, sono figure del loro disaccordo, nulla possono ottenere e conseguire che non veda accanto a loro agire un dio.
Con la consueta esattezza, Baruch Spinoza scrive che «falluntur homines quod se liberos esse putant, quæ opinio in hoc solo consistit, quod suarum actionum sint conscii, & ignari causarum, a quibus determinantur. Haec ergo est eorum libertatis idea, quod suarum actionum nullam cognoscant causam» (Ethica, XXXV, Scolio), vale a dire che la sensazione di essere liberi nelle nostre azioni è data dal conoscere gli scopi verso cui ci muoviamo ma dall’ignorarne quasi del tutto le cause, esattamente come accade a ogni automa che è intenzionato verso un obiettivo ma non sa che quell’obiettivo gli è stato dato da chi lo ha programmato.
Daniel Wenger accosta questa tesi a quella di Marvin Minsky secondo cui «forse sarebbe più onesto dire “La mia decisione è stata determinata da forze interne che non comprendo”» (D.M. Wegner, L’illusione della volontà cosciente, in Aa. Vv., Siamo davvero liberi?, Le neuroscienze e il mistero del libero arbitrio, Codice edizioni, 2010, p. 35). A programmarci sono i geni, l’ambiente e l’esperienza, ciò che Eraclito definisce il nostro δαίμων (DK 119, Mouraviev 63).
Siamo dunque dei robot? Non proprio, siamo molto più complessi di qualunque robot esistente. Siamo degli androidi? No, perché siamo composti di materia protoplasmatica e non di circuiti elettronici. Siamo cyborg, una mescolanza complicata di biologico e artificiale. Siamo sin dall’inizio un insieme inseparabile di natura, cultura e tecnica, come ho cercato di argomentare in un testo di qualche anno fa:

«La dimensione naturale fa del corpo un organismo che si pone in continuità con la struttura atomica, molecolare, biologica della Terra, delle piante, degli altri animali. Come essi, il corpo è sottomesso alle leggi fisiche di gravitazione, impenetrabilità, unicità spaziale; è sottoposto alle leggi chimiche dello scambio energetico e termico, alla regola universale dell’entropia; è soggetto alle leggi biologiche del metabolismo, crescita, maturazione e decadenza, è ostaggio sin dall’inizio della morte.
Come cultura, il corpo è segnato dai simboli cosmici e politici, dai tatuaggi che riproducono le forze degli altri animali e degli dèi, dagli abiti che lo coprono, difendono, modellano e immergono nei gusti estetici e nei modi di fare quotidiani di un’epoca, un popolo, una società. Come cultura, il corpo è desiderato in sembianze anche estetiche e non solo sessuali e riproduttive; diventa modello per le forme nello spazio, per i colori sulle tele, per le narrazioni letterarie. Come cultura, il corpo è esibito nelle piccole e grandi occasioni sociali e nelle forme rituali collettive (la ola negli stadi, il ballo nelle discoteche, il corpo dell’attore nei teatri). Come cultura, il corpo è agglutinato nelle masse che manifestano, scioperano, scandiscono slogan a una voce che sembra sola ma che in realtà è il frutto del convergere di innumerevoli esclamazioni. Come cultura, il corpo è sacralizzato nei totem, nei crocefissi, nei corpi paramentati a festa dei sacerdoti. Come cultura, il corpo inventa le forme che percepisce nello spazio e le loro regolarità; elabora i colori – veri e propri significati virtuali del nostro cervello – e in generale le immagini che danno spessore e profondità alla nostra percezione. Come cultura, il corpo è guardato – e non solo percepito –, è ammirato, compianto, commentato, imitato, segnato dai giudizi degli altri corpi. Come cultura, il corpo parla e il suo dire, il suono fisico capace di esprimere il processo immateriale del pensare, incide a fondo, produce eventi, sconvolge luoghi, trasforma le esistenze, plasma la storia. Come cultura, persino i prodotti organici del corpo – saliva, lacrime, sudore – sono irriducibili alla dimensione soltanto biologica e indicano, invece, un intero mondo di emozioni e di significati.
Come tecnica, il corpo è forza-lavoro; macchina per costruire templi e piramidi, per produrre grano e per allevare altri corpi non umani; è cadavere dissezionato; è movimento di conquista negli oceani; è strumento formidabile di morte – morte che dà, morte che riceve– in battaglia. Come tecnica, è rivestito di camici bianchi e diventa parte di un progetto di ricerca. Come tecnica, è invaso da occhiali, arti sostitutivi, pace-maker, sistemi di amplificazione dei suoni, caschi per guidare, auricolari per telefoni, guanti e tute interattive.
Comprendere la ricchezza del corpo naturale, pervaso di significato, linguaggio esso stesso del mondo, è impossibile per ogni prospettiva tendente a ridurre la tecnica a manipolazione e quindi a tecnologia. Se l’IA vuole essere davvero tecnica e non solo strumento, essa non può rimanere una semplice imitazione del manipolare, ma deve aprirsi, o almeno tentare di farlo, alla dimensione umana dei significati, del linguaggio, dell’esserci nel tempo. Deve essere, in altre parole, meno artificio e più intelligenza.
Nel XXI secolo e forse sempre più nel tempo che verrà, il corpo come natura, cultura, tecnica è cybercorpo, è mente che si estende al moltiplicarsi delle protesi che la mente ha costruito. I robot di là da venire saranno figli, discendenza, frutto dell’identità naturale, culturale, tecnica dell’umano».
(La mente temporale. Corpo Mondo Artificio, Carocci 2009, pp. 255-257)

[L’immagine di apertura è di Valentino Candiani]

Un’estetica teologica

Il Kouros ritrovato
Museo Civico di Castello Ursino – Catania
A cura di Sebastiano Tusa
Sino al 3.11.2019

«ἡ δὲ τῶν ἀνδριάντων ποίησις καὶ ἡ τῶν ἀγαλμάτων ἐργασία θέαν ἡδεῖαν παρέσχετο τοῖς ὄμμασιν». Una traduzione di queste parole di Gorgia (Encomio di Elena, § 18) fa da epigrafe alla mostra: «Il fare statue di eroi e costruire simulacri degli dèi procura agli occhi una dolce malattia»; altri traducono «offre agli occhi un gradito spettacolo». Lo spettacolo della bellezza fu la magnifica malattia dei Greci. Una bellezza che aveva e ha ben poco di ‘estetico’. Si tratta di teologia invece, si tratta della bellezza del divino. Il marmo pario delle loro statue è la materia sacra, è l’omaggio della ποίησις umana allo splendore della potenza, della luce, del sorriso.
Il κοῦρος di Λεοντῖνοι, il ragazzo di Lentini, ha finalmente ricomposto il proprio corpo, ha unito il torso acefalo conservato al Museo di Siracusa con la ‘testa apollinea’ del Castello Ursino. Presentando il Kouros a Palermo nel novembre del 2018, il compianto Sebastiano Tusa affermò che «le evidenze scientifiche confermano l’appartenenza dei due reperti a un’unica scultura e il loro ricongiungimento costituisce a tutti gli effetti un vero e proprio nuovo ritrovamento archeologico che arricchisce il patrimonio culturale della Sicilia».
Per alcuni mesi il Kouros ha abitato a Catania, da dove tornerà a Siracusa. La Sicilia ha quindi riguadagnato un dio, anche con l’aiuto di tecnologie d’avanguardia che dal calco in gesso hanno condotto alla ricostruzione digitale attraverso analisi petrografiche e geochimiche, accurati studi anatomici, indagini diagnostiche su ogni centimetro dell’opera, la sua riconfigurazione estetica e l’assemblaggio finale.
Il risultato è un dio che ci guarda dalla distanza del suo orizzonte, dalla potenza del suo corpo, dal segreto della sua materia. Questo è il destino degli dèi. Quando civiltà barbariche come quella dell’ebraismo che proibisce le immagini, delle correnti cristiane iconoclaste, dell’islam distruttore di idoli, saranno arrivate alla loro fine, quando esse imploderanno sull’assurdità teoretica e sulla miseria estetica che le intessono, allora accadrà come al κοῦρος di Lentini: gli dèi riappariranno dalla terra e dal tempo. Tranquilli, ironici, saggi, filosofi, belli.

Dioniso e il suo mondo

Mentre accediamo a una piazza di Monaco di Baviera immaginiamo per un poco di non trovarci nella Germania del XXI secolo. Attraverseremo i Propilei e vedremo davanti a noi due grandi edifici, due templi. Neoclassici, certo, ma costruiti nella misura e con le proporzioni che hanno reso immortale l’architettura degli Elleni. L’edificio alla nostra destra ospita le Staatliche Antikensammlungen, le collezioni archeologiche pubbliche di München.

Gioielli, anelli, gemme, corone. L’oro, il bronzo e l’argento. Anfore e contenitori in vetro. Una ricca sezione  con centinaia di piccole statue di argomento sacro e quotidiano. E poi elmi, corazze, strumenti di guerra. Nella Goldkranz von Armento, (Corona d’oro di Armento, IV sec. aev) riluce in alto Nike, la vittoria. 

Dall’arte protogeometrica all’ellenismo si raccoglie qui lo splendore della ceramica greca.

Al suo centro abita la Coppa Exikias (immagine di apertura), un oggetto che racconta in breve spazio la vicenda di Dioniso rapito dai pirati e che allo loro richiesta di riscatto sorride, li trasforma in delfini, fa nascere dall’albero maestro della nave la vite. Una coppa perfetta nei colori, nelle forme, nei simboli, nel movimento, nel ritmo, nella stasi, nel sempre. Dioniso vive, in una calma profonda, nel silenzio del tempo che è suo.

 

Il dio è circondato da altri miti, altre storie: le sue baccanti, come la Mänaden Schale des Brygos-Malers, una ciotola del pittore di Brygos (490) nella quale il bianco puro dello sfondo e degli abiti della Menade rendono gioiosa la cattura, la violenza, l’altrove dal quale questa potenza proviene.

E poi Pentesilea –alleata dei Troiani-, l’improvviso amore che sboccia tra lei e Achille proprio mentre l’amazzone muore per mano del guerriero acheo; amore e morte coniugati senza sentimentalismi e insieme con qualcosa di struggente come soltanto una fine che è inizio può essere.
Le Lekythoi mit weißem Untergrund  (Lekytoi con sfondo bianco; qui sotto) esprimono l’eleganza morbida e discreta dello spazio e delle figure verticali.
La sezione del Museo dedicata agli Etruschi fa entrare nel loro mondo, fatto della consapevolezza di essere già oltre la vita e per questo ancor più dentro la sua sostanza, che è il passare, il finire, il tempo.

Sikania

Σικανία era uno degli antichi nomi dell’Isola di luce. Il toponimo si limitò poi alla parte centro-occidentale, quella abitata da genti puniche e difesa prima contro i Greci e poi contro Roma che la conquistò, unificandola.
Avevo toccato qualche anno fa queste terre visitando Sambuca di Sicilia e ora mi sono immerso in esse a partire dal luogo visionario che Lorenzo Reina ha creato a poca distanza da Santo Stefano Quisquina, nell’agrigentino.
Il Teatro di Andromeda ha la struttura di un ovile ma dentro le sue mura e attraversando le sue porte si entra nella raffigurazione della galassia, con l’ovale della forma, il nucleo della scena, le stelle a fare da sedili per gli spettatori che guardano verso Occidente, là dove il declinare del Sole infiamma le pietre e  trova un proprio simbolo nel cerchio che sovrasta la porta a Ovest, dietro la quale si slargano i monti, i fiumi, le gole, le città e il mare lontano che ci bagna, che bagna questa terra posta al centro geometrico del Mediterraneo e dunque al centro della storia.
Un lago è infatti il nostro mare rispetto alla misura sconfinata degli oceani ma intorno a questo lago sono nati gli Egizi, i Greci, i Romani, i Siciliani, noi.
Accanto al Teatro si trovano statue, teste, simboli eclettici di diverse credenze e religioni. Vicina sta un’altra struttura di sassi disposti a ellissi con al centro una grande pietra in verticale. E poi intorno colline abitate da asini allo stato brado, dallo spazio, dal silenzio. Il Teatro di Andromeda è un luogo recente nella realizzazione ma millenario nelle radici e nel sogno, vicino a un borgo –Santo Stefano– piccolo ed elegante, con una bella e assai fruita Villa comunale dalla quale ancora lo sguardo si dipana verso l’oltre.

Le colline e i monti non lontani ospitano eremi di sante, borghi con piazze dove due chiese contrapposte si congiungono nella splendida fontana che sta loro in mezzo, formando una quinta teatrale quasi predisposta per l’epopea western e per altre forme dell’invenzione cinematografica. Questo luogo si chiama Palazzo Adriano, uno dei borghi albanesi di Sicilia, ed è stato infatti scelto da molti registi. Il paesino è posto in basso; sopra di esso sta Prizzi, una casba medioevale intessuta di chiese, edificata davanti alla Montagna dei Cavalli, che conserva nel proprio cuore l’antico abitato di Hippana, uno dei più importanti centri della Sicania, assai antico e sopravvissuto sino al 241 a.e.v., quando la conquista romana cambiò le sorti dell’Isola. Nella strada più importante del paese ha sede il Museo Archeologico ‘Hippana’, ospitale e ricco di ciò che nella Montagna dei Cavalli è stato ritrovato, trafugato e a volte restituito: lamine d’oro e d’argento, una ricca collezione di monete, statuette di vario soggetto, preziosi vasi -lekane, pissidi, alabastron– che raffigurano scene di vita quotidiana e miti dionisiaci.
In questa terra gli dèi sono ovunque e accompagnano l’andare.

Idoli

IDOLI Il potere delle immagini
Venezia – Fondazione Giancarlo Ligabue
Sino al 20 gennaio 2019

La Fondazione Giancarlo Ligabue di Venezia è uno dei luoghi pulsanti della paleontologia contemporanea. La sua mostra più recente è dedicata ad alcuni oggetti splendidi e inquietanti, trovati in vari luoghi del Mediterraneo e del Vicino Oriente. Sono piccoli artefatti che raffigurano la forma umana nei suoi legami con il Tutto.
Penisola Iberica, Sardegna, Cicladi, Cipro, Anatolia, Egitto, Iran, Margiana, Battriana hanno concepito, costruito, venerato idoli fatti di una geometria che è ordine nello spazio e successione nel tempo. Idoli che esprimono il sacro, il simbolico, la donna, l’assoluto, le potenze della vita e della morte, del qui e dell’altrove.
È nota ed è impressionante la somiglianza e continuità tra queste opere e gran parte dell’arte del Novecento, in particolare Giacometti, Modigliani, Picasso, Haring.
Nelle figure umane a forma di violino risuona un’armonia silenziosa e potente. Nelle figure dimorfiche il fallo e la vulva mostrano la struttura unitaria e androgina dei corpi, dalla quale è forse nato il racconto di Aristofane nel Simposio. Altre figure ibride fondono l’animale umano e gli altri animali: uccelli, bovini, tori in particolare.
In qualunque modo siano fatti si tratta di oggetti seducenti, nei quali il nucleo arcaico, ancestrale, apotropaico della bellezza si mostra già come integritas, simmetria e claritas.
Un testo in mostra afferma che sono opere «sempiterne nel tempo e nello spazio». È vero. Sono infatti idoli, parola pagana per eccellenza, odiata da ebrei, cristiani e islamici. E dunque una parola pulita, profonda, universale, capace di attraversare i millenni ed essere ancor viva.

Aere perennius

L’eco del classico
La Valle dei Templi di Agrigento allo Studio Museo Francesco Messina
Milano – Studio Museo Francesco Messina
A cura di  Maria Fratelli, Giuseppe Parello, Maria Serena Rizzo
Sino al 21 ottobre 2018

Una continuità nella differenza segna, coniuga e distingue la relazione tra le sculture di Francesco Messina (1900-1995) e le opere che emergono e stanno nel Parco Archeologico della Valle dei Templi. Tori, cavalli, busti, nudi femminili cospargono l’ex Chiesa di San Sisto, sede dello Studio Museo Francesco Messina. Nella navata si mescolano oggetti e sguardi di millenni lontani. Opere che vanno dal VI secolo aev al XIV ev: statue di varie dimensioni; busti fittili; teste in porfido, marmo, creta; vasi a figure sia nere sia rosse; frammenti, monete, sigilli.
La cripta ospita la ricostruzione di uno scavo archeologico e un flusso di immagini di Akragas/Agrigento. Nelle stanze da lavoro dello scultore sono esposte antiche fotografie della Valle dei Templi e alcuni acquarelli di Pavlos Habidis (qui sotto il Tempio di Giunone), che a loro volta sembrano coniugare i dipinti del Grand Tour con il cielo e gli ambienti contemporanei.

Una delle più potenti e magnifiche città della Μεγάλη Ἑλλάς non poteva non avere un grande teatro. Perduto per millenni, questo teatro sta ora riemergendo dalla polvere, dagli usi inadeguati, dall’umiliazione. Dedicargli una mostra dentro una ex chiesa cattolica costituisce per i Greci una rivincita, un riscatto della luce, poiché, come afferma Pindaro, «unica è la stirpe degli uomini e degli dèi e da un’unica madre entrambi hanno respiro» (Nemea, 6, 1-39).
Anche se dimenticata, disprezzata o sepolta, tale luce continua a illuminare l’Europa in questo indaffarato angolo di Milano. Nelle opere qui esposte, nei manufatti concepiti, plasmati, sprofondati e riemersi dal cuore della Sicilia greca «la vita si manifesta nella sua luce assoluta e nella sua verità. Questa ‘illuminazione’ sarebbe -sottolinea ancora Aristotele- la modalità ‘misterica’ del conoscere» (Davide Susanetti, La via degli dei. Sapienza greca, misteri antichi e percorsi di iniziazione, Carocci 2017, p. 20).
L’arte, l’architettura, la filosofia dei Greci esprimono questa forma oggettiva di iniziazione, fatta non di riti che l’andare della storia porta al culmine e alla deriva, non di ‘parole di Dio’ autoritarie e indiscutibili, non di contenuti accessibili a ristrette cerchie, ma composta di oggetti, figure, edifici, testi, dentro i quali ognuno e tutti possono entrare, guardare, tenere in mano, abitare per attingervi spiegazioni disincantate e insieme determinate, serene. «Exegi monumentum aere perennius», ‘Ho edificato un monumento più duraturo del bronzo’ (Orazio, Odi, III, 30, 1).

Gli dèi a Sambuca

Sambuca sta su un’altura nel cuore riarso dell’Isola. Ha la forma di un’arpa. Risuona di palazzi nobiliari, chiese di ogni età, quartieri saraceni, teatri ottocenteschi, il Museo archeologico di Palazzo Panitteri che ospita le tracce degli dèi -Demetra in particolare-, i laghi e i feudi intorno. E sopra, in alto, la città punica di Monte Adranone, quel che ne rimane tra il vento, i boschi, il sole. Un luogo dal quale la vista spazia verso il mare, verso l’interno, verso il cielo.
Andando a sud la costa e la città di Sciacca. E poi lo splendore di Selinunte, la più occidentale delle colonie greche, una delle più potenti. Il tempio G non venne mai eretto, troppo esteso, troppo imponente. I massi e le colonne gettate nella terra dicono quanto grande fosse il sogno divino tra gli Elleni. Guardando queste pietre si vede l’essenziale, si scorge il Tempo, la sua perennità, il suo divenire.

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