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Mussolini / 2018

Mussolini / 2018

Sono tornato
di Luca Miniero
Italia, 2017
Con: Massimo Popolizio (Mussolini), Frank Matano (Canaletti), Stefania Rocca (Bellini), Gioele Dix (Leonardi)
Trailer del film

La trama è identica a quella di Er ist Wieder Da, il film di David Wnendt (Lui è tornato, 2015) tratto dal romanzo di Timur Vermes. Con la differenza che invece della Berlino ritrovata da un risorto Adolf Hitler, qui si tratta della Roma nella quale viene gettato (alla lettera) un altrettanto ricomparso Benito Mussolini. E con altre differenze secondarie nello sviluppo degli eventi che porteranno anche in questo caso l’ex dittatore ad affascinare le folle televisive e facebookiane.
«Sono a Roma o ad Addis Abeba?» si chiede il duce degli italiani appena risorto. E da qui comincia il progetto di riconquista impersonato da un del tutto credibile Massimo Popolizio, che al personaggio offre la sua grinta, l’istrionismo -elemento centrale in Mussolini ancor più che in Hitler-, la cialtroneria, la follia visionaria.
Molti dei commenti sulla situazione dell’Italia e sul ritorno del dittatore che appaiono nel film sono autentici e mostrano il livello di sconforto e di rinuncia alla libertà che decenni di corruzione politica e amministrativa hanno prodotto nella nostra società. Nulla si ripete nello sviluppo delle vicende umane -né singoli personaggi né regimi politici- ma possono senz’altro tornare le condizioni strutturali e gli umori profondi che generano gli eventi e le forme dell’oppressione o dell’emancipazione. Una delle maggiori responsabilità e insieme delle più gravi conseguenze dei governi che dal 1994 (primo governo Berlusconi) a oggi hanno desolato l’Italia sta nel proiettare una luce positiva sul fascismo italiano e sul suo capo, generando in questo modo un autentico mito invalidante dell’intera vita politica e culturale italiana.
Quando infatti un individuo o una collettività si fissano su un elemento del proprio passato -qualunque esso sia- germina ciò che Elvio Fachinelli definisce cronotipia, una delle cui caratteristiche è la negazione del divenire. Come l’ossessivo-compulsivo è immobilizzato nella ripetizione dell’identico gesto, come le società arcaiche sono immobilizzate nella ripetizione della vita degli antenati, così il fascismo fu immobilizzato nella memoria monumentale dell’impero. In tutte e tre i casi i morti afferrano i vivi. È questa la «configurazione germinale comune a tutti» questi fenomeni, anche se -naturalmente- essi «non si possono, non si debbono, confondere» (Fachinelli, La freccia ferma, Adelphi 1992, p. 156). Mi sembra che nell’Italia contemporanea stia avvenendo qualcosa di simile, in questa grottesca e insieme tragica resurrezione del fascismo e dell’antifascismo che paralizza il futuro e rischia di rendere Mussolini davvero immortale.
Come nell’originale di Wnendt, il cuore di Sono tornato non è comunque politico ma antropologico e soprattutto mediatico. Vale dunque anche per esso quanto scrissi sul numero 332 di «Diorama Letterario» a proposito di Lui è tornato: «Hitler diventa una star della società dello spettacolo, della quale fa emergere tutta la potenza di condizionamento, di successo, di governo. Lo fa, la prima volta, con un gesto apparentemente poco televisivo e poco spettacolare: il silenzio. Di fronte al flusso senza requie e senza senso della chiacchiera catodica, lʼapparire silenzioso in uno spettacolo comico di un uomo che somiglia in modo impressionante a Hitler e che comincia con il tacere, dissolve lʼilarità, crea attese, rende inquieti i produttori e la regista ma alla fine sancisce il trionfo. […] Er Ist Wieder Da penetra nel cuore di tenebra della storia contemporanea, nella sua tirannia mediatica, nella miseria che elegge personaggi ben modesti a membri delle attuali classi dirigenti, come coloro che oggi fanno politica intendendo con tale espressione i loro banali interessi finanziari. Il ritornato Hitler ha buon gioco rispetto a tale inadeguata feccia -formidabili gli epiteti con i quali gratifica alcuni attuali capi di governo- e riesce facilmente a incunearsi nella dismisura spettacolare della televisione e del web, che conquista con i suoi sguardi, i silenzi, le parole affilate e il condiviso delirio».
L’esito di Sono tornato non è qualitativamente omologo e il film è più commedia che opera situazionista ma l’inquietudine che lascia è analoga.

1 commento

  • Pasquale

    febbraio 6, 2018

    Quando infatti un individuo o una collettività si fissano su un elemento del proprio passato -qualunque esso sia- germina ciò che Elvio Fachinelli definisce cronotipia, una delle cui caratteristiche è la negazione del divenire. Come l’ossessivo-compulsivo è immobilizzato nella ripetizione dell’identico gesto, come le società arcaiche sono immobilizzate nella ripetizione della vita degli antenati, così il fascismo fu immobilizzato nella memoria monumentale dell’impero. In tutte e tre i casi i morti afferrano i vivi.

    Très chèr Monsieur Biuso,
    quel che hai scritto, volendo ben guardare il presente, rivela il fenomeno patologico che affligge gran parte, la peggiore, del mondo. Guarda gli Stati Uniti con il suo insopportabile Cesare, guarda la fissazione psicotica, nei termini che hai descritto che domina il discorso medio-orientale. Da questa malattia pare che solo i popoli del nord estremo siano immuni, forse la Cina, il Giappone. Fatto sta che quando si sente parlare di cultura preceduto dal possessivo nostra occorrebbe mettere a titolo cautelare il colpo in canna. Non per metafora. Sono assai curioso di vedere quest’opera che promette forse ciò che mantiene. Quanto al discorso Mussolini, come ci siamo già detti altrove, egli È l’epitome dell’italiano borghese, cioè di Don Abbondi e Donne Abbondanti. All’oggi mi pare che non vi sia pericolo di un ritorno essendo già da tempo in viaggio una folla di succedanei tal che, scambiando i termini del motto latino, si potrebbe dire ex uno plus.
    Vedo molto nero, è il caso di dirlo ancora?
    Tuo sconcertato Psq.

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