Skip to content


3 commenti

  • diegod56

    Marzo 19, 2014

    L’anarchismo si dà come obiettivo la massima libertà possibile unita alla massima eguaglianza possibile, in modo da evitare l’arbitrio della libertà di uno solo o di pochi e la piattezza di una eguaglianza imposta con la forza. Credo che sia un buon progetto, anzi il migliore.

    Mi piace molto questo passaggio perché caratterizza l’anarchismo per la sua reale vocazione di pensiero sociale, sventando il tentativo, spesso anche abilmente riuscito, di leggere l’anarchismo in chiave prettamente individualista, in stile «destra colta». Dunque una critica potente del potere quando opprime il sano dispiegarsi dell’essere umani, nella consapevolezza che una sostanziale egualianza va perseguita, proprio per rendere liberi, in un concetto di libertà concreto, quasi quotidiano. Del resto poi ogni intellettuale userà il suo talento laddove meglio eccelle, e di certo la lettura della macchina spettacolare, sulla scia di Debord e di Pasolini, è un aspetto centrale del filosofo Biuso «politico». Direi che ci siamo, è un buon orizzonte, questo, per ragionare assieme.

  • agbiuso

    Marzo 18, 2014

    Caro Diego,
    come hai visto anche dall’articolo (ma credo che tu abbia letto per intero L’anarchismo oggi), l’anarchismo non è un partito né un movimento unitario ma costituisce un arcipelago di individui e gruppi convinti che la libertà sia il bene supremo della vita collettiva.
    Non esiste pertanto una dottrina anarchica ed è quello che ho cercato di dire. Ci sono dei teorici che condividono l’ottimismo di cui parli, altri che hanno una posizione più articolata sull’umano e le sue possibilità. Io mi sento più vicino ai secondi.
    Come hai ricordato, comunque, l’anarchismo contemporaneo è diverso e assai più antropologicamente avvertito rispetto a quello dei due secoli che ci hanno preceduto.
    In ogni caso, credo che sia scorretto trarre conclusioni in ambito politico e sociale a partire dalle scienze naturali o dalla biologia, che sono importantissime ma non possono essere determinanti poiché si tratta di livelli differenti della vita e del sapere.
    Da Darwin, per esempio, sono state tratte sia tesi razziste sia tesi solidaristiche in ambito sociale; credo che si tratti in entrambi i casi di errori.

    Che ci sia nell’umano un desiderio di autonomia mi sembra innegabile, così come c’è un desiderio di sottomissione. Ma la politica è la tecnologia collettiva che si dà degli scopi e cerca di perseguirli. L’anarchismo si dà come obiettivo la massima libertà possibile unita alla massima eguaglianza possibile, in modo da evitare l’arbitrio della libertà di uno solo o di pochi e la piattezza di una eguaglianza imposta con la forza. Credo che sia un buon progetto, anzi il migliore. Sul modo di perseguirlo, le scelte sono differenti.
    Étienne de La Boétie (1530-1563) si chiedeva proprio come potesse nascere tra gli uomini la servitù. Nonostante i secoli che ci separano dalle sue celebri risposte, credo che la lettura del Discorso sulla servitù volontaria (Chiarelettere, 2011) sia ancora oggi molto utile.
    Il mio pensiero è che il dramma del potere e la sua forza stiano anche nella complessità della natura umana e delle relazioni che individui e società intessono tra di loro. Per abbattere “il Tiranno”, la cui madre è naturalmente sempre incinta, bisogna prima di tutto comprendere il labirinto dell’autorità, senza illudersi di percorrere scorciatoie psicologiche come quelle fondate sul primato (cristiano) della volontà. Se la servitù appare così spesso “volontaria” è anche perché essa si radica nella necessità della salvaguardia dei corpi individuali e collettivi. Salvaguardia tuttavia apparente, visto che il potere è per sua natura una macchina stritolatrice. Proprio per questo la riflessione politica e filosofica sui dispositivi sociali ha il compito di individuare la struttura storica del potere come potestas separandola dalla inevitabilità biologica -e quindi naturale e non volontaristica- del potere come potentia. Se la seconda è nella nostra natura, la prima va sempre combattuta. Credo che questa sia l’idea di molti anarchici, oggi. Molti, non tutti. Proprio perché gli anarchici non hanno dogmi né ideologi né comitati centrali né segretari né presidenti.

  • diegod56

    Marzo 17, 2014

    Caro Alberto, avrei una domanda, non allo scopo di contestare le interessanti e benissimo esposte considerazioni, ma per meglio acclarare il tuo pensiero al riguardo.
    Prendiamo questo punto:

    eguaglianza e differenza al di fuori di uno schema ottimistico sulla natura umana che Rousseau ha idealizzato in contraltare all’antropologia pessimistica di Hobbes, ma di cui fortunatamente il pensiero anarchico più avvertito è esente

    Questo è molto interessante ed è anche un tema da te affrontato in «Contro il Sessantotto», cioè la critica alla concezione roussoviana dell’uomo. Io domando allora: non c’è comunque nell’anarchismo almeno su un punto un certo ottimismo a priori, e mi riferisco all’idea che gli umani ambiscano ad essere liberi? Chi puo’ con certezza affermare che un essere umano desideri «per natura» la libertà? In fondo il suo corpomente si è evoluto soprattutto in funzione della sopravvivenza, la stessa autocoscienza altro non è che un vantaggio evolutivo sviluppatosi per favorire l’auoconservaziione. La libertà, non è comunque un concetto culturale? Importante, bellissimo, nobile, ma non penso che sia innestata nel patrimonio genetico in quanto tale. Scusa Alberto per la domanda forse derivante dalla pochezza delle mie conoscenze, ma di certo il tuo parere puo’ come sempre esser prezioso strumento di chiarezza e conoscenza.

Inserisci un commento

Vai alla barra degli strumenti