Blog Modelli cognitivi e comportamento animale

Modelli cognitivi e comportamento animale

Recensione a:
Roberto Marchesini
Modelli cognitivi e comportamento animale. Coordinate d’interpretazione e protocolli applicativi
Edizioni Eva, 2011
Pagine 180

in Rivista Italiana di Filosofia del Linguaggio
Volume 6, numero 2 (2012)
Vygotskij and language / Vygotskij e il linguaggio
(a c. di F. Cimatti, L. Mecacci, E. Velmezova)
Pagine 260-262
Liberamente leggibile in formato pdf

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Esistono robot da guerra, ma esistono anche robot che rimpiazzano gli “animali da laboratorio”, tanto per fare un esempio. Per difenderci dagli effetti potenzialmente letali della tecnologia occorre non solo Platone, ma proprio Platone. Tra gli apocalittici e gli integrati (come direbbe Eco e come disse una volta a lezione Biuso) ci stanno (o quanto meno dovrebbero starci, nel giusto ordine delle cose) i filosofi, le menti pensanti nel vero senso della parola, quelle che si pongono problemi anziché darsi acriticamente risposte, quelle che si interrogano sui mutamenti sociali operati dalle nuove tecnologie anziché subirli passivamente. Ogni progresso può trasformarsi in regresso se non è incanalato nella direzione corretta da chi ha la lucidità intellettuale, l’onestà e le competenze per farlo.

P.s. Non ti avrei perdonato per l’utilizzo del “lei”, Diego 🙂 Grazie a te e al prof. Biuso per le belle parole nei miei confronti.

La sig.rina Laura mi perdonerà l’uso del «tu», ma io non sono un professore quindi non sono tenuto a quel giusto rispetto che impone il «lei» verso i propri discenti.

Veramente bello quel breve saggio, e preziosa quella piccola casa editrice pistoiese, così poco nota al grande pubblico.

Mi permetto, caro Alberto, di sottoporre un dubbio. Ho letto con attenzione i tuoi capitoli su Gehlen, anche i riferimenti qui sul sito. Gehlen si riferisce molto anche alle istituzioni, oltre che alla tecnologia.

È sulla tecnologia che nutro un dubbio. Per me la tecnologia umana, il potere telematico che fascia il pianeta, la potenza delle tecniche industriali e militari attuali, si sono spinte oltre un limite per così dire «disumano». Pensa ad esempio all’uso sempre più frequente dei robot in guerra, dove la scelta di uccidere sempre di più sarà delegata alle macchine.
È vero che forse io sono semplicemente imbevuto di categorie valoriali un po’ romantiche, chiedo scusa delle mie fesserie, ma ce la faremo davvero, Alberto, a difenderci con Platone dal mostro del potere tecnologico?

grazie delle precise e significative spiegazioni, gentile Laura C. (sempre i tuoi interventi sono davvero preziosi e belli anche come scrittura)

in effetti però, specialmente nella 4a parte de «La mente temporale» l’ibridazione fra uomo «biologico» è congegni artificiali sofisticati non mi pare sia limitata ad un «potenziamento» dei sensi o di una qualità fisiologica, ma proprio uno spostarsi, un allargarsi, un tracimare della mente, che è un processo, anche nel territorio non biologico ma tecnologico, quindi uno spostarsi del «confine» di cosa è l’uomo

ovviamente puo’ essere che io, lettore vorace ma un po’ artigianale diciamo, abbia frainteso

Connotare in senso evolutivo l’intelligenza significa innanzitutto concepirla come una “caratteristica fra le caratteristiche”, che si è formata modellandosi in relazione al sostrato biologico della specie. Questo è uno dei motivi per cui l’IA (intesa come riproduzione perfetta – e intercambiabile – dell’umano), e con essa la realizzabilità multipla, è una chimera. Il sistema nervoso degli animali si è evoluto come dispositivo di controllo di organismi già dotati di svariati altri sistemi di controllo altamente distribuiti. I nuovi sistemi di controllo neurale si forgiarono dunque in modo da essere compatibili con i precedenti. Ciò, come sostiene Daniel Dennett, comportò un numero di trasduttori incredibilmente elevato, che rendono il sistema nervoso non neutrale. Pertanto «quando costruisci una mente, il materiale conta» (D. Dennett, La mente e le menti. Verso una comprensione della coscienza, Rizzoli, Milano 1997, p. 88).
Concordo con Marchesini e con Biuso nel ritenere che la cognitività (e con essa il linguaggio articolato) – lungi dall’essere un “lusso” – sia una caratteristica adattativa funzionale alla sopravvivenza e all’azione dell’uomo nel mondo. Del resto proprio lo stesso Darwin, se si fornisce del suo lavoro un’interpretazione non strumentale, scardinava l’idea della superiorità dell’uomo. Specializzazione non equivale a emancipazione: l’uomo non si emancipa dagli animali (liberandosi così da un presunto stato di minorità intellettiva), ma costituisce una specie assolutamente particolare tra le specie che compongono l’universo plurale dell’animalità.

In merito alla questione posta da Diego (mi permetto di dire la mia anche se la domanda era rivolta al prof. Biuso!) … Gli animali possiedono notoriamente sensi più sviluppati dei nostri. Pertanto, in diversi ambiti riescono a discriminare molti più dettagli dell’uomo – o meglio dell’uomo “nudo”. L’uomo, infatti, ha la capacità di servirsi di estensioni prostetiche che gli consentono di sopperire ai suoi limiti (ma non a tutti) e di soddisfare quella fame di sapere che è – tanto quanto i limiti che vuole oltrepassare – intrinseca alla sua natura. Ritengo che il peccato di hybris non risieda nell’ansia di costruire dispositivi tecnologici che sopperiscano alle mancanze del corpo, quanto nell’idea che tale potenziamento legittimi la presunzione umana di superiorità e consegni all’homo sapiens lo scettro della natura, ovvero la possibilità di decidere – nel bene e nel male – della sorte delle altre specie.

La tua recensione, caro Alberto, è ovviamente ben scritta e riecheggia temi che i tuoi lettori ritrovano frequentemente.

L’idea che non esistono «gli animali» come concetto che demarca una differenza radicale rispetto all’umano è ormai ababstanza diffusa, per lo meno fra gli studiosi e gli appassionati di queste materie.

L’idea chiave è la mente come il processo che assorbe gli stimoli sensoriali e poi rielabora la risposta di un organismo agli accadimenti, per cui la differenza fra il processo mentale di un paramecio e quello di un professore di filosofia è solo una differenza quantitativa, di dilatazione temporale e ampiezza dell’elaborazione, ma è sempre lo stesso modello a entrare in funzione.

Però, e questo ricorre nell’ultima parte de «La mente temporale» e in «Cyborgsofia», la mente umana è già parzialmente tracimata nei supporti informatici, negli ausili frutto di uno sviluppo tecnologico in effetti «esplosivo» rispetto a quel che accade agli altri animali.
Insomma, Alberto carissimo, ho un dubbio: d’accordo, siamo «tutti» animali, sia l’homo sapiens come anche la lumachina che studiava Kandel, ma non è che, in qualche modo, abbiamo comunque varcato una qualche soglia, una qualche hybris, peraltro inevitabile?

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