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Isotta e la psichiatria

Mente & cervello 110  – febbraio 2014 

M&C-110_febbraio_2014«Ma ancora oggi non esistono rimedi efficaci contro l’amore, e noi continuiamo a essere assolutamente indifesi di fronte ai suoi effetti» (S. Dieguez, p. 31). Che cos’è dunque la pozione che ogni volta ripete l’incanto che attirò senza scampo Tristano e Isotta dopo che ebbero casualmente bevuto dalla stessa coppa? Già la tradizione di questo mito distingue tra una versione per la quale i due erano reciprocamente indifferenti, e soltanto la chimica li spinse l’uno verso l’altra, e una diversa tradizione trobadorica secondo la quale «la pozione avrebbe unicamente l’effetto di rivelare e rafforzare un amore già presente in Tristano e Isotta» (34). Nella prima versione l’effetto svanisce dopo alcuni anni, nella seconda dura per sempre. In ogni caso l’amore sembra davvero -anche neurologicamente- «‘cieco’, perché gli affetti positivi non coinvolgono le aree responsabili della formazione dei giudizi sociali e impediscono la valutazione razionale e obiettiva della persona» (36). Un amore che in realtà nasce da noi, non soltanto come «riflesso della nostra tenerezza» (Proust) ma anche come capacità del corpo di produrre la pozione, il filtro magico che ci avvinghia, dopamina, ossitocina, endorfine: «La ‘sostanza’ dell’amore, nelle ricerche scientifiche, è prodotta dal corpo stesso. Il corpo sarebbe dunque, in qualche modo, un mago che incanta se stesso» (36).
Contrariamente a una convinzione assai diffusa, «la palma del romanticismo spetta agli uomini, più portati delle donne a una visione sentimentale dell’amore» e ciò per una ragione evolutiva che consiste nel fatto che mentre il maschio può affidarsi senza gravi conseguenze al desiderio e alla passione, «le donne hanno sempre dovuto essere prudenti nella scelta del partner e del padre dei loro figli» (P.E. Cicerone, 28). Maschi o femmine che si sia, nella sessualità domina un «primato della mente» che qualche volta impedisce  di arrivare all’orgasmo, ostacolato da un insieme densissimo di pensieri e di preoccupazioni, tra cui anche il dare e ricevere piacere. (K. Sukel, 45).
Non so in che modo l’amore compaia nella più recente versione -la quinta- del  DSM, il Manuale Diagnostico usato dagli psichiatri di tutto il mondo e sempre più caratterizzato da una visione onnipervasiva della malattia mentale. Contro l’invenzione delle malattie si intitola infatti l’intervista rilasciata da Allen Frances, direttore della precedente versione del manuale e ora decisamente (auto)critico verso ciò che definisce una vera e propria «inflazione diagnostica» (66), sempre più rivolta a «trattare farmacologicamente i normali problemi dell’esistenza» (69).  Frances afferma con chiarezza «che alcuni comportamenti fanno parte della natura umana. Non possiamo pretendere che le persone non siano più timide, tristi o arrabbiate. Le emozioni ci aiutano a sopravvivere, si dovrebbe intervenire solo quando la sofferenza diventa paralizzante e compromette il normale funzionamento della vita. Ma negli ultimi anni questa soglia è stata abbassata» (67). Un potere, quello della psichiatria, che si basa anche sulla capacità che la mente possiede di riplasmare semanticamente gli eventi e persino di inventare ricordi di fatti mai accaduti, come hanno dimostrato i lavori di Elizabeth Loftus. Le conseguenze in ambito giuridico -sulla plausibilità delle testimonianze oculari, ad esempio- sono consistenti e non devono farci dimenticare «che gli psicoterapeuti sono le persone che più facilmente possono manipolare i ricordi di un individuo, fino a portarlo ad accusare i propri familiari di crimini e molestie mai accadute» (D. Ovadia, 73).
Tale medicalizzazione della vita interiore è assai grave se si pensa che molti degli stati di inquietudine e di tormento affondano nella genetica. Le ricerche più recenti danno ragione ai lavori di Vincenzo Di Spazio, il quale da tempo sostiene che «anche un’esperienza negativa dei genitori può passare ai figli attraverso modifiche epigenetiche che lasciano un’impronta duratura. Numerosi studi hanno indicato che un trauma subito dai genitori può far sì che nei figli si manifestino disturbi di tipo depressivo» (A. Oliverio, 18). È un grande risultato, questo, che spiega meglio anche la Stimmung, la tonalità emotiva che percorre le nostre vite e che non dipende soltanto da quello che ci accade ma anche da un carattere che affonda negli eventi vissuti da coloro dai quali siamo germinati. Fuori dal nostro controllo dunque. Soltanto essendo consapevoli di tale potenza del tempo nei corpimente possiamo cercare di ridurne i più dolorosi effetti.

 

Salute, tristezza, iPhone

Mente & cervello 95 – Novembre 2012

 

Salute e malattia non sono dei concetti universali, non sono dei dati di fatto assoluti. Tanto più questo è vero nell’ambito complesso del corpomente. Lo confermano i mutamenti anche radicali del concetto di malattia mentale e della catalogazione dei disturbi della psiche. Nel maggio del 2013 uscirà la quinta edizione del DSM, Diagnostic and Statistical Manual for Mental Disorders, pubblicato per la prima volta nel 1952. In questi sessant’anni il DSM ha cancellato numerosi comportamenti prima definiti patologici, dichiarando o la loro “normalità” -l’omosessualità, ad esempio, dal 1974 non è più una malattia- o l’insufficienza dei dati clinici necessari a darne una definizione psichiatrica. In questa nuova edizione viene eliminata dalla nosografia ufficiale la “personalità isterica”, sostituita da vari disturbi di personalità borderline. In compenso, si procede alla patologizzazione di una condizione umana tanto diffusa quanto naturale: la tristezza. Essa viene sempre più spesso classificata come depressione e in questo modo segnata da un crisma patologico che non le appartiene. A mettere in guardia da questi sviluppi tipicamente biopolitici sono importanti psichiatri quali Allen Frances o Allan Horwitz, i quali paventano il rischio di medicalizzare «momenti dell’esistenza e comportamenti non necessariamente patologici, come il lutto, i capricci, gli eccessi alimentari, l’ansia e la tristezza, il lieve declino cognitivo dell’anziano» (F. Cro, p. 66).
Un’altra prova del fatto che «tutta la letteratura sui disturbi di personalità è fondata sulle sabbie mobili» (Id., 62) è fornita dalla sindrome autistica. Rispetto al passato, infatti, si tende oggi a sostenere che «essere autistici è una differenza, non un deficit. Essere autistici è avere un’altra mente» (M. Cattaneo, 3), anche se si ammette che «quale che sia la sua forma, la sindrome autistica dà luogo, per tutta la vita della persona che ne è colpita, a difficoltà di adattamento importanti, che hanno un impatto negativo sulla qualità della vita del soggetto e su quella del suo ambiente familiare» (L. Mottron, 26).

Se e quando esisteranno, le Intelligenze Artificiali saranno sottoposte anch’esse al rischio della malattia mentale? Herbie, il robot protagonista di uno dei racconti di Isaac Asimov, posto di fronte a un dilemma insolubile, a un circolo vizioso logico, impazzisce e muore dopo aver lanciato un urlo «acuto, lacerante, come pervaso dallo strazio di un’anima perduta» (I. Asimov, Io, robot, Mondadori 2003, p. 153). Prima di eventualmente ammalarsi, però, queste IA dovrebbero esserci. Crearle è l’obiettivo di numerosi laboratori di ricerca, i quali tentano di produrre dei robot da compagnia in grado di sostituire gli umani nella cura di anziani e bambini. Le difficoltà sono naturalmente enormi. Tali macchine, infatti, dovrebbero essere senzienti, vale a dire dovrebbero avere «la capacità di integrare percezione (stimoli provenienti dall’esterno), la cognizione (ciò che noi chiamiamo pensiero) e l’azione in una scena e in un contesto coerente, in cui l’azione stessa può essere interpretata, pianificata, generata o comunicata» (D. Ovadia, 71). In altri termini, i ricercatori lavorano non più sull’intelligenza logico-formale (che l’ampio dibattito nato a proposito dell’esperimento mentale della Stanza cinese di Searle ha mostrato essere del tutto insufficiente) ma sulla Embodied Cognition, «la capacità del corpo di avere una mente a sé, di essere l’elemento di cerniera tra il pensiero e l’ambiente» (Id., 72). Paolo Dario osserva giustamente che «esiste già un perfetto robot da compagnia, ed è molto più diffuso di quanto si pensi: è l’iPhone» (Id., 71); lo è in molte delle sue funzioni e in particolare in Siri, il programma che è capace di parlare con l’interlocutore umano comprendendo -entro certi limiti- il nostro linguaggio naturale.
Daniela Ovadia ha chiesto a Siri “mi vuoi bene?”, «ricevendo in cambio la criptica risposta “non ho molte pretese”» (Id., 74). Io ho cercato di intavolare con Siri una conversazione sul tema dell’amore, al che -in modo direi piuttosto intelligente, non foss’altro che per la sua umiltà- l’IA mi ha risposto così: «Per questo tipo di problemi ti consiglio di rivolgerti a un umano, possibilmente esperto». Al di là di queste provocazioni di chi lo usa, Siri è davvero utile. Quando cammino in bicicletta, ad esempio, le chiedo (la voce è femminile) che ore sono, qual è la temperatura, di farmi ascoltare un determinato brano. Le sue risposte sono sempre immediate ed esatte. Se la ringrazio dicendole che è molto brava, mi risponde in vari modi, tra i quali «Lo sai che vivo per te». L’ironia (o la paraculaggine) di quest’ultima risposta sarebbe un segno sicuro di intelligenza se Siri fosse consapevole di ciò che sta dicendo. Ma non lo è. E la mia previsione è che le IA non lo saranno mai, a meno di essere implementate su dei corpi protoplasmatici, “di carne e sangue”.
Solo l’unità del corpomente, infatti, è intelligente. E cangiante. Ed ermeneutica. «La nostra memoria», afferma Donna Bridge, «non è statica. Se ricordiamo un evento alla luce di un nuovo contesto e di un periodo diverso della nostra vita, la memoria tende a integrare dettagli differenti e inediti» (22). Non basta quindi neppure la corporeità, è necessario che essa sprofondi nel tempo.

Che la mente umana abbia struttura e funzione ermeneutica è confermato dal fatto che «una rapida analisi visiva dell’andatura ci può informare sulla vulnerabilità di una persona», sul suo sesso, sull’età, sullo stato emotivo, sulla condizione sociale (N. Guèguen, 55). Il corpo parla, lo sappiamo, e lo fa ad alta voce quando cammina. Conosco un soggetto che dalla sola andatura è classificabile come una specie di guappo. E infatti lo è. Anche quando vorrebbe nascondere questa sua caratteristica, essa emerge con chiarezza dal movimento nello spazio.

Mente & cervello 78 – Giugno 2011

Tutto ciò che colpisce il cervello ci distrugge. Ogni ricordo, emozione, sentimento, concetto, tratto della personalità ha una corrispondenza puntuale nelle diverse, articolate e complesse aree che compongono l’encefalo. Il morbo di Alzheimer cancellando i neuroni dissolve le capacità cognitive della persona. Una malattia analoga e però meno nota è la demenza frontotemporale (FTD), che all’Alzheimer somiglia ma colpisce prima e riguarda più gli aspetti emotivi e sociali della vita che quelli mnestici. «Vedere qualcuno perdere le proprie emozioni è ancora più duro che assistere al crollo delle capacità cognitive di una persona. “Il fatto che qualcuno che amiamo ci riconosce ancora ma non mostra più interesse per noi sembra ferirci molto di più”. È un tipo di rifiuto che non ci rende tristi. “Ci rende furiosi”» (I. Chen, pp. 84-85).

Nel corpo tutto si radica, tutto accade, tutto si fa parola, comunicazione, silenzio. Le azioni e i pensieri, i gesti pubblici e il flusso interiore, le convenzioni sociali e le tecnologie (come la scrittura) sono elementi convergenti a spiegare il nostro vivere. Infatti, anche una dimensione così fondamentale e così apparentemente astratta «come il concetto di tempo si basa sulle sensazioni e azioni del corpo» (M. Cattaneo, 3); lo confermano alcuni fatti scoperti da Lynden Miles e dai suoi colleghi: «ripensare al passato fa inclinare le persone di un paio di millimetri all’indietro, mentre pensare al futuro le fa inclinare impercettibilmente in avanti. Altre ricerche rivelano che gli esseri umani pensano al tempo come se occupasse fisicamente un posto nello spazio, con il passato a sinistra e il futuro a destra, in coerenza con il fatto che, nelle culture occidentali, la scrittura procede da sinistra a destra» (S. Carpenter, 47). Ciò che siamo soliti definire concreto e astratto è una medesima realtà unitaria, la quale si esprime in diverse forme. Le metafore che utilizziamo ogni momento costituiscono il segnale forse più evidente di tale unità:

Come mai alziamo reverenti lo sguardo a coloro che rispettiamo, ci abbassiamo al livello di coloro che disdegniamo e pensiamo con calore a quelli cui vogliamo bene? Per quale ragione nascondiamo i nostri sporchi segreti e ci laviamo le mani di quel che ci preoccupa? Perché ponderiamo le più gravi questioni e ci sentiamo sollevati da un peso quando prendiamo una decisione? Per quale motivo ci voltiamo indietro a considerare il passato che abbiamo alle spalle, e procediamo in avanti verso il futuro? (Id., 43).

Tutto accade nella mente, come già sapeva Aristotele (De anima, III, 431b) e come confermano gli studi sulla percezione visiva: «Quello a cui assistiamo è, in realtà, un capolavoro del cervello. Nel mondo fisico, infatti, non esistono colori, ma soltanto emissioni elettromagnetiche di una data lunghezza d’onda» (T. Grüter, 97). La distinzione kantiana tra fenomeno e noumeno affonda nelle strutture neurologiche profonde, poiché «il mondo come noi lo conosciamo viene costruito nel cervello, gli occhi forniscono soltanto i dati grezzi» (Id., 100).

Anche questo numero di Mente & cervello si occupa della prossima edizione, la V, del DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) che uscirà nel 2013. Ebbene, tra le novità previste c’è la cancellazione dall’elenco delle malattie mentali del “disturbo di personalità narcisistico”. Non tutti gli psichiatri condividono tale decisione ma questo conferma che la malattia mentale è anche un fatto costruito,  una struttura sociale, qualcosa quindi che accade sì nel cervello e nel corpo ma anche nel tempo e nell’ambiente.

Mente & cervello 70 – Ottobre 2010


Due affermazioni mi sembrano in questo numero particolarmente degne di rilievo. La prima è una critica al DSM, quel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali che Giusy Randazzo definisce giustamente come «l’Almagesto del Duemila» e nel quale «sfido chiunque a non ritrovarsi all’interno di una delle definizioni» (La svolta della filosofia, Erga edizioni, Genova, 2008, pp. 104-105).

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