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Città non umane

Fausta Squatriti
Ascolta il tuo cuore, città
Milano / Assab One
Sino al 2 dicembre 2011

Che cosa più della città è segno evidente della nostra specie? Spazi geometrici, costruzioni verticali, luoghi ben delimitati e differenti. Pietre, legno, cemento, ferro mescolati nell’aria e nella luce. Elementi naturali e artificiali intrecciati tra di loro. Una città è questo. E una città è anche gli umani che la abitano nel tempo. Fausta Squatriti ha ascoltato non il cuore, la volontà, i desideri, le passioni e la morte dei corpimente che le città costruiscono e ospitano ma la materia, la pura materia. Che essa sia organica o inorganica, plasmata dalla storia o accartocciata dai climi, ancora agente o immobilizzata nel guasto, è la materia che vince nelle opere di quest’artista. Materia che si esprime e canta in insiemi composti da fotografie, pastelli, cornici dentro le quali si è per sempre raggrumata una qualche struttura che una volta fu viva o attiva o funzionale e che adesso è soltanto la sua forma.

Si rimane in silenzio di fronte a simile coraggio. Al coraggio di cancellare dalle città gli umani e lasciare che esse diventino la vittoria del tempo. «Principio degli esseri è l’apeiron, la polvere della terra e del tempo, il suo flusso infinito…» afferma Anassimandro (DK, B1). Di questa polvere sono coperte le opere di Squatriti.
«Mais, quand d’un passé ancien rien ne subsiste, après la morte des êtres, après la destruction des choses, seules, plus frêles mais plus vivaces, plus immatérielles, plus persistantes, plus fidèles, l’odeur et la saveur restent encore longtemps…»  (À la recherche du temps perdu, Gallimard 1999, p. 46). Di tale odore a volte acre e altre neutro, di questo sapore di immobilità sono intessute le opere di Squatriti.
«Tutto vince e ritoglie il Tempo avaro / chiamasi Fama, et è morir secondo, / né più che contra ‘l primo è alcun riparo. / Così ’l Tempo triunfa i nomi e ‘l mondo» (Petrarca, Trionfo del tempo, vv. 142-145). Di tanto trionfo le opere di Squatriti sono fatte.

C’è un’opera, una scultura, che sembra distaccarsi da tutto questo. Disco rosso (1964) è una pura rossa semisfera al cui centro un vuoto genera lame, fulmini, coltelli. Strutture rivolte verso il cuore della sfera e verso lo spazio a essa esterno. Vibrano. Sono esse forse l’epifania del tempo, l’immagine più levigata e insieme più ferente dell’energia che il tempo è, il cui flusso produce le città una volta vive, ora vive ancora soltanto di se stesse. È il loro cuore, rosso come questa sfera, che l’artista ha saputo ascoltare.

 

 

Natura/Artificio

Loris Cecchini
Genova – Palazzo Ducale
Sino al 17 luglio 2011

Su questa mostra io e Giusy Randazzo abbiamo scritto un articolo uscito sul numero di luglio 2011 di Vita pensata, al quale dunque rimando.
Qui ribadisco tutto il valore e il significato dell’arte concettuale, che è capace di contaminare tra di loro scultura, design, pittura, fotografia, architettura, trasformando la materia in pensiero e il pensare in forma visibile. L’immagine che vedete a sinistra è una parete che vibra, sono sinapsi in azione, è l’antichissima perfezione del cerchio che si apre alla dissoluzione nel tutto.
Artisti come Cecchini mostrano -con l’evidenza che gli oggetti sanno dare- che la nostra specie non si muove e vive solo in un mondo pre-dato al quale cerca di adattare al meglio se stessa in vista della sopravvivenza ma produce in gran parte tale mondo che risulta un inseparabile intreccio di natura e di artificio.

Il sale, il tutto

Paladino. Palazzo Reale
Milano – Palazzo Reale
A cura di Flavio Arensi
Sino al 10 luglio 2011

 

Gialli e rossi molto intensi. La pittura che esce dal quadro e diventa tridimensionale, come nel Senza titolo del 2005 in cui da una testa su fondo d’oro si dipartono rami che sembrano/sono dendriti e assoni. Sculture appese ai muri (Bandiera rossa), Sfere nello spazio sulle cui superfici emergono oggetti e ancora teste; sagome umane di legno poste contro un muro e che mano a mano si dissolvono diventando cenere e carbone; 32 magnifici Dormienti distesi in una sala a far dormire la materia e i segni; antichi elmi accatastati alla rinfusa. Nel cortile di Palazzo Reale alcuni grandi Scudi di terracotta e nella piazzetta all’esterno la Montagna di sale, pensata la prima volta per Gibellina, ricostruita a Napoli e ora a Milano. Un’installazione semplice, arcaica, enigmatica e parlante, con le sue forme animali immerse in uno degli elementi primordiali della Terra.
Al di là delle definizioni -Arte concettuale, Transavanguardia- l’opera di Paladino è così coinvolgente e chiara anche perché è intrisa della perenne grecità mediterranea, che nello spazio pulsa infinita e immortale.

Others

Others. Le Biennali d’arte di Marrakech, Istanbul, Atene a Palermo e Catania

Catania – Fondazione Puglisi Cosentino
Sino al 7 novembre 2010

Molto interessante l’iniziativa realizzata in comune dalle due sedi espositive di Palermo e di Catania dedicate all’arte contemporanea. Palazzo Riso ospita una selezione della Biennale di Marrakech, Palazzo Valle quelle di Istanbul e Atene.

L’alterità delle Biennali visitabili a Catania Leggi il seguito »

Zhang Huan. Ashman

Milano – Padiglione d’Arte Contemporanea
Sino al 12 settembre 2010

Ashman è il nome col quale Zhang Huan sintetizza la propria visione eroica dell’esistere.
Dei video mostrano il silenzio del protagonista mentre compie i suoi pellegrinaggi dentro le città, tra la cenere, il ghiaccio, offrendo il proprio corpo agli elementi. Alcune fotografie lo ritraggono mentre gioca con la propria pelle o coi monumenti romani. Quadri di grandi dimensioni compongono una celebrazione gloriosa e funerea della Cina comunista, della Cina contemporanea. Altri dipinti rappresentano insetti, operai, soldati. Imponenti Buddha fatti di materiali diversi segnano l’immobilità della storia, del dolore, del niente. Uno di essi è composto di cenere che a poco a poco si disfa trasformando in vuoto lo spazio prima occupato dal Buddha.
Dominano dunque in questa mostra il grigio, la cenere, i teschi, la disgregazione. Su tutto una silenziosa ed elegante disperazione, insieme materica e interiore.

Elogio della semplicità

Elogio della semplicità
Un carattere dell’arte contemporanea

Milano – Palazzo delle Stelline
Sino al 20 giugno 2010

Un racconto di Poe narra della Lettera rubata che nessuno trova perché lasciata in evidenza su una scrivania. Può essere una buona metafora dell’ “arte contemporanea”, sempre che una simile etichetta abbia senso, cosa che escluderei a causa della grande varietà di eventi e oggetti che tale formula dovrebbe racchiudere e categorizzare.
Prendendo comunque la formula per buona, uno dei suoi caratteri è -appunto- la semplicità di molte sue manifestazioni, talmente elementari che spesso vi si cercano enigmi e oscurità del tutto assenti. È quindi un ottimo titolo quello della piccola ma significativa mostra che nelle stanze e nel giardino del Palazzo delle Stelline raccoglie una cinquantina di opere, il cui significato è per lo più evidente.

Solo alcuni esempi. Gilberto Zorio appende una pietra a una corda e vi incide la parola Odio, e questo è anche il titolo dell’opera (del 1969). Qui significato e significante coincidono interamente. Giulio Paolini scolpisce due busti al modo dei romani e lascia a terra dei frammenti di un terzo: L’altra figura (1984) è appunto quella infranta. Bertrand Lavier prende una macchina fotografica Zenith, la lavora un po’ e la mette in mostra con lo stesso titolo (1983). Analoga, anche se un po’ più metaforica, l’opera di Liliana Moro che incatena un frigorifero con un lucchetto e lo riempie di adesivi, il titolo è No frost (1990). Qui non c’è nulla da interpretare ma c’è solo da guardare degli oggetti assumere una loro particolare densità nello staccarsi dallo sfondo consueto del quale di solito fanno parte e da cui emergono.
Semplicissimo e bello il pannello di cera telata bianca sul quale Niele Toroni stende delle impronte di pennello arancione a intervalli di 30 centimetri l’una dall’altra (2008). Anche Alighiero Boetti disegna dei quadratini a matita su carta e dà loro il titolo vivaldiano di Cimento dell’armonia e dell’invenzione (1970). Richard Nonas lascia Untitled (2009) otto lingotti di ferro posati a terra a formare un semplice rettangolo.
Tra le quattro installazioni poste nel giardino, la Maritime Spiral di Richard Long (2008) è un perfetto cerchio dentro il quale dei sassi bianco-gialli formano una spirale regolare.

Dove sta la difficoltà di lettura di tutto questo? E non si pensi che una mostra dal titolo programmatico non poteva che risultare di semplice fruizione. Le opere, infatti, sono nate ciascuna per conto proprio ed è stato il curatore Giorgio Verzotti a dare il titolo collettivo. Basta saper guardare ed è facile constatare come la semplicità sia davvero «un carattere dell’arte contemporanea».

Isole mai trovate

Genova – Palazzo Ducale
Sino al 13 giugno 2010
Sito e video della mostra

Più di trenta artisti contemporanei affrontano in forme diverse il mito dell’isola. Territorio, viaggio, solitudine, metafora, mare, approdo, naufragio, differenza, utopia, distacco, spazio, parola.

L’Arco mediterraneo di Richard Long -fatto di pietre disposte ad angolo- sembra accogliere la malconcia nave di Anselm Kiefer. I nomadi fotografati da Danica Dakić dialogano con gli autoritratti di Orlan in figura di capo indiano. La Catasta di vetro trasparente di Tony Cragg è posta su un equilibrio luminoso e instabile come la collina di sabbia -che dei ventilatori sembrano poter a ogni istante cancellare- di Alice Aycock. Il Grande Pozzo di Michelangelo Pistoletto restituisce al visitatore/narciso la propria inconsistenza, destinata in ogni caso a quell’Esodo verso il nulla ben espresso da Gloria Friedmann e dal platonico e bellissimo Gioco d’ombre di Hans Peter Feldmann. La Vision di Maurizio Nannucci condensa in un filo di neon illuminato il titolo dell’opera e l’opera stessa. Alle isole geografiche si ispirano le tre installazioni poste nel Salone del Doge; la più riuscita mi è sembrata la barca di Barthélémy Toguo che naviga su un mare di bottiglie di vodka.

La mostra conferma la vitalità dell’arte concettuale, oggi. Pochissimi sono infatti i dipinti. Si tratta soprattutto di installazioni e poi di fotografie e filmati. Alcuni di essi mostrano: Kimsooja attraversare lentamente Parigi su un carro colmo di Bottari, copriletto della tradizione indiana; tre uomini addormentati su un’isola/scoglio che al risveglio si chiedono quale mai sia l’arida terra che li accoglie (opera di Stefanos Tsivopoulos); Jean Fabre che insieme ai filosofi Dietmar Kamper e Peter Sloterdijk spinge davanti a sé nella campagna tedesca delle sfere che hanno lo stesso colore e forma di quelle che lo Scarabeo stercorario trasporta verso il proprio nido. Nel frattempo i tre uomini discutono sulla condizione umana, esprimendo mediante l’unità totale del gesto/significante con le parole/significato la faticosa solitudine di ciascuno in questo mondo.
Entro i confini dell’isola, lambiti dal mare dell’irrazionale, le contraddizioni si conciliano accogliendo le differenze e rifiutando ogni facile soluzione di superamento degli opposti. L’Isola è il luogo ultimo dell’impegno, dell’azione, del fare, cifra peculiare dell’umano e del suo irriducibile esserci.

Pre-visioni

Catania – Palazzo Valle
Fondazione Puglisi Cosentino
Sino al 28 febbraio 2010

Palazzo Valle ha aperto un nuovo spazio espositivo al primo piano dell’edificio. A inaugurarlo è una mostra di artisti studenti delle Accademie di Belle Arti di Catania e Palermo.
Angelo Spina ambienta l’Apocatastasi in una scuola abbandonata. Valentina Cirami in Step distende una cassetta della frutta trasformandola da volume a superficie. Inevitabili ma fecondi i debiti con grandi modelli del Novecento. Come queli di Andrea Mangione con Bacon, di Giovanni Sortino con David Schnell (intenso davvero lo spazio grandangolare della sua stanza, deformata ma lieve), di Guè Marco Mangione con Liechtenstein. Una delle installazioni video -quella di Giuseppe Buzzotta- si intitola Luci/stelle del carcere disperse in questo mondo e altri infiniti e vi si può ascoltare una parte della deposizione di Giordano Bruno davanti al Tribunale che lo avrebbe condannato a morte. Pulsa nelle parole del filosofo e nelle immagini dell’artista la stessa meraviglia per una misura che non possiamo cogliere ma soltanto sperare di intuire, almeno qualche volta. E l’arte serve anche a questo. A riempire di grandezza la visione.

Emilio Isgrò – Fratelli d’Italia

Milano – Galleria Gruppo Credito Valtellinese
Sino al 13 giugno 2009

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La più recente opera di Emilio Isgrò si intitola Fratelli d’Italia e consiste nell’applicazione all’Inno nazionale delle sue celebri cancellazioni. Del testo rimangono soltanto due parole: “Italia” e “schiava”. Efficace, indubbiamente. Numerose altre opere la accompagnano: installazioni come L’ora d’Italia dedicata alla strage di Bologna; altre cancellazioni -carte geografiche, volumi dell’Enciclopedia Treccani, libri di Freud e Jung; alcuni ingrandimenti; i Semi d’arancio commissionati dal Comune nel quale l’artista è nato, Barcellona Pozzo di Gotto.

Milano ha dunque dedicato una mostra di grande respiro a questo suo cittadino d’elezione. Alcune delle opere sono certamente interessanti ma nel complesso dominano due caratteri discutibili: ripetitività e narcisismo. La serialità è un carattere di fondo di molta arte contemporanea ma Isgrò sembra abusarne. La concentrazione su di sé -teorizzata nell’intervista audio che accompagna la mostra- è anch’essa un universale dell’arte ma la modalità con la quale Isgrò la vive è palese sino al fastidio. Una mostra che lascia freddi, oltre che perplessi, e che sarà ospitata ad Acireale dal 19 luglio al 15 novembre prossimi, presso la Galleria del Credito Siciliano.