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Emma, la Feroce

Teatro Franco Parenti – Milano
Madame Bovary
di Gustave Flaubert
riscrittura di Letizia Russo
Con Lucia Lavia, Woody Neri, Gabriele Portoghese, Mauro Conte, Laurence Mazzoni, Roberta Zanardo, Elisa Di Eusanio, Xhuiljo Petushi
Produzione Khora Teatro
Regia di Andrea Baracco
Sino al 22 gennaio 2017

«Non conosci davvero un uomo fino alla notte o al giorno in cui vai a letto con lui. Non conosci davvero una  donna mai. Neanche se quella donna sei tu». Così comincia la riscrittura carnale e crudele che Letizia Russo ha proposto di Madame Bovary, nella visionaria messa in scena di Andrea Baracco, interpretata con appassionata energia da Lucia Lavia.
Emma si annoia nella casa di campagna del padre e coglie la prima occasione per andarsene, sposando il medico di famiglia da poco vedovo, simulando a se stessa un amore che non c’è. Emma, la Finta.
Alla noia si aggiunge la delusione per una vita di provincia che non le regala niente di quanto aveva immaginato. Inizia così a odiare Charles Bovary e la figlia che ne ha avuto, Berthe, sino a gesti estremi di distanza e di disprezzo verso entrambi, sino a condurre Charles alla «rassegnazione dei dolori infiniti» (Madame Bovary, trad. di O. Del Buono, Garzanti 1965, p. 290). Emma, la Feroce.
Comincia a credere alle parole dei maschi squallidi e vuoti che le girano intorno, a farsi ingannare, a essere poi abbandonata. Per loro acquista, si veste, spende, in misura tale da mettersi nelle mani di un usuraio e da rovinare la casa. Si fida persino del farmacista Homais, uno dei personaggi più disgustosi che siano mai apparsi. Emma, la Fessa.
Ma il piacere di tradire l’uomo al quale attribuisce le proprie sciagure è troppo grande, ripetuto, voluttuoso. Emma, la Fedifraga.
Alla fine però non riesce più a tenere insieme il desiderio, la rispettabilità, le forme, l’orgoglio, le parole, le notti, e dentro di lei comincia a gorgogliare la tenebra. Emma, la Folle.
Il mondo le precipita sulle braccia, sui genitali, sulla testa, nello spazio, nel tempo. Non le rimane che il veleno. «L’aveva fatta finita, pensava invece lei, con tutti i tradimenti, le bassezze, gli innumerevoli desideri che l’avevano torturata. Non odiava più nessuno, adesso, un confuso crepuscolo calava sulla sua mente: di tutti i rumori del mondo, Emma ascoltava ormai soltanto l’intermittente lamento di quel povero cuore, dolce e indistinto, come l’ultima eco vanente d’una sinfonia» (p. 266). Emma, la Fallita.
Il suo inventore la racconta, la disseziona, la ama come poche volte è accaduto a un autore nella letteratura universale. Perché Emma (come egli ammise in una formula efficace anche se apocrifa), «c’est moi». Emma, la Flaubert.
«Così per gli uomini mortali un male, le donne (κακόν θνητoῖσι γυναῖκας), / Zeus alto tonante fece, partecipi d’opere / moleste, e un altro male diede in cambio di un bene» (Esiodo, Teogonia, vv. 600-602, trad. di G. Arrighetti). Emma, la Femme.

Sorriso / Malinconia

Teatro Franco Parenti – Milano
La dodicesima notte
(Twelfth Night, or What You Will)
di William Shakespeare
Con: Carlo Cecchi, Daniela Piperno, Vincenzo Ferrera, Eugenia Costantini, Dario Iubatti, Barbara Ronchi, Remo Stella, Loris Fabiani, Federico Brugnone, Davide Giordano, Rino Marino, Giuliano Scarpinato
Traduzione di Patrizia Cavalli
Musiche di scena Nicola Piovani; musicisti Luigi Lombardi D’Aquino, Alessandro Pirchio, Federico Occhiodoro
Costumi Nanà Cecchi
Regia di Carlo Cecchi
Sino al 6 marzo 2016

dodicesima_notteL’amore come equivoco, la vita come desiderio, le relazioni come lotta. E su tutto il sorriso di chi ha compreso quanto di umano, troppo umano ci sia nella pretesa di fare delle nostre passioni il criterio del mondo. Così le identità diventano dinamiche, i nomi vengono scambiati, la volontà di piacere all’altro appare o arrogante o ridicola. La ricomposizione finale -nel suo veloce e innaturale acquietarsi- rende ancora più stridente l’accaduto. Nelle commedie di Shakespeare, per quanto divertenti -e questa lo è molto- c’è sempre un fondo di malinconia che contribuisce all’immortalità dell’opera.
Un allestimento della Dodicesima notte che tralascia gli orpelli e punta all’essenziale, che in uno spazio quasi vuoto fa dei costumi la vera scenografia e perviene al cuore della malinconia attraverso un franco sorriso. Carlo Cecchi gigioneggia come sempre e come sempre regala ai suoi personaggi un tratto inconsueto di verità. La compagnia lo segue nella leggerezza e nella meditazione sulle cose del mondo.

Nora / Matriarcato

Teatro Franco Parenti – Milano
Una casa di bambola
di Henrik Ibsen
Con Filippo Timi, Marina Rocco, Mariella Valentini, Andrea Soffiantini, Marco De Bella, Angelica Gavinelli, Elena Orsini, Paola Senatore
Traduzione, adattamento e regia di Andrée Ruth Shammah
Sino al 24 febbraio 2016

Casa_di_bambolaLa bambolina Nora è in realtà la vera regista della casa, colei che guida le relazioni, che le sceglie, che seduce, che agisce, che nasconde e che rivela. Nora costituisce uno dei più nascosti e dissimulati ma chiarissimi esempi della potenza della donna, di fronte alla quale il potere del maschio è quello di un principe consorte che però si illude di essere lui il sovrano.
Davvero efficace e disvelatrice la scelta di affidare allo stesso attore -un eccellente Filippo Timi- i tre ruoli maschili. Non si tratta infatti qui del marito, dell’amico, del nemico ma semplicemente del maschio, le cui figure sono intercambiabili e sempre sottoposte alla potenza femminile.
L’esplicita critica di Ibsen ai criteri etici e sociali borghesi si trasforma lentamente e inesorabilmente in un riconoscimento del matriarcato nascosto che rimane al fondo delle società cristiane; queste soltanto, infatti, hanno potuto concepire l’idea di una donna «Madre di Dio» che non fosse essa stessa una dea.
Una forza quindi che in origine era inferiore diventa l’oggetto di un culto molteplice e pervasivo che sovrasta e oscura quello della ben più ardua -teologicamente- Trinità. «Donna, se’ tanto grande e tanto vali, / che qual vuol grazia e a te non ricorre, / sua disïanza vuol volar sanz’ali» (Paradiso, XXXIII, 13-15). Nel testo di Ibsen la metafora delle ali ricorre spesso. Alla fine «l’allodoletta» prende il volo da sola e il suo maschio rimane a terra, affranto e poveretto.

I Mann e la Germania

Teatro Franco Parenti – Milano
Mephisto
Ritratto d’artista come angelo caduto

liberamente ispirato alla carriera di Gustaf Gründgens
raccontata da Klaus Mann
Regia e drammaturgia di Luca Micheletti
Con Federica Fracassi, Luca Micheletti, Michele Nani, Massimo Scola, Lidia Carew

La famiglia Mann ebbe un rapporto tormentato con la Germania. Le Considerazioni di un impolitico di Thomas (1918), per quanto successivamente in parte criticate dallo stesso autore, costituiscono una esplicita presa di posizione a favore della Kultur contro la Zivilisation e dunque dell’identità tedesca contro la decadenza europea. Mephisto di Klaus (1936) va invece in direzione opposta e rappresenta una dura denuncia del tradimento che gli artisti tedeschi attuarono aderendo al nazionalsocialismo. La vicenda di Hendrik Höfgen è quella del cognato di Klaus -l’attore Gustaf Gründgens- il quale transitò da posizioni rivoluzionarie all’adesione al regime nazista, con tutti i vantaggi che questo comportò.
Pur affrontando una tematica sempre attuale -qual è la relazione tra arte, pensiero, potere- il romanzo di Klaus Mann mostra i suoi anni e il suo radicamento in un contesto esistenziale e politico assai preciso. Luca Micheletti e gli altri ottimi attori fanno di tutto per renderne vivi i contenuti ma lo spettacolo risulta un poco kitsch e molto urlato. Forse certi libri bisogna lasciarli riposare in pace.

Il sorriso e la morte

Teatro Franco Parenti – Milano
Sogno di una notte di mezza sbornia
di Eduardo De Filippo
liberamente tratto da  La fortuna si diverte di Athos Setti
Con: Luca De Filippo (Pasquale Grifone), Carolina Rosi (Filomena), Nicola Di Pinto, Massimo De Matteo, Giovanni Allocca, Carmen Annibale, Gianni Cannavacciuolo, Paola Fulciniti, Viola Forestiero
Regia di Armando Pugliese
Compagnia di Teatro di Luca De Filippo
Sino al 6 gennaio 2015

Luca-De-Filippo-e-Carolina-Rosi-foto-Federico-RivaPasquale Grifone vive modestamente ma vive. In una delle tante notti che lo vedono ubriaco, Dante Alighieri gli regala quattro numeri che lo renderanno ricco. Sono numeri, però, che indicano anche la data della sua morte, che avverrà tra pochi mesi. I numeri escono e la famiglia di Pasquale diventa milionaria. La felicità degli altri non compensa l’angoscia del protagonista, che vive come fosse un condannato a morte. Moglie e figli cercano di tranquillizzarlo ma sono anche ben pronti alla dipartita e non propriamente dispiaciuti. Il giorno stabilito si vestono a lutto e cominciano il loro pianto. Alle 13 in punto Pasquale si sente morire ma non muore. Un medico certifica la sua piena salute. Forse però non sono ancora le 13…
Una farsa, chiaramente, con tutti i colori, le esagerazioni, i movimenti, le battute intessute di grottesco. Ma una farsa che contiene i grandi temi del teatro di Eduardo, vale a dire la solitudine, il sogno, il morire. Il contratto, La grande magia, Questi fantasmi, Le voci di dentro affrontano la morte, la volontà di vivere, la vita onirica e l’esser soli con tutta la radicalità di un umorismo insieme teoretico e plebeo. Qui il tono è lievissimo, i tempi comici sono scanditi e il risultato è di grande divertimento. Ma anche da questa commedia traspare la tragicità della condizione umana. Soltanto un grande drammaturgo può coniugare così bene il sorriso e la morte.

Handicap / Urlo

Teatro Franco Parenti – Milano
Skianto
di e con Filippo Timi
voce e chitarra Andrea Di Donna
costumi di Fabio Zambernardi
Produzione Teatro Franco Parenti – Teatro Stabile dell’Umbria
Sino al 7 dicembre 2014

Timi_skianto_Neige_De_BenedettiDentro il corpomente di un disabile cognitivo. Che chiama se stesso handicappato, rivendicando la diretta semplicità delle parole. Un handicappato con «la scatola cranica sigillata», capace di esprimersi con gli altri soltanto attraverso mugugni e mediante gesti, ora teneri e più spesso aggressivi, ma che a se stesso racconta storie, canta emozioni, ironizza sulla propria situazione e sul mondo, elenca domande, progetta di fare il ballerino, sogna una fata turchina alla quale chiedere di diventare un bambino normale o almeno un burattino. Ma che sa di essere lui stesso la fata alla quale parla.
Un handicappato che urla contro ogni dio l’assurdità della condizione umana e non umana, il dolore radicale che ogni vivente prova stando al mondo; un handicappato che urla al crocifisso che quel sangue non è suo -un dio sanguina per gioco e per finta- ma è il proprio, è quello di ogni ente germinato dall’incontro (descritto all’inizio con irresistibile divertimento) tra un microscopico girino e una minuscola sfera. Da quel «batti e ribatti dell’asta dentro un buco, sono nato io», Filippo, l’handicappato.
Un testo coraggioso, sfrontato e potente. Messo in scena con la fisicità assoluta che caratterizza la poetica di Timi, con i colori sgargiantissimi dei suoi costumi. Un monologo fragoroso, accompagnato da una chitarra e da una voce, inframmezzato da due video assai divertenti che mostrano dei gattini in spericolate pose e la pubblicità straniante e violenta di un formaggio. Il sarcasmo è dunque la cifra stilistica di questo urlo gnostico che inizia con un handicappato che volteggia lieve nell’aria e si conclude con le parole «un giorno mi sveglierò morto. Finalmente felice».

Dialettica di Polifemo

Teatro Franco Parenti – Milano
Io, Nessuno e Polifemo
di Emma Dante
con Emma Dante, Salvatore D’Onofrio, Carmine Maringola, Federica Aloisio, Giusi Vicari, Viola Carinci
musiche eseguite dal vivo da Serena Ganci
regia di Emma Dante
produzione del Teatro Biondo Stabile di Palermo
Sino al 30 settembre 2014

polifemoOdisseo è la hybris che tenta coi suoi enigmi la Montagna. Di sé Polifemo dice infatti d’essere «tutt’uno con la roccia, monotono e gigantesco, un’enorme montagna senza cuore». Una forza che viveva nella sua armonia monòcola e materica, in pace con gli dèi e con gli animali, prima che arrivasse l’umano predatore, fatto di arroganza e di conquista. Odisseo è l’intera specie che finge di essere ciò che non è: signora e padrone dell’essente. E la Montagna li ha puniti, li ha mangiati, li ha ricondotti al vento effimero che siamo. Uno solo è riuscito a volgere la forza della terra in violenza contro se stessa. E quest’uno adesso racconta spavaldo la sua impresa, l’energia della sua mente e delle braccia. Balla persino, al ritmo della memoria che lo ha reso immortale e che insieme a lui ha indurato Polifemo.
Emma Dante parla dunque dell’antichissimo mito illuminista che Horkheimer e Adorno hanno saputo così bene illustrare nell’Excursus I della loro opera maggiore: «Il lungo errare da Troia ad Itaca è l’itinerario del soggetto -infinitamente debole, dal punto di vista fisico, rispetto alle forze della natura, e che è solo in atto di formarsi come autocoscienza-, l’itinerario del Sé attraverso i miti». Ma «il soggetto ricade nello stesso circolo vizioso della necessità naturale a cui cerca di sfuggire assimilandosi. Chi, per salvarsi, si chiama Nessuno e adopera l’assimilazione allo stato di natura come mezzo del dominio della natura, cade in preda alla hybris. L’astuto Odisseo non può fare diversamente: in fuga, ancora a portata di tiro delle mani del gigante, non si limita a schernirlo, ma gli rivela il suo vero nome e la sua origine, come se la preistoria avesse ancora tanto potere su di lui, scampato ogni volta per un pelo, da fargli temere, dopo essersi chiamato Nessuno, di poter ritornare nuovamente nessuno, se non provvede a restaurare la propria identità per mezzo della parola magica di cui l’identità razionale ha preso il posto» (Dialettica dell’illuminismo, trad. di R. Solmi, Einaudi 1982, pp. 54 e 75).
Questo testo e la sua messinscena costituiscono dunque una riflessione attenta e acuta sull’umano e la sua natura ma sono anche danza e musica, sono umorismo e spiazzamento rispetto all’ovvio -il parlar partenopeo dei due nemici coniuga, appunto, musica e divertimento-, sono una diversione leggera e danzante rispetto alla consueta drammaturgia affilata e dura della Dante. Ma Io, Nessuno e Polifemo è soprattutto un’esplicita dichiarazione di poetica teatrale. Vi vengono citati gli autori che hanno fatto delle parlate dialettali il mezzo e la sostanza di un teatro che non è spettacolo ma è un itinerario dentro il linguaggio che non obbedisce: Viviani, Eduardo, Dario Fo. E poi un altro nome. Viene enunciato all’inizio, rispondendo alla domanda del ciclope sul perché la «signò» si occupi ancora di questo racconto truce e sanguinario, innumerevoli volte raccontato. «Perché», risponde Emma, «un teatro che non sia violenza e crudeltà è spettacolo e non teatro, come sapeva Carmelo Bene». All’ulteriore domanda di Polifemo sul perché, dunque, non si occupi di quest’altro invece che di lui, Emma risponde che «Bene è un morto fresco, non si è abituato all’eterno».
La fisicità estrema -tratto della drammaturgia dantesca- qui sembra molto stemperarsi in un testo persino didascalico ma ricompare intensa nei movimenti delle tre danzatrici -marionette della Necessità, ballerine di dance, astute penelopi- e nella voce/percussione di Serena Ganci.
Le parole con cui si chiude l’incontro con la Montagna sacra e antropofaga alludono alla polvere alla quale tutto sarà ridotto, polvere che nessuno può scansare.

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