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Il popolo

Soggetti e partiti progressisti -definirli di sinistra non è possibile se l’espressione vuole avere ancora un senso- sono mobilitati a difendere il colpo di stato tentato in Venezuela da Guaidó, un fantoccio di estrema destra sostenuto dagli Stati Uniti d’America del presidente Trump. Sono mobilitati a difendere Macron, un pericoloso esponente della finanza ultraliberista e nemica dei lavoratori, oltre che un campione del colonialismo. Sono mobilitati a difendere l’insensatezza tecnico-commerciale e la catastrofe ambientale (anche a causa della presenza di amianto nelle montagne alpine) del TAV. E tutto questo in nome di una categoria psichica che è sempre pericoloso applicare alla dimensione politica, l’odio. L’odio istintivo, irriflesso, pavloviano ma anche interessato nei confronti del Movimento 5 Stelle. Non dico nei confronti dell’attuale governo italiano ma proprio del Movimento 5 Stelle, che ha i suoi enormi limiti ma che è l’unica forza politica potenzialmente e ancora in grado di opporsi alla devastazione attuata dalla finanza, dal globalismo liberista, dai processi da tempo in atto di ritorno alla schiavitù di masse, ceti, popoli; schiavitù della quale il fenomeno migratorio è una delle massime espressioni contemporanee.
In questo modo i progressisti costituiscono i migliori alleati delle destre di tutto il pianeta. Una tragedia, una farsa, una hegeliana eterogenesi dei fini. Per quelli che sanno usare i congiuntivi e conoscono la storia, aggiungo che si tratta anche di una manifestazione della List der Vernunft.
Chi ha convissuto e collaborato con un piccolo borghese volgare e ignorante come Silvio Berlusconi ora alza il sopracciglio di fronte ai congiuntivi di Luigi Di Maio. Chi ha affidato i propri destini a un soggetto altrettanto ignorante e volgare come Matteo Renzi, non perdona citazioni e riferimenti errati alla storia. Come se giornalisti e blogger facebookiani fossero coltissimi  e grandi lettori…
Non si perdona il popolo che finalmente torna ad avere una rappresentanza politica, come accade in Francia con i Gilets jaunes. Quel popolo ignorante e vitale dal quale provengo. I miei nonni brontesi, paterno –Biagio– e materno -Illuminato- erano contadini analfabeti. Il primo emigrò in Argentina, dove dei malviventi gli sottrassero ciò che con grande fatica aveva risparmiato, lasciandolo miserabile com’era arrivato. Le mie nonne, materna -Rosa- e paterna -Giuseppa- scrivevano e leggevano a stento ma erano di una intelligenza, intuizione e ironia straordinarie. Il nipote di queste quattro persone è ora professore ordinario di Filosofia teoretica, ha scritto undici libri di filosofia e due di poesia, ha pubblicato sinora 472 titoli tra libri, saggi, articoli (e ha anche redatto 2059 testi in questo sito). Un simile salto sociale in appena due generazioni è stato reso possibile dalla presenza di forze socialiste e popolari nell’Europa della seconda metà del Novecento, dal Welfare State che venne messo in atto dall’Occidente anche per evitare rivolte e rivoluzioni  che si ispirassero all’Unione Sovietica. Fu questo uno dei vantaggi del bipolarismo rispetto al pericoloso unilateralismo contemporaneo. Se fossi stato oggi un giovane laureato in filosofia, con il retroterra familiare dal quale provengo avrei incontrato enormi difficoltà in un contesto ultraliberista che privilegia le rendite finanziarie a danno dei servizi collettivi e della mobilità di ceto. Un contesto del quale strutture politiche come Forza Italia e il Partito Democratico sono pienamente complici, forze che hanno totalmente abdicato ai diritti sociali collettivi anche in nome dei diritti civili individuali. E questo a partire dalla dissoluzione del Partito Comunista Italiano voluta dal suo ultimo segretario, Achille Occhetto, del quale non ho dimenticato una definizione data allora da un docente universitario iscritto al Partito: “un cretino”. Un cretino che però usava correttamente i congiuntivi e sapeva che la democrazia francese non è millenaria ma, più modestamente, secolare.
Condivido molte posizioni dell’anarchismo e difendo il populismo anche per ciò che devo ai miei avi contadini, al popolo ancora analfabeta che abita il quartiere catanese dove vivo (un mio vicino di appartamento è un pescatore che non sa leggere e scrivere) e le cui strade percorro sentendomi socialmente a casa. Il cancro di Catania, dell’Italia e dell’Europa non è il popolo incolto ma la borghesia corrotta. Sono orgoglioso di essere germinato dalla plebe siciliana e di questo popolo sarò parte sinché campo.

Sant’Agata

Dal 3 al 6 febbraio scorsi Catania ha vissuto ancora una volta la sua Grande Festa. A essere celebrata, portata tra le strade, arricchita di offerte, ricolma di desiderio, amata come figlia madre sorella, è stata Agata, il cui nome greco indica valore e nobiltà. Ἀγάθη è infatti anche una manifestazione di Artemide, vergine intransigente come lei.
Hanno quindi ragione coloro che accusano questa festa di essere pagana. Il cristianesimo, in effetti, ha poco da spartire con il culto totale riservato al busto argenteo di Agata, a questo idolo che si muove per giorni e notti tra i suoi fedeli, dando loro passione, lacrime e gioia. Come accadeva per le antiche statue degli dèi, il busto di Agata non rappresenta la santa ma è la santa. La dimensione pagana di queste feste dimostra la tenacia degli antichi culti in Europa e mostra soprattutto la naturalità del paganesimo, che è fatto di materia, di corpi, di fisicità, come appare chiaro a chiunque assista alla festa agatina.
A chi, poi, deplora le inflitrazioni criminali in questa celebrazione, si risponde che hanno certo ragione, che la festa è in gran parte controllata dalla malavita, ma che è la città a essere banditesca e quindi lo è anche la sua festa più importante. Pretendere che le celebrazioni popolari siano pure e linde quando la borghesia e i ceti dirigenti di Catania sono in gran parte corrotti significa essere o in mala fede o ingenui. Significa in ogni caso non comprendere le strutture della vita collettiva. È Catania a essere mafiosa non sant’Agata.
Per un pagano disincantato è un piacere vedere la fede nell’idolo, sentire le voci gridare «Saccu o senza saccu semu tutti devoti tutti!», sapere che al rientro definitivo della statua -il 6 mattina- gli innamorati di Agata piangono, la trattengono, le chiedono di rimanere ancora un poco con loro. Gli enormi ceri portati a spalla e bruciati dappertutto rappresentano ancora una scintilla -sporca, certo, decaduta e miserabile ma sempre viva- della grande Luce ellenica e mediterranea.
Segnalo il progetto -e il video, bello e interessante- di Durga, un film francese dedicato a Catania e ai suoi miti, nel quale trova spazio e senso anche la dea Agata.

Peppe Barra

Canto dei sanfedisti

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