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Dissonanze

Jennifer Thoreson / Dissonanza e proliferazione
in
Gente di fotografia
Anno XXIII, n. 69, novembre 2017
Pagine 8-17

«Gorgoglia la materia nella morte, come se tutti fossimo sogno di un demone cattivo, fossimo l’ironia delle Madri, fossimo dentro il loro implacabile destino. […] ‘The failure of faith’ è anche una ‘disclosure’, è la rivelazione del nostro essere stati gettati in un mondo incomprensibile e nemico, fatto di sporgenze tumorali, di arcaiche intumescenze, di inaudite proliferazioni. C’è qui, evidente, tutto il fascino e il timore che alcuni antichi gnostici nutrivano verso la materia, verso un mondo di carne e dissoluzione, nel quale i più sono stupidi e ignoranti e la massa è costituita da cose in forma umana».

«Le vrai est un moment du faux»

Lui è tornato
(Er Ist Wieder Da)
di David Wnendt
Germania, 2015
Con: Oliver Masucci (Adolf Hitler), Fabion Busch (Fabion Sawatzki), Katja Riemann (Katja Bellini), Christoph Maria Herbst (Christoph Sensenbrink), Franziska Wulf (Vera Krömeier)
Trailer del film

er_ist_wieder_daNel punto di Berlino in cui si trovava il bunker nazionalsocialista ci sono oggi delle abitazioni private. In un loro cortile improvvisamente si sveglia Adolf Hitler. È un po’ malconcio, non sa di essere nel 2014, all’inizio fatica a rendersi conto della realtà in cui è ricomparso. Ma gli bastano poche ore per orientarsi e per capire che le condizioni della società tedesca e dell’Europa sono favorevoli a un suo ritorno. Le televisioni -che naturalmente lo scambiano per un ottimo caratterista- gli danno spazio, voce, megafono. Il Füher comprende che i suoi veri continuatori non sono i teppisti di estrema destra ma tutti coloro che  -da ogni parte politica- creano le condizioni affinché nascano sentimenti di difesa: che siano nazionalisti islamofobi o cosmopoliti dell’accoglienza universale. Ignorare che siamo anche animali territoriali è infatti un grave errore antropologico e politico. Dopo il successo televisivo, il revenant Hitler pubblica un libro che diventa un bestseller, interpreta un film e sfila di nuovo per le strade di Berlino, applaudito dai passanti.
Il carisma -nel senso weberiano- di Hitler fa di questo personaggio morto nel 1945 un ospite inquietante dell’immaginario collettivo. Lo scrittore Timur Vermes ne ha tratto un romanzo che David Wendt trasforma in un film a più strati, nel quale l’ironia si mescola alla sociologia, la fantasia alla tragedia, l’innegabile simpatia che il protagonista suscita si coniuga alla inquietante sincerità delle sue affermazioni. Allora come oggi Hitler non nasconde nulla del proprio progetto politico e per questo attira consensi. «”Lei è un mostro!” – ” Pensa questo? allora dovrebbe condannare tutti coloro che votarono questo mostro, erano tutti mostri? No, era gente comune che decise di votare un uomo fuori dal comune e di affidargli il destino del proprio paese. Lei si è mai chiesto perché il popolo mi segue? Perché in fondo siete tutti come me, abbiamo gli stessi valori’».
Er Ist Wieder Da penetra nel cuore di tenebra della storia contemporanea, nella sua tirannia mediatica, nella miseria che elegge personaggi ben modesti a membri delle attuali classi dirigenti, come coloro che oggi fanno politica intendendo con tale espressione i loro banali interessi finanziari. Il ritornato Hitler ha buon gioco rispetto a tale inadeguata feccia -formidabili gli epiteti con i quali gratifica alcuni attuali capi di governo- e riesce facilmente a incunearsi nella dismisura spettacolare della televisione e del web, che conquista con i suoi sguardi, i silenzi, le parole affilate e il condiviso delirio.
Questo è un film classico nella struttura ma situazionista nelle radici e debordiano nelle intenzioni: «Dans le monde réellement renversé, le vrai est un moment du faux» (La société du spectacle, § 9). Il falso Hitler magistralmente interpretato da Oliver Masucci mostra la verità di una società totalitaria che trasforma ogni istante reale nella falsità della comunicazione contemporanea.
Si ride molto, ci si diverte assai in questo film. E si pensa. Mi è sembrato geniale.

I capi e le masse

Il presidente del Consiglio italiano -essendo un soggetto assai pericoloso per la pace sociale e per la Repubblica- è diventato inevitabilmente estremista. In realtà lo è sempre stato. Questo è facile da capire.
Meno facile è che chi fu non dico «comunista» ma soltanto «di sinistra» possa ancora sostenerne le posizioni o almeno tollerarle. Ma a spiegarcelo è la storia del Novecento, quella che ha portato al potere -e li ha fatti restare- soggetti come Hitler e Stalin. A spiegarcelo sono Ortega y Gasset, Canetti, Debord. A spiegarcelo sono le loro analisi dei gruppi dirigenti complici dei capi più impresentabili ed estremisti. A spiegarcelo sono le loro analisi delle masse plaudenti e sottomesse. Oggi sono le masse del Partito Democratico.

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Renzi, l’estremista nazionale
di Andrea Fabozzi, il manifesto, 4.11.2014

Tra le imma­gini che cele­brano la mis­sione del pre­si­dente del Con­si­glio a Bre­scia, ce n’è una in cui Renzi si stringe accanto al pre­si­dente della Con­fin­du­stria bre­sciana Bono­metti, uomo di destra, falco delle rela­zioni indu­striali, che un attimo dopo lo scatto dichia­rerà: «Il sin­da­cato è un osta­colo sulla strada del rilan­cio dell’Italia». Sullo slan­cio, il pre­si­dente del Con­si­glio si rifiu­terà di rice­vere i rap­pre­sen­tanti Fiom nella fab­brica di Bono­metti. Per­ché tra il segre­ta­rio Pd e l’imprenditore destrorso l’estremista è il primo.
In un’altra fab­brica lì vicino, dove gli ope­rai sono stati messi in ferie obbli­gate e sosti­tuiti con piante orna­men­tali, men­tre la poli­zia bastona lon­tani con­te­sta­tori, un Renzi scuro in volto e niente spi­ri­toso mette al cor­rente la pla­tea di Con­fin­du­stria e il pre­si­dente Squinzi che «c’è un dise­gno cal­co­lato, stu­diato e pro­get­tato per divi­dere il mondo del lavoro». Dice qui, in Ita­lia, «in que­ste set­ti­mane». E i padroni bat­tono le mani, con l’aria di chi pra­tico di com­plotti ha capito subito che l’oscura trama sco­perta dal pre­mier non deve fare paura. Può anzi tor­nare utile.
Per­ché se Renzi denun­cia che «c’è l’idea di fare del lavoro il luogo dello scon­tro» non lo fa per sco­prire l’acqua calda: dove altro che intorno al lavoro e al non lavoro può esserci la mas­sima ten­sione al set­timo anno di crisi e con i disoc­cu­pati che aumen­tano ancora? Né lo fa per rico­no­scere di essere stato lui a incen­diare l’ultima guerra, deci­dendo di can­cel­lare le garan­zie dell’articolo 18 più di quanto abbiano mai ten­tato i peg­giori governi di destra. Lo fa per riba­dire la sua visione della moder­nità ita­liana, il suo cam­bio di verso: scon­tro è quando qual­cuno non è d’accordo con lui.
È qui che si risolve l’apparente con­trad­di­zione di un pre­si­dente del Con­si­glio che da un lato si pre­senta come il fon­da­tore del Par­tito Nazio­nale, il volen­te­roso capo de «l’Italia unica e indi­vi­si­bile di chi vuol bene ai pro­pri figli», e dall’altro non manca occa­sione di strap­pare, attac­care stormi di avver­sari «gufi», sco­prirli intenti in sor­didi com­plotti.
Dal suo lato della strada non si deve vedere il paese che è in fondo a tutti gli indici eco­no­mici e rie­sce ancora ad arre­trare in quelli di civiltà; die­tro di lui si rac­con­tano spe­ranza e fidu­cia. E poi c’è «qual­cuno che vuole lo scon­tro ver­bale e non sol­tanto ver­bale». Quel qual­cuno è nei fatti il suo mini­stro di poli­zia, ma non impor­tano più i fatti. Il rac­conto di un’Italia che sta tutta da una parte sola, la sua, si regge in piedi con il rac­conto dei nemici. Da circondare.
Ave­vamo già avuto un nar­ra­tore della pace sociale al clo­ro­for­mio, del par­tito degli ope­rai ma anche dei padroni. Oggi la ver­sione di Renzi è assai più aggres­siva di quella di Vel­troni, più cat­tiva e più chiusa a sini­stra. Risponde alle cri­ti­che con la bru­ta­lità della men­zo­gna: ieri ai con­fin­du­striali in estasi il pre­mier ha rac­con­tato di una legge elet­to­rale «pronta a essere votata» e di riforme costi­tu­zio­nali pra­ti­ca­mente già fatte. Un castello, un for­tino di carte che prima o poi crol­lerà. Meglio spin­gere per­ché crolli dal suo lato.

Gadda, i luoghi, la Gnosi

Verso la Certosa
di Carlo Emilio Gadda
(1961)
A cura di Liliana Orlando
Adelphi, 2013
Pagine 249

Libro nato da travagliato parto, come spesso in Gadda, ma che di tale fatica non risente. Nella varietà dei suoi temi parla infatti una scrittura classica, direi radicalmente classica nelle sue variazioni espressionistiche, violente, e però sempre intrise di un’armonia inimitabile. Milano e la Lombardia rappresentano l’orizzonte geografico e antropologico privilegiato: la Fiera campionaria; i luoghi visitati e vissuti da Petrarca; la bizzarria della Borsa; il mercatino di Senigallia; il risotto alla milanese descritto in uno stupefacente capitolo/ricetta dal quale si sprigiona il sapore stesso della pietanza. E poi il titolo. Verso la Certosa per i milanesi vuol dire infatti anche verso il cimitero, verso il luogo dove cesseranno insieme lo «scarso cervello del mondo» (p. 11) e «la disperazione» che «mi chiamava, chiamava, dal fondo dei suoi deserti senza carità» (36). A Milano c’è questo e c’è tutto il resto, per chi sappia vederlo e viverlo, poiché «tutto esiste a Milano, Milano è la scansia d’ogni possibilità […] dentro la cerchia dell’onniprassi milanese» (48).
Gadda intrattiene uno stretto rapporto con Manzoni, il cui nome e le cui parole tornano spesso, condite di costretta ammirazione e d’ironia liberatrice, come nel «magno seggiolone» scoperto tra i mobilieri brianzoli e sul cui barocco d’imitazione «par di vedere assiso, col suo collare di pizzo, il Conte Zio» (94), o nei pensieri di fronte al Resegone: «Il totem orografico della manzoneria lombarda mi pareva levantarsi, castigo ingente, da un fallimentare ammucchio di bozzoli: emerso dal vaporare delle filande, di tutte le bacinelle di Brianza: o dell’Adda o del Brembo» (34).
Parla spesso in queste pagine l’ingegnere, anche con dettagli tecnici come quelli descritti per il Duomo di Como o la critica esatta e pungente all’utilizzo esclusivo del cemento armato nelle case, nei falansteri vittime della scarsa inerzia del calcestruzzo, del rimbombare di ogni pur minimo suono, vittime dello «svantaggio termico: le stanze si raffreddano e si riscaldano al variare della temperatura esterna con le ore del giorno: il sorgere del sole è percepito attraverso la scemenza dei forati dall’inquilino a levante, la bestiale autorità del sole estivo delle sedici diciotto è patita attraverso la inefficienza dei forati dalla indifesa agonia e dal sudore turco dell’inquilino a ponente» (122).
Al di là della Lombardia, Gadda vede ovunque moltiplicarsi ciò che Ortega Y Gasset definiva il pieno, lo spremersi e infoltire degli umani nello spazio, come nella Versilia che fu dei poeti e che adesso è invasa da scalmananti e turistiche folle: «Infiniti giornali, infinita gente, infinite tasse di soggiorno, infiniti pullman: infinite biciclette, ora: e l’oblioso ozio, nel giorno, d’una gente che sguazza, si cura i piedi, cuoce, cuoce sotto il sole» (115). Masse che ben servono da carburante e da combustibile a quei singoli che proclamano di parlare e agire a lor vantaggio e che invece è naturalmente al proprio e personale bene che sanno puntare lestamente. Nell’arco storico che da Mussolini va a Renzi, e passando per i troppi intermediari che li uniscono, sembra davvero che in Italia comandi sempre l’incessante e «truculento guappismo dei novatori coûte que coûte», lo «sconsiderato padreternismo dei tira linee quattordicenni: sì, età mentale quattordici» (121). Coûte que coûte è il «costi quel che costi» proclamato a ogni piè sospinto da Renzi, dal suo -per l’appunto- «truculento guappismo» di «novatore».
Osservando il mondo, vivendolo, andando verso la Certosa, lo scrittore Carlo Emilio Gadda conclude con una giustificata bestemmia nei confronti del funesto demiurgo che ha dato essere alle cose che son vive. Meglio non l’avesse fatto, «che il diritto è una bella balla: e che Giove Pluvio è un cialtrone, un istrione, e un porcone» (127).

 

Burckhardt, la storia

Sullo studio della storia
(Uber geschichtliche Studium [Weltgeschichtliche Betrachtungen, 1868-1873])
di Jacob Burckhardt
Trad. di Mazzino Montinari
Boringhieri, 1958
Pagine 310

In queste sue lezioni pubblicate postume nel 1905 -anche con delle manipolazioni1– Burckhardt rifiuta le concezioni storicistiche che interpretano il divenire storico come lo sviluppo progressivo di un’idea, di un valore, di una qualsiasi Provvidenza. Cerca, piuttosto, di vedere la storia nella sua più concreta e non garantita empiria, a partire comunque da tre grandi concetti: stato, religione, cultura.
Lo stato e la religione sono per Burckhardt elementi statici, di controllo, alla fine sempre oppressivi. La cultura, invece, è la dimensione dinamica, libera, viva e costantemente nuova. Essa è «la quintessenza di tutto ciò che si è formato spontaneamente per promuovere la vita materiale e come espressione della vita spirituale e morale» (pp. 42-43). In quanto tale, essa costituisce la critica delle altre due strutture, «l’orologio che rivela l’ora in cui la forma e il contenuto in esse non coincidono più» (74).
Attraverso ampie pennellate ed efficaci excursus, Burckhardt enuncia una serie di tesi che saranno condivise e rielaborate da Nietzsche, il quale in uno dei biglietti del 4 gennaio 1889 definì il collega basileese «il nostro grande, più grande maestro»2. Tra queste tesi: il pluralismo metodologico; la Grecia come il luogo dove cultura e arte hanno avuto i migliori esiti, senza che però questo implichi la romantica e «fantastica predilezione per una antica e idealizzata Atene» (151); il cristianesimo come tipica religione dei passivi e dei dogmatici, che non è stata nemmeno capace di migliorare la condotta morale dei suoi adepti; il riconoscimento del conflitto come elemento dinamico della storia; la critica alle società massificate, i cui membri si adeguano sempre a chi meglio garantisce loro «tranquillità e guadagni» (239). Alle masse Burckhardt contrappone le «individualità possenti [che] si impongono e indicano le direzioni» (80-81).
Oscillando tra pragmatismo e metafisica, disincanto e progetto, Burckhardt si pone alla confluenza di numerosi itinerari della cultura e del pensiero moderno. Lo studioso riservato, il silenzioso maestro, insegna a Nietzsche «che in generale non si valuti la vita terrena più di quel che merita» (193). Era la stessa convinzione di Platone: «Certo è vero che le vicende umane non meritano poi una grande considerazione, ma è anche vero che bisogna pur occuparsene, per quanto possa essere un compito ingrato»3. Questo compito è la storia.

Note

1. Nel 1998 Einaudi ha pubblicato una nuova edizione, presentandola con queste parole: «Le lezioni che Burckhardt tenne all’Università di Basilea tra il 1868 e il 1873, uno dei momenti salienti della moderna riflessione storiografica. Condotta sui manoscritti originali, la nuova edizione a cura di Maurizio Ghelardi restituisce gli appunti dello storico svizzero alla loro vera natura, facendo giustizia delle deformazioni nate dalle precedenti manipolazioni e riproducendo le frequenti osservazioni critiche che Burckhardt annotava in margine ai fogli».

2. F. Nietzsche,  Briefe. Januar 1887 – Januar 1889, in «Nietzsche Briefwechsel. Kritische Gesamtausgabe», herausgegeben von Giorgio Colli und Mazzino Montinari, vol. III/5, de Gruyter, Berlin-New York 1984, lettera 1245, p. 574. Nel recente quinto e ultimo volume della traduzione italiana dell’Epistolario (Adelphi, 2011) la lettera si trova a p. 889.

3. Platone, Leggi, 803 a, trad. di R. Radice.

Auto da fé

Die Blendung [1935]
di Elias Canetti
Trad. di Luciano e Bianca Zagara
Adelphi, 1985
Pagine 521

Un masso isolato nello spazio del mondo e delle parole che tentano di descriverlo. Un mondo andato in pezzi e una scrittura icastica che ne restituisce la realtà frantumata. Un flusso di coscienza non soggettivo, non più interiore, come se la maligna assurdità delle cose avesse preso da sé voce e forma parossistiche e tuttavia geometriche. Un teorema espressionistico. Questo è Die Blendung, l’unico romanzo di Elias Canetti, premio Nobel per la letteratura nel 1981.
Peter Kien è un sinologo universalmente ammirato. Ma è «una testa senza mondo» (titolo della prima parte). Vive solitario nella sua grande casa-biblioteca, fin quando la sua governante Therese -una donna che «non aveva niente di sacro, era un essere molto crudele» (p. 344)- non lo raggira e lo induce a sposarla. Comincia allora l’avventura di Kien in un «mondo senza testa» (titolo della seconda parte), nel quale «la vita quotidiana era un superficiale groviglio di menzogne» (20). È un mondo composto da individui ipocriti, violenti, volgari, miserabili. Il mondo degli umani. Therese lo butta fuori di casa impadronendosi dell’appartamento e di tutti i suoi libri; un nano gli sottrae con pazienza e metodo buona parte del patrimonio; un portinaio omicida lo rinchiude al buio in uno stanzino maleodorante. Per una fortunata e fortuita circostanza arriva il fratello Georges, celebre psichiatra, a liberarlo dalla moglie-mostro e da ogni fastidio. Ma, partito Georges, «il mondo nella testa» (titolo della terza parte) comincia il suo moto vorticoso, incontenibile, corrusco.
Che cosa racconta questa storia?
Racconta la follia.
Racconta la scotomizzazione, che restringe la visuale dei personaggi fino a escludere dallo sguardo ciò da cui ciascuno si sente impaurito o infastidito.
Racconta la paura che il tempo suscita tra gli umani, il loro desiderio di cancellare il presente e rifugiarsi nell’immobilità del passato oppure nel futuro che avrà reso passato il presente: «Il futuro, il futuro, come fare per rifugiarsi nel futuro? Una volta passato il presente, lui non avrà più nulla da temere da esso. Ah, se fosse possibile cancellare il presente! L’infelicità del mondo dipende dal fatto che noi si vive troppo poco nel futuro. […] La colpa di tutti i dolori è nel presente. Lui non vede l’ora che giunga il futuro perché allora nel mondo vi sarà più passato», questo pensa Kien (172).
Racconta la massa, il provare «la felicità di volere tutti insieme la stessa cosa» (353). Massa che per Canetti è la forma naturale dell’umanità, la quale «esisteva, come massa, già molto prima di venire inventata -e annacquata- in sede concettuale. Essa ribolle, animale mostruoso, selvaggio, ardente e turgido di umori, nelle profondità del nostro essere, più profonda delle Madri» (447).
Racconta i libri, invenzione perfetta che però non può essere utilizzata come una corazza con la quale difendersi dal coacervo della vita e del suo orrore. Bisogna infatti che testa e mondo si incontrino in una comprensione profonda, disincantata e rigorosa dell’esistere. È in tale convergere che la cultura diventa «il salvagente dell’individuo contro la massa che è in lui» (446).
In ogni caso, «non c’è uomo che valga quanto i libri che possiede» (235) ed è vero che «diversi miliardi di uomini qualunque avevano vissuto assurdamente e altrettanto assurdamente erano morti. Mille uomini precisi, non più di mille, avevano edificato la scienza» (333).
Questo libro terrificante e terapeutico, ironico e catartico, insegna che alle tre principali forme della relazionalità  umana -il gaudio inquieto, la prestazione e il possesso- bisogna aggiungerne una quarta: la ferocia.

Programmi dell’a.a. 2011-2012

UNIVERSITÀ DI CATANIA
FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA
Programmi dell’a.a. 2011-2012
Filosofia della mente – Sociologia della cultura

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FILOSOFIA DELLA MENTE
(M-FIL/01 – 7/9 CFU)
Corso di laurea triennale in Filosofia

A

Introduzione alla filosofia della mente
(4 CFU)

Testi

A.G. Biuso, Dispositivi semantici. Introduzione fenomenologica alla filosofia della mente
Villaggio Maori 2008

S. Gallagher – D. Zahavi, La mente fenomenologica. Filosofia della mente e scienze cognitive
Raffaello Cortina Editore 2009

B
La freccia ferma. Fenomenologia e psicopatologia del tempo
(5 CFU)

Testi

M. Heidegger, I problemi fondamentali della fenomenologia, il melangolo 1999, Introduzione e Parte seconda

E. Fachinelli
La freccia ferma. Tre tentativi di annullare il tempo, Adelphi 1992

A.G. Biuso, La mente temporale. Corpo Mondo Artificio, Carocci 2009, capitoli II e III

A.G. Biuso, Tempo e significato, in «Rivista Internazionale di Filosofia e Psicologia» (Vol. 2 [2011], n. 1, pp. 56-65)

N.B. 7 CFU: moduli A-B (= 3 CFU, escluso il volume A.G. Biuso, La mente temporale. Corpo Mondo Artificio).

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SOCIOLOGIA DELLA CULTURA
(SPS/08 – 6 CFU)
Corso di laurea magistrale in Scienze filosofiche
(Corso integrato di 6 CFU complessivi con la Prof. Rosalba Galvagno)

[…]

D
Massa e potere
(3 CFU)

Testi

R. De Biasi, Che cos’è la sociologia della cultura, Carocci 2008

E. Canetti, Massa e potere, Adelphi 1981
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SOCIOLOGIA DELLA CULTURA
(SPS/07 – 6 CFU)
Corso di laurea triennale in Scienze della Comunicazione

A
Introduzione alla Sociologia della cultura
(1 CFU)

Testi

R. De Biasi, Che cos’è la sociologia della cultura, Carocci 2008

B
Individuo e massa
(5 CFU)

Testi

J. Ortega y Gasset, La ribellione delle masse, SE 2001

A. Millefiorini, Individualismo e società di massa, Carocci 2005

A.G. Biuso, Contro il Sessantotto. Saggio di antropologia, Villaggio Maori 2012

Le masse viziate

La ribellione delle masse
di José Ortega y Gasset
(La rebelión de las masas, 1930)
Trad. di Salvatore Battaglia
Il Mulino, 1984
Pagine 211

Il pensiero di Ortega y Gasset (1883-1955) oscilla tra due poli complementari: la fenomenologia dell’esistenza quotidiana e lo scavo nel profondo delle strutture storico-culturali. Con questi strumenti ermeneutici Ortega elabora analisi originali e suggestive sulle radici in cui gli eventi affondano e riesce ad anticipare gli sviluppi successivi di tendenze culturali e movimenti sociali.
Un risultato di tale metodo è la descrizione lucida ed essenziale dell’improvvisa comparsa dell’uomo-massa, il quale è un nuovo tipo antropologico privo di ciò che caratterizza da sempre le minoranze che hanno guidato lo sviluppo culturale e sociale dell’Europa: intelligenza innata e coltivata, ordine esistenziale, progetto sul futuro. L’uomo-massa, invece, vive nella e della uniformità più assoluta, è avverso a ogni slancio, idea, forma d’azione che non sia quella di una conformistica volgarità elevata a valore. Per il filosofo spagnolo bisogna partire dal fatto evidente che «la società umana “è” aristocratica sempre, voglia o non voglia, per la sua stessa essenza. […]  Ben inteso che parlo della società e non dello Stato» (p. 40). Aristocrazia intesa come vita coraggiosa che sopporta con fermezza il dramma dell’esistenza, posta sempre a oltrepassare se stessa -come voleva anche Nietzsche-, sostenuta dalla coscienza delle radici culturali e dalla loro incarnazione nel presente, volta a edificare la possibilità di sviluppi futuri. Questo è per Ortega l’uomo civile nei cui confronti l’uomo-massa, generato da un abnorme e velocissimo accrescimento demografico, «è un primitivo, un Naturmensch emerso in mezzo ad un mondo civilizzato» (100).

La ribellione delle masse, e cioè la loro presa diretta del potere, ha una valenza doppia e divergente: essa può «costituire un transito a una nuova e singolare organizzazione della Umanità; però può anche diventare una catastrofe nel destino degli uomini» (97). Una consapevolezza, questa, della complessità dei fenomeni sociali che evita a Ortega di rimanere in un ambito puramente reattivo e conservatore. Non è infatti la modernità in quanto tale a costituire il pericolo ma la modernità totalitaria che si andava affermando (il libro è del 1930) nei più tipici movimenti di uomini-massa, il fascismo e il bolscevismo, i quali vengono definiti come «due pseudo-aurore; non portano il mattino di domani, ma quello di un giorno antico, già sorto più di una volta; sono primitivismo» (116).
Rispetto a essi, il filosofo prende risolutamente e con troppa fiducia le parti del liberalismo, auspicando una rivitalizzazione di ciò che definisce come «il più nobile appello che abbia risuonato nel mondo» (96). Le motivazioni di un giudizio tanto elogiativo sono significative di una posizione che rimane comunque assai lontana dal culto della soggettività finanziaria e sprezzante verso l’interesse comune, alla quale fanno riferimento molti sedicenti liberali contemporanei. Infatti per Ortega «il liberalismo è il principio di diritto pubblico secondo il quale il potere pubblico, nonostante che sia onnipotente, limita se stesso e procura, anche se a proprie spese, di lasciar posto nello Stato ch’esso dirige perché vi possano vivere coloro che non pensano né sentono come lui, cioè come i più forti, come la maggioranza» (Ivi). Si vede bene come l’individuo che qui viene difeso non sia il caimano della finanza e della politica ma colui che non segue i dettami della moltitudine soltanto perché è la moltitudine a dettarli. Colui che cerca di pensare e di essere da sé, insomma, e non come la potenza della struttura sociale vorrebbe che pensasse e che fosse. Ne consegue un’esplicita e severa critica alle pretese dello Stato etico di porsi come fonte di ogni principio e possibilità umana: «Lo “statismo” è la forma superiore che assumono la violenza e l’azione diretta costituite a norma. Attraverso e per mezzo dello Stato, macchina anonima, le masse agiscono da se stesse» (144).
Questa difesa dell’individuo dal potere della massa viene articolata nell’analisi di fenomeni anche diversi tra di loro ma accomunati da miopia intellettuale, interesse puramente economico, rozzezza esistenziale: la scienza ridotta a iperspecialismo e dominio della tecnologia; la politica intesa come prevaricazione della violenza volgare e della più smaccata menzogna; l’affermarsi di una psicologia collettiva da bambini viziati, da «signorino soddisfatto» (119).

Ma in che cosa consiste, davvero, la ribellione delle masse? Non è stato sempre anche il numero a contare nei fatti e sui destini dei popoli? Qual è il significato di questa critica a ciò che molto più semplicemente si può chiamare “democrazia”? Le risposte di Ortega sono pacate e plausibili. Non si tratta prima di tutto di optare per l’una o l’altra forma di governo ma di limitare quanto più è possibile il potere. E il potere più grande e pericoloso è per lui oggi -nel 1930 ma l’analisi può in parte valere per il presente- quello delle masse eterodirette da individui tracotanti per fini autoritari travestiti da progresso. Il concetto orteghiano di massa non è in primo luogo sociologico o storico ma esistenziale: «anche per una sola persona possiamo sapere se è massa o no. Massa è tutto ciò che non valuta se stesso -né in bene né in male- mediante ragioni speciali, ma che si sente “come tutto il mondo”, e tuttavia non se ne angustia, anzi si sente a suo agio nel riconoscersi identico agli altri» (34). Anche da qui prenderà avvio il grande libro che Elias Canetti dedica alle masse (Massa e potere, 1960), del tutto diverso rispetto a quello di Ortega ma consonante almeno in questo, nel riconoscimento della uniformità come elemento fondante della massa, che disprezza d’istinto la differenza a favore di una passiva identità.
L’affermazione più radicale ma anche più realistica che il libro formula è forse questa: «Il fatto caratteristico del momento è che l’anima volgare, riconoscendosi volgare, ha l’audacia di affermare il diritto alla volgarità e la impone dovunque» (37). Credo che qui Ortega y Gasset abbia visto il nostro presente.

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