Skip to content


La Valle del Caos

Friedrich Dürrenmatt
La Valle del Caos
(Durcheinandertal, 1989)
In «Romanzi e racconti», a cura di Eugenio Bernardi
Traduzione di Giovanna Agabio
Einaudi-Gallimard, 1993
Pagine 587-681

Sfrenata, imprevedibile, feconda, allucinata, implacabile è la fantasia che in questo libro si scatena. Credo di non aver mai letto un testo nel quale a ogni pagina, in qualunque momento, a ogni riga può succedere di tutto come in questo romanzo dove accade veramente qualsiasi cosa. Ne vengono coinvolti, descritti e travolti i contadini di una irraggiungibile vallata svizzera, la Valle del Caos appunto il cui titolo originale potrebbe essere più letteralmente tradotto come valle del guazzabuglio, del disordine, della confusione.
E la confusione regna infatti dappertutto. Confusione tra gli ambienti, che passano dalla costa atlantica degli Stati Uniti d’America – con i suoi gangster più famosi, più gelidi e più rozzi – alle crociere sul Nilo; dalle sedi senza patria delle grandi multinazionali alla Svizzera, «il paese più impenetrabile della terra. Nessuno sa chi è padrone di qualcosa, chi gioca con chi, chi ha le carte in tavola e chi le ha mescolate» (p. 635).
Confusione tra i personaggi, che cambiano volto, alla lettera, attraverso la chirurgia estetica ma anche e specialmente nella sostanza delle loro identità, del loro numero, della loro funzione.
Confusione tra quadri perfettamente falsi venduti come autentici e dipinti autentici spacciati per falsi.
Confusione tra le forze dell’ordine – vigili urbani, polizia, esercito – che dispiegano un enorme apparato di repressione con il solo intento di giustiziare un cane.
Confusione tra la morale e il crimine che appaiono quali sono, vale a dire due aspetti della stessa ferocia, com’è evidente nella Boston Society for Morality che dà vita alla Swiss Society for Morality, entrambe «qualcosa di vago, esattamente come la maggior parte delle associazioni con nobili scopi» (603). Associazioni che edificano in uno sperduto villaggio svizzero una casa di riposo stagionale chiamata Casa della povertà, riservata a gente ricchissima che per alcuni mesi vive in estrema povertà, salvo poi tornare al proprio lusso: «Una vera e propria fissazione di vivere poveramente colse i milionari e le vedove dei milionari, c’erano direttori generali che facevano i letti, banchieri privati che passavano l’aspirapolvere, grossi industriali che apparecchiavano i tavoli in sala da pranzo, manager di prim’ordine che pelavano patate, vedove di multimilionari che cucinavano e si occupavano della lavanderia, sceicchi e magnati del petrolio che falciavano l’erba, sarchiavano, vangavano, segavano, martellavano, piallavano, verniciavano e per questo pagavano prezzi favolosi» (618).

A dare redenzione e conforto a tali milionari è un pastore di nome Moses Melker, uomo di rara bruttezza, «uno schiavo negro fuggiasco grasso e di pelle bianca, con un abito da cresimando e una valigetta in mano»  (664), una specie di parente dei neandertaliani e anche assassino seriale delle sue mogli, ma ora dedito alla missione di convertire i ricchi e che per questo elabora una teologia il cui testo fondatore (in fieri) ha per titolo Prezzo della grazia (Preis der Gnade). Melker costruisce una teologia per la quale i poveri sono di per sé meritevoli della salvezza mentre i ricchi devono tutto alla misericordia del «Grande Vecchio» e per questo i ricchi sono i veri destinatari del perdono e della Grazia. E non soltanto i ricchi ma anche gli umani più crudeli, i delinquenti più accaniti, i farabutti, i sadici, i criminali. In loro e soltanto in loro splende la potenza del Signore.

Infatti, se la grazia fosse meritata non sarebbe più grazia bensì ricompensa. La grazia era la cruna dell’ago attraverso la quale non soltanto un cammello, bensì tutti loro potevano passare, loro che erano riuniti lì a lamentarsi della maledizione della ricchezza. Davanti al Grande Vecchio gli ultimi erano i primi e i poveri erano i ricchi, i poveri erano in possesso della grazia e i ricchi maledetti. Ma chi possedeva la grazia non ne aveva bisogno poiché la grazia era già in lui, e quindi la grazia era riservata a loro, i ricchi, i maledetti, i sazi, la grazia con cui venivano incoronati come la sola feccia dell’umanità che ne aveva bisogno (617).

La Grazia essendo del tutto arbitraria, il cuore della teologia di Melker consiste pertanto «nel riconoscimento che nulla potesse giustificare la grazia» (595-596).
Come si vede, si tratta di una teologia anch’essa sfrenata; insieme evangelica e machiavellica, gesuitica e luterana. Teologia di un Dio talmente onnipotente e universale da includere nella propria stessa identità la miseria e il male, un Dio del tutto volontaristico (al modo di Ockham e oltre Ockham), che «avrebbe saputo creare una pietra che non riusciva a sollevare, oppure ritrasformare le cose accadute in non accadute» (590), che poteva fabbricare orologi «con quindici ore, in cui ogni ora durava trecento minuti e ogni minuto quarantacinque secondi, ma anche i secondi non erano uguali; alcuni secondi duravano tre quarti di secondo, altri sette minuti» (608). Un Dio il quale riusciva dunque certamente anche a conciliare la propria essenza di Grazia con quella di «Dio senza barba» vale a dire del più infame tra i malviventi.
Se chiediamo infatti «perché il buon Dio è così ingiusto, se appunto è un buon Dio […] se tutto è così ingiusto con gli uomini e con la natura» (656) è perché «il Grande Vecchio è pensabile solo come criminale» (676), il quale nella sua versione cristiana è «ancora più astratto del padre, ma anche qualcosa di lezioso, un redentore di marzapane sulla croce. […] Un Dio che si lascia crocifiggere fa la commedia» (679).
Un romanzo teologico e grottesco, un romanzo dunque barocco e gaddiano nei contenuti anche se non nella lingua, che è sempre classica e ironicamente perfetta. Il finale è epico; davvero ‘una risata vi estinguerà’ sembra dire il Grande Vecchio alla nostra specie.

I fisici

Friedrich Dürrenmatt
I Fisici
(Die Physiker, 1962-1985)
A cura di Aloisio Rendi
Einaudi, 1988
Pagine 87

Insieme alle matematiche la fisica è espressione di un supremo ordine nelle scienze e nel mondo. E tuttavia l’esistenza è anche e soprattutto una forma di disordine, come la termodinamica (che è parte della fisica) efficacemente mostra. Tale ambiguità interna al mondo e dunque anche alla fisica appare manifesta nella vicenda di tre fisici pazzi chiusi in un manicomio di lusso, dei quali due si credono rispettivamente Newton e Einstein e il terzo dichiara di ricevere le sue formule, conoscenze e leggi dal Re Salomone che sempre gli appare.
Si chiama Möbius, quest’ultimo, e le carte che Salomone gli ispira costituiscono la soluzione nuova e del tutto sconvolgente della teoria del campo come teoria unitaria delle particelle elementari, della legge di gravitazione, del sistema di tutte le invenzioni possibili. I tre fisici uccidono, strangolandole, le infermiere che li hanno in cura. Durante il serrato dialogo che accompagna una cena emergono in realtà le ragioni di questi assassini, il cui «scopo è il progresso della fisica» (p. 68). Nessuno di loro sembra quindi realmente folle. Ai due colleghi che si trovano in quel luogo perché hanno il compito di carpire i segreti di Möbius, quest’ultimo dichiara che ha dovuto fingersi pazzo per evitare che le sue scoperte e teorie offrissero all’umanità, agli Stati, ai governi una potenza distruttiva senza pari. «La nostra scienza», infatti, «è divenuta terribile, la nostra ricerca pericolosa, le nostre scoperte, letali. […] Solo nel manicomio siamo ancora liberi. Solo nel manicomio ci è ancora permesso di pensare. In libertà, i nostri pensieri sono dinamite» (70). Finta è dunque questa follia? Forse. Ma la direttrice del manicomio, la dottoressa Mathilde von Zahnd – una vergine gobba -, appare più folle di loro e si appropria delle conoscenze di Möbius, credendo forse davvero che gliele abbia rivelate il Re Salomone.
Questo vortice di razionalità paradossale e di ordinata follia è sotto il segno del grottesco e del caso ma la sua scrittura da parte di Dürrenmatt è motivata nel sedicesimo dei «21 punti su ‘I fisici’», il quale recita: «Il contenuto della fisica riguarda solo i fisici, i suoi effetti riguardano tutti» (83). Effetti che nascono dalla follia non dei fisici ma del mondo. È infatti «nel paradosso [che] si rivela la realtà» (punto 19, p. 84).
Ancora una volta scintillante e tragico, Dürrenmatt.

Siciliani

Teatro ABC – Catania
La roba
da Giovanni Verga
con Enrico Guarneri (Mazzarò), Rosario Marco Amato, Nadia De Luca, Alessandra Falci, Alice Ferlito, Francesca Ferro, Gianni Fontanarossa, Maria Chiara Pappalardo, Giuseppe Parisi, Giampaolo Romania
regia Guglielmo Ferro
Sino al 13 novembre 2022

La roba e il resto avrebbe dovuto intitolarsi questo spettacolo. Guarneri e Ferro mescolano infatti la scarna e perfetta novella che ha questo titolo con altri testi delle Novelle rusticane e di Vita dei campi; con altri personaggi quali Nedda, Janu, Jeli, Mara; con altre miserie, altri amori, altri tradimenti; con la disgrazia dell’esser nati poveri o d’avere molto danaro e farselo rubare o saper mantenere e moltiplicare la roba e poi dover morire; con la pazienza, la solitudine e la violenza a stento mascherata «d’indifferenza orientale che è la dignità del contadino siciliano» (Jeli il pastore, in Giovanni Verga, Tutte le novelle, Einaudi 2015, p. 130).
E poi le piogge che rovinano il raccolto e il sole tremendo che moltiplica l’arsura. E la diffidenza verso i potenti. E su tutto la morte. La morte che fa impazzire Mazzarò al pensiero che dovrà lasciare ad altri – a degli sconosciuti – quella roba che è diventata la sua sostanza stessa, per la quale ha commesso la stoltezza di continuare a mangiare pane e cipolle quando i suoi granai straboccavano, per la quale ha vissuto, respirato, faticato, odiato. Senza ottenere una pace diversa dalla consolazione di vedere «gli scimuniti» perdere la loro roba e lui acquistarla.
La messa in scena assai tradizionale ma piacevole di Guarneri-Ferro inizia con Mazzarò che recita l’incipit della novella, il suo canto del possesso nello spazio sconfinato della terra:

«Il viandante che andava lungo il Biviere di Lentini, steso là come un pezzo di mare morto, e le stoppie riarse della Piana di Catania, e gli aranci sempre verdi di Francofonte, e i sugheri grigi di Resecone, e i pascoli deserti di Passaneto e di Passanitello, se domandava, per ingannare la noia della lunga strada polverosa, sotto il cielo fosco dal caldo, nell’ora in cui i campanelli della lettiga suonano tristemente nell’immensa campagna e i muli lasciano ciondolare il capo e la coda, e il lettighiere canta la sua canzone malinconica per non lasciarsi vincere dal sonno della malaria: — Qui di chi è? — sentiva rispondersi: — Di Mazzarò —. E passando vicino a una fattoria grande quanto un paese, coi magazzini che sembrano chiese, e le galline a stormi accoccolate all’ombra del pozzo, e le donne che si mettevano la mano sugli occhi per vedere chi passava: — E qui? — Di Mazzarò —. E cammina e cammina, mentre la malaria vi pesava sugli occhi, e vi scuoteva all’improvviso l’abbaiare di un cane, passando per una vigna che non finiva più, e si allargava sul colle e sul piano, immobile, come gli pesasse addosso la polvere, e il guardiano sdraiato bocconi sullo schioppo, accanto al vallone, levava il capo sonnacchioso, e apriva un occhio per vedere chi fosse: — Di Mazzarò —. Poi veniva un uliveto folto come un bosco, dove l’erba non spuntava mai, e la raccolta durava fino a marzo. Erano gli ulivi di Mazzarò. E verso sera, allorché il sole tramontava rosso come il fuoco, e la campagna si velava di tristezza, si incontravano le lunghe file degli aratri di Mazzarò che tornavano adagio adagio dal maggese, e i buoi che passavano il guado lentamente, col muso nell’acqua scura; e si vedevano nei pascoli lontani della Canziria, sulla pendice brulla, le immense macchie biancastre delle mandre di Mazzarò; e si udiva il fischio del pastore echeggiare nelle gole, e il campanaccio che risuonava ora sì ed ora no, e il canto solitario perduto nella valle. – Tutta roba di Mazzarò. Pareva che fosse di Mazzarò perfino il sole che tramontava, e le cicale che ronzavano, e gli uccelli che andavano a rannicchiarsi col volo breve dietro le zolle, e il sibilo dell’assiolo nel bosco. Pareva che Mazzarò fosse disteso tutto grande per quanto era grande la terra».
(Tutte le novelle, pp. 256-257)

La roba è parola tra i siciliani sacra, anche quando essa non riguarda direttamente dei beni economici ma il possesso di cariche politiche, amministrative, accademiche. La roba è il concetto materico per eccellenza. La roba è una droga capace di porre fine alla miseria e di dare senso al regime quotidiano della lotta. Greci e hobbesiani; solitari «sul cuor della terra» e splendenti d’ironia come il sorriso dell’ignoto di Antonello, i siciliani vivono la pienezza dell’assurdo mentre vengono inghiottiti dalle tenebre della storia e del tempo.

Amore

Sciauru – Franco Carlisi
in Gente di Fotografia. Rivista di cultura fotografica e immagini
anno XXVII – numero 77 – settembre 2021
pagine 72-79

Che cosa sono le donne che abbiamo amato e che non esistono più? Non perché siano morte ma nell’essere diventate molteplici, diffuse e dissolte in una varietà di elementi. Sono diventate memoria, fantasmi, una sottile sofferenza che non passa, un ricordo che ci importuna, una nostalgia che ci prende, una materia aerea come quella di cui son fatti i sogni.
Questa materia è l’oggetto di alcune fotografie che Franco Carlisi ha tratto dall’archivio della sua memoria e della sua arte. Sciauru, il profumo del tempo le pervade, le declina, le abbraccia, le cancella. Immagini profumate della potenza di ciò che è stato fionda, vortice e piacere. Come quella che apre questa pagina e che sembra dar ragione a Proust sul fatto che l’amore che crediamo di ricevere dall’Altro sia solo un riflesso della nostra tenerezza, uno specchio dei nostri desideri. La potenza della fotografia quando arriva a compiere l’operazione alchemica di trasformare il passato nel presente e la carne ora sfatta in corpo voluttuoso e sensuale è una potenza sacra.
Ringrazio Carlisi e le sue immagini, che mi hanno dato la possibilità di riassumere in poche pagine ciò che sinora ho compreso dell’amore, della sua sostanza potente, ironica, splendente e sensuale.

Un mondo demente

Wrong
di Quentin Dupieux
USA, 2012
Con: Jack Plotnick (Dolph Springer), William Fichtner (Master Chang), Eric Judor (Victor), Alexis Dziena (Emma), Mark Burnham (Cop), Steve Little (Il detective Ronnie)
Trailer del film

Dolph si sveglia alle 7.60 (sì, alle 7.60, non alle 8.00), chiama come ogni mattina il suo cane Paul che però non risponde. La ricerca nei paraggi risulta vana. Un misterioso Master Chang si mette in contatto con lui, rivelandogli di avergli rapito il cane in modo da poterglielo restituire dopo qualche giorno, allo scopo di fargli capire quanto importante sia per Dolph il suo compagno. Ma Paul è scappato dalla gabbia -per fortuna, perché il furgoncino si è incendiato durante un incidente- e Chang gli promette che il cane tornerà scendendo da un autobus. Il misterioso Maestro ha comunque assunto un detective specializzato in ricerca di cani che fotografa ogni angolo della casa di Dolph e preleva dal giardino un escremento dal quale riesce a ricostruire gli ultimi momenti di Paul prima d’essere rapito (tale detective si dimostrerà assai collerico). Intanto, un poliziotto tratta male Dolph, al quale il giardiniere fa vedere che una grande palma si è trasformata in abete; giardiniere che approfitta del biglietto trovato in una pizza che Dolph ha ricevuto come omaggio ma che ha buttato via. Il biglietto è della ragazza della pizzeria, che Dolph aveva chiamato non per ordinare una pizza ma per ricevere un poco di conforto. La ragazza si è innamorata della sua voce, ora si innamora del giardiniere -che crede essere Dolph- al quale promette che lascerà subito il marito per andare ad abitare da lui. E in effetti va a casa di Dolph, lo vede assai diverso ma non importa, lo ama lo stesso. Amore che disturba totalmente Dolph, impegnato in sedute di concentrazione telepatica tramite le quali spera di rivedere il suo cane. Quando Emma, la ragazza, vede in casa il giardiniere, gli dice che lo preferisce in questa versione, si fa portare in spiaggia dove desidera partorire il figlio che ha avuto da Dolph-giardiniere, un bambino che ha già una decina d’anni e chiede al papà che cosa sia un oggetto -il pezzo rotto di una bottiglia- ritrovato sulla spiaggia. Mentre accade tutto questo, Dolph si reca ogni giorno per qualche ora nell’agenzia viaggi dalla quale è stato licenziato tre mesi prima. Vi si mette al lavoro sotto una pioggia torrenziale che cade dentro l’ufficio. La pioggia appare normale a tutti i suoi colleghi, che vedono invece con molto fastidio il quotidiano ritorno del licenziato. Ormai solo, smarrito, invaso, picchiato, con i suoi capelli sempre ben ritti in testa e gli occhi perennemente stupiti, Dolph telefona al suo amico Mike, il quale è angosciato dal fatto che nega continuamente di praticare jogging -anzi dice di odiarlo- mentre fa jogging ogni mattina. Per liberarsi da tale angoscia Mike parte con la sua auto gialla, senza più fermarsi, verso l’infinito. E il cane? Un finale c’è.
Un mondo demente, certo. Ma non molto dissimile da questo.

Sicilia

Numerosi sono i motivi che ho di esser grato alla vita e al tempo. Uno dei più profondi è l’esser siciliano, è la fortuna di essere nato in questa terra davvero «impareggiabile», in questa luce calda e lontana, in quest’Isola della distanza  e della gloria. Il sorriso siciliano è stato dipinto da Antonello in uno dei capolavori assoluti dell’arte, quel Ritratto d’uomo capace di parlare con lo sguardo e dire: «Lo so, la vita senso alcuno non ha, ma io la godo come la più sensuale delle amanti».
La Sicilia è davvero «la chiave di tutto», come scrisse Goethe a Palermo il 13 aprile del 1787. L’Isola plurale appare uguale a se stessa nel tempo e nello spazio ma nel tempo e nello spazio sempre diversa. All’immobilità antica, al silenzio ancestrale, all’arsura del latifondo intorno a Caltanissetta ed Enna, si affiancano le montagne innevate dei Nebrodi e delle Madonie; al nero lavico dell’Etna si uniscono i colori smaglianti dei mari che la circondano; ai templi occidentali si coniuga la dolcezza degli Iblei.
Dal culto greco verso gli dèi e Dioniso Pantocratore, i siciliani sono passati a quello verso il Cristo redentore, transitando per la civiltà islamica. Nel silenzio degli spazi e delle persone, nella bellezza sfrontata dei luoghi naturali e storici, sembra davvero che la contraddizione sia il segno della storia e del carattere siciliani. Perché la Sicilia è un enigma magnifico e doloroso, che rimane più forte di ogni bruttura che la deturpa, di ogni volontà malvagia che la uccide. Ne è prova anche lo sguardo stupito e felice di chi la coglie arrivando da altre terre o di chi in essa è nato e nonostante tutto continua ad amarla, a tornarvi se lontano, a nutrirla come pensiero profondo della mente.
Da dove questa terra trae tanta forza? Forse dalla luce ambigua della quale parla Bufalino, intessuta dello «splendore folgorante del sole» ma pure della «sua funebre ombra». Anche con questa sua inquieta luminosità l’Isola rimane fedele alla sua radice greca, fedele al fasto apollineo dei templi, dei teatri, delle πόλεις, fedele al culto dionisiaco della morte trasfigurante e trasfigurata in mito, pianto, odio. Ancora nella processione del Venerdì Santo del 1930 a Caltanissetta, Antonio Baldini ascoltava attonito «un lamento che rompe acuto da un fondo immemoriale di dolore e di spasimo», nel quale percepiva «il mitico compianto per la morte di Adone, l’approssimarsi dei terrori notturni, l’informe sgomento del poi, l’immotivato sconforto degli adolescenti, il sussulto incontenibile delle isteriche, il vuoto dei monti sopraffatto dalla notte, la solitudine dei mari, la tristezza delle campagne, la somma di vita che se ne va senza più ritorno».
Il paesaggio siciliano e gli umani che lo abitano sono quasi sempre estremi, pericolosi, belli e desolati. Sono soprattutto pervasi di solitudine. L’esser soli è la vera natura di questa terra, la sua autentica diversità da ogni altra. A un siciliano è perciò facile capire che «ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole» (Quasimodo), poiché un siciliano «è e si fa isola da sé, e da sé si gode -ma, appena, se l’ha- la sua poca gioia; da sé, taciturno, senza cercare conforti, si soffre il suo dolore, spesso disperato» (Pirandello).
Dentro la fortuna di essere siciliano ne abita un’altra, più intima: essere nato sull’Etna. Il profilo della Muntagna ha accompagnato i miei giochi, i primi amori, il crescere, il camminare. Guardare il paesaggio ha significato da sùbito guardare un’entità non antropomorfica la cui potenza è invincibile. Il vulcano mi ha insegnato che cosa siamo: materia effimera dentro il grande Fuoco. Ha ragione Domenico Andronico: «Ogni siciliano ama la sua terra e l’ama con una passione tutta meridionale; e quando egli dalla sorte è costretto ad emigrare, porta indelebile nel suo cuore una sagoma caratteristica, il profilo d’una montagna sormontata da un superbo pennacchio di fumo, che non s’incontrerà giammai altrove. Somiglia un poco all’immagine della madre. S’incontrano altre donne, buone, affettuose, dotate di pregevoli qualità, ma sì, quelle non saranno mai la madre».
L’Etna è colore, movimento, pericolo, festa. E se la festa in Sicilia è vissuta con un’intensità totale è anche perché «è soltanto nella festa che il siciliano esce dalla sua condizione di uomo solo» (Sciascia). A un siciliano non sarà troppo difficile trasformare in festa l’intera esistenza, sia che la trascorra in «questa terra grande e infelice» (Bufalino), sia che porti altrove il proprio disincanto e la saggezza. Fare della vita un tripudio di colori, di suoni, di gaiezza e di forza diventa, infatti, la condizione per sopportare l’esistenza, per farsene carico e vincerla. La morte arriverà come un sorriso solo un poco amaro.

Espressionismo partenopeo

Teatro Bellini – Napoli
Le voci di dentro

di Eduardo De Filippo
Con: Toni Servillo (Alberto Saporito), Peppe Servillo (Carlo Saporito), Gigio Morra (Pasquale Cimmaruta), Betti Pedrazzi (Rosa Cimmaruta), Chiara Baffi (Maria, la cameriera), Lucia Mandarini (Matilde Cimmaruta), Vincenzo Nemolato (Luigi Cimmaruta), Marianna Robustelli (Elvira Cimmaruta), Marcello Romolo (Michele, il portiere) Rocco Giordano (capa d’Angelo), Antonello Cossia (un brigadiere), Maria Angela Robustelli (Teresa Amitrano), Francesco Paglino (Aniello Amitrano), Daghi Rondanini (Zi’ Nicola)
Regia di Toni Servillo
Coproduzione Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa, Teatri Uniti di Napoli, Teatro di Roma
Sino al 18 gennaio 2015

voci_di_dentroAlberto Saporito non sa che ciò che ha visto con tanta nettezza -l’assassinio del suo amico Aniello da parte della famiglia sua dirimpettaia, i Cimmaruta- lo ha in realtà soltanto sognato. ‘Soltanto’? Quando cerca nella casa dei vicini le prove, le carte, il sangue che ha pensato di avere visto, non trova niente. E lo ammette davanti al brigadiere, lo ammette davanti ai Cimmaruta. Ma questi ultimi non credono alla versione del ‘sogno’ e cominciano a chiedergli di tirar fuori le prove che inchiodano gli altri membri della famiglia.
Tutti contro tutti. Anche il fratello di Alberto non aspetta altro che di vederlo in galera -per calunnia- in modo da appropriarsi della povera e sgangherata azienda di famiglia. Soltanto il vecchio zi’ Nicola sembra stare dalla sua parte ma lui è uno che da tanto ha smesso di parlare perché «se il mondo è sordo, lui ha diritto di essere muto». Il riapparire di Aniello Amitrano, ben vivo, non assolve nessuno. Anzi. Alberto Saporito ha compreso e ha snidato «ciò che vi è di mostruoso nell’ovvio» (Toni Servillo, p. 11 del Programma di sala), lo stare conficcato di ciascuno nel proprio delirio, nei propri sogni, nel proprio dormire, nell’odio profondo che riversiamo sui nostri simili, nel desiderio di saperli colpevoli, di vederli morti.
C’è davvero «una forza oscura nel testo» di Eduardo, una forza che «lo distanzia nettamente dai manichini dechirichiani di Pirandello» (Servillo, pp. 9-10), anche se allo scrittore siciliano deve certamente la rottura di ogni realismo a favore del linguaggio e della mente, della parola che produce il mondo. Questo linguaggio diventa in Eduardo De Filippo la musica dolorosa e potente della parlata di Napoli, si fa segno universale, canto, capacità di esprimere con ironia, con sdegno, con lucidità, l’universale ferocia degli umani. È questo espressionismo partenopeo, questo assurdo napoletano, che Eduardo aveva in mente «come spettacolo completo messo in scena e recitato nei minimi particolari, esattamente come io l’ho voluto, visto e sentito e come, purtroppo, non lo sentirò mai più quando sarà diventato realtà teatrale» (E. De Filippo, Il teatro e il mio lavoro, «Programma di sala», p. 21).
Il rigore e la profondità dell’interpretazione e della regia di Toni Servillo restituiscono alla scena lo spettacolo umano, le sue voci, il sogno.

Vai alla barra degli strumenti