Skip to content


Programmi 2018-2019

Nell’anno accademico 2018-2019 insegnerò Filosofia teoretica, Filosofia della mente e Sociologia della cultura. Pubblico i programmi che svolgerò, inserendo i link al sito del Dipartimento di Scienze Umanistiche di Catania per tutte le altre (importanti) informazioni relative ai miei corsi.

===========

Filosofia teoretica
Metafisica

Alberto Giovanni Biuso, La Metafisica si dice in molti modi, in «Rassegna storiografica decennale», vol. I, Limina Mentis 2018, pp. 177-183
Alessandra Penna, La costituzione temporale nella fenomenologia husserliana 1917/18 – 1929-34, Il Mulino 2007 (Introduzione; cap. I, §§  1, 3, 4; cap. IV, §§ 1, 2)
Edmund Husserl, Esperienza e giudizio, Bompiani 2007 (§§ 36, 38, 39, 42, 64 e Appendice I)
Martin Heidegger, Introduzione alla metafisica, Mursia 1979
Alberto Giovanni Biuso, Temporalità e Differenza, Olschki 2013
Alberto Giovanni Biuso, Heidegger e Sofocle: una metafisica dell’apparenza, in «Engramma», n. 150, ottobre 2017, pp. 154-161

===========

Filosofia della mente
Tempo della mente e Tempo del mondo

Martin Heidegger, Il concetto di tempo, Adelphi 1998
Carlo Rovelli, L’ordine del tempo, Adelphi 2017, capitoli dall’1 all’8 e 12-13
Lee Smolin, La rinascita del tempo. Dalla crisi della fisica al futuro dell’universo, Einaudi 2014
Arnaldo Benini, Neurobiologia del tempo, Raffaello Cortina 2017
Alberto Giovanni Biuso, Aiòn. Teoria generale del tempo, Villaggio Maori Edizioni 2016

===========

Sociologia della cultura
Dismisura

Rocco De Biasi, Che cos’è la Sociologia della cultura, Carocci 2008
Olivier Rey, Dismisura. La marcia infernale del progresso, Controcorrente 2016
Giuseppe Frazzetto, Artista sovrano. L’arte contemporanea come festa e mobilitazione, Fausto Lupetti Editore 2017
Alberto Giovanni Biuso, «Anarchismo e antropologia. Per una politica materialistica del limite» in La pratica della libertà e i suoi limiti – Libertaria 2015, pp. 102-125

Corpoflusso

Metto a disposizione su Dropbox il file audio (ascoltabile e scaricabile) della pr ima delle due lezioni sulla Coscienza  che ho svolto alla Scuola Superiore di Catania il 3 e 4 maggio 2018.

Il filo che abbiamo cercato di dipanare in queste conversazioni si può raccogliere affermando che se è vero che la mente è un’espressione delle attività neuronali del cervello, la conoscenza delle caratteristiche e delle proprietà dei singoli neuroni non è sufficiente a comprendere davvero che cosa la mente sia poiché l’intenzionalità, la coscienza, la volontà, il pensiero non sono il risultato della sola attività cerebrale ma implicano il suo agire in un mondo del quale anch’essa è parte. Nella coscienza è coinvolto l’intero organismo e non il cervello soltanto, anche se è quest’ultimo il luogo critico di raccolta e di sintesi delle sensazioni fisiche, dell’esserci corporeo da cui la coscienza viene generata.
La coscienza non sembra poter essere oggetto di un’indagine soltanto empirica perché il mentale costituisce una dimensione privata, temporale, intenzionale, introspettiva, mentre il cerebrale rappresenta una dimensione oggettiva, spaziale, fisica, esterna. Se vogliamo comprendere coscienza e tempo dobbiamo anche liberarci dalla sola percezione spaziale del mondo e di noi stessi per accedere, invece, a una intuizione del tempo capace di coglierne gli aspetti qualitativi e dinamici, del tutto interiori e irriducibili al movimento nello spazio.
Tempo, corpo e linguaggio sono strettamente legati nel preciso evento della memoria, che è sempre dinamica, trasformatrice di ricordi, manipolatrice di eventi, autrice di narrazioni, creatrice alla fine delle identità singole tramite una continua reinvenzione del passato. Per Platone tutta la conoscenza è di fatto memoria (Menone) poiché la miriade di eventi, impressioni, pensieri che costituisce un umano diventa comprensibile e unitaria nel racconto che la coscienza fa a se stessa del tempo vissuto, diventando in tal modo coscienza di sé e non soltanto del mondo.
La coscienza è anche il dinamismo ininterrotto del corpomondo, il continuo e complesso legame dei neuroni, delle sinapsi, delle cellule gliali con tutta la corporeità immersa nel passato, coinvolta nel presente, rivolta al futuro. La coscienza è dunque la percezione che il corpo ha di se stesso come flusso temporale, è la relazione tra il corpo e gli eventi.
Agostino, Bergson, William James e Husserl individuano nel tempo il fattore che dà continuità e coerenza ai diversi contenuti della mente attraverso la profonda unità di ritenzione, protenzione e presentificazione nella coscienza interiore del tempo. La coscienza consiste pertanto nella consapevolezza di essere parte di un flusso temporale che determina e spiega ogni aspetto della nostra vita, consapevolezza che neppure per un istante ci abbandona.
Se vogliamo comprendere la coscienza, è necessario rivolgere uno sguardo radicale –insieme neurologico e fenomenologico– alla corporeità e al suo essere una macchina temporale cosciente di sé. È il tempo, infatti, a costituire e a legare reciprocamente ogni ente e ogni pensato. Trama e ordito del reale sono tessute con il filo della temporalità. L’esistenza e la comprensione umane costituiscono dunque una cronosemantica. La struttura della coscienza è composta da ricordi semanticamente densi il cui fluire plasma il Sé nell’articolazione di passato, presente e futuro, configurazioni temporali che trovano la loro unitarietà nella corporeità vivente, ora.

[Seconda lezione del 4 maggio 2018]

Husserl

Edmund Husserl
Per la fenomenologia della coscienza interna del tempo
(Zur Phänomenologie des Inneren Zeitbewusstseins 1893-1917, hgg. v. Rudolf Boehm, «Husserliana», Bd. X, , Martinus Nijhoff, 1966)
A cura di Alfredo Marini
Introduzione di Rudolf Boehm
Franco Angeli, 1998
Pagine 497

Lezioni aperte, pensieri annotati, un flusso di ipotesi, una ricerca in divenire. I testi raccolti nel X volume della Husserliana sono un’efficace testimonianza del modo in cui Husserl pensava, della sua tecnicità ma anche dell’esercizio costante di filosofia che la fenomenologia rappresenta. Lo stesso loro autore giudicava queste pagine ancora immature e non pubblicabili ma diede anche incarico a Edith Stein di rivederle e di farne un testo leggibile, che uscì nel 1928 a cura di Heidegger nel IX volume dello Jahrbuch für Philosophie und Phänomenologische Forschung. In ogni caso risulta evidente che, pur essendo frutto di un lavoro venticinquennale, questi testi sono espressione di una ricerca rimasta sempre aperta e «non un’opera conclusa, una diga contro il tempo» (A. Marini, p. 424).
Il Tempo è non solo «il più difficile di tutti i problemi fenomenologici» (testi integrativi, n. 39, p. 280) ma è forse il più complesso di tutti i pur numerosi e variegati temi della filosofia. Affrontandolo con il suo peculiare metodo, la  fenomenologia mostra per intero la propria natura, la potenza teoretica del suo procedere. Nella definizione, infatti, che qui ne dà lo stesso Husserl la fenomenologia è la «scienza della coscienza pura», la quale «abbraccia in un certo senso tutto ciò che essa stessa ha accuratamente posto fuori gioco, abbraccia ogni conoscenza, tutte le scienze» e l’intera natura, ma lo fa sospendendo l’ovvietà del loro darsi allo sguardo ingenuo del realismo quotidiano e di quello filosofico e concentrando invece il proprio sguardo sulla intenzionalità della coscienza. La natura stessa, infatti, «non è mai e in nessun caso una datità assoluta» (ivi, p. 340) ma rappresenta sempre un vissuto per la coscienza che indaga la datità del mondo e quella parte di mondo che la coscienza stessa è.
Il problema che mette alla prova la plausibilità logica ed empirica della coscienza fenomenologica è il Tempo. Il tempo, infatti, è il mondo, è la sua pensabilità, è la coscienza che lo pensa. Il tempo intesse ogni ente e sembra da ogni cosa emergere e tuttavia, come già Agostino comprese quasi con disperazione, «si nemo a me quaerat, scio, si quaerenti esplicare selim, nescio» (Confessiones, XI, 14). La complessa analisi condotta in queste lezioni husserliane si pone sotto il segno agostiniano: «In questa materia i tempi moderni, tanto orgogliosi del proprio sapere, non hanno eguagliato l’efficacia con cui la serietà di questo grande pensatore aggredì il problema, né fatto progressi degni di nota» (Introduzione, p. 43).
In Agostino è infatti già chiarissima la natura non soltanto empirica del tempo. Esso non è un ente al modo degli elementi chimici, non è un aggregato di atomi, molecole, cellule o altri insieme di particelle elementari. Non è soltanto un processo che avvenga in natura. Il tempo non è neppure, però, solo la percezione psicologica della memoria, dell’attesa e della durata interiore, poiché: a) la coscienza psichica è un oggetto naturale che rientra appieno nell’ambito delle scienze empiriche, un oggetto –quindi- trascendente e non primario, costruito a partire dai dati immanenti della intenzionalità fenomenologica; b) la soggettività della coscienza psicologica non può dar conto della universalità dei fenomeni temporali. E quindi «il tempo che qui emerge non è un tempo obiettivo né obiettivamente determinabile. Questo tempo non è misurabile e per esso non c’è alcun orologio, né cronometro di sorta. Qui si può soltanto dire: adesso, prima e prima ancora, mutare o non mutare nella durata, ecc.» (testi integrativi, n. 51, p. 332).
Le osservazioni più elementari dei vissuti temporali ci dicono che appare un flusso di ora che si susseguono incessanti. In esso sono contenuti sia gli enti che appaiono sia il loro peculiare apparire alla coscienza. Tutto ciò che esiste, per il fatto stesso della sua esistenza attuale, è destinato a essere stato, a divenire passato. Il percepire della coscienza è costituito dall’intenzionalità con cui essa si dirige verso l’adesso e quindi: la presentificazione del dato immanente, la ritenzione dei momenti che sono stati, la protenzione verso quelli che saranno. La ritenzione rappresenta il ricordo “fresco” (o primario) di una impressione immediata e da essa si genera il ricordo secondario o rimemorazione; il ricordo è quindi nella sua essenza «coscienza dell’esser-stato-percepito» (§ 27, p. 88); il flusso degli istanti presentificati, del ricordo e dell’aspettazione scorre sempre nel presente di una coscienza.
Come la materia è composta di atomi, così il flusso del tempo è fatto di tali ora che potremmo chiamare tempora o, più esattamente, temp-ora. Credo sia infatti utile dividere la parola latina in modo da cogliere la temporalità come flusso incessante di «ora». Ciascuno di questi temp-ora mano a mano che si presenta alla coscienza si allontana poi da essa e va a costituire la realtà spessa e profonda della memoria di lunga durata, quella memoria che fa l’identità di ogni individuo, la sua storia, il suo patrimonio più prezioso.
Il vivere consiste in questo flusso di temp-ora che plasma il nostro corpo, gli dà una storia e con essa un’identità. Ed è per questo che non solo «il tempo è la forma ineliminabile delle realtà individuali» ma –assai di più- il tempo è la mente stessa e la mente è l’insieme indissolubile di coscienza, intenzionalità, corpo (testi integrativi, n. 39, p. 279).
È possibile, in questo modo, cominciare a intravedere qualcosa di quell’enigma che la coscienza è da sempre. La coscienza è l’insieme coeso –istante per istante- dei temp-ora che formano il flusso del vivere, un insieme simultaneo nel suo darsi poiché in essa convivono i vissuti intenzionali (la percezione del sé, le conoscenze, le informazioni, i sentimenti, le emozioni), le percezioni esterne (suoni, odori, colori, sapori, forme), i ricordi (l’insieme costituito dalle ritenzioni, dalle rimemorazioni, dalla memoria del corpo), le attese (progetti, desideri, timori, preoccupazioni, speranze), la certezza primaria, e confermata dall’accumularsi dei temp-ora, di dover morire.
Se «la coscienza desta, la vita desta, è un vivere andando incontro, un vivere che dall’“ora”, va incontro al nuovo “ora”» (appendice III, p. 131) è perché la coscienza è anche corporea. Mente e corpo sono due aspetti della medesima realtà temporale. Una delle differenze che rendono dinamica questa realtà profondamente unitaria riguarda proprio la percezione del tempo. La mente, infatti, dimentica, deve dimenticare per poter accumulare altri temp-ora, per rimanere aperta al futuro, alle sue protenzioni, alle attese che danno senso alla vita. Il corpo, invece, non solo non ha bisogno di oblio ma cresce attraverso lo scambio costante con il flusso del tempo in cui è immerso e in cui consiste. Per questo il corpo non dimentica nulla, non dimentica i momenti esaltanti che gli hanno dato forza, non dimentica le sofferenze che gli altri e se stesso gli hanno inferto. L’accumularsi dei temp-ora di sofferenza –di cui l’esistenza di ogni ente finito è costellata- non può essere cancellato dal corpo ed è precisamente per questo che esso muore. La corporeità è radicata nel tempo in un modo letterale, in un modo fisico.

Precedenti analisi di opere husserliane e di libri e tematiche fenomenologiche:

Ontologia del nuovo (1.3.2009)

Il tempo vissuto (14.4.2010)

Filosofia e verità Sulle Ricerche logiche (11.4.2013)

Riscoprire Husserl (21.3.2014)

On Time (7.11.2014)

Meditazioni fenomenologiche Sulle Meditazioni cartesiane (5.3.2015)

Husserl / Filosofia (11.8.2015)

Husserl / Tempo (12.3.2016)

Ontologia (2.4.2017)

Coscienza

Il 3 e 4 maggio 2018 si concluderà il Corso che ho organizzato quest’anno per gli allievi della Scuola Superiore di Catania. Vi terrò due lezioni dal titolo Tempo e Coscienza. Le lezioni si svolgeranno dalle 17,00 alle 19,30 a Villa San Saverio, sede della Scuola.
Chi volesse parteciparvi come uditore può farlo compilando e inviando questo modulo all’indirizzo prelaurea@ssc.unict.it.
Pubblico qui sotto una sintesi con i titoli delle lezioni che si sono svolte a partire dallo scorso ottobre, i nomi dei colleghi che le hanno tenute, i testi di riferimento e l’abstract dei miei incontri.

======================
SCUOLA SUPERIORE DI CATANIA
Corso a.a. 2017-2018

LA COSCIENZA PLURALE
Indagini sulla coscienza umana tra filosofia della mente, medicina, fenomenologia

Michele Di Francesco (Scuola Universitaria Superiore IUSS di Pavia; ottobre 2017): Tre lezioni sulla coscienza
Vincenzo Costa (Università del Molise; dicembre 2017): Fenomenologia della coscienza
Pietro Perconti (Università di Messina; marzo 2018): La coscienza: un lusso naturale o un adattamento sociale?

Alberto Giovanni Biuso
Tempo e Coscienza
3-4 maggio 2018

Testi
Henri Bergson – William James, Durata reale e flusso di coscienza (Raffaello Cortina, 2014)
Eugène Minkovski, Il tempo vissuto. Fenomenologia e psicopatologia (Einaudi, 2004)
Russell Foster – Leon Kreitzman, I ritmi della vita (Bollati Boringhieri, 2011)
Francisco Varela, «Neurofenomenologia. Un rimedio metodologico al “problema difficile”», in Aa. Vv., Neurofenomenologia. Le scienze della mente e la sfida dell’esperienza cosciente, a cura di M. Cappuccio (Bruno Mondadori, 2006)
Alberto Giovanni Biuso, La mente temporale. Corpo Mondo Artificio (Carocci, 2009)
Claudia Hammond, Il mistero della percezione del tempo (Einaudi, 2012)
Arnaldo Benini, Neurobiologia del tempo (Raffaello Cortina, 2017)

Abstract delle lezioni
La coscienza è il luogo degli atti intenzionali. A partire dalla svolta impressa da Descartes la storia della filosofia è in gran parte la storia della mente e della coscienza, del loro rapporto con il cervello, con il corpo, con l’ambiente.
Uno sguardo non cartesiano e fenomenologico sulla mente, sulla coscienza, sul tempo non intende costituire o creare nulla ma cerca solo di vedere e descrivere. La conoscenza umana indaga una complessità che la precede e anche quando il suo oggetto è la mente –l’oggetto più vicino possibile- l’atteggiamento rimane il dirigersi verso la cosa stessa, in questo caso verso di sé. La mente è anche il processo in cui assume significato l’insieme innumerevole di forme, di dati, di esperienze qualitative, di percezioni, di trasformazioni corporee, di emozioni, di sentimenti, di memorie e di attese delle quali è composta la fatticità quotidiana, il costante esserci dei giorni vissuti, sofferti, goduti.
Il corpo sta dentro il mondo e solo in esso acquista senso, valore, efficacia ma l’essere del mondo non è altro che tempo reso visibile nel divenire della materia. Siamo tempo. Il Tempo come dono; il Tempo che per Spinoza è un modus imaginandi; il Tempo come divinità livellatrice di ogni differenza celebrato da Sofocle nell’Elettra; il Tempo della Gnosi nel quale l’infinità dell’αἰών si concentra per intero nella fragile potenza del καιρός; il Tempo-benedizione di Nietzsche. Il Tempo è la sottile e impalpabile filigrana che attraversa la coscienza e il sapere.
Se la coscienza è una manifestazione fondamentale della nostra persona e del nostro esserci nel mondo, è perché essa dà un senso al flusso temporale. Essere coscienti significa ricordare. Senza un senso del Sé non si danno ricordi e il Sé è costituito dalla memoria corporea, cioè dall’insieme di eventi che non solo i neuroni ma l’intera corporeità ha percepito, registrato, a cui ha reagito.
Corpo e Tempo costituiscono così la partitura sulla quale la coscienza esegue il suo concerto.

Sul ricordo

Quei labirinti temporali che redimono il dolore
il manifesto
20 gennaio 2018
pagina 11

Percorriamo di continuo il magnifico labirinto del tempo, fatto con i mattoni dei nostri ricordi, i quali però non sono mai rappresentazioni statiche, ferme e sempre uguali a se stesse. No, i ricordi sono continuamente cangianti, riletti e riscritti alla luce delle urgenze presenti e delle aspirazioni future. Questo vuol dire Husserl quando sostiene -come prima di lui aveva fatto Agostino- che il presente della mente si distende e si estende in ogni altra dimensione del tempo, sino a creare quei ricordi di fantasia che sono generati «dalla capacità della coscienza intenzionale di ricollocarsi in ogni punto del flusso e di produrlo ‘ancora una volta’» (Pio Colonnello, Fenomenologia e patografia del ricordo, Mimesis 2017, p. 21).

Per la scienza, per gli studenti

Per la scienza, per gli studenti è una delle massime che guidano da tempo la mia esistenza. Da quando ho cominciato a insegnare -un bel po’ di anni fa- a oggi che la mia vita vede un compimento e una svolta.
Il compimento consiste nel fatto che ho vinto un concorso dell’Università di Catania e sono diventato professore ordinario di Filosofia teoretica. Nel gergo accademico l’espressione si riferisce al grado massimo della docenza universitaria e quindi della ricerca e dell’insegnamento in Italia (in Europa e altrove la formula è Full Professor). Un’altra denominazione -più ufficiale anche se meno utilizzata- è ‘Professore di prima fascia’.
La Commissione che mi ha conferito tale qualifica è stata composta da tre docenti. Due sono stati sorteggiati tra sei nomi di ordinari di Filosofia teoretica: Eugenio Mazzarella (Università Federico II di Napoli) e Luigi Tarca (Università Ca’ Foscari di Venezia). Il terzo è stato designato come membro interno dal Dipartimento di Scienze Umanistiche di Unict: Giancarlo Magnano San Lio. Ringrazio i colleghi professori per la generosa valutazione che hanno formulato della mia attività scientifica e didattica.
La svolta consiste nel fatto che farò di tutto per meritare questo riconoscimento della comunità filosofica e moltiplicherò il mio impegno verso la conoscenza e la sua trasmissione.
Al di là del mio caso personale, mi auguro che questo esito abbia anche un significato civile: entrare all’Università non è infatti facile, soprattutto per chi -come me- ha trascorso 17 anni nei Licei (esperienza bellissima) e quindi non ha intrapreso una carriera ‘canonica’. Spero che questo significhi che con abnegazione al sapere, passione per la scrittura, dedizione didattica e -naturalmente- con l’apprezzamento e il sostegno dei professori di un determinato ambito di studi, l’università rimane aperta a chi ama studiare e insegnare.
Pubblico quattro documenti/pdf relativi al concorso. I primi due si possono leggere anche qui: Procedura di selezione per la chiamata a professore di prima fascia ai sensi dell’art. 18, comma 1, della legge 30.12.2010, n. 240 – M-FIL/01 (DISUM)

Ringrazio coloro, e sono molti, che lungo gli anni mi hanno dato forza con la loro stima e il loro affetto e insieme ai quali posso ora condividere la soddisfazione di questo καιρός. Sono infatti convinto che un singolo da solo non possa ottenere alcunché nella vita, che qualunque risultato professionale conseguiamo lo raggiungiamo sempre in un contesto ben preciso, che la nostra persona è al servizio delle collettività alle quali appartiene e non il contrario. E io sono orgoglioso di appartenere all’Università di Catania e a un Dipartimento così ricco di intelligenze, energie e anche di simpatie tipicamente siciliane. Elencare tutte le persone alle quali debbo questo risultato sarebbe bello e doveroso ma riempirebbe pagine. Mi limito a rivolgere loro la dedica che il mio maestro pose a uno dei suoi libri più importanti: «Agli amici che l’hanno reso possibile: si riconosceranno»1. Aggiungo le parole affettuose e credo significative che mi hanno indirizzato due di queste persone:
«Diventare professore ordinario è il traguardo e il risultato dovuto al tuo impegno e alla tua passione assoluti, assoluti; risponde al palpito della filosofia nelle tue vene. La forma adesso calza a pennello la sostanza, per dirla con le parole con cui commentai il tuo passaggio ad associato, ma da allora la tua persona si è perfezionata ancora e molto e il successo che merita, di cui sarai orgoglioso e anch’io con te, è grande».
«Mi rallegra non soltanto per te, ma anche perché significa che in fondo il mondo accademico non è poi così terribile come è rimasto nella mia memoria. Sei stato davvero bravo, terribilmente testardo e bravo. Les opiniâtres sont les sublimes, scriveva il mio adorato Hugo. La perseveranza sostiene il coraggio come la ruota supporta la leva: rinnovandone costantemente il punto d’appoggio. Ti abbraccio in questa giornata importantissima per la tua carriera, te la sei guadagnata ‘con il sangue e col ferro’ e te lo dico: se sei arrivato vivo fino a qui, credimi, sei un guerriero».
E dunque ancora una volta e con rinnovata energia «an die Sachen selbst als freie Geister, in rein theoretischem Interesse»2.

1  Eugenio Mazzarella, Tecnica e Metafisica. Saggio su Heidegger, Guida 1981, p. 11.
2 [Alle cose stesse come spiriti liberi, nel puro interesse teoretico]. Edmund Husserl, Aufsätze und Vorträge. (1911-1921). Mit ergänzenden Texten, «Gesammelte Werke», vol. XXV, Martinus Nijhoff, Dordrecht/Boston/Lancaster 1987, p. 206.

Blumenberg

Hans Blumenberg
Tempo della vita e tempo del mondo

(Lebenszeit und Weltzeit, 1986)
Traduzione di Bruno Argenton
Edizione italiana a cura di Gianni Carchia
Il Mulino, 1996
Pagine 420

Il tessuto quotidiano degli umani appare del tutto misero e la loro possibilità di comprensione dell’intero sembra quasi impossibile. Con il trascorrere dei secoli e con la progressiva scoperta delle misure disumane del cosmo è cresciuta la consapevolezza che l’umano costituisce una struttura effimera all’interno della natura, la quale invece è e ha una sovrabbondanza di tempo quasi inconcepibile. La finitudine tematizzata da Heidegger è uno dei suoi temi più husserliani, è il paradosso del tempo come «la cosa più nostra e tuttavia quella di cui meno possiamo disporre» (p. 92), è la consapevolezza che -come ben dice Mephistopheles nel Faust– «Die Zeit ist kurz, die Kunst ist lang» (v. 1787), vale a dire: la vita è breve e l’opera è lunga, tanto da stabilire un patto per il quale soltanto nell’istante della sazietà dello Zeit esso si concluderà, oltrepassando «la sterminata insufficienza del singolo a comprendere il mondo» (120).
Dalla sproporzione tra Lebenszeit e Weltzeit, tra tempo della vita e tempo del mondo, nascono tutte le escatologie, si generano le filosofie platoniche, ma ha inizio anche la riflessione di Husserl, la quale vive dunque nella tensione tra temporalità e platonismo. La coscienza interna del tempo è il tema chiave della fenomenologia proprio perché essa descrive una temporalità genetica, che scaturisce dalla mente, a sua volta immersa e radicata nel mondo della vita: «Husserl ha eliminato questa separabilità di fatto tra coscienza e coscienza del tempo; ogni coscienza è, per sua essenza e quindi irrimediabilmente, coscienza immanente del tempo» (335).
Blumenberg prosegue in modo significativo affermando che «nessun passo, tra quelli compiuti dalla fenomenologia è più importante di questo. Heidegger –a gettarvi uno sguardo- ha compiuto per così dire il passo successivo ovvero il passo che va oltre il raggiungibile: invece di saldare, definitivamente e assolutamente, il tempo con la coscienza, egli lo ha saldato con l’essere stesso. In sostanza, anche ciò vuol dire soltanto che nessun ente, neppure un dio, può essere al di fuori dell’orizzonte d’essere della temporalità. Qui non c’è assolutamente alcuna trascendenza, perché questa è già la trascendenza» (336).
Il tempo umano è del tutto corporeo. La temporalità si genera dal pulsare del cuore, dalla velocità di circolazione dei liquidi che esso permette, dal tempo-istante dei neuroni. Tali strutture psicosomatiche creano la nostra peculiare percezione del divenire, della trasformazione degli enti, del variare dei ritmi circadiani di luce e di oscurità, ritmi i cui meccanismi molecolari sono stati individuati da Jeffrey C. Hall, Michael Rosbash e Michael W. Young, che per questo hanno ricevuto il premio Nobel per la medicina nel 2017.
Già Karl Enst von Baer ipotizzava che «se il metro temporale innato nella nostra specie fosse diverso, diverso apparirebbe anche il nostro mondo» (309), differente sarebbe il ritmo del linguaggio (realtà che dal tempo è evidentemente inseparabile), diversi la memoria e l’attesa di ogni istante percepito e vissuto come anche di ciò che solo nel ricordo di altri può arrivare a noi –il momento della nostra nascita- e soltanto nell’aspettazione può configurarsi -il morire.
Il movimento del tempo-vita si interseca con quelli del tempo-mondo, il quale si amplia alla sfera cosmica universale mediante la scoperta della velocità finita della luce, mostrando così in modo tangibile e accecante una «vastità dello spazio» che è intessuta di tempo, trasformando le distanze spaziali in distanze temporali e facendo diventare «il tempo del mondo definitivamente incomprensibile al tempo della vita» (166). Da quando, (nel 1676) Olaf Römer individuò il valore finito con il quale la luce si muove, l’ampliarsi dell’orizzonte spaziale a misure precedentemente impensabili ha ricondotto l’umano alla misura della propria infinita finitudine: «La luce, metafora dominante della verità e della conoscenza, si trasformò nel loro impedimento» (207).
E pertanto se ha ragione Spinoza a ritenere che Tempus non est affectio rerum, tale sapienza del tempo del mondo va integrata con il tempo della vita poiché è fenomenologicamente evidente che Tempus est affectio hominum et etiam rerum. Il tempo è il processo di base dell’esistenza umana, il suo basso continuo, poiché prima, oltre e insieme al suo essere un fatto fisico, una descrizione dei movimenti dei corpi nello spazio, una forma innata con la quale percepiamo gli enti trasformandoli in eventi, una sensazione interiore e continuamente cangiante di durate che si succedono, il tempo è soprattutto e costitutivamente il modo in cui la coscienza rende possibile se stessa.

Ursprung / Zukunft

Fisica eleatica e metafisica del tempo
in «Vita pensata» n. 16/2017, pagine 11-23

In questo saggio sintetizzo e riprendo le tematiche di Aión. Teoria generale del tempo, accennando a un loro dialogo con Bergson e con alcuni dei testi più importanti nei quali Husserl ha colto gli enigmi del tempo: Zur Phänomenologie des Inneren Zeitbewusstseins 1893-1917, Die Bernauer Manuskripte über das Zeitbewusstsein (1917/1918) e Die C-Manuskripte.
Sono alcune delle questioni sulle quali sto lavorando.

Sommario
Fisica eleatica e spazializzazione del tempo
Entropia e temporalità
Tempo fisico e coscienza temporale
Tempo e filosofia

Pdf del saggio

Ontologia

The Ontology of Time
Being and Time in the Philosophies of Aristotle, Husserl and Heidegger
di Alexei Chernyakov
Kluwer, Dordrecht, Boston, London 2002
Pagine 234

La rivoluzione copernicana attuata da Heidegger, il passare dalla centralità degli enti a quella dell’essere, ha radici molteplici e antiche. Il debito dell’ontologia heideggeriana nei confronti di Husserl è evidente. Profondo è quello verso Aristotele e Francisco Suarez.
Aristotele ha difeso contro Parmenide la piena realtà del tempo, in particolare nel IV libro della Fisica, dove Corisco che si muove è sempre Corisco e nello stesso tempo Corisco è in luoghi ogni volta diversi; identità e differenza stanno dunque nella realtà del movimento e -insieme- nella mente che lo enumera: «We distinguish between the prior (the before) and the posterior (the after) in movement because we recognize identity in diversity. […] It is only if now Coriscus is at point A, and the same Coriscus is now at point B, and the soul notes (counts) the two ‘now’ and the internal between them, that we recognize movement and what is prior and what is posterior in it» (pp. 69-70). Anche il concetto heideggeriano di Eigentlichkeit (autenticità) sarebbe la traduzione dell’aristotelica εὐπραξία, il miglior modo d’essere di ogni cosa, così come «‘εὐδαιμονία’ is to be translated into the language of the existential analytic of Dasein as ‘authenticity’ (Eigentlichkeit)» (114). Per quanto riguarda Suarez, le sue Disputationes metaphysicae hanno insistito molto sulla dimensione della finitudine umana e di ogni ente.
Il soggetto trascendentale husserliano -e prima ancora kantiano- viene assunto e oltrepassato da qualcosa di assai più completo, caldo, legato al tempo: la Cura. «Curo ergo existo’ determines a new foundation of post-modern ontology; the existentiale of care is the central concept of Heidegger’s existential analytic of Dasein, just as the trascendentale subject is the ultimate ontological fundamentum in modern philosophy since Descartes» (21). Importante è però non confondere il concetto ontologico di Cura con quello ontico di semplice preoccupazione e attenzione quotidiana alla vita. La Cura è certamente anche questo ma non è soltanto questo, poiché essa «is the common root of three constitutive structures of Dasein’s being, existentiality (Existenzialität), facticity (Faktizität) and fallenness (Verfallenheit)» (178). La Cura, in altri termini, «is the primordial articulation of time; it is that from which on time temporalizes itself» (193).

Il contributo più interessante di questo studio ricco e approfondito consiste nel legare temporalità e cura alla differenza ontologica, della quale Heidegger parla per la prima volta già nei corsi marburghesi del 1927, dove discute dei Grundprobleme der Phänomenologie. Da subito il filosofo fa propria la centralità husserliana del tempo, contro tutte le filosofie che sulla scorta dell’eleatismo negano realtà al divenire e ritengono che parole come ‘fu’ e ‘sarà’ siano dei suoni privo di significato e persino pericolosi.
In realtà, lo ‘è’ parmenideo è in se stesso plurale e diveniente. L’ora può essere statico o dinamico. Nunc stans è l’adesso che sta e permane. Nunc fluens è l’accadere degli eventi che di volta in volta sono l’ora. Nunc aeternitatis e Nunc temporis sono tra di loro diversi ma non opposti. L’eternità è infatti l’intero che scaturisce dalla potenza senza fine del divenire. L’Aἰών è la materia qui e ora, pensata tutta insieme, il Χρόνος è tale materia nella forma di un’energia senza requie che si esprime in una molteplicità innumerevole di modi e di forme. La distinzione tra l’adesso che sta e l’adesso che diviene è il nucleo più profondo della differenza ontologica, vale a dire della differenza tra l’essere e gli enti. L’adesso che sta è reale, l’adesso che diviene è reale. Gli enti sono reali, l’essere è reale. Anche questo significa che l’essere è tempo, che «onto-logy is chrono-logy» (11). La comprensione della dinamica essere/enti è la temporalità. È dunque chiaro che la mente che comprende è inseparabile dall’essere come tempo. È la medesima struttura, è lo stesso tempo che nell’umano diventa corpomente e nella materia è l’essere.
La differenza tra questi orizzonti temporali è proprio la differentia differens, la differenza che costruisce se stessa nel mentre diventa altro, che è se stessa nel divenire altro. L’identità/differenza implicita in questa formula è ciò che rende ontologicamente possibile ed epistemologicamente comprensibile sia il permanere di un ente nella varietà radicale delle sue trasformazioni sia il trasformarsi di un ente nella costanza del suo rimanere. 

Vai alla barra degli strumenti