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Fotografia contemporanea

2004-2014. Opere e progetti del Museo di Fotografia Contemporanea
Palazzo della Triennale – Milano
Sino al 10 settembre 2014

Karen-Knorr-dalla-serie-Fables-Musee-Carnavalet-2004Dieci anni di attività del Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo (MI) vengono riassunti e documentati in una densa mostra che si dipana tra quanto è stato acquisito (milioni di immagini) e i numerosi progetti in corso, alcuni dei quali si svolgono nell’ambito del territorio dove il Museo ha sede e ne valorizzano gli aspetti antropologici.
Attraversando queste immagini si ha la conferma che la fotografia è un sapere davvero universale, che può affrontare ogni tema. Non ci sono ambiti, realtà, barriere specifiche ed escludenti che impediscano a un animale eminentemente visivo qual è Homo sapiens di guardare, vedere, osservare, fissare tutto ciò che lo circonda e dentro cui è immerso. Vediamo quindi scorrere paesaggi, città, ritratti, strade, animali non umani e umani, calciatori dilettanti (Hans van der Meer), lavoro, Hans-van-der-Meer-Calciatori-della-domenica-2006grattacieli, tazzine, dipinti, viaggiatori, interni reali e surreali (il Musée Carnavalet di Karen Knorr), onde del mare, cantieri urbani, laghi nordici, alveari asiatici (come la Hong Kong di Peter Bialobrzeski) e altro ancora. Spazi sconfinati e minuti particolari si alternano dentro l’occhio.
Fotografi assai noti -per rimanere soltanto in Italia: Basilico, Lucas, Jodice, Berengo Gardin, Ghirri- si alternano a giovani artisti che cercano nuove strade, altre prospettive, sguardi diversi.

Peter-Bialobrzeski-dalla-serie-Neontigers-Hong-Kong-2001

Sapiens

Home
di Yann Arthus-Bertrand
Francia, 2009

[La versione originale del film è in inglese, con la possibilità di seguire l’audio mediante dei sottotitoli molto chiari. È stata comunque predisposta una versione  in lingua italianaDevo la segnalazione di questo film alla Dott.ssa Stefania Ruggeri, che ringrazio]

 

home«Faster and faster». Veloci, sempre più veloci. Lo si ripete di continuo in questo film. Veloci nell’abbattere foreste, nello sporcare i mari, nel massacrare altre specie, nel surriscaldare l’atmosfera. Veloci nell’avvelenare il pianeta. L’opera di Yann Arthus-Bertrand (prodotta da Luc Besson) è la più efficace illustrazione di una frase attribuita a un capo pellerossa: «Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro».
C’è qualcosa di psicopatologico in questa frenesia dell’Occidente, ma non soltanto di esso, volta a distruggere la casa di tutti i viventi e quindi anche l’abitazione umana. Di psicopatologico ma anche di spiegabile con un fatto tanto semplice quanto decisivo: l’orizzonte temporale. La singola vita di un essere umano, compresa quella dei capi delle multinazionali e degli stati (vale a dire dei dirigenti delle più grandi organizzazioni criminali), è breve: 80-90 anni al massimo. E dopo? Dopo che venga pure il diluvio, come si racconta abbia detto un famoso sovrano. Intanto, ci si arricchisce. Intanto si ha l’impressione di star comodi e di vivere bene. Se tutto questo costa ora grandi sofferenze ad altri umani e ad altre specie e alla lunga porterà alla fine della vita sul pianeta, chi se ne importa. Pensare ciò che accadrà quando saremo morti è non soltanto fastidioso ma anche del tutto astratto. Il concreto è la mia vita, qui e ora. E al diavolo il futuro. La miopia di un simile atteggiamento è evidente. E infatti civiltà più sagge della nostra (ci vuole poco) hanno visto più lontano.
Home è lo stridore stesso. Lo stridore che separa le immagini splendenti riprese dall’alto e la ferita profonda che a quegli ambienti viene inferta giorno dopo giorno. Ghiacciai, deserti, montagne, profondità, isole, oceani sembrano ricamati da degli artisti informali, sembrano l’astrazione stessa e l’essenza dei concetti, delle forme, della geometria. Ma dentro la loro vita, nel cuore della loro struttura, sta avvenendo l’irreparabile. È questo iato tra bellezza e veleno a costituire l’originalità di un film che si gusta come una sintesi dell’arte con la quale la materia plasma se stessa.
Una parte di questa materia, quella cosciente che chiamiamo ironicamente sapiens, opera con tenacia per far tornare la Terra alle condizioni irrespirabili che precedettero la comparsa dei primi batteri. Ci riuscirà l’Homo sapiens, ci riuscirà. E, sinceramente, non mi dispiace. O meglio, mi dispiace per le piante, per gli altri animali, per il blu del cielo. Ma sopravviveranno i vulcani, si estenderanno gli oceani senza più pesci e mammiferi, splenderanno ancora i colori accesissimi dei tramonti in un’atmosfera senza più ossigeno. Il finale non sarà quello nonostante tutto fiducioso di questo bellissimo film ma l’altro ben più realistico di una Terra ricondotta al gorgogliare delle sue lave, al punteruolo delle sue cime, alla cupezza dell’anidride. Quando gli ultimi batteri moriranno anch’essi, la materia continuerà a esistere. Sino a che -tra cinque miliardi di anni- il Sole avrà esaurito la sua immensa energia e in un ultimo sussulto si espanderà a inglobare i pianeti, compreso il nostro. Tutto sarà fuoco. E poi il silenzio. Prima, molto tempo prima, una specie di primati senza peli si sarà creduta saggia nell’anticipare la propria distruzione. E per questo forse saggia lo è veramente.

La terra, la sua gloria

C’è ancora speranza. Sì, c’è ancora speranza se un vulcano riesce a interrompere le attività della specie che si crede -risibile presunzione biblica- padrona e signora di ogni altro animale, fiore, ente. C’è ancora speranza se le forze profonde della terra disvelano tutta la debolezza delle tecnologie più avanzate, se la materia -la pura materia- annulla lo spirito e ogni sua rappresentazione. La potenza della cenere è più grande di ogni umano costrutto e riconduce l’Homo sapiens sapiens alla sua vera, infima misura: un frammento nella cieca gloria del fuoco e delle pietre.

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