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Meglio

Il mistero Henri Pick
(Le mystère Henri Pick)
di Rémi Bezançon
Con: Fabrice Luchini (Jean Michel Rouche), Camille Cottin (Joséphine Pick), Alice Isaaz (Daphné Despero), Bastien Bouillon (Fred Koskas), Hanna Schygulla (Ludmila Blavitsky)
Francia – Belgio, 2019
Trailer del film

La biblioteca di un paesino della Bretagna ospita una sezione dedicata ai «libri rifiutati dagli editori». Daphné, che lavora per un importante editore parigino, vi scopre un romanzo straordinario, dal titolo Le ultime ore di una storia d’amore. Lo fa pubblicare e il libro diventa un grande successo sia di critica sia di pubblico. L’autore è Henri Pick, pizzaiolo del paesino, morto da un paio d’anni e del quale si ignorava qualunque attitudine letteraria. Il critico Jean-Michel Rouche è convinto che a scrivere il romanzo non possa essere stato Pick. A costo di apparire assai antipatico, ossessivo e cinico, inizia un’indagine minuziosa e complicata, la cui soluzione è –come sempre– tanto vicina quanto imprevedibile.
Che un libro, che dei libri possano costituire ragione di passioni, conflitti, scoperte, gelosie, orizzonti, tornanti, e che questo possa accadere anche al cinema, in un film, è confortante. Significa che la parola scritta, questo «sigillo di tutte le ammirande invenzioni umane», nulla ha perso della sua magia, della incredibile possibilità di «comunicare i suoi più reconditi pensieri a qualsivoglia altra persona, benché distante per lunghissimo intervallo di luogo e di tempo» (Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo tolemaico e copernicano, Einaudi 1982, p. 130).
Oggetto perfetto è il libro, nel senso tecnico di oggetto non ulteriormente migliorabile, come –altro esempio– è la forchetta. Oggetti che possono essere costruiti con materiali di lusso o comuni, possono differenziarsi in molti particolari ma la cui struttura ha raggiunto il vertice della funzionalità, semplicità, eleganza. È questa una delle più importanti motivazioni che rendono impossibile agli ebook e ai pdf sostituire il libro fisico, cartaceo, materiale. I libri digitali sono assai utili per la consultazione e per delle ricerche mirate ma la lettura è un piacere che soltanto la carta riesce a dare.
La lettura, certo. La lettura che è una delle poche, reali, oggettive ragioni di differenza tra l’animale umano e gli altri animali, tanto che si può dubitare dell’umanità di chi non legga mai un libro. La lettura è l’attività che trasforma un oggetto in pensieri, immaginazione, concetto, fantasia, vita, tempo, mondo.
Una casa piena di libri è una casa colma di senso, ricca della differenza che il sapere segna rispetto alle morte cose. È una casa bella, calda, radicata nel passato e spalancata sul futuro. Saggia del presente perché capace di ricondurlo alla parzialità dell’infinito.
Ai libri devo gran parte della mia gioia. Se molti umani, infatti, mi hanno rattristato e deluso; se da alcuni di loro mi sono dovuto allontanare con rassegnazione e disprezzo, i libri non mi hanno tradito, mai. E ogni volta che un velo di malinconia trafigge i giorni, la loro vista, la loro materialità, il poter riprendere ogni volta che lo desidero il dialogo con il meglio che la specie alla quale appartengo abbia saputo generare, mi restituisce sorriso, forza, luce.
In Les Thanatonautes lo scrittore Bernard Werber fa dire a Raoul che «le monde se divise en deux catégories de gens : ceux qui lisent des livres et ceux qui écoutent ceux qui ont lu des livres. Mieux vaut appartenir à la première catégorie» (Albin Michel 1994, p. 12), «il mondo si divide in due categorie di persone: quelle che leggono i libri e quelle che ascoltano coloro che i libri li hanno letti. Meglio appartenere alla prima categoria». Meglio.

Scrittura

Il 18 luglio 2017 nella bella cornice di Ragusa Ibla ho partecipato alla «International Summer School of higher education in Philosophy – Le Agorà e l’esercizio critico del pensiero», organizzata dalla Società Filosofica Italiana, con una relazione dedicata alle scritture filosofiche nel Novecento.
Sul sito di Rai Scuola sono disponibili i video con gli interventi di tutti i relatori, compreso il mio. Chi volesse seguirli può farlo qui:

 

Leggere

Il numero 27 di Alfabeta2 (marzo 2013) dedica alcuni articoli alla lettura. In particolare ai rapporti del Libro con la Rete e alla questione tradizione/innovazione. Socrate criticava -nel Fedro- il nuovo strumento rappresentato allora dal testo scritto rispetto alla trasmissione orale. Il capovolgimento si esprime anche nel paradosso per il quale gli eBook reader rendono ora di nuovo possibile la lettura a scorrimento -dall’alto in basso- che era tipica del volumen antico, prima che fosse inventato il libro rilegato e diviso in pagine. E la continua distrazione che la Rete favorisce? E il forsennato multitasking al quale siamo indotti, visto che leggere un libro avendo davanti un computer acceso significa aprire continuamente pagine (della Rete), ricevere delle mail, chattare? Tutto questo descrive un mondo di rischi e di possibilità rispetto al quale il libro -il libro stampato- rimane un oggetto perfetto perché non ulteriormente migliorabile in vista del suo scopo, come una forchetta.
Ho letto di recente dei ponderosi volumi in pdf e l‘esperienza è nella sua sostanza assai simile a quella della lettura di un libro stampato. Solo che non potevo toccarlo, scriverci sopra, portarlo davvero con me. Rispetto a un pdf il libro vince. E pareggia invece nei confronti di un eBook, poiché quest’ultimo è altra cosa, rappresenta una modalità diversa di ricevere informazioni, apprendere concetti, elaborare idee.
Perché dunque vedere un aut aut dove si può scorgere un et et? Il reperimento immediato e veloce di notizie  dalla Rete -che poi vanno filtrate in modo critico, naturalmente- è uno straordinario strumento di supporto alla lettura lenta, ripetuta, profonda. È questa lettura che ci rende umani.
Maryanne Wolf -che ha scritto un libro dal titolo Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge– osserva che «poche invenzioni hanno fatto più della lettura, in termini di progresso della nostra specie. Strutturalmente il nostro cervello non è molto diverso da quello degli uomini prealfabetizzati di milioni di anni fa. Tuttavia i diversi sistemi di scrittura e, di conseguenza, la lettura hanno creato uno spartiacque, comprovando che il nostro cervello ha un’attitudine innata a riorganizzarsi per svolgere nuove funzioni (la lettura, appunto)». E -andando al cuore della questione- continua affermando che «la lettura, già lo aveva capito Marcel Proust, apre un tempo oltre il tempo. La lettura è, precisamente, il tempo del pensare oltre. […] Per questo, anziché rivolgerci a quel surplus informativo che ci rende terribilmente soli nel cuore di una folla e finisce col soffocare ogni capacità di lettura, dovremmo con lo stesso Proust ricordare che leggere, forse, “nella sua essenza originaria” altro non è che il “fruttuoso miracolo di una comunicazione nel mezzo di una solitudine”» (Alfabeta2, 27, p. 22).
Leggere significa, come ancora Proust ci suggerisce, dialogare con noi stessi prima che con l’autore del libro; significa legare nel profondo il tempo che noi siamo con quello -non importa quanto distante- nel quale vennero pensate le parole che ora incontriamo; significa aver trovato la chiave universale che apre gli spazi sconfinati del sapere. «Ma sopra tutte le invenzioni stupende, qual eminenza di mente fu quella di colui che s’immaginò di trovar modo di comunicare i suoi più reconditi pensieri a qualsivoglia altra persona, benché distante per lunghissimo intervallo di luogo e di tempo? parlare con quelli che son nell’Indie, parlare a quelli che non sono ancora nati né saranno se non di qua a dieci mila anni? e con qual facilità? con i vari accozzamenti di venti caratteruzzi sopra una carta. Sia questo il sigillo di tutte le ammirande invenzioni umane» (Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo [1632], Einaudi, 1982, Dialogo I, p. 130).

Haggard

Herr Mannelig
da Eppur si muove

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