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I linguaggi del potere

[La vicenda di questa recensione conferma ciò che in essa cerco di sostenere. Il testo è stato infatti rifiutato da varie riviste a causa delle sue prime righe, nelle quali si accenna all’«obbedienza sanitaria». Ho pensato che comunque meriti di essere letto anche e soprattutto perché dà conto di un volume che è scaturito da un bellissimo Convegno organizzato dal collega Giuseppe Traina a Ragusa Ibla nell’ottobre del 2019.
Spero che chi leggerà la recensione si farà un’idea della ricchezza di tematiche e di prospettive che in quell’occasione vennero affrontate e praticate. E avrà la conferma che una delle tendenze dei linguaggi del potere è di imporre il silenzio ai linguaggi che lo contrastano. Nel passato come nel presente.
Le frasi in corsivo tra parentesi quadre sono state da me aggiunte in questi giorni]

Aa. Vv.
I linguaggi del potere.
Atti del convegno internazionale di studi
(Ragusa Ibla, 16-18 ottobre 2019)
A cura di Felice Rappazzo e Giuseppe Traina
Mimesis, 2020
Pagine 527

Per le strade di Ragusa Ibla, la splendida, si passeggiava nell’ottobre 2019; ci si confrontava viso a viso, uggia a uggia, sorriso a sorriso, durante le pause per il pranzo e per la cena. Questo ricordano Felice Rappazzo e Giuseppe Traina nella loro Prefazione a un volume che quasi per profetica intuizione ha tra i propri più costanti riferimenti la fisica del potere di Michel Foucault. Quella che troppi accademici, studiosi, intellettuali (dei giornalisti non conviene neppure far parola) sembrano aver di botto dimenticato nei mesi del panico da epidemia.
Inoltrandosi nella ricca miniera di questo volume si possono così trovare echi e assonanze dell’obbedienza sanitaria. Come già Eichmann, anche Jürgen Stroop, responsabile della repressione nel ghetto di Varsavia, risponde a Moczarski in questo modo: «Befehel ist Befehl (un ordine è un ordine)» (Dario Prola, Conversazioni con il boia di Kazimerz Moczarski: riflessioni a margine di un’intervista con il male, p. 352). La stessa risposta che è stata e continua a essere definita ‘necessaria’ durante i mesi del confino imposto all’intero corpo collettivo [e ora nei mesi della trasformazione della società italiana in una massa di kapò che chiedono continuamente un lasciapassare ad altri cittadini]. E questo è accaduto e accade anche quando si è trattato di ordini e di pratiche repressive semplicemente prive di senso oltre che di efficacia sanitaria. Ordini e pratiche impartiti ed eseguiti anche in vista della «soddisfazione filistea del sopravvissuto e dell’integrato in un miserrimo ordine» (F. Rappazzo, L’impersonalità come doppia verità? Osservazioni su Rosso Malpelo, p. 376). Ordini e pratiche che la densa esegesi di Pinocchio proposta da Giuseppe Traina coglie sin dall’inizio del libro di Collodi come sua trama, appunto, foucaultiana: «Appena ‘battezzato’, appena dotato di sguardo, prima mobile e poi ‘fisso fisso’, Pinocchio sta mettendo alla prova il potere paterno con i mezzi più efficaci del potere stesso: lo sguardo controllore, il segreto del silenzio. Sta cominciando la sua efficacissima battaglia di resistenza al potere» (Pinocchio e le figure del potere, p. 483).

Ciò che emerge infatti con chiarezza da quel Convegno e da questo libro è che la parola – che ancora una volta conferma la propria gorgiana e drammatica ambiguità – può costituire e costituisce sia uno strumento principe di asservimento sia una indistruttibile forma di resistenza. Dai numerosi testi che danno vita alla ricchezza qualitativa e quantitativa del volume (che si compone di 44 contributi) ed esprimono un’ermeneutica della resistenza al potere, qui posso trarre soltanto qualche esempio. 

Analizzando la pervasività del fenomeno che sui Social Network viene denominato blasting, vale a dire «la demolizione simbolica -insieme assoluta ed effimera– dell’avversario», Emanuele Fadda argomenta sulla «necessità di una prossemica virtuale» (Il Blasting: potere o contropotere?, pp. 153 e 156) che applichi anche all’ambito digitale e telematico le avvertenze e quindi le consapevolezze che utilizziamo nelle interazioni reali che intramano i corpimente nello spaziotempo quotidiano. Qui la resistenza è quindi al potere della folla, della tribù digitale, dell’anonimato che trasforma – ne abbiamo fatto tutti esperienza – soggetti equilibrati o timidi in violentissimi polemisti da tastiera, sino a cadere in alcuni casi in una vera e propria identità schizofrenica [la violenza che sui social viene esercitata contro chi rifiuta di vaccinarsi o critica il green pass costituisce un’ulteriore testimonianza di tali dinamiche].

Sul potere vero e proprio, il potere dell’autorità costituita, sono sineddoche dell’intero volume, ad esempio, il già ricordato saggio di Traina su Pinocchio; quello di Fernando Gioviale sul disincanto anarchico di Sciascia –il quale a proposito dell’affare Moro «di fatto sostiene che questo Stato non si può difendere» (L’ordine delle parole. Sciascia, Pasolini e L’affaire Moro attraverso Todo Modo, p. 185)–; il testo di Rosalba Galvagno sul linguaggio del potere in Consolo; la feconda ricognizione anche d’archivio di Laura Giurdanella che conferma quanto la matrice anarchica abbia contato nella vita e nella poesia di Ungaretti; l’analisi condotta da Margherita Bonomo sull’informazione costruita dal cinema della Repubblica Sociale Italiana; e naturalmente il contributo da Ilaria Possenti dedicato esplicitamente a Foucault.
Delle tante suggestioni di quest’ultimo saggio, mi sembra interessante ricordarne una che si lega poi ad altri capitoli del libro. Scrive Possenti che «nella ‘dolcezza delle pene’, in altre parole, Foucault non vede semplicemente un processo di ‘umanizzazione’, ma riconosce la nascita di un dispositivo di potere che assume come bersaglio l’anima del condannato» (Il potere nelle storie filosofiche. Michel Foucault e la tradizione, p. 339).
Affermazione che si pone in continuità con l’analisi di una delle apparentemente più soft ma nella sostanza non meno oppressive forme dell’autorità collettiva e sempre più anche di quella istituzionale: il politically correct, la strumentale illusione per la quale si ritiene che sostituendo le parole si possano anche modificare o cancellare le situazioni alle quali le parole si riferiscono.
A un contributo esplicitamente dedicato al tema si affiancano le disincantate osservazioni di Fabrizio Impellizzeri a proposito del venir meno di un’espressione come ‘negro’ nell’indicare gli autori che scrivono anonimamente per altri che poi firmano i libri: «La Francia, in preda a un riscatto civile determinato dalla retorica dell’umanitario, ha oggi deciso di mettere al bando l’espressione per la sua forte connotazione razzista, sostituendo l’antico nègre littéraire con il più politicamente corretto prête-plume o plume-cachée»  (Willy e l’oscuro patto autoriale con gli écrivains nègres nelle officine letterarie fin de siècle, p. 249).

Chi non lascia libere le parole non rispetterà, alla fine, neppure la libertà delle persone. Così come vale anche l’inverso: «là dove si fa violenza all’uomo, la si fa anche al linguaggio» come scrisse (ne I sommersi e i salvati) il Primo Levi ricordato da Prola nel suo testo e dal quale lo studioso attinge anche per rammentare «i meccanismi che – nei regimi dittatoriali – rendono la lingua il laboratorio di una spaventosa operazione ideologica e anche filologica finalizzata a nascondere il male» (p. 355).
Nel XXI secolo le tendenze totalitarie non hanno più bisogno di carri armati, polizie politiche e torture. È sufficiente il controllo della comunicazione e quindi della lingua. Controllo dalle conseguenze enormi poiché i linguaggi sono capaci di creare situazioni che, per quanto fittizie, sembrano del tutto reali. Le menzogne del potere sono sempre le menzogne più grandi.

Come spero si veda anche da questa drastica sintesi di un libro che merita di essere letto e meditato, le spesso maltrattate ‘scienze umane’ confermano per intero la loro necessità. La chiusa del saggio di Giuseppe Toscano su Nomi, etichette e processi di stigmatizzazione. Riflessioni microsociologiche sulle dinamiche di potere, può dunque concludere anche il resoconto che ho tentato del volume: «Questa deriva quantitativa, che coinvolge anche le scienze umanistiche, sembra espressione di un atteggiamento reverenziale nei confronti delle cosiddette scienze dure alle quali ci si sente in dovere di avvicinarsi. Un approccio micro potrebbe quindi aiutare a recuperare la specificità di studi che hanno per oggetto la persona nella sua interezza e nella sua complessità, e che rendono evidente la forte consonanza tra sguardo sociologico e sensibilità umanistica» (p. 472).

«Ginnastica d’obbedienza»

Chi non si accorge della quotidiana «ginnastica d’obbedienza» (De André) che con la gestione politica dell’epidemia SARS-CoV-2 è in atto nelle società ‘democratiche’ (le altre sono abituate da secoli), vuol dire che è pronto alla servitù a tempo indeterminato.
La sua libertà sarà sempre una concessione delle autorità, sarà la libertà dei fascismi, e non sarà mai l’essenza stessa del respiro umano, lo splendore dello sguardo, il pensiero che comprende. Sarà la libertà della brava formica, la cui essenza è l’omologazione, il marciare compatti verso la meta, l’identità senza differenze, lo stare sempre dalla parte della maggioranza ‘buona e giusta’. Sarà il conformismo eretto a valore. Sarà la libertà che si genera dalla paura e non dal gesto che rompe le catene. Sarà, in effetti, la libertà che merita.
Raccontando la manifestazione di Roma del 9 ottobre contro il Green Pass, l’informazione asservita attribuisce a Forza Nuova centinaia di migliaia di aderenti, pur di calunniare i cittadini italiani. Come ha scritto ieri anche Vladimiro Giacché (un marxista e comunista doc): «Sento profumo di sineddoche indebita». E Marco Rizzo (segretario del Partito Comunista) ha correttamente affermato che «la lotta contro il Green Pass è giusta. Per questo vengono scomodati i fascisti che provocano e assaltano la sede della Cgil. Fenomeni da battere in quanto sono parte dello stesso problema. Non siamo nati ieri, la “strategia della tensione” la conosciamo bene. Molto bene».
Sono stato in manifestazione: cittadini di tutti i generi, famiglie, anziani, distinti signori, contro il Green Pass, per la libertà.
Credere alle veline delle questure, credere ai ministri dei temporali e della paura, significa essere pronti al fascismo, davvero. Un segnale ai miei occhi gravissimo è la trasformazione dei cittadini italiani in una massa di kapò incaricati di controllare altri cittadini. E si vorrebbe che persino i docenti universitari si piegassero a tale funzione.
La questione è politica sin dall’inizio. Anche per questo sono stato sin dall’inizio contrario alla narrazione dei governi e dei loro organi di informazione. E ogni giorno che passa sono sempre più convinto di tale scelta.
Per quanto riguarda i vaccini, se fossero efficaci e innocui, logica imporrebbe di lasciare liberi i cittadini di accedervi o meno. I vaccinati sarebbero sicuri, i non vaccinati sarebbero a rischio per loro scelta, per la loro incoscienza.
Ma, evidentemente, così non è.
Perché l’obiettivo non è la salute, l’obiettivo è il lasciapassare sanitario, l’obiettivo è il controllo totale del corpo collettivo. Per ora tramite l’epidemia ma, poi, molto oltre l’epidemia.

«Studenti dell’Università di Catania contro la deriva autoritaria»

L’iniziativa e il testo che segnalo testimoniano ciò che constato ogni giorno: se ci sono studenti chiusi nel proprio «particulare» o interamente rintronati dalla Società dello Spettacolo, ne esistono altri -e sono numerosi- il cui studio non si limita alla raccolta di CFU e al nozionismo ma diventa parte delle loro vite, come è del tutto ovvio e necessario che sia se lo studiare ha un senso.
Non importa quanto questa di Catania e le altre analoghe iniziative che si stanno svolgendo in tutta Italia incideranno sul decisore politico e amministrativo, che sembra tetragono a ogni critica e proposta. L’importante è che la libertà scenda ancora in piazza, con motivazioni articolate e razionali quali sono quelle che emergono dal documento degli «Studenti dell’Università di Catania contro la Deriva Autoritaria» che presenta una manifestazione organizzata per oggi, sabato 21 agosto 2021, alle 18.00 in Piazza Stesicoro a Catania.

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Care studentesse e cari studenti universitari,
oramai un intervallo temporale dalla già inaspettata dimensione di 528 giorni ci separa da quel fatidico 9 Marzo 2020, data che ha sconvolto inesorabilmente le nostre vite, introducendoci a nuove terminologie, concetti, abitudini, paure ma che, soprattutto, ha operato una cesura nello svolgimento del nostro percorso universitario, il quale si configura come un percorso formativo globale dai connotati universali, coinvolgendo tanto la sfera formativa professionale quanto quella individuale nell’ambito delle tante sfide, confronti, emozioni ma anche sane difficoltà cui ogni studente si sottopone.

Altresì, la data del 6 Agosto 2021 rappresenta non solo una cesura della vita democratica che ogni Paese civile dovrebbe garantire, ma anche una lacerazione del Patto di Lealtà alla base del rapporto tra i Cittadini e le Istituzioni, culminata nella pubblicazione in Gazzetta del d.l n°105/2021, il quale estende l’uso del dispositivo denominato “Green Pass” alla vita universitaria e scolastica.

In un quadro epidemiologico in fase di stabilizzazione e decrescita costante dal Marzo 2021, salvo una lieve tendenza al rialzo dell’ultimo periodo per via della maggiore mobilità, caratterizzato da sempre da un impatto clinico moderato nella nostra fascia di età, secondo i rilievi dell’Istituto Superiore di Sanità, si è introdotta una misura fuori da ogni ragionevole principio di proporzionalità, travalicando l’aspetto scientifico dal quale vorrebbe trarre spunto per migrare verso lidi di natura esclusivamente politica.

In particolare, pur recependo il Regolamento UE 2021/953 e 2021/954, come testimonia l’articolo 4, comma 2 del suddetto decreto, e la Risoluzione del Consiglio Europeo del 14 Giugno 2021, che assicurano la tutela dei cittadini sprovvisti di Green Pass da ogni forma di discriminazione, tale dispositivo introduce l’obbligo surrettizio alla vaccinazione, venendo meno a quanto stabilito dagli articoli 16, 32 e 77 della nostra Costituzione.
Nondimeno, l’introduzione del Green Pass rappresenta un precedente giuridico e burocratico dai risvolti e dalle prospettive del tutto ignote, ponendo in serio pericolo l’equità democratica salvaguardata dalla Carta Costituente, in ottica di medio e lungo termine.

In tale contesto, la comunità degli studenti universitari è chiamata a individuare e neutralizzare tutti i fenomeni che pongono una grave ipoteca verso un futuro libero e virtuoso, foriero di prospettive per il nostro Paese.
D’altronde, la vita universitaria è sempre stata una roccaforte del confronto democratico ed un laboratorio di idee capace di porre le basi per la proiezione della società nel futuro.
La nostra è una Voce forte, compatta e coerente e si incarica di ripudiare la pericolosa deriva autoritaria in atto, attraverso tutti gli strumenti che la Cultura ci fornisce.

La legge

L’Osservatorio permanente per la legalità costituzionale ha redatto un documento giuridicamente rigoroso e nello stesso tempo a tutti accessibile. L’Osservatorio -che è formato da giuristi di consolidata esperienza, la più parte dei quali sono professori universitari- sta raccogliendo l’adesione di quanti intendono opporsi alla «estrema e pericolosissima strumentalizzazione di principi giuridici complessi quali la proporzionalità nelle scelte politiche sanitarie o il bilanciamento tra diritti costituzionali che, inquinati da interpretazioni frutto di meri rapporti di forza, vengono utilizzati per giustificare il trasferimento di poteri di polizia in capo a soggetti del tutto privi di qualifiche».
È possibile dare qui la propria adesione: GREEN PASS: appello e raccolta firme.

Il titolo del documento relativo alla tessera verde è Sul dovere costituzionale e comunitario di disapplicazione del cd. decreto green pass.
Ne consiglio la lettura anche al fine di comprendere il pericoloso vulnus giuridico che in Italia si sta realizzando. E, con tale estensione, soltanto in Italia, come ben chiarisce il testo anche tramite un confronto con la Francia.
Riporto qui il link al documento, il suo pdf integrale, il sommario e alcuni brani particolarmente significativi.

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1. Premessa metodologica;
2. Il quadro di riferimento normativo europeo;
3. L’introduzione della certificazione verde: continuità o discontinuità con il green pass europeo?;
4. Covid pass e obbligo vaccinale: simul stabunt simul cadent?;
5. Green pass, diritto a (non) vaccinarsi e principio di non discriminazione. 

Diversi articoli della nostra Costituzione sono coinvolti dall’entrata in vigore del Green pass, infatti, oltre agli artt. 2 e 3 Cost., esso, da una prima lettura, ha un impatto diretto sugli artt. 11, 13, 16, 24, 32, 77, 117 Cost.
Si tratta di un tema che coinvolge la natura e l’essenza stessa della Democrazia. 

Si tratta di aspetti che non si possono trascurare tanto nella fase in cui il vaccino è ancora in fase sperimentale (avendo ottenuto solo un’autorizzazione di emergenza) quanto a sperimentazione avvenuta se la capacità di limitare il contagio non dovesse risultare confermata.
Inoltre, proviamo ad interrogarci se il suddetto quadro normativo risulta compatibile “con i regolamenti (UE) 2021/953 e 2021/954 del Parlamento europeo e del Consiglio del 24 giugno 2021” come richiede l’art. 4 comma 3, punto2) dello stesso d.l. n. 105/2021.
Al momento l’impressione è che con l’ultimo suddetto Decreto-legge, l’ordinamento giuridico italiano non recepirebbe le scelte del diritto europeo in materia di Green pass, ovvero la facilitazione della libertà di circolazione in sicurezza tesa a sopprimere la quarantena obbligatoria. Al contrario il d.l. n. 105/2021 sembrerebbe conferire al Green pass natura di norma cogente ad effetti plurimi di discriminazione e trattamento differenziato.
In relazione al suddetto Decreto-legge, sorgono pertanto plurimi ordini di problemi, perché diverse sono le dimensioni giuridiche coinvolte: 1) sotto il profilo generale, possibile violazione dell’ordinamento giuridico europeo, poiché mentre in ambito europeo il Green pass ha valenza informativa, assume viceversa nel nostro ordinamento valenza obbligatoria e prescrittiva; 2) presunta violazione del dato costituzionale, laddove, pur in assenza di un obbligo vaccinale e di un serio dibattito parlamentare come accaduto in Francia, s’introducono forme di discriminazione e di trattamento differenziato nei confronti dei soggetti non titolari del Green pass.
Mentre il quadro normativo europeo configura un modello di governance basato sul ragionevole trattamento differenziato, teso ad agevolare la libertà di circolazione in sicurezza, nel modello de quo sembrano trovare spazio provvedimenti di carattere normativo e/o amministrativo, tali da generare irragionevoli e non proporzionati trattamenti differenziati al punto da incidere su ampie fette della vita sociale dei cittadini.
In sostanza, la certificazione verde finirebbe per costituire l’imposizione, surrettizia e indiretta, di un obbligo vaccinale per quanti intendano circolare liberamente e/o usufruire dei suddetti servizi o spazi. Ne conseguirebbe la violazione della libertà personale, intesa quale legittimo rifiuto di un trattamento sanitario non obbligatorio per legge, o comunque di continue e quotidiane pratiche invasive e costose quali il tampone.
Indubbiamente, la messa all’indice dei non vaccinati etichettati come cittadini non rispettosi del dovere di solidarietà sociale provoca uno stigma sociale equiparabile a una delle menomazioni della dignità della persona in cui si concreta la violazione dell’habeas corpus.
Soltanto una legge che imponga la vaccinazione obbligatoria – ove sussistano i presupposti legali e scientifici – potrebbe costituire valido fondamento giuridico al Green pass di tipo prescrittivo. 

Rendere il patentino verde requisito necessario per esercitare il diritto alla circolazione o per accedere a determinati luoghi/servizi, comporterebbe, di fatto, in violazione dell’art. 32 Cost., la scelta tra il vaccinarsi o il sottoporsi a continui test o, peggio ancora, rinunciare a priori all’esercizio di propri diritti.
Si aggirerebbe così, nella sostanza, la riserva di legge assoluta, con una serie di atti che porterebbe al medesimo obiettivo, nell’ assenza di una base fattuale ragionevole tanto per l’imposizione vaccinale (esclusa in tutti i Paesi europei anche per le categorie a rischio) quanto per una sua implementazione de facto. Porre in essere una rete di limitazioni all’esercizio di diritti costituzionalmente garantiti, attraverso provvedimenti, che appaiono, come si è cercato di dimostrare, dalla debole sostenibilità giuridica, determinerebbe un obbligo vaccinale surrettizio.
Se l’obiettivo è quello di vaccinare tutta la popolazione, occorrerebbe esprimerlo con un chiaro e netto atto di indirizzo politico, ovvero con una legge formale, la quale allo stato, tuttavia, non sembrerebbe poter resistere ai limiti costituzionali vigenti, in virtù della sperimentalità e delle limitate conoscenze scientifiche circa l’impatto sull’ infezione. 

Che il decreto legge non rappresenti un’idonea base giuridica per l’introduzione e l’utilizzo dei certificati verdi è stato fatto presente anche dal Garante per la Protezione dei dati personali proprio in relazione alla questione del trattamento sistematico e non occasionale dei dati personali anche relativi alla salute su larga scala comunicati attraverso il Green pass.
Il Garante nel parere n. 156 del 21 aprile 2021 ha ritenuto con riferimento al dl n. 52/2021 – tra l’altro adottato in dispregio delle procedure previste dalla normativa sulla privacy – che “soltanto una legge statale può subordinare l’esercizio di determinati diritti o libertà all’esibizione di tale certificazione”.
Il timore invece, è che il Decreto-legge di cui all’oggetto, così come strutturato, nella sua farinosa governance, possa incrementare il profluvio di incertezza e discrezionalità diffusa dettate da trattamenti differenziati.
Ne deriverebbe quindi un paradosso insuperabile giacché il danneggiato da farmaco sperimentale, per di più caldeggiato al punto da costituire discriminante per l’esercizio di libertà fondamentali, e quindi surrettiziamente obbligatorio, godrebbe di trattamento deteriore rispetto al danneggiato da un qualunque vaccino raccomandato per il quale la Corte costituzionale sia già intervenuta e sul quale sia già disponibile ampia letteratura medico scientifica per sostenere il nesso di causalità (come ad esempio il vaccino antinfluenzale o il vaccino trivalente – morbillo parotite rosolia). 

Probabilmente il motivo risiede nel fatto che tale imposizione, per non trasformare il diritto alla salute in diritto tiranno, deve essere sostenibile, ovvero ragionevole e proporzionale. La copertura dell’art 32 della Costituzione ammette l’imposizione di un sacrificio al singolo ma solo a fronte di un beneficio collettivo certo ed anche a condizione che il sacrificio sia certamente vantaggioso, in termini di salute, anche per il singolo stesso: requisito che non può dirsi soddisfatto laddove il farmaco sia ancora in fase sperimentale (così la sentenza storica della Corte Cost. 307/90, richiamata anche dalla recente sentenza Corte Cost. 5/2018). 

Doveroso anche richiamare la sentenza n. 118/1996 della Corte costituzionale che, in riferimento a un danno alla salute conseguente alla vaccinazione antipolio, ha stabilito che: “… in nome del dovere di solidarietà verso gli altri è possibile che chi ha da essere sottoposto al trattamento sanitario (o, come in caso della vaccinazione antipoliomelitica che si pratica nei primi mesi di vita, chi esercita la potestà di genitore o la tutela) sia privato della facoltà di decidere liberamente. Ma nessuno può essere semplicemente chiamato a sacrificare la propria salute a quella degli altri, fossero pure tutti gli altri”. 

Dal 6 agosto 2021, saremo in presenza di trattamenti differenziati per andare al ristorante, al teatro, ai centri culturali, e già si parla di introdurli progressivamente anche per l’esercizio di diritti-doveri fondamentali, come andare a scuola o al lavoro.
Il rischio, come si è detto, è che l’obbligo vaccinale, pur in assenza di legge, lo diventi in modo surrettizio, anche per giustificare il trasferimento di poteri di polizia in capo a soggetti del tutto privi di qualifiche. In tal senso appare di debole sostenibilità giuridica l’art. 3 comma 3 del decreto legge de quo che attribuisce ai titolari o gestori di servizi il potere di verificare l’accesso ai predetti servizi e attività e che ciò avvenga nel rispetto delle prescrizioni adottate.
Insomma, si configura un potere di polizia diffuso esercitato, de facto, da persone non immediatamente individuabili, e soprattutto esercitabile su libertà fondamentali. 

Si crea in tal modo un modello normativo fluido e invasivo, a prima lettura non rispettoso del principio di legalità formale e sostanziale, con poteri difficilmente controllabili, ma soprattutto che mette in forte tensione tutte le garanzie di cui alle libertà individuali, così come consegnateci dai nostri Costituenti.
Ne risulterebbero inevitabilmente compresse libertà costituzionali fondamentali (libertà personale e libertà di circolazione prime fra tutte) e violati principi costituzionali fondamentali come il principio di eguaglianza, il principio di legalità ed il principio della certezza del diritto.
Come pure, chi decide di non vaccinarsi – è bene ricordarlo – esercita una scelta legittima in assenza di obbligo vaccinale e il suo rifiuto va protetto e non ammantato di moralismo apocalittico.
La banalizzazione e volgarizzazione di tali argomentazioni rischia di alimentare, al contrario, una frattura sociale ed antropologica; il tema di fondo è come tutelare la salute nel rispetto della Costituzione, riuscendo a distinguere provvedimenti costituzionalmente orientati da provvedimenti che si muovono al di fuori del perimetro costituzionale.
Infine, non lascia indifferenti il fatto che il Consiglio d’Europa, nella risoluzione del 27 gennaio 2021, stante l’attuale non obbligatorietà del vaccino e la contestuale necessità di rispettare il pieno esercizio della libertà di autodeterminazione degli individui, nel richiamare altresì gli artt. 8 e 9 della CEDU e l’art. 5 della Convenzione di Oviedo del 1996 sui diritti dell’uomo e la biomedicina, abbia risolutamente affermato la necessità di assicurare che nessuno venga discriminato per non essersi fatto vaccinare. Le condizioni imposte per ottenere la certificazione verde, tuttavia, come si è già espresso, lasciano perplessi sulla effettiva corrispondenza a questa raccomandazione. 

Orge

Non dimenticare nulla è una patologia. Lo sa il Funes del racconto di Borges, lo sa bene la neurobiologia, lo sa Nietzsche con il suo folgorante «Per ogni agire ci vuole oblio» (Sull’utilità e il danno della storia per la vita, § 1, in «Opere» III/1, Adelphi1976, p. 264). Sia le vite individuali sia quelle collettive devono dimenticare per poter vivere ancora, per lasciarsi alle spalle il male. E invece l’Europa si immerge sempre più in orge della memoria, in giornate della condanna che sono anch’esse un chiaro segnale nichilistico, qualunque esperienza si ricordi e si condanni: lager, foibe, colonialismi, mafie e altro.
Una pervasiva orgia della comunicazione è in realtà comunicazione del nulla: «Gli individui avranno certo mezzi di comunicazione sempre più sofisticati. Ma non avranno più nulla da dire. Senza vita interiore non si ha più nulla da scambiare con gli altri. Si entra in un universo di zombie privi di intelligenza» (Michel Houellebecq in un’intervista, al solito preveggente, del 1996 a Immédiatement). I venticinque anni che sono trascorsi da questa dichiarazione la confermano. Nonostante i suoi chiari e fecondi vantaggi nella consultazione, nel lavoro di scrittura, nel reperimento di informazioni, Internet è anche e soprattutto un luogo di volgarità linguistiche, pensieri balbettanti, sistematica schedatura.
L’orgia da Social Network sta toccando uno dei suoi vertici nella sottomissione a poteri non soltanto autoritari ma anche del tutto incapaci e spesso maliziosi. Nella gestione politico-amministrativa-sanitaria dell’epidemia da Sars2, infatti, «i pubblici poteri hanno miseramente fallito in tutti i campi: mascherine, test, vaccini. Non c’è un solo errore che abbiano mancato!» (Alain De Benoist, Diorama Letterario, n. 360, Marzo-Aprile 2021, p. 6) e tuttavia dai Social si alzano o miopi e conformisti elogi oppure insulti pregiudiziali, in relazione al colore partitico di tali poteri, criterio che dovrebbe invece non contare nulla in un dramma come quello che stiamo vivendo.
Il dramma è anche e soprattutto l’orgia autoritaria che come un’ondata devastante sta sommergendo le società illuministe, progressiste, libere.
Tale ondata è stata ben descritta dal politologo Carlo Galli già in un intervento del 29 aprile 2020:

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«La sovranità è regolatrice, in uno spazio determinato, perché ha inizio dal “non-ordine”, perché ha davanti a sé una materia, i cittadini, omogenea e indifferenziata, infinitamente plastica, che può essere ordinata e disordinata in mille mutevoli differenze, con molteplici classificazioni, in infiniti sbarramenti e infinite aperture. Questo legare e slegare, questo “far ordine nel fare disordine”, e viceversa, è l’opera della decisione sovrana. […]

Nel lessico della bio-politica orientata verso la tanato-politica, la sovranità regna su una società incapace di sostenersi, una società malata, contagiata, priva di forma propria e soggetta all’azione politica decidente che separa i sani dai malati. Alcuni fa vivere, altri lascia morire: arbitrariamente, nel senso che le ragioni di questa decisione non esistono – la decisione in senso proprio è l’assenza di ragioni, anche se viene implementata attraverso dispositivi tecnici razionali –. Sanità e malattia sono collegate dall’eccezione, come ordine e disordine. […]

Il mondo liberale – i politici liberali –, sobriamente e prosaicamente, senza pathos e semmai con qualche lacrima sentimentale d’accompagnamento mediatico, pratica il caso d’eccezione. Nulla di sanguinoso: il cataclisma, la quasi-sospensione della costituzione, la pesante limitazione dei diritti costituzionali che stiamo vivendo – il lockdown –, sono il risultato di un’ordinanza commissariale implementata con un dpcm e legittimata da una legge ordinaria (il Codice della protezione civile) nonché da una interpretazione gerarchica dei diritti costituzionalmente riconosciuti. L’eccezione è già contenuta nella catena delle norme, con qualche forzatura ma senza che l’ordinamento sia apertamente e solennemente scardinato. L’uguaglianza davanti alla legge viene oggi utilizzata per classificare, per etichettare, per creare casi e sotto-casi, categorie e peculiarità: ammalati, portatori sani, guariti ancora infetti, critici, sub-critici, immuni – tipologie differenti che danno diritto a differenti accessi alle cure, e che generano differenti doveri di controllo e di autocontrollo –. Sempre nuovi perimetri spaziali vengono imposti: l’abitazione, il comune di residenza, i duecento metri dalla residenza, il metro e mezzo dalle altre persone; e poi i limiti regionali, e poi i confini nazionali. Su queste basi sono previsti controlli elettronici, internamenti, confinamenti, esclusioni, discriminazioni, concessioni di salvacondotti per età, per professione, per territorio. Le deroghe al blocco fisico delle persone – ai loro distanziamenti cui fanno da pendant i forzosi avvicinamenti (ricoveri) – sono legate a infiniti casi di necessità, a cause e motivazioni tanto fantasiose quanto incerte quanto arbitrariamente valutabili dai tutori dell’ordine (e dagli avvocati, che in un simile pandemonio sono perfettamente a casa propria): ne è un esempio fra l’assurdo e il grottesco la difficoltà di definire giuridicamente i “congiunti”, i “parenti”, gli “affini”, con cui ci si può incontrare, senza peraltro dar luogo ad assembramenti; o il numero massimo di quindici persone ai funerali.
La più minuziosa casistica, il massimo di ordine artificiale, imposto per decreto, si rovescia in un turbinio di disordine reale, si sfrangia in infinite fattispecie. […]

Tutto ciò non deve essere confuso con la disorganizzazione, con la disfunzionalità. Queste sono esiti delle debolezze pratiche del nostro Paese, in termini di efficienza amministrativa – debolezze moltiplicate dall’ordinamento regionale che consente disparità assai marcate –. No: il disordine, il pullulare di eccezioni, è contenuto nei dispositivi ordinativi, nelle norme stesse. […]

Per eliminare le accuse di negazionismo va detto che l’epidemia esiste, non è un effetto ottico; ciò che interessa sono gli effetti politici prodotti dalla sua gestione, dalla sua trasformazione in caso d’eccezione –. E si noti che questa trasformazione non è necessariamente dettata da volontà malevola dei governanti: piuttosto, è nel DNA della sovranità; che non sempre opera attraverso il caso d’eccezione, ma che sempre può farlo. Gli anti-sovranisti al governo non si sono accorti, o non lo vogliono ammettere, di avere attivato le logiche sovrane più radicali. […]

Ciò significa, oggi, cittadini ridotti a corpi, governati e gerarchizzati in nome della sanità, da una politica che si legittima attraverso la scienza. […]

La vita come assoluto è una vita sciolta da legami, povera, estenuata, irrelata. Quasi tutte le funzioni vitali non biologiche sono sospese, o sostituite dal virtuale, rappresentate nell’elettronica. Se la vita biologica del singolo è l’ultima istanza – analogo funzionale di Dio –, allora è autoreferenziale; è questo il motivo per cui si presta a essere virtualizzata. Il passo dal biologico all’elettronico è breve: c’è una affinità fra queste due forme di mancanza di concretezza storica e relazionale, di deficit di vita vera (il legame attraverso il virtuale non è, evidentemente, un legame ma una semplice comunicazione).
Le legittimazioni narrative, le mediazioni discorsive, a loro volta, hanno agito su due fronti, entrambi centrati sull’assioma che il summum bonum sia la nuda vita. Il primo è la paura, di cui i media si sono fatti accorti promotori – perché si depositasse nelle menti, e generasse angoscia ma non panico (che il potere politico non saprebbe fronteggiare) –; senza l’incombente presenza della paura l’infinita serie di limitazioni e vincoli non sarebbe sopportabile. Una paura che ha ulteriormente allentato il legame sociale: ognuno ha imparato a guardare con sospetto ogni altro, a temere tutti. A stigmatizzare i non-conformi, i nuovi untori (dal runner al pensionato indisciplinato), e ad assistere, in tv, alla caccia all’uomo con elicotteri e droni.
Il secondo fronte legittimante è la scienza. A differenza di quanto si crede, il mood fondamentale delle nostre società non è l’antiscientismo, che pure esiste, ma il culto della scienza come tecnica quasi magica, capace di risolvere ogni problema. Presentata dalla politica e dai media come il vero culto del vero Dio, come la via per la salvezza biologica individuale e collettiva, la scienza finora non ha saputo vincere la battaglia contro il virus – il lockdown è una dimostrazione di impotenza. […]

L’effetto dell’eccezione è, lo vediamo, una nuova normalizzazione, una nuova normalità. È rafforzato l’effetto di adesione conformistica alle pratiche e alle parole d’ordine dell’esecutivo: in tempo di crisi, non si può discutere ma si deve obbedire, remare concordi; l’imperativo della salus populi delegittima ogni dialettica – e ciò viene fatto valere per l’ambito sanitario, ma anche in relazione ai rapporti economici e finanziari con la Ue –. Un riflesso d’ordine, un effetto di neutralizzazione, che non è concordia civile né empatia sociale: è, semmai, un forzato affidarsi al potere. Passerà, quando ai cittadini verrà presentato il conto economico della pandemia; ma intanto c’è. […]

E l’effetto è che l’emergenza viene prolungata, resa permanente. Contro la volontà di vita che pervade il corpo sociale, contro il desiderio diffuso di tornare a quella che a tutti appare come la normalità pre-crisi (il fattore psicologico, qui, prevale comprensibilmente sui dati strutturali), continuamente si levano moniti di scienziati e di politici (con pochissime isolate eccezioni) che indicano il dovere di “cambiare stile di vita”, di imparare a “convivere col virus”, di “non abbassare la guardia”: la paura deve sedimentarsi nel corpo sociale, deve indurre a nuova obbedienza, a nuova introiezione di disciplina, a nuova sottomissione – in un contesto reso sempre più disordinato da sempre nuovi ordini –. La compressione dei diritti diviene così nuova normalità, legittimata dalla razionalità scientifica e da una misurata inoculazione della paura. Distanziamento personale, mascherine, impoverimento della vita sociale, tele-lavoro e tele-didattica, devono proseguire: almeno fino a che il vaccino sarà pronto (se mai lo sarà). […]

Questo non è un rovesciamento, ma un potenziamento delle logiche della politica moderna: l’eccezione celata originariamente nelle viscere del Leviatano si fa ora palese; il grande animale marino ora la esibisce, la insegue per nutrirsene. Finché c’è eccezione c’è vita: la sua. Il fine è sempre lo stesso: l’obbedienza in cambio della sicurezza; prima, della sicurezza già raggiunta, nell’ordine artificiale; oggi, della sicurezza da raggiungere, nella mobilitazione perenne. […]

Al momento, sono le esigenze della produzione (non certo i “diritti”) a fare argine al potere sovrano; esigenze che richiedono l’allentamento di alcuni dei vincoli ora vigenti. Un nuovo equilibrio fra prestazione ed eccezione si troverà, a spese dei soggetti, dei cittadini: per i quali il ritorno al lavoro sarà paradossalmente una liberazione, e l’obbedienza a obblighi sempre nuovi un giusto prezzo da pagare al combinato disposto dell’epidemia, della ricostruzione e dell’indebitamento col Mes; la libertà sarà “condizionata”, e la spontaneità una concessione. Donne e uomini saranno più sottomessi, più disciplinati davanti ai regimi di eccezione che via via normalizzeranno, in nuovi ordini sempre più bizzarri, il susseguirsi di emergenze di ogni tipo. […]

La dilatazione dell’eccezione significa quindi che tutto deve cambiare perché tutto resti com’è. Anziché essere l’irruzione del nuovo, l’eccezione è il banco di prova della resilienza del sistema – a spese delle libertà dei cittadini, a cui si chiede un’obbedienza nuova, che conferma le vecchie –. Una continuità al ribasso, quindi, in cui al capitalismo di controllo (quello dei big data, privatistico) si affianca lo Stato di sicurezza (la funzione pubblica), in una mescolanza zoppicante e aporetica, in un ordine disordinato, affollato di eccezioni, anomico.
Naturalmente, anche se la pandemia e la sua gestione hanno disvelato e accelerato processi e strutture, non è del tutto irrealistico pensare che dai molti squilibri che stanno profilandosi all’orizzonte possa emergere un imprevisto: la voglia di libertà di una società stanca di vivere dissolta, e pronta a stringere legami significativi sulla base della vita concreta e delle sue reali difficoltà, non della paura, né della nuda vita né della vita virtuale. Un evento eccezionale, e insieme una pulsione alla normalità, che, per una volta, sarebbero non una coazione a ripetere ma un soffio autentico di novità».

(Epidemia tra norma ed eccezione, in «Diario della crisi – Istituto Italiano per gli Studi Filosofici» – Pdf integrale dell’articolo)
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Un’analisi, questa di Carlo Galli, esemplare, densa di intelligenza, disincanto e apertura in ogni caso a un futuro diverso, nonostante l’orgia decisionista e sovranista del presente, nonostante lo stato d’eccezione.
Gli strumenti attuali di sorveglianza e controllo, i pervasivi dispositivi foucaultiani che ci attraversano, sono di una efficacia che i vecchi totalitarismi del Novecento sognavano senza poterla realizzare. Alla loro base, alla base della nuda vita, del controllo e dell’eccezione, c’è l’impulso a far vincere l’Identità rispetto alla Differenza, l’Uno rispetto al molteplice, a far vincere il Leviatano al quale accenna Galli.
Un’Identità fondata sul Terrore e che «porterebbe gli uomini a sacrificare la loro libertà al Leviatano. Con la pandemia, la fuga assoluta davanti alla morte conduce allo stesso risultato, con il rischio di avere solo una vita mutilata, posta sotto una perpetua sorveglianza. La dittatura sanitaria dello Stato materno e terapeutico, quello che ci dice come bisogna soffiarsi il naso ed abbracciarsi, è il nuovo Leviatano. Si appoggia a ‘la scienza’ e ci propone la sua tecnologia. Anch’esso è un Titano. […] Per il momento, il mondo titanico estende ovunque le sue metastasi. Il caos sale» (de Benoist, DL 360, p. 4).

[Una versione leggermente ridotta dell’articolo è uscita su Corpi & politica e su girodivite.it]

 

Vaccini

Riprendo qui un sintetico e rigoroso articolo del fisico dell’Università di Catania Alessandro Pluchino, pubblicato qualche giorno fa su Corpi & politica. Una forma mentis scientifica permette, se adeguatamente esercitata, di cogliere l’evidenza che ideologie oscurantiste e interessi di varia natura tendono a nascondere.

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Vaccini: realtà e superstizione

di Alessandro Pluchino
(29.3.2021)

[Pubblichiamo un nuovo intervento di Alessandro Pluchino, fisico e professore di Fisica teorica, modelli e metodi matematici nell’Università di Catania. Si tratta di un contributo molto significativo anche perché va ben oltre la diatriba tra fautori e avversari della vaccinazione di massa, cogliendo invece alcune assai serie criticità. La lucidità ed evidenza delle riflessioni di Pluchino sono sconcertanti e confidiamo che aiutino i nostri lettori a comprendere sempre meglio che cosa è in gioco, quale regresso antiscientifico sia in atto nella gestione politica dell’epidemia e negli atteggiamenti superstiziosi che i media attivamente diffondono].

Sulla questione dei vaccini, un’opinione assolutamente non precostituita ma, per quanto possibile, oggettiva, emerge in maniera naturale dalle seguenti evidenze:

1) Tutti gli attuali vaccini sono stati approvati dalle agenzie del farmaco grazie – diciamo così – a una sorta di rito abbreviato, legato alla situazione di emergenza, dunque sono ancora per lo più sperimentali, e la vera sperimentazione la stanno facendo con chi si sta vaccinando e si vaccinerà in questi mesi; lo dimostra, se ce ne fosse bisogno, il caso Astrazeneca, che modifica di settimana in settimana il suo bugiardino a seconda delle reazioni avverse che si registrano in giro per il mondo dopo la sua somministrazione (che, si noti, inizialmente era vietata per gli over 55, adesso sta invece diventando vietata per gli under 55…!).
Il governo, il CTS e i media dovrebbero essere estremamente chiari su questo punto e dire: signori, siamo in una condizione di emergenza, e a fronte di questo vi proponiamo dei vaccini che sono ancora sperimentali; se ritenete, in base alla vostra età e al vostro stato di salute, che il gioco valga la candela, vaccinatevi pure, ma la vostra deve essere una scelta consapevole del fatto che non conosciamo i rischi a medio e lungo termine della vaccinazione. Purtroppo invece si procede esattamente nella direzione opposta, insistendo sul fatto che i vaccini sono comunque “sicuri” (che vuol dire “sicuri”? al 100%? al 99%? al 90%? all’80%?) e addirittura minacciando, direttamente o indirettamente, ritorsioni su chi non è intenzionato a vaccinarsi, dal licenziamento per le categorie degli operatori sanitari fino all’ormai famigerato “passaporto vaccinale”.

2) Incomprensibilmente (o forse non tanto…), si sta puntando tutto sui vaccini senza minimamente considerare l’efficacia, ormai fuor di dubbio, delle terapie domiciliari diciamo “alternative”, diverse cioè dalla prescrizione ufficiale che – con pochissime eccezioni lasciate all’autonomia regionale – prevede ancora, in caso di Covid-19, solo “tachipirina e vigile attesa”… sì, attesa che ti portino nei reparti di Terapia Intensiva (per poi dire che sono intasati); sono infatti ormai centinaia i medici che testimoniano di aver impedito il manifestarsi di sintomatologie più gravi a pazienti Covid di tutte le età semplicemente attuando, in maniera tempestiva (cioè al sorgere dei primi sintomi), terapie a base essenzialmente di cortisone, eparina e antibiotici (e con farmaci mediaticamente “tabù”, quali l’idrossiclorochina o l’ivermectina), evitando così nella stragrande maggioranza dei casi il ricovero.

3) Ma anche (ed è difficile farlo) chiudendo un occhio sui primi due punti, qualunque campagna di vaccinazione che sia sensata non dovrebbe prescindere dalla seguente distribuzione dei decessi per fasce d’età:

Guardandola, non ci vuole infatti un esperto per capire che vaccinando per primi tutti gli over 70 (come ad esempio stanno facendo in Paesi come l’Inghilterra o la Francia), si abbatterebbe di circa il 90% il numero dei decessi, che sono gli unici che contano. E invece in Italia che facciamo? Continuiamo a vaccinare categorie presunte “a rischio” (tra cui anche i docenti universitari…), a prescindere dall’età, arrivando al paradosso di avere – ad oggi – più vaccinati nella fascia 20-29 (cioè giovani per cui il Covid ha una pericolosità confrontabile con quella della comune influenza stagionale) rispetto alla fascia 70-79.

E nel frattempo si continua a terrorizzare la gente per cercare di convincere a vaccinarsi persone relativamente giovani e in ottima salute per cui il rischio derivante da vaccini sperimentali potrebbe essere maggiore rispetto a quello derivante dal Covid. Il tutto con l’obiettivo utopico di puntare a vaccinare, nel minor tempo possibile, tutta la popolazione italiana (peraltro mentre il virus muta con una rapidità impressionante lasciando aperti molti dubbi sull’efficacia degli attuali vaccini contro le nuove varianti), laddove è chiaro che, una volta “protetta” la categoria a maggior rischio (gli over 70), tutti gli altri – come ho scritto già in passato su Corpi & Politica – potrebbero essere lasciati circolare liberamente, se lo vogliono, con semplici precauzioni, così da raggiungere in maniera naturale la famigerata immunità di gregge. Ma c’è il sospetto che, una volta acquistati (preventivamente e spesso con contratti capestro) decine di milioni di vaccini, in qualche modo dovremo smaltirli…
E potrei ovviamente continuare, ma per il momento mi fermo qui.

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