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Una festa selvaggia

Una festa selvaggia è quella dei due fratelli, Elettra e Oreste, che per decreto di Apollo scannano la madre Clitennestra e il nuovo marito di lei, Egisto, a vendicare l’assassinio del padre Agamennone, vittima della madre e dell’uomo.
Festa di passione, perché l’amore di Clitennestra verso la figlia Ifigenia, l’odio verso il marito, l’attrazione per  un uomo bello come Egisto, costano alla donna la lucida e cupa affermazione di Oreste: «Creasti in noi chi t’ammazzò»1.
Festa di vendetta, perché, sostiene Elettra, «altrimenti dovremmo credere che gli dèi più non esistano, se sul giusto prevale l’ingiustizia» (628); e per dare sicurezza al compimento dell’omicidio aggiunge che «sarà un’inezia mutarla nell’Ade» (631), sarà facile trasformare la fosca luce della madre nella tenebra che tutti ci accoglie; sarà facile persino destinare allo scempio il cadavere di Egisto che Oreste invita ad abbandonare «alla rapina delle fiere, se vuoi, lascialo preda degli uccelli figli dell’aria, appendilo ad un palo conficcandolo in cima: adesso è tuo schiavo, lui ch’era prima il tuo padrone» (638).
Festa di Ἀνάγκη, che involve l’intero, che intride anche gli errori degli dèi – «μοῖρά τ᾽ἀνάγκης ἦγ᾽ ἐς τὸ χρεών, / Φοίβου τ᾽ἄσοφοι γλώσσης ἐνοπαί», ‘La tua sorte decise la Necessità / e il decreto di Febo, che saggio non fu’ (vv. 1300-1301; p. 652)–, festa della Μοίρα che può distruggere individui e intere stirpi -«Non c’è casa più misera, né ci fu mai, di questa dei Tantalidi» (648)– ma può dare loro anche gioia: «Una volta compiuto il tuo destino, che ti volle omicida, liberato da tutti questi guai, sarai felice» (652).
Un abisso c’è tra tale modo di intendere l’esistere e la sensibilità dell’Europa moderna; tra questa potenza selvaggia dell’inevitabile e la compassione universale verso gli umani; tra la consapevolezza di quanto gratuito, insensato e terribile sia lo stare al mondo e il luna park moralistico e sentimentale che sostiene il valore sacro di ogni umano.
Sacra hanno la presunzione di definire i moderni la macchina pneumatica che ingerisce ossigeno e cibo e li espelle sotto forma di escrementi e parole. Sacro chiamano ciascuno degli innumerevoli, miliardi e miliardi, di umani che nel corso degli evi sono stati e continuano a essere concepiti nell’umido dello sperma e dell’uovo, che dureranno un poco e torneranno poi alla materia comune dalla quale la casualità genetica li ha tratti. Sacro osano definire ogni feto e ogni neonato, «quest’ometto cieco, dell’età di qualche giorno, che volge la testa da tutte le parti cercando non si sa cosa, questo cranio nudo, questa calvizie originaria, questa scimmia infima che ha soggiornato per mesi in una latrina e che fra poco dimenticando le sue origini, sputerà sulle galassie»2. Sacro è per loro il mammifero di grossa taglia, feroce con i propri simili e distruttivo dell’ambiente che gli dà vita e risorse.
Questa festa antropocentrica è abbastanza trascurabile da lasciarla alla sua insignificanza, al suo inevitabile suicidio. Sacra è piuttosto la materia infinita, potente ed eterna, che non conosce il bene e non sa che cosa sia il male, che è fatta di luce e di buio, di densità e di vuoto. La materia è la festa del cosmo, la sua indistruttibile pace.

Note
1. Euripide, Elettra (Ἠλέκτρα), in «Le tragedie», trad. di Filippo Maria Pontani, Einaudi 2002, p. 650.
2. Emil Cioran, Squartamento (Écartèlement, 1979), Adelphi 1981, p. 106.

Respiro

Teatro Greco – Siracusa
Elettra
di Sofocle
Traduzione di Nicola Criceti
Musiche di Giordano Corapi
Scena di Alessandro Camera
Con: Federica Di Martino (Elettra), Maddalena Crippa (Clitennestra),  Jacopo Venturiero (Oreste), Maurizio Donadoni (Egisto), Pia Lanciotti (Crisòtemi), Massimo Venturiello (pedagogo di Oreste)
Regia di Gabriele Lavia
Sino al 18 giugno 2016

La maledizione degli Atridi tocca uno dei suoi culmini nel matricidio compiuto da Oreste. Lui ed Elettra -sua sorella- esultano per aver finalmente vendicato la morte del padre Agamennone, uccidendo la madre e il suo amante e complice Egisto. Dietro a questo gesto c’è la passione e la furia di Elettra, davanti a Oreste ci sono le Erinni, che lo accusano di un crimine orribile: aver posto fine al respiro di chi gli ha dato il respiro.
Questa tragedia si incentra dunque sul dolore di Elettra, sul suo sentirsi schiava nella casa del padre, sulle ragioni di Clitennestra, sul loro rifiuto da parte della figlia. La scenografia di Alessandro Camera -fatta di rovine e di scuro- restituisce con efficacia il degrado della Casa degli Atridi mentre il Coro delle ragazze di Micene segue passo passo le parole e la tenacia di Elettra.
Ma Elettra qui non è greca. Il suo dire è infatti un solo, lungo, urlo; il suo corpo sta sempre piegato in due o strascicato per terra; la sua tonalità è esagerata, disperata, eccessiva. Una scelta, questa, da attribuire certamente al regista Gabriele Lavia e non alla brava Federica Di Martino. Una scelta assai romantica ma poco adatta a un personaggio doloroso, sì, ma sempre altro, nobile, regale e non istericamente piegato. Anche i gesti di Clitennestra tendono all’eccesso ma rimangono per fortuna trattenuti in una misura che è una delle differenze tra il teatro borghese e quello antico, poiché diverso è il mondo moderno rispetto all’enigma greco.
Clitennestra implora Apollo -«Luce che svela ogni cosa»- ma quando ascolta il racconto della presunta morte di Oreste si interroga smarrita: «Come devo chiamare questi eventi: terribili, fortunati, atroci? […] La mia salvezza la pago con la mia sventura». È greca l’ambiguità che accompagna ogni evento, il cui significato appare plurale, le cui conseguenze rimangono sconosciute, il cui nucleo è enigma. Ci muoviamo nell’oscurità delle nostre passioni, dei nostri contraddittori desideri, degli amori e degli odi. Che si estinguono solo con il nostro respiro.

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