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Kierkegaard

Kierkegaard, il gomitolo di fili intrecciati fra umano e divino
il manifesto
15 settembre 2018
pagina 11

«Da molto tempo ho pigramente rinunciato all’umanità sebbene o proprio perché l’ho studiata a fondo». Tra i possibili fili dai quali dipanare il complesso gomitolo della persona e del pensiero di Søren Kierkegaard, sono partito da questo per seguire l’«euritmia argomentativa» con la quale Giulia Longo conduce il suo percorso cronologico e teologico dentro la questione dell’essere alla morte, del cristianesimo, dell’«educazione al distacco», dei Greci, della temporalità (Timelighed) e dell’eternità (Evighed).
Ogni cosa ha il suo tempo: il ‘nodo dialettico’ kierkegaardiano tra ‘edificante’ e ‘ripresa è il titolo del libro di Longo (Mimesis, 2017) che comprende anche alcuni scritti inediti del filosofo danese e «che si distingue per scorrevolezza narrativa unita ad una non comune incisività filosofica», come Eugenio Mazzarella scrive nella sua Presentazione.

Gettàti

Il sospetto
(Jagten)
di Thomas Vinterberg
Con: Mads Mikkelsen (Lucas), Thomas Bo Larsen (Theo), Annika Wedderkopp (Klara), Lars Fogelstrøm (Marcus), Susse Wold (Grethe), Anne Louis Hassing (Agnes), Alexandra Rapaport (Nadja), Lars Ranthe (Bruun)
Danimarca, 2012
Trailer del film

 

Lucas lavora nell’asilo di un paese della Danimarca. È separato dalla moglie ma molto amato dal figlio adolescente Marcus. I bambini giocano sempre con lui e di lui si fidano totalmente. Ha molti amici, con i quali va a caccia, beve, fa festa. La figlia di uno di questi amici, anche lei all’asilo, gli regala un cuore e durante i giochi lo bacia sulle labbra. Lucas le dice che i regali si fanno agli altri bimbi e che solo ai genitori si danno quei bacetti. Klara ci rimane molto male e alla prima occasione dice alla direttrice dell’asilo che Lucas è cattivo, è brutto, e le ha fatto vedere il pisellino «rivolto verso il cielo», frase che aveva sentito casualmente pronunciare dal fratello davanti a un’immagine porno. Da quel momento l’intera comunità, che prima apprezzava tanto Lucas, gli si rivolta contro senza dargli possibilità di appello. Anche quando la magistratura lo assolve, il sospetto rimane.
Un essere umano ha bisogno dei suoi simili ma i suoi simili sono anche l’inferno. È questa una delle tante contraddizioni nelle quali la nostra vita si involve. Chi ci è amico e amore può da un momento all’altro trasformarsi in una belva che vuole il nostro sangue. L’insecuritas è tale da poter generare infamia e violenza anche dal dispetto di una bambina, da cui inizia una vera e propria isteria collettiva dietro e dentro la quale abitano evidenti profondità emotive pronte a scatenarsi. Non a caso uno dei motivi conduttori del film è la caccia, i molti armati contro il singolo separato dal branco.
Il cinema danese continua a creare delle opere coinvolgenti, capaci di scavare dentro quel gorgo di sentimenti e di passioni che è la famiglia. Opere che costituiscono delle vere e proprie meditazioni sull’esistenza e sul suo dolore. Il fulmineo finale di questo film è una metafora della possibilità di essere in ogni istante della vita colpiti da qualcuno o da qualcosa senza sapere perché e a quale scopo. L’umano è veramente Geworfen, gettato nel male.

Vendette

In un mondo migliore
(Hævnen)
di Susanne Bier
Danimarca-Svezia, 2010
Con William Jøhnk Nielsen (Christian), Markus Rygaard (Elias), Mikael Persbrandt (Anton),
Trine Dyrholm (Marianne), Ulrich Thomsen (Claus)
Trailer del film

Dopo la morte della madre, Christian si trasferisce in una nuova città e nella sua scuola media. Qui incontra Elias, un ragazzino vittima del bullismo dei compagni più grandi e grossi. Elias non sopporta la madre ed è molto legato al padre, un medico che lavora in Africa e quindi è spesso assente. Il padre suo, invece, Christian lo detesta perché è convinto non abbia fatto abbastanza per salvare la madre dal tumore che l’ha uccisa. Il chiasmo genitoriale lega ancor più i due adolescenti, che cominciano a vendicarsi non soltanto dei propri compagni ma anche di un brutale figuro che schiaffeggia Anton, il padre di Elias. Anton è molto razionale, autocontrollato, pacifico e dedito ai propri malati in Sudan ma anche lui commette a suo modo un gesto di vendetta, prima del finale che ricompone forse troppo velocemente ogni conflitto.

Il titolo originale –Hævnen– in danese significa vendetta, quel risultato di offese gratuitamente ricevute e di un sordo rancore che trasforma gli uomini in Erinni e quindi in Dike, la giustizia che non perdona. Il volto da angelo di William Jøhnk Nielsen è perfetto nel rendere la gelida determinazione di un ragazzo a punire chi gli ha fatto del male. Fredda e analitica è anche la fotografia e la capacità della regista di fare dei primi piani la forma stessa del racconto. La complessità dei sentimenti umani va in questo film al di là dell’inevitabile esotismo africano e della banalità di quotidiane violenze. Riesce a toccare, invece, il nucleo profondo da cui si genera il bisogno di giustizia di fronte alla cieca stupidità dei comportamenti altrui. Vendicarsi è, naturalmente, un dato biologico analogo al nutrirsi. Ciò che può mutare è la qualità delle pietanze e il modo di portarle in tavola.

Riunione di famiglia

di Thomas Vinterberg
(En mand kommer hjem)
Danimarca-Svezia, 2007
Con: Thomas Bo Larsen
 (Il cantante), Oliver Møller-Knauer
 (Sebastian), Karen-Lise Mynster
 (la mamma), Helene Reingaard Neumann
 (Claudia), Ronja Mannov Olesen
(Maria)
Trailer del film

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Un borgo danese festeggia i suoi 750 anni di esistenza e organizza una cena di gala in onore del famoso cantante lirico suo concittadino. In questa occasione Sebastian, uno degli addetti alla cucina, scopre di essere l’ignoto figlio del celebre personaggio, ritrova un suo vecchio amore, litiga con la fidanzata, guarisce dalla balbuzie, tradisce e viene tradito, da cameriere si trasforma in invitato…

Il film arriva in Italia due anni dopo la presentazione al Festival di Roma e conferma il grande talento mostrato da Vinterberg con Festen (1999). Il sottotitolo afferma che Riunione di famiglia rappresenta “il lato comico” di quell’opera. In effetti, ancora una volta tutto ruota intorno alla figura del padre, alla sua assenza, alla sua violenza. Non a caso l’unica aria d’opera a essere eseguita è il «Di Provenza il mare e il suol…» con cui “il genitore” di Alfredo Germont canta tutto il proprio egoismo.
Lieve ma sempre graffiante verso le menzogne della famiglia -verso la menzogna che la famiglia è- il film tocca il suo culmine nella scena dell’aggressione di Sebastian contro il padre a tavola, ha una splendida fotografia che circonda le vicende di un’aura favolistica, trova nelle musiche la vera voce narrante, sa alternare nel montaggio i diversi e complessi sentimenti che lo intessono.


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