Skip to content


Sine Die

Sine Die
Palazzo della Cultura – Catania
A cura di Carmelo Nicosia
Sino al 4 ottobre 2020

La Fondazione Oelle Mediterraneo Antico anima la vita artistica di Catania con una mostra fotografica imponente e varia. 122 immagini che parlano sì dell’epidemia ma attraverso essa e al di là di essa parlano del tempo, del suo andare, del suo stare, del suo tornare, del suo enigma, del suo gioco.
Il tempo, la morte, la vita, la malattia, la solitudine. Le città al confino, gli umani al confino. Che osservano dalle finestre dei loro cortili il silenzio dei cortili. Che aspettano nella solitudine di strade improvvisamente smisurate che arrivi un qualche mezzo che li riporti alla solitudine delle case. Cuscini con la sveglia che dorme. Corpi di ragazze su cuscini mentre sognano un qualche amore perduto, l’amore della vita, una qualche presenza desiderata, il desiderio di un corpo vivo. E non un corpo virtuale, non una struttura fantasmatica, non un viso coperto da pezzi di stoffa e da scafandri psichici. Stoffa e scafandri che qua e là affiorano nella rassegnazione passiva e complice di qualcuno dei fotografi.
Ma quasi ovunque il degrado materico dell’esistere e degli oggetti è riscattato dalla pura forma, dal trasformarsi geometrico della ruggine in trapezio, del cielo cupo nell’uccello e nella luna che dicono ancora una volta che la materia animale e la materia astrale neppure si accorgono del tormento infinito degli umani, del loro dolore sine die.

[L’immagine, dal titolo Rondine, è di Giuseppe Condorelli]

Epifania della luce

GE/19 Boiling Projects. Da Guarene all’Etna 19
Fondazione OELLE Mediterraneo Antico
A cura di Filippo Maggia
Ex Chiesa del Carmine  / Palazzo Duchi di Santo Stefano – Taormina
Sino al  31 luglio 2020

Finalmente negli spazi, finalmente nel tempo reale e non in quello fantasmatico, narcisistico, delirante, del solo digitale. Le visite telematiche alle mostre e ai musei – pubblicizzate con grancassa negli scorsi mesi – sono state un fallimento. Ottimo segno dell’intelligenza delle persone, le quali comprendono che vedere un quadro o un’installazione in video può costituire soltanto il ripasso di una mostra e di un museo già visitati, non può certo sostituire la visita alla mostra o al museo.
Il 2 luglio 2020 ci siamo dunque ritrovati in uno dei luoghi più belli d’Europa, in compagnia del curatore Filippo Maggia, del fotografo Carmelo Nicosia (sua l’immagine qui sopra), del sindaco di Taormina Mario Bolognari e del suo assessore alla cultura Francesca Gullotta. Sin dall’inizio qualcosa di strano. Il sindaco Bolognari è infatti anche un antropologo che ha svolto una breve presentazione nella quale ha colto le relazioni profonde che intercorrono fra Taormina e la fotografia. L’assessore Gullotta ha continuato parlando della natura filosofica della fotografia e citando Martin Heidegger. Non credevo ai miei occhi, al fatto che un sindaco possa essere una persona colta e un assessore possa dirsi convinta della centralità della filosofia nella vita individuale e collettiva. Prima e dopo questi interventi il curatore Filippo Maggia ha parlato dei legami tra la mostra in corso e quelle che si sono succedute negli anni, a partire dal 1999.
Maggia ha sottolineato la varietà dell’agire fotografico in Italia, nel quale non esistono tendenze unitarie ma una molteplicità di percorsi, tematiche e sguardi. Questo vale in generale e anche per la fotografia definita ‘di paesaggio’ e ‘urbana’. Se il Viaggio in Italia  di Luigi Ghirri è stato in qualche modo fondativo, se l’opera di Gabriele Basilico è sempre al centro dell’orizzonte urbano, i fotografi presenti a Taormina «non dialogano tra di loro» ma forse dialogano con il mondo ed è questo che conta. E infatti Maggia scrive che «in questa nuova selezione di venticinque autori, la più numerosa dalla nascita di GE (sigla che negli anni ha sostituito il titolo originario Da Guarene all’Etna e venendo ogni volta accompagnata da un sottotitolo), si aggregano altri interpreti che, pur partendo da una riflessione esistenziale personale, proiettano la propria esperienza attraverso la fotografia come fosse una dichiarazione d’intenti, un manifesto, con una pregnanza e una forza che la rendono unica e inimitabile» (pp. 13-14 del catalogo edito da Skira)
E allora il diario di un bambino nelle scuole di Bolzano (De Giorgis) sta accanto alla lussureggiante vegetazione dell’isola di Kos (Fortugno); le rovine di oggetti d’uso quotidiano (Spranzi) si coniugano ai percorsi di guerra nel Trentino (De Pietri); mozzarelle che fluttuano nel loro liquido diventando astratte forme nello spazio (Biasiucci) sono contigue a frutti di mango che appaiono e sono antiche sculture apotropaiche (Mangano); montagne e rocce tra la Lucania (Rossano Mainieri) e la Lombardia (Andreoni) si confrontano con costruzioni contemporanee in cemento e in rovina, come quelle che costellano il Belice (Severini). Pur se con mezzi tecnici e con intenti ancor più metafisici, le immagini di Pino Musi sembrano le più vicine al vuoto urbano di Basilico. Luca Pozzi entra invece con il proprio corpo, e in un modo tutto particolare, in grandi dipinti come le Nozze di Cana di Paolo Veronese. L’artista, infatti, «salta dalla superficie calpestabile del museo – e solamente su di essa una visita può dirsi veramente tale – e attraverso l’artificio della macchina la sua sospensione viene catturata e il suo corpo impresso sulla tela di un grande maestro. L’artista salta in modo fotografico dentro l’opera» (Enrico Palma).
E poi video che documentano eventi e installazioni, nei quali il silenzio della forma diventa più espressivo di tante parole. Sull’Europa e sulla sua fragilità, ad esempio (Di Giovanni).
L’Etna di Carmelo Nicosia è un luogo arcaico, genetico, oscuro, pagano e incalmabile. Non a caso scelsi, anni fa, una fotografia di questo artista (che soltanto dopo avrei avuto il piacere di conoscere) per introdurre la Teogonia di Esiodo. E a Taormina Nicosia ha confermato che l’enigma del vulcano è ai suoi occhi anche apertura, passaggio, meta: «un’epifania della luce».
Ho avuto la soddisfazione di vivere e vedere tutto questo in compagnia di alcuni miei laureati e laureandi del Dipartimento di Scienze Umanistiche di Unict. Una compagnia reale e dunque feconda, come si sente anche da queste parole di Daria Baglieri: «Quel che mi ha colpita è che in queste foto saltava fuori l’essenza stessa della fotografia, cioè il fare arte con la luce. Ognuna delle foto che abbiamo visto sarebbe inevitabilmente stata diversa se scattata, per esempio, in un altro momento del giorno o della notte, o all’alba o al tramonto, soprattutto la foto della trincea, per quanto dirlo sia addirittura banale, ma mi è parso che negli scatti delle semplici mozzarelle questo emergesse prepotentemente: nient’altro le avrebbe rese una forma d’arte se non il modo in cui la luce attraversa il loro liquido e le fa apparire per come sono state poi fotografate. Così anche le lucciole e il mango che non sarebbero nemmeno esistiti senza la luce. Penso sia questa la meraviglia della fotografia, ed è il motivo per cui non ne ho fotografata nemmeno una: Platone ci ha insegnato che sarebbe stato praticamente inutile fotografare delle foto; magari avrei avuto un’intuizione dei loro soggetti, ma non avrei conservato la stessa foto perché la luce sarebbe stata inevitabilmente artefatta. Mi pare sia saltato fuori Benjamin a cena, e non ricordo più perché ma credo che qui calzerebbe a pennello: le mie sarebbero state inutili ‘riproduzioni tecniche’, mentre quelle degli artisti sono forme linguistiche, come diceva l’assessore, che comunicano un’esistenza, un vissuto e un’emozione semplicemente cogliendo la luce nel tempo opportuno».
Il tempo opportuno, il καιρός è ciò che la fotografia ai suoi massimi livelli sa cogliere. Anche per questo è luce.

Giappone

Carmelo Nicosia “Japan, Flight Maps”
Catania – Fondazione Brodbeck arte contemporanea
A cura di Gianluca Collica
Sino all’8 aprile 2018

Il Giappone. Un luogo esotico, fatto di samurai, di impero, di pagode. Un po’ come la Sicilia è fatta di coppole e carrettini. Oppure un luogo ipertecnologico, ultraoccidentalizzato, invaso di merci, ilare e angosciante. O ancora, un luogo antico, immobile, incomprensibile.
Carmelo Nicosia è andato oltre questi paradigmi. Ha guardato e ha lasciato testimonianza del suo sguardo in immagini che coniugano la geometria dei luoghi, il colore della mente -specialmente il blu-, la disperazione delle strade e degli edifici, che intride soprattutto il video digitale Travel Architectures. E poi quattro opere nelle quali Nicosia riprende lo sguardo di altri, lo moltiplica, lo rende seriale, lo intride di storia e di natura, dai vulcani al fungo atomico.
Giuseppe Frazzetto, con il quale ho avuto il piacere e il privilegio di condividere la visita, ha giustamente osservato che Nicosia cerca di ricomporre per quanto è possibile la frammentazione postmoderna di Wim Wenders che, in Tokyo-Ga (1985), moltiplicava lacerti di vita, esaltandone la dissolvenza. Le fotografie di Nicosia costituiscono invece una metonimia che tramite la parte/frammento cerca di comprendere il tutto, anche nel senso di ricomporlo, di coglierne e restituirne un significato.
Poche immagini nel suggestivo spazio della Fondazione Brodbeck di Catania ma sufficienti ad andare oltre il saputo e l’ignoto di una civiltà come quella nipponica, per osservarne il divenire, per fermarne il flusso e trasformarlo in arte. La fotografia, la sua potenza.

Un’estetica

Lunedì 13 novembre 2017 alle 17,30 nel Coro di Notte del Dipartimento di Scienze Umanistiche di Catania parteciperò alla presentazione del volume di Giuseppe Frazzetto Artista sovrano. L’arte contemporanea come festa e mobilitazione, uno dei libri più importanti che siano usciti negli ultimi anni, un’estetica all’altezza del nostro tempo.

[Il ritratto di Giuseppe Frazzetto è opera di Carmelo Nicosia]

La Sicilia impossibile

La nuova scuola di fotografia siciliana
Milano – Galleria Gruppo Credito Valtellinese
Sino al 29 gennaio 2012

Tre fotografi siciliani dell’ultima generazione esprimono in modo radicale l’impossibilità di restituire l’Isola in immagini, sineddoche dell’impossibilità di dirla, di coglierla, di esaurirla. Carmelo Bongiorno (Last Plate, 2008) adotta una tecnica sfocata, un mosso troppo esplicito e dagli esiti manieristici, pur con qualche notevole raggiungimento, soprattutto nelle grandi foto a colori, come Last plate. Il risultato complessivo è vicino all’estetica della Pop Art. Effetti opposti consegue Carmelo Nicosia, con le sue immagini scattate dal cielo, troppo gelide e rarefatte. Sandro Scalia dà forma a una natura antropizzata e dunque del tutto desolata, fatta di autostrade, cantieri, cave, serre.

A questi tre fotografi la mostra accompagna le immagini di alcuni grandi maestri tra i quali Letizia Battaglia, con una Palermo dalla miseria senza fine, con i suoi morti ammazzati degli anni Settanta e Ottanta composti al modo di Mantegna e dal taglio sempre rinascimentale o caravaggesco, come lo splendido e dolente ritratto di Rosaria Schifani. Assai meno convincenti risultano le Rielaborazioni recenti di queste opere, che mescolano la tragedia alla frivolezza. Il più importante fotografo siciliano rimane Ferdinando Scianna, un talento nel quale la lezione di Cartier-Bresson, da lui personalmente conosciuto e frequentato, diventa pura arte, immagini epiche e potenti, come in quel vortice di sorriso e di femminilità mediterranea che è Pantelleria.

(Enzo Sellerio, Morgantina, il guardiano degli scavi, 1960; Letizia Battaglia, Rosaria Schifani, 1992)

Enzo Sellerio sembra tra i maestri il più tranquillo e invece a me la sua opera risulta estrema nella sua apparente pacatezza, generatrice di un’angoscia sottile e inspiegabile, come nel barocco e straniante Morgantina, il guardiano degli scavi.
Da tutte queste immagini la Sicilia emerge come tragedia, incubo, gloria, mito, disperazione, Sole, nulla.

Vai alla barra degli strumenti