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Corruzione

Piccolo Teatro Strehler – Milano
L’opera da tre soldi
(Die Dreingroschenoper, 1928)
di Bertolt Brecht e Kurt Weill
Traduzione di Roberto Menin
Con: Giandomenico Cupaiuolo (Un cantastorie), Marco Foschi (Mackie Messer), Peppe Servillo (Jonathan Jeremiah Peachum), Maria Roveran (Polly Peachum),  Margherita Di Rauso (Celia Peachum); Sergio Leone (Jackie “Tiger” Brown), Rossy De Palma (Jenny delle spelonche), Stella Piccioni (Lucy )
Orchestra sinfonica di Milano Giuseppe Verdi – Direttore d’orchestra Giuseppe Grazioli
Regia di Damiano Michieletto
Sino al’11 giugno 2016
Trailer dello spettacolo

Opera_tre_soldi_2016Dalla Beggar’s Opera di John Gay (1728) Brecht, la traduttrice Elisabeth Hauptmann e il compositore Kurt Weill presero molto ma molto anche trasformarono. Nel mondo e nella scena «i poliziotti se la fanno con i delinquenti, i delinquenti vogliono fare gli imprenditori, gli imprenditori organizzano bande di mendicanti» (R. Menin, Programma di sala, p. 30). Si comincia infatti con l’imprenditore Jonathan Jeremiah Peachum, che esalta la propria capacità di organizzare con metodo i mendicanti londinesi affinché riescano a indurre il prossimo «a fare la cosa più innaturale di questo mondo: dare il proprio danaro ad altri». Appare poi il bandito Mackie Messer, che innamora la figlia di Peachum e la induce a sposarlo. E tuttavia la passione ‘fimminara’ di Mackie per le donne in genere e per le prostitute in particolare non si placa e induce Peachum a denunciarlo e a sperare che la forca lo tolga di torno a lui e alla figlia. In realtà, il capo della polizia è amico fraterno del bandito e quindi l’impresa non è facile. Peachum convince le prostitute a tradire per denaro Mackie Messer, il quale viene infine catturato e sta per essere impiccato. Ma il denaro -molto denaro- fa ancora una volta il miracolo e il condannato riceve la grazia regale. Non solo: il ladro e assassino diventa anche nobile e gli vengono assegnati rendita e castello. Lo spettacolo si chiude su una pioggia di banconote e di umani impegnati ad arraffarle.
«Signori il mondo è misero e cinico, è perfido / Ma certo l’uomo è misero, è cinico è perfido». Questo affermano i Peachum, marito e moglie. Un disincanto antropologico che si fa denuncia politica. Ladri e poliziotti, estortori e imprenditori, assassini e magistrati, si comportano alla stessa maniera. La corruzione è pervasiva del corpo sociale.
Efficace ed eloquente dunque l’idea di ambientare tutta la vicenda in un tribunale/carcere, nel quale i delinquenti diventano di volta in volta giudici. E viceversa. Il regista lo dice in modo esplicito: «Tutti siamo il giudice, tutti siamo corrotti e corruttori» (Programma di sala, p. 24). Dalla scenografia e dalla struttura generale dello spettacolo emerge in modo plastico la natura criminale dello Stato e della finanza. Nell’incipit e nel finale viene infatti ripetuta un’affermazione di Brecht diventata famosa: «È più grave svaligiare una banca o fondare una banca?».
Michieletto e Grazioli hanno scelto degli attori che cantano e non dei cantanti che recitano. Hanno fatto bene. Die Dreingroschenoper non è infatti un’opera lirica e neppure un musical. È un’opera di teatro nella quale la musica di Kurt Weill sembra incarnare l’antico Coro delle tragedie greche, a sottolineare il senso e l’abisso di ciò che sulla scena accade.
Peppe Servillo è un Peachum eccellente nel rendere l’inseparabilità di cinismo e affari. Il Mackie Messer di Marco Foschi sembra ispirarsi alle movenze sincopate, dilatate e finte di Carmelo Bene. L’intera messa in scena sta sotto il segno dei versi che Brecht aveva inserito nella versione cinematografica dell’opera e che qui la chiudono: «Chi vince fa la storia / E chi perde tacerà». A meno che l’arte e la poesia diano ai perdenti voce.

Finanza

La grande scommessa
(The Big Short)
di Adam McKay
Con:  Christian Bale (Michael Burry), Steve Carrel (Mark Baum), Ryan Gosling (Greg Lippman), John Magaro (Charlie Geller), Finn Wittrock (Jamie Shipley), Brad Pitt (Ben Hockett)
USA, 2015
Trailer del film

La cosiddetta crisi che sta impoverendo l’Europa (e non solo) ha avuto un’origine molto precisa. È nata infatti a metà degli anni Zero del nostro secolo in seguito alla speculazione finanziaria sui mutui erogati dalle banche statunitensi a cittadini che non offrivano garanzie. Le banche e i fondi di investimento hanno creato su tali mutui dei prodotti finanziari tossici, ad alto rendimento e ad altissimo rischio. Mutui subprime e derivati sono stati acquistati persino da Comuni e altri enti pubblici italiani. Quando la bolla speculativa -inevitabilmente destinata a finire- è esplosa, a pagare non sono state le banche criminali e i loro complici ma gli Stati, vale a dire i cittadini, che hanno subito l’aumento delle tasse e la diminuzione dei servizi: sanità, scuola, università, trasporti pubblici.
The Big Short, «il grande scoperto», è il titolo originale di questo film, vale a dire la scommessa sul crollo del mercato finanziario da parte di alcuni operatori che ne avevano previsto l’inevitabilità, quando invece le strutture politiche ed economiche ufficiali si dichiaravano convinte che il mercato immobiliare non sarebbe mai potuto implodere. Emblematica la scena nella quale la funzionaria di un’agenzia di rating -quelle strutture private che, con formule che vanno dalla tripla A alla tripla C (e peggio), valutano l’affidabilità dei titoli finanziari, delle banche, dell’economia di interi stati- si presenta con degli occhiali che le impediscono di vedere e alla fine ammette che le valutazioni date dipendono da chi paga meglio. Un enorme e criminale conflitto di interessi tra valutatori e valutati.
Con un ritmo forsennato; con una precisione linguistica quasi tecnica; con il mostrare le passioni, gli autoinganni, la lucidità degli umani, La grande scommessa è insieme un film appassionante e una lezione di storia economica che aiuta a capire quanto è veramente accaduto, e continua ad accadere, al di là delle menzogne ufficiali. Una delle banche protagoniste del crimine fu la Lehman Brothers, accuratamente descritta nello splendido spettacolo andato in scena lo scorso anno al Piccolo Teatro di Milano. L’aforisma di Bertolt Brecht è qui inevitabile perché vero: «Che cos’è rapinare una banca, in confronto al fondarla?».

Brecht in Afghanistan

El Teatre Lliure – Barcellona
La ronde de nuit
Una creazione collettiva da un’idea di Ariane Mnouchkine, messa in scena da Hélène Cinque
Con: Haroon Amani, Aref Banahar, Taher Beak, Saboor Dilawar, Mujtaba Habibi, Mustafa Habibi, Sayed Ahmad Hashimi, Farid Ahmad Joya, Shafiq Kohi, Asif Mawdudi, Wioletta Michalczuk, Caroline Panzera, Ghulam Reza Rajabi, Omid Rawendah, Shohreh Sabaghy, Harold Savary, Wajma Tota Khil
Coproduzione del Théâtre du Soleil con il Théâtre Nanterre – Armandiers
Sino al 22 giugno 2014

 

ronde_nuit

Nader viene dall’Afghanistan e finalmente ha trovato lavoro come guardiano notturno in un teatro parigino. Nel quartiere girano clochard, prostitute, tossici, poliziotti. E molti Sans-papier, i senza documenti, gli ‘extracomunitari’, insomma. Un amico di Nadier che ha ottenuto il passaporto francese sta per ripartire alla volta di Kabul ma gli chiede di dare ospitalità per quella sola notte a un gruppo di migranti che non ha dove ripararsi dall’ondata di gelo che incombe. Nadier accetta e la notte si trasforma nei racconti, nei sogni, negli incubi che prendono forma tra le quinte del teatro.
Antiche storie, ripetute violenze, desideri inconfessati, volontà di riscatto danzano tra il sonno, i dialoghi su Skipe con le loro terre lontane, i timori per i soldati e i poliziotti che irrompono, le memorie diventate immagini-corpi.
Intriso di umorismo e di tragedia, questo esperimento di Ariane Mnouchkine e Hélène Cinque con gli attori del Théâtre Aftaab (che in lingua dari significa ‘sole’) mi è sembrato un esempio di teatro brechtiano didascalico e commovente, politico e onirico, storico ma soprattutto interiore. La recitazione è eccellente, forse anche perché questi attori non soltanto recitano ma rivivono il loro stare al mondo.

 

Macelli

Piccolo Teatro / Teatro Grassi – Milano
Santa Giovanna dei macelli
di Bertolt Brecht
Trad. di Ruth Leiser e Franco Fortini
Scene di Margherita Palli
Con: Maria Paiato (Giovanna Dark), Paolo Pierobon (Mauler), Giovanni Ludeno (Cridle), Alberto Mancioppi (Weinberg), Roberto Ciufoli (Graham), Francesco Migliaccio (Meyers), Michele Maccagno  (Lennox), Fausto Russo Alesi (Slift), Francesca Ciocchetti (Signora Luckerniddle), Massimo Odierna  (Gloomb), Michele Maccagno (Paulus Snyder), Elisabetta Scarano (Marta), Gianluigi Fogacci (Operaio).
Regia di Luca Ronconi
Produzione: Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa – The State Academic Maly Theatre of Russia, Mosca
Sino al 5 aprile 2012

Chicago. I grandi macelli. Macchine di sterminio a pieno regime negli anni Venti del Novecento, a pieno regime negli anni Dieci del XXI secolo. Secondo alcuni storici quei macelli furono uno dei modelli ai quali il Nazionalsocialismo si ispirò per i suoi Lager. In essi, infatti, l’obiettivo era ed è ottenere il maggior numero di cadaveri nel più breve tempo e con il minor dispendio possibile di energia e di danaro.
Le stesse procedure che massacrano gli altri animali distruggono anche le esistenze degli addetti alle fabbriche/mattatoi. I signori della carne ritengono che cinquantamila o settantamila operai e le loro famiglie possano essere lasciati a casa, licenziati, ridotti in miseria. Si tratta di «plebe senza principi morali». È tra questa plebe che Giovanna Dark cerca di diffondere la Parola del Signore attraverso i sorrisi, i tamburi e le minestre calde dell’Esercito della Salvezza.
All’inizio ingenua sino alla stupidità, Giovanna rivolge discorsi ed esortazioni melense e trascendenti a persone attanagliate dalla fame e dal bisogno. Quando le dicono che il più cinico dei commercianti di carne, Mauler, è la causa della chiusura delle fabbriche, decide di andare da lui. Nonostante Mauler cerchi di nasconderle la propria identità, Giovanna lo riconosce subito tra i mercanti e gli industriali che affollano la Borsa della carne, esattamente come Jeanne D’Arc riconobbe il Delfino di Francia pur non avendolo mai visto prima. Quale caratteristica spinge così risolutamente Giovanna verso Mauler? «Perché sei quello che ha la faccia più sanguinaria».
Il radicalismo di Giovanna giunge sino a cacciare dalla Missione gli industriali. I capi dell’Esercito della Salvezza, che dei soldi di quella gente hanno bisogno, non glielo perdonano e la costringono a lasciare l’organizzazione. Sola, senza lavoro, affamata, Giovanna si reca da Mauler, che cerca di comprare la sua collaborazione e la sua stima. Invano. Mentre l’azzardo dei mercati carnal-finanziari giunge all’estremo e sembra condurre tutti alla rovina, Giovanna si ammala di stenti e di polmonite sino a morirne. Ma ormai ha compreso i propri errori e le è chiara la complicità dei moralisti e delle chiese con il male e con l’ingiustizia: «Com’ero ben accetta agli oppressori! Oh bontà senza conseguenze! O mente ottusa! Non ho mutato nulla. Mentre velocemente scompaio da questo mondo senza paura io vi dico: pensate, per quando dovrete lasciare il mondo, non solo a essere stati buoni, ma a lasciare un mondo buono!».
In quest’ultima affermazione c’è molto del teatro didattico e politico di Brecht. La bontà personale è rispettabile ma serve a poco se essa non si fa veicolo e modo di una trasformazione collettiva, di una metamorfosi delle strutture, di giustizia sociale.
I commercianti/industriali appaiono conficcati dentro le scatolette che producono. Un’invenzione registica di grande efficacia, che così viene descritta da Ronconi: «Quelli di Beckett sono proprio bidoni di immondizia, mentre io uso delle grandi scatole di carne che portano con grande evidenza la marca: proprio quello che fabbricano al mattatoio di Chicago. Ho subito pensato di mettere gli operatori di quel mercato nel loro prodotto» (Programma di sala, p. 16). Efficaci sono anche i video che appaiono di tanto in tanto dietro gli attori e nei quali gli operai hanno tutti lo stesso viso e Giovanna assume i volti più diversi. L’uomo massa è uniforme e chi tenta di liberare le masse rischia la stessa uniformità.
Le convinzioni politiche comuniste di Brecht non gli impediscono dunque di cogliere la miseria umana in quanto tale e non soltanto quella delle strutture storiche nelle quali essa si esprime. E tuttavia uno degli elementi più preziosi di questo testo -che è del 1929- e della sua messinscena oggi è l’impressionante attualità di alcuni passaggi, in particolare del patologico dominio del mercato.
La messa in scena del Piccolo corre sul limine dell’innovazione e del rischio. Ronconi, infatti, intende esplicitamente allontanarsi dalla vulgata brechtiana, dai suoi obblighi didascalici e rituali, per andare -anche attraverso numerosi tagli, primi tra tutti quelli delle scene corali- al nucleo estetico e antropologico dell’opera. In ogni caso questo teatro rimane -chiunque lo metta in scena- epico, profondo, militante.

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