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Ravenna

Fu Ottaviano Augusto (I sec. a.e.v.) a comprendere quale vantaggio strategico sarebbe venuto a Roma dal controllo e dall’espansione di un borgo vicino al mare ma separato da una laguna a sua difesa. Da allora Ravenna divenne uno dei luoghi militari più importanti dell’Impero. Importanza che crebbe mano a mano che il baricentro della Roma imperiale si spostava a Oriente e quando la capitale della parte occidentale, Milano, non fu più difendibile, facendo appunto di Ravenna la nuova capitale (402).
A Ravenna fu deposto nel 476 da Odoacre l’ultimo imperatore romano. Nell’epoca romano-barbarica e bizantina, e come città bizantina, Ravenna raggiunse lo splendore del quale vive ancora. I suoi palazzi imperiali e le chiese romaniche sono infatti immersi nel tessuto urbano, come sua parte costitutiva e senza la quale sarebbe un luogo anonimo. Ovunque dominano il segno e la tecnica del mosaico, fragile anch’esso, certo, rispetto alla potenza del tempo ma capace di porre un attrito alla dissoluzione con la forza della pietra. Tra i sovrani romano-barbarici che ne consolidarono il ruolo di capitale, il nome di Teodorico, re ariano degli Ostrogoti (454-526), abita ancora nel Mausoleo che si trova poco al di fuori delle mura.

Una tomba di porfido, pietra riservata ai re, ne conserva il nome, solo il nome. Accanto al Mausoleo la rocca di Brancaleone eretta dai veneziani a difesa della città. Inoltrandosi da qui tra le strade di Ravenna, la prima chiesa che si incontra è una delle più eleganti, sobrie, raccolte e insieme trionfali: San Giovanni Evangelista. E da lì si dispiega poi la potenza dell’architettura bizantina che ha in San Vitale il suo trionfo. Un vortice di spire, di tessere, di mosaici, di santi e di sovrani, di simboli biblici e di luce che piove. Davvero una meraviglia ottagonale (immagine di apertura).

Sulla stessa tonalità della pietra romanica – dal colore così caldo, dalla tonalità così familiare ai nostri occhi abituati sin dalla nascita ad abitare architetture – vibrano le altre grandi chiese della città, tra le quali emergono l’armonia e il vuoto di Sant’Apollinare Nuovo.
Tra i luoghi non direttamente cristiani emergono la tomba di Dante, al quale i poteri fiorentini non concessero di morire nel luogo in cui era nato, e il recente, ricco Museo Classis che racconta la storia di Ravenna dalla fondazione al presente. Il Museo occupa gli spazi di uno zuccherificio chiuso nel 1982 e conferma tutte le potenzialità dell’archeologia industriale nel dare respiro all’antico.

Ho visitato questo museo una domenica mattina mentre la vicina Basilica di Sant’Apollinare in classe era chiusa (incredibilmente) e avrebbe aperto soltanto di pomeriggio. A poca distanza l’antico Porto di Classe è chiuso anch’esso alle visite in autunno. Chiusure sciagurate, che mostrano quanto Ravenna e l’Italia debbano ancora fare per rendere grazie alla propria storia, a un passato che è di fatto unico al mondo per la pervasività ovunque della civiltà romana, della sua determinazione, della sua misura, della sua ironia.

A Ravenna si comprende in modo persino abbagliante che cosa fecero i cristiani di questa radice e albero pagani. Che fossero bizantini, ariani o fedeli alla dottrina del vescovo di Roma, i cristiani si comportarono come strutture parassite, che in sé avevano ben poco da offrire, con le loro bizzarre storie di profeti crocifissi, ma che seppero trasformare queste bizzarrie in arte e in dottrina assorbendo per intero e in ogni punto della loro sostanza artistica e dottrinale il mondo romano e la filosofia dei Greci.
Come a Siracusa il Duomo è il tempio di Atena, come innumerevoli chiese sudamericane sono in realtà luoghi di venerazione degli antichi dèi precolombiani, così le pietre e le idee sulle quali sono costruiti gli edifici di Ravenna sono profondamente e per intero pagani. La cripta di una di queste chiese, San Francesco, è invasa dalle acque e vi nuotano proprio sotto l’altare dei pesci. Che l’elemento di Talete e i suoi animali stiano alla base dell’altare del dio cristiano è una visione veramente unica. Durante la visita a questa chiesa risuonavano le letture della messa cattolica. La prima lettura, tratta da Esodo, 17, 8-13 si chiude con queste parole: « ‘Giosuè sconfisse Amalèk e il suo popolo, passandoli poi a fil di spada’. Parola di Dio».
Questa parola di dio è di per sé senza misura, fanatica, ed è stata resa meno violenta soltanto dalla σοφία e dalla φρόνησις dei Greci, sulle quali si fonda anche la bellezza di Ravenna.

Le macchine e gli dèi

Dioniso_Centrale_MontemartiniL’immenso patrimonio della Roma pagana richiede spazi su spazi, luoghi su luoghi per essere accolto, visto, goduto. Uno di tali spazi è la Centrale elettrica Montemartini, edificata nel 1912, nella quale la suggestione dell’archeologia industriale esalta la potenza di un passato antico ma pieno di vita. Stile liberty e marmi romani si mescolano in un’armonia fatta di pietre, fatta di acciaio.
Le statue provengono da siti molto diversi, dal Campidoglio, dagli Horti, da case private e da edifici pubblici. In ciascuna di queste icone dense di materia parla un mondo consapevole, coraggioso, lucido, violento a volte ma sempre misurato.
Che si tratti di umani o di dèi, di imperatori o di eroi, di guerrieri o di madri, questo mondo è intessuto della malinconica consapevolezza della morte e della gaudiosa disponibilità al piacere. Il piacere della bellezza, il piacere del cibo, il piacere dell’eros, il piacere della vita come scoperta, della natura che vince.
In questi ambienti novecenteschi, tra le imponenti strutture tecnologiche di una centrale a carbone, le antiche statue dimostrano la loro capacità di parlare al di là dello spazio e del tempo che le vide nascere, rivelano la loro capacità di essere eterne. E i motori, le turbine, i pistoni mostrano di poter essere anch’essi forma della bellezza se lo sguardo che li coglie è capace di armonia e di cura.
Seduto in cucina, Eraclito una volta disse «anche qui  vi sono dèi». Sì, anche qui.

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