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Insegnare / Educare

Monsieur Lazhar
(Bachir Lazhar)
di Philippe Falardeau
Con: Fellag (Bachir Lazhar), Sophie Nélisse (Alice), Émilien Néron (Simon), Brigitte Poupart (Claire Lajoie), Danielle Prouxl (la preside)
Canada 2011
Trailer del film

 

In una scuola di Montréal l’alunno Simon trova al mattino la propria insegnante impiccata nell’aula. Il trauma investe i suoi compagni e l’intera scuola. Quale il senso di quel gesto? Lo si capirà, forse, nei giorni successivi. La preside ha difficoltà a trovare un nuovo prof finché non si presenta Bachir Lazhar, rifugiato algerino. Lazhar non è abituato al politicamente corretto della pedagogia occidentale: ordina ai ragazzi di modificare la disposizione dei banchi dalla forma circolare a quella in file parallele, si concentra sulla grammatica invece che sulla creatività, impone dei dettati dai classici della narrativa francese, assegna temi su argomenti difficili. Eppure sa accogliere il dolore dei bambini con un’empatia, un trasporto, una sincerità che gli fa ottenere l’amore della classe e risultati molto brillanti. È che Bachir ha subìto anch’egli una tragedia totale, alla quale è sopravvissuto e che gli permette di comprendere il dolore degli altri umani, soprattutto dei più piccoli.
Il primo testo che Lazhar legge ai suoi alunni è di Balzac e parla di una crisalide. Così sono gli undici-dodicenni che ha davanti: crisalidi e non più bruchi, pronti a diventare farfalle. Ma alcuni genitori hanno paura della reale crescita dei loro ragazzi e “consigliano” al professore di «limitarsi a insegnare, senza voler educare i nostri figli». Una frase che potrebbe davvero costituire la sintesi di molte delle difficoltà nel rapporto scuola/famiglia. Tra i dogmi dell’educazione contemporanea c’è il terrore di qualunque comportamento anche lontanamente accostabile alla pedofilia. Un collega di Bachir afferma che «ormai dobbiamo trattare i nostri alunni come delle scorie radioattive, dalle quali tenersi lontani». Con il suo candore e il suo dolore, Lazhar saprà infrangere anche questo tabù. Un film molto bello, colmo di «garbo», una delle parole pronunciate dal maestro, nonostante la tensione continua e la violenza che lo attraversano. Un’opera che sa penetrare nell’enigma e nello splendore dell’insegnamento, molto più di tanti altri film dedicati alla scuola e assolutamente incapaci -soprattutto quelli italiani- di comprenderne alcunché.
L’incipit è tra i più straordinari che ricordi, al quale fa da chiasmo la sobria e struggente scena conclusiva.

Straniero al male

Il primo uomo
di Gianni Amelio
Italia, Francia, Algeria 2012
Dal romanzo di Albert Camus
Con: Jacques Gamblin (Jacques Cormery), Nino Jouglet (Jacques bambino), Catherine Sola (Catherine Cormery), Maya Sansa (Catherine Cormery da giovane), Denis Podalydès (Professeur Bernard), Nicolas Giraud (lo zio Etienne), Abdelkarim Benhabouccha (Hamoud)
Trailer del film

 

1924. Jacques Cormery è nato in una famiglia franco-algerina assai povera, suo padre è morto nella Prima guerra mondiale. Vive con la madre, uno zio e una nonna inflessibile. Dopo le elementari comincia a lavorare ma il suo maestro riesce a convincere i familiari che l’intelligenza del bambino merita il proseguimento degli studi.
1957. Cormery vive a Parigi, dove è diventato un celebre scrittore. Torna in Africa nel momento in cui il conflitto tra algerini di origine francese e algerini musulmani va diventando sempre più profondo. Invitato a parlare all’Università, difende l’idea di una convivenza plurale e pacifica ma viene contestato dai nazionalisti francesi. Jacques incontra la madre, lo zio, percorre la città alla ricerca del suo vecchio maestro e di un compagno di scuola musulmano il cui figlio è stato condannato a morte. Si reca nella fattoria dove è nato, nel cimitero che accoglie le spoglie del padre. Cerca di ricostruire il senso della propria vita e di quella della sua terra, l’Algeria.

Asciutto come la scrittura di Camus, dolente e forte come il suo pensiero, questo film mette in scena il romanzo al quale lo scrittore stava lavorando al momento dell’incidente che lo uccise nel 1960. Il libro fu poi pubblicato dalla figlia Catherine nel 1994. Figlia che in una lettera ad Amelio ringrazia il regista per «aver fatto questo film con tanto pudore, misura e bellezza profonda. […] Di certo non sono una spettatrice obiettiva, ma ho trovato il suo film bellissimo. Ho ammirato la sua direzione degli attori (senza una nota falsa!) e la giusta distanza che lei ha preso, e che rispetta la finzione senza tradire il libro».
Nino Jouglet, che interpreta lo scrittore da bambino, ha uno sguardo serio e insieme dolce, consapevole e candido. Serietà e dolcezza che manterrà anche da adulto. Il film è tutto sotto il segno di una grande sobrietà, di una matura libertà e di una profonda passione per il mondo. Così era Camus. Così è fatta la sua opera.

Straniero/estraneo

Albert Camus
L’étranger [1942]
Gallimard, Paris 2011
Pagine 184

Un sole accecante intesse lo spazio, il cielo, i corpi. Un sole disumano e insostenibile. È anche a causa sua che Meursault -un impiegato che vive e lavora nell’Algeria francese, che si sente ed è come tutti gli altri- si ritrova quasi per caso a uccidere un arabo che lui nemmeno conosce e che era in lite con un suo vicino di casa. «Il y avait déjà deux heures que la journée n’avançait plus, deux heures qu’elle avait jeté l’ancre dans un océan de métal bouillant. […] J’ai pensé que je n’avais qu’un demi-tour à faire et ce serait fini. Mais toute une plage vibrante de soleil se pressait derrière moi» (“Già da due ore il giorno si era fermato, da due ore aveva gettato l’ancora in un oceano di metallo bollente […] Ho pensato che avessi da fare solo mezzo giro su me stesso e sarebbe finita. Ma tutta una spiaggia vibrante di sole premeva dietro di me”; p. 91), spingendolo a non fermarsi, ad avanzare, a suscitare la reazione spaventata dell’uomo che estrae un coltello luccicante al sole. «C’est alors que tout a vacillé. […] Il m’a semblé que le ciel s’ouvrait sur toute son étendue pour laisser pleuvoir du feu. […] J’ai secoué la sueur et le soleil. J’ai compris que j’avais détruit l’équilibre du jour, le silence exceptionnel d’une plage où j’avais été heureux» (“È stato allora che tutto ha vacillato. […] Mi è sembrato che il cielo s’aprisse in tutta la sua estensione per lasciar piovere del fuoco. […] Ho scosso il sudore e il sole. Compresi che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, l’eccezionale silenzio di una spiaggia dove ero stato felice”; 92-93).
Al presidente del tribunale che gli chiede se ha qualcosa da dire dopo la feroce requisitoria con la quale il pubblico ministero ha chiesto la sua condanna a morte, Meursault risponde che lui non aveva alcuna intenzione di uccidere l’arabo e che questo è accaduto «à cause du soleil» (156). Ma un’altra corte lo aveva già osservato e giudicato. Una corte composta dai compagni d’ospizio della madre, con i quali aveva trascorso la notte di veglia funebre senza versare una lacrima: «j’ai eu un moment l’impression ridicule qu’ils étaient là pour me juger» (“ho avuto per un momento la ridicola sensazione che fossero là per giudicarmi”; 19).
Quest’uomo solitario ed estraneo a ogni evento viene giudicato e condannato non per aver ucciso un altro uomo a revolverate ma per non aver pianto al funerale della madre, per non aver pregato sulla sua tomba, per essersi fidanzato il giorno successivo, per essere andato con la ragazza prima al mare e poi al cinema a vedere un film comico e aver  infine fatto l’amore con lei. Viene condannato per essere stato vivo, per avere vissuto e per volere ancora rivivere «cette vie absurde que j’avais menée» (181). È anche per questo che non aveva pianto davanti alla madre morta, poiché «si près de la mort, maman devait s’y sentir libérée et prêtre à tout revivre. Personne, personne n’avait le droit de pleurer sur elle. Et moi aussi, je me suis senti prêt à tout revivre» (“per quanto vicina alla morte, maman doveva essersi sentita liberata e pronta a rivivere ogni cosa. Nessuno, nessuno aveva il diritto di piangere su di lei. E anch’io mi sentivo pronto a rivivere tutto”; 183). Tale volontà di eterno ritorno merita la condanna, poiché «tout le monde sait que la vie ne vaut pas la peine d’être vécue» (“tutti sanno che la vita non vale la pena d’essere vissuta”; 171).
Una vita che anche nel protagonista di questo libro è fatta di abitudine -«on finissait par s’habituer à tout» (118)-, è fatta di noia -«je n’avais rien à faire» (71)-, è fatta di indifferenza -«cela m’était égal» risponde Meursault sia al capoufficio che gli propone una promozione a Parigi sia a Marie che gli chiede di sposarlo (66 e 67)-, è fatta del bisogno d’ammazzare il tempo -«toute la question, encore une fois, était de tuer le temps» (120). Una vita che però è intrisa anche di libertà anarchica, è intrisa di poesia -«par la porte ouverte entrait une odeur de nuit et de fleurs» dice da libero (18); «des odeurs de nuit, de terre et de sel rafraîchissaient mes tempes. La merveilleuse paix de cet été endormi entrait en moi comme une marée» ripete ancora in carcere (“odori di notte, di terra e di sale rinfrescavano le mie tempie. La meravigliosa pace di questa lenta estate entrava in me come una marea”; 183), una vita che è intrisa del sempre uguale della perfezione, tanto che qualunque cosa accada «il n’y avait rien de changé» (39).
Una vita senza dio. L’ateismo di Camus è radicale, argomentato, compiuto. La morte di Dio è nelle sue pagine consumata sino in fondo e sino alla fine. Al pubblico ministero che durante un interrogatorio lo invita brandendo un crocifisso d’argento a chiedere il perdono di Dio, Meursault risponde di no e lo fa distrattamente, anche perché il caldo della stanza non gli aveva permesso di seguire con attenzione il ragionamento dell’inquirente. Al cappellano che vorrebbe redimerlo prima dell’esecuzione, risponde «qu’il me restait peu de temps. Je ne voulais pas le perdre avec Dieu» (“mi restava poco tempo. Non volevo perderlo con Dio”; 180). Al di là della disperazione, della morte e del nulla, al di là dunque dei modi nei quali l’esistenza è gettata nel mondo, il monologo di Camus si consuma e si chiude con un grido di poesia, di rivolta, di tenerezza e di gioia, nel quale l’ultima parola –odio– disegna in modo geometrico che cosa la vita sia, che cosa la vita meriti. È  uno dei finali più potenti che conosca:

Comme si cette grande colère m’avait purgé du mal, vidé d’espoir, devant cette nuite chargée de signes et d’étoiles, je m’ouvrais pour la première fois à la tendre indifférence du monde. De l’éprouver si pareil à moi, si fraternel enfin, j’ai senti que j’avais été heureux, et qui je l’étais encore. Pour que tout soit consommé, pour que je me sente moins seul, il me restait à souhaiter qu’il y ait beaucoup de spectateurs le jour de mon exécution et qu’ils m’accueillent avec des cris de haine. (184)

[Come se questa grande ira mi avesse purificato dal male, svuotato di speranza, davanti a questa notte carica di segni e di stelle, per la prima volta mi aprivo alla tenera indifferenza del mondo. Percependolo così simile a me, così fraterno infine, sentivo che ero stato felice, e che ancora lo ero. Affinché tutto fosse compiuto, affinché mi sentissi meno solo, mi rimaneva da desiderare che ci fossero molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che essi mi accogliessero con delle grida di odio]

 

Uomini senza legge

di Rachid Bouchareb
(Hors-la-loi)
Con: Jamel Debouzze (Saïd), Sami Bouajila (Abdelkader), Roschdy Zem (Messaoud)
Francia-Algeria-Belgio, 2010
Trailer del film

 

Algeria, 1925. Una famiglia di contadini è costretta a lasciare la terra dei padri, che viene data in proprietà a dei coloni francesi. Anni dopo, i tre figli assistono a un massacro di civili da parte dell’esercito colonizzatore  durante una manifestazione pacifica. Le loro strade si dividono: Abdelkader viene imprigionato a Parigi a causa della sua militanza nel Fronte di Liberazione Nazionale algerino; Messaoud partecipa alla guerra in Indocina; Saïd porta la madre in Francia, entra nel giro della prostituzione, sogna di diventare un grande impresario della boxe. Quando si ritrovano vengono tutti coinvolti, anche se in modo diverso, nelle azioni di resistenza e di guerra contro la Francia, sino all’ottenimento dell’indipendenza.

I piani temporali e spaziali si confondono tra di loro in modo a volte confuso; l’intreccio tra le vicende personali e la storia collettiva non riesce a dare passione alle vite individuali e spessore al conflitto tra la volontà di indipendenza degli algerini e la repressione francese. Il film rimane sospeso tra la ricostruzione storica e il noir di genere. Due gli elementi più riusciti: la scena iniziale del massacro e la descrizione della violenza estrema praticata da tutte le parti in guerra, a conferma che nella storia non esistono popoli “buoni” e popoli “cattivi” ma soltanto la comune e reiterata ferocia della specie che trasforma le vittime in carnefici e poi di nuovo in vittime, nel pendolo insensato degli eventi. Un’epica, quella di Hors-la-loi, comunque troppo televisiva

 

Uomini di Dio

di Xavier Beauvois
(Des hommes et des dieux)
Francia, 2010
Con Lambert Wilson (Christian), Michael Nosdale (Luc), Olivier Rebourdin (Christophe), Philippe Laudenbach (Célestine), Jacques Herlin (Amédée)
Trailer del film

In Algeria nel 1996 una comunità di monaci cistercensi francesi, perfettamente integrata con la locale comunità islamica, venne rapita e i sette monaci furono tutti uccisi. I maggiori indiziati furono dei gruppi estremisti musulmani ma le circostanze del massacro non vennero mai chiarite.
Su questo atroce episodio, Xavier Beauvois costruisce un’opera meditativa come il luogo in cui si svolge ma anche piena di tensione per la consapevolezza dei protagonisti di essere destinati a una morte imminente. Così, le scene di preghiera, lavoro, studio, si alternano a quelle del duro confronto non soltanto con i guerriglieri islamici ma anche con l’esercito algerino, probabilmente coinvolto -secondo recenti documenti- nella tragica conclusione della vicenda. Il film rimane quasi sempre in equilibrio tra agiografia e distacco. Permette di entrare in una comunità cristiana, nelle sue pieghe, aspirazioni, limiti. E soprattutto dà ragione a una citazione da Pascal che padre Luc (un medico più illuminista che mistico) pronuncia: «Nessuna violenza è compiuta con maggior convinzione di quella che si giustifica con motivi religiosi». Perché “uomini di Dio” non sono soltanto i monaci, lo sono anche i loro assassini. Il titolo originale è comunque diverso e accenna agli uomini e agli dèi, citando a inizio del film il Salmo 82 (81): «Io ho detto: “Voi siete dèi, / siete tutti figli dell’Altissimo” / Eppure morirete come ogni uomo, / cadrete come tutti i potenti».

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