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Shakespeare

Piccolo Teatro Grassi – Milano
Shakespearology
in scena Woody Neri
scrittura Daniele Villa
regia Sotterraneo

La Compagnia teatrale Sotterraneo è riuscita a invitare sulla scena William Shakespeare, a parlare con lui, a sentirlo suonare, danzare, recitare. E raccontare episodi notissimi e altri sconosciuti della sua biografia. L’impresario teatrale, l’autore, l’attore, il regista inglese ha intrattenuto il pubblico con una varietà di registri, di toni, di argomenti, di poesia e di rudezza capaci di avvolgere. E ha soprattutto ben chiarito che nella sua esistenza e nella sua opera non c’è nulla, proprio nulla, della distorsione romantica del «genio», del «sognatore», dell’inventore di mondi. O meglio, Shakespeare ha inventato mondi ma tenendoli ben dentro l’immanenza delle passioni e della miseria umana, sempre volto a conciliare i suoi personali slanci con il necessario successo di pubblico, pena il fallimento della sua Compagnia e dei suoi progetti. Come Kubrick nel Novecento, questo artista è riuscito a essere raffinato e profondo nella concezione e realizzazione delle sue opere, universale e molteplice nella loro fruizione da parte di persone, gruppi, epoche assai diverse. Un dono raro, certamente.
La presenza stessa di Shakespeare sulla scena conferma che ci sono degli umani che non moriranno sino a quando la loro parola risuonerà nello spaziotempo; umani molto molto più vivi di innumerevoli contemporanei. Infatti «nicht Alle geboren werden, welche doch sterben; ‘non tutti coloro che muoiono nascono anche’» (Nietzsche, Umano, troppo umano II, parte seconda “Il viandante e la sua ombra”, af. 58) e la vita è qualcosa di assai più complesso di un corpo che respira nel presente.
La vita è il radicarsi nella filogenesi biologica e culturale, la vita è memoria di ciò che è stato e che merita di essere ricordato, la vita è la comprensione più lucida, disincantata e commossa del limite che sgorga in ogni istante. «Life’s but a walking shadow, a poor player / That struts and frets his hour upon the stage / And then is heard no more. It is a tale / Told by an idiot, full of sound and fury, / Signifying nothing», «La vita è un’ombra che cammina, un povero attore che si agita e pavoneggia la sua ora sul palco e poi non se ne sa più niente. È un racconto narrato da un idiota, pieno di strepiti e furore, significante niente» (Macbeth, atto V, scena 5). 

[Foto di scena di Francesco Niccolai]

Finzione

Official Competition
(titolo italiano: Finale a sorpresa)
di Mariano Cohn e Gáston Duprat
Spagna, 2021
Con: Penélope Cruz (Lola Cuevas), Oscar Martínez (Iván Torres), Antonio Banderas (Félix Rivero), José Luis Gómez (Humberto Suarez), Irene Escolar (Diana Suarez)
Trailer del film

Che cosa significa recitare? Che cosa vuol dire esprimere sentimenti e pensieri veri o fingere pensieri e sentimenti? Dal Paradoxe sur le comédien di Denis Diderot a Il lavoro dell’attore sul personaggio di Stanislavskij, dal Living Theatre a Carmelo Bene, l’enigma della finzione teatrale ha accompagnato la modernità.
Nel mondo greco a recitare era il dio -Dioniso- del quale la maschera dell’attore è semplicemente strumento ed espressione; nel mondo latino l’attore era un miserabile, un trastullo, una delle tante figure servili. Nella contemporaneità questi due elementi sono in realtà ancora ben presenti nella metamorfosi dell’attore in divo e nel suo porsi al servizio di chi meglio lo paga.
Ma la finzione, che cosa è la finzione? Questa commedia assai divertente e un poco amara di Cohn e Duprat è capace nella sua leggerezza di disvelare qualcosa della dinamica verità/finzione che non è dell’attore ma è dell’umano. E che l’attore si limita a far diventare una professione. Gli studi di Erwin Goffman sulla vita quotidiana come rappresentazione lo confermano e lo mostrano ma tutti, se riflettiamo un poco, comprendiamo facilmente che una delle condizioni della vita collettiva e delle relazioni umane consiste nel dissimulare, nel nascondere i propri veri sentimenti verso persone, situazioni, parole altrui e fingere pensieri, emozioni e reazioni ai quali non corrisponde quasi nulla nella nostra coscienza (tra parentesi; questo è uno dei tanti errori del behaviorismo, che fa coincidere la mente con il comportamento).
Una dissimulazione onesta che in molti casi e circostanze diventa la necessaria simulazione di emozioni e sentimenti che non esistono, che non proviamo. I funerali, ad esempio, sono un luogo principe di tale recita (come ironicamente racconta il cantante/attore Enzo Jannacci)
E quindi le letture, le prove, le riprese alle quali l’eccentrica regista Lola Cuevas sottopone due grandi attori -chiamati a interpretare la vicenda di due fratelli tra di loro in mortale inimicizia- si prefiggono uno scopo impossibile: cancellare il loro io, il narciso, la finzione, allo scopo di trasformare Iván e Félix nei loro personaggi, rendendo vera la loro finzione.
E infatti la finzione diventa talmente vera da mutare l’invenzione in cronaca. Ma non perché i due attori abbiano rinunciato alle loro persone ma, al contrario, perché le hanno rese totali.
La competizione alla quale fa riferimento il titolo originale (quello italiano, al solito, è fuorviante e impoverente) è la contesa stessa che intrama la vita animale e che sempre l’accompagna. Un conflitto che cessa soltanto con il venir meno dei suoi protagonisti, dei viventi.

Eschilo

Eschilo, il fondamento
in Mondi. Movimenti simbolici e sociali dell’uomo
Volume 5 – 2022
Pagine 3-17

Indice
-Radice e fondamento
-Il nomos della terra
-La terra invisibile
-La terra ospitale
-Mortali
-Distruzione e fondazione

Abstract
The paper traces the tragedies of Aeschylus in chronological order, trying to show the founding nature of Mediterranean and European civilization. In Aeschylus, in fact, human energy and inevitable fate, Law and Horror coexist. This is one of the most illuminating explanations of human existence.

In questo saggio ho tentato di andare alle radici e al fondamento della civiltà europea, di cogliere la potenza dell’elemento sacro nella formazione delle comunità umane e nello stesso tempo capire come sia potuto accadere che un piccolo territorio del mondo, prima la Grecia e poi l’Europa intera, si sia affrancato dalla mescolanza assai rischiosa di religione e diritto,  abbia fatto della storia la vibrazione delle vite individuali e di queste vite il senso stesso dell’accadere storico.
Le tragedie di Eschilo (525–456 a.e.v.) permettono di esplorare tale plesso fondativo. Esse ci offrono un dono necessario per capire a fondo la nostra identità e dunque per conservarla e con essa garantire la costanza delle molteplicità su un pianeta e in un tempo che si declinano in forme sempre più monocordi, in espressioni sempre più uniformi, in manifestazioni che in realtà nascondono la profondità delle questioni a favore dello scintillante nulla dello spettacolo.
Spettacolo, certo, sono i testi di Eschilo destinati alla scena. Ma sono uno spettacolo totale e profondo, nel quale la complessità degli eventi e delle anime non si perde. Anzi si raggruma, esprime e trionfa.

Nel numero 5 della rivista/libro Mondi è apparso anche un ampio e denso saggio (pp. 45-67) di Enrico Moncado dal titolo: Note sulla «Einleitung in die Phänomenologie der Religion» di Martin Heidegger.

Postcontemporaneo / Carmelo Bene

Nell’ambito della Terza edizione del Catania Book Festival venerdì 6 maggio 2022 alle 11,30 presenterò Nuvole sul Grattacielo. Saggio sull’apocalisse estetica di Giuseppe Frazzetto (Quodlibet 2022). La sede è la Sala Minerva delle Ciminiere.
Postcontemporaneo è uno dei numerosi dispositivi concettuali e analitici con i quali Frazzetto conduce il suo itinerario nei gangli del presente, nelle strutture della comunicazione, nei corridoi della Rete, dentro quelle che una volta erano le gallerie d’arte e oggi sono l’ovunque della pratica estetica: il digitale, il televisivo, gli eventi, i dispositivi molteplici dell’intrattenimento, del lavoro, delle relazioni umane.

Sempre alle Ciminiere sabato 7 maggio alle 18,30 parlerò del libro che Jean-Paul Manganaro ha dedicato a Carmelo Bene: Oratorio Carmelo Bene (il Saggiatore 2022).
Carmelo Bene è stato una lunga e lenta dissipatio. Dissoluzione del corpo del teatro, dissoluzione del corpo dell’attore. «Il suo corpo, alla fine, era devastato, senza spazio, senza tempo. L’inorganico». L’Oratorio di Manganaro è musica ed è preghiera, è una fenomenologia di Carmelo Bene che ne scolpisce il manierismo dell’assenza, l’ironia esercitata su ogni eroismo romantico proprio mentre il soggetto romantico sembra nei suoi concerti trionfare.

Ebbrezza greca

Ebbrezza e filosofia a Siracusa
con Enrico Palma
in il Pequod , anno 2, numero 4, novembre 2021, pagine 80-90

Con Enrico Palma abbiamo tentato una lettura filosofica dei tre spettacoli andati in scena quest’anno a Siracusa: Baccanti, Coefore/Eumenidi, Nuvole. Tre messe in scena assai diverse, con risultati a volte di grande suggestione e profondità, altre di permanenza alla superficie.
La pratica teatrale appare simile al lavoro filosofico. Con riferimento al testo di Aristofane ma anche a quelli di Euripide e di Eschilo, la filosofia è come un abito che si addice a un corpomente curioso e consapevole, ma che indosso a chi non se lo merita si trasforma in mero strumento di comodo, in ciò che Nietzsche definisce «un giaciglio di riposo», un semplice mestiere, una rendita. La filosofia è invece una sobria ebbrezza capace di percorrere l’enigma senza impoverirlo, percependone la luce, trasformando di continuo la vita.

Euripide, il Sacro

Il Sacro in Euripide
in Dialoghi Mediterranei
Numero 51, settembre-ottobre 2021
Pagine 62-76

Indice
-Premessa
-Gli eroi
-Le donne
-La legge
-Il divino

Ho tentato un percorso dentro la grandezza di Euripide, dentro il suo sguardo nello stesso tempo empatico e distante sul divino, l’umano, la follia, il cosmo, la storia. Il suo teatro è una festa sacra. Festa di passione, di vendetta, di ironia, festa di Ἀνάγκη.
Un abisso c’è tra tale modo di intendere l’esistere e la sensibilità dell’Europa moderna. Un abisso tra questa potenza selvaggia dell’inevitabile e la compassione universale verso gli umani, tra la consapevolezza di quanto gratuito, insensato e terribile sia lo stare al mondo e il luna park moralistico e sentimentale che afferma il valore sacro di ogni umano.

Risplendono estranei

Le società umane sono per loro natura tiranniche. E questo a causa di vari fattori, tra i quali: la struttura gregaria della specie; la paura come condizione di sopravvivenza; la stanzialità che favorisce la perpetuazione dei privilegi; il piacere profondo che nasce dal controllo della volontà altrui; la capacità di elaborazione e giustificazione ideologica delle ragioni e delle modalità del dominio. La libertà è dunque qualcosa di innaturale, infrequente, costruito, voluto e sempre da difendere nei confronti della legge d’inerzia dell’autorità e della servitù volontaria.
Anche per questo sono discutibili i tentativi di recenti correnti storiografiche di ridimensionare la libertà degli antichi Greci. Nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente antichi e anche nelle società contemporanee queste libertà rimangono delle eccezioni da conoscere, apprezzare e difendere. Non vanno infatti dimenticati almeno due elementi di tutta evidenza e di notevole gravità: il totalitarismo è un fenomeno del XX secolo e non del mondo antico; la capacità che i Governi contemporanei possiedono di controllare ogni istante della vita dei cittadini e di influenzarne pensieri, parole e opere, è incomparabile con quella di qualunque altra fase conosciuta della storia umana. E questo anche per ragioni semplicemente tecniche.
La libertà degli Elleni è confermata anche dal tomo che chiude la splendida opera curata da Salvatore Settis, il settimo complessivo dei quattro volumi che compongono I Greci.
Libertà nei confronti degli dèi, prima di tutto. I Greci arrivarono a concepire l’ἱλαροτραγῳδία, l’ilarotragedia, una sistematica e pesante presa in giro dei miti; arrivarono ad accusare esplicitamente gli dèi di ingiustizia nella concezione e conduzione delle cose umane; arrivarono a dubitare della loro stessa esistenza o li immaginarono del tutto disinteressati alle vicende della nostra specie. Qualcosa di assai diverso e lontano dai dispositivi concettuali dei successivi monoteismi.
Libertà nei confronti degli umani, con l’esplicita teorizzazione e la frequente messa in atto del tirannicidio, come testimonia – tra l’altro – la legge di Eucrate del 337/336 a.e.v.: «Se qualcuno si pone contro il popolo con la prospettiva di una tirannide o partecipa all’affermazione di una tirannide o abbatte il popolo di Atene o la democrazia in Atene, chiunque uccida chi fa qualcuna di queste cose, sarà senza colpa»1.
Libertà finanziaria, difesa anche con uno degli elementi senza i quali una comunità politica gode di una libertà solo apparente, l’autonomia monetaria: «La moneta come emblema della polis, segno tangibile della sua autonomia politica (che si esprime nell’apertura della zecca, nel diritto di battere moneta) e del sentimento civico connesso allo sviluppo della polis stessa nel VI secolo a. C.» (Federica Missere Fontana, p. 1034). Libertà alla quale hanno irresponsabilmente rinunciato gli Stati europei, con il risultato di sottomettersi all’economia dello Stato più forte, che attualmente è la Germania. L’euro, infatti, non è altro che un marco mascherato, come è inevitabile che sia, dato che l’elemento ultimo di un processo di unificazione – la moneta collettiva – è stato invece realizzato quasi per primo.
Libertà sessuale, con la pratica di costumi successivamente ritenuti del tutto immorali, quali la pederastia che «rendeva i giovani emuli delle virtù dei loro amanti più maturi e questi, a loro volta, erano responsabili dell’educazione dei loro ἐρώμενοι fino a quando non diventavano adulti» e la cui manifestazione sessuale non era per lo più la sodomia ma «la copulazione intercrurale, ossia tra le cosce» (Enrica Fontani, p. 957).
Libertà dall’ossessione del lavoro, ritenuto un elemento di servitù; e basta osservare con quale stato d’animo milioni di persone si recano oggi al lavoro per ammettere che i Greci non si sbagliavano di molto.
Libertà dalla pervasività della sfera pubblica, con la difesa di una sfera personale di vita ben esemplificata dall’«αὐλή, spazio di mediazione fra la strada cittadina e le stanze della casa, fra l’esterno e l’interno» (Alessandra Tempesta, 1126 e 1149), come ancora si può vedere a Erice e in altre località del Mediterraneo.
Libertà dalle illusioni sulla vita e sulla morte, testimoniata dall’intera loro cultura: teologia, letteratura,  arte, filosofia, drammaturgia. Dioniso e Ade sono una sola divinità (lo scrive Eraclito) e anche per questo la festa e i riti funerari sono al centro della società ellenica. Se «tutto è pieno di segni, ed è sapiente chi da una cosa ne conosce un’altra» (Plotino, Enneadi, II, 3, 7), il monumento funerario è σῆμα, è segno per eccellenza, e questo «già in Omero e nelle prime iscrizioni funerarie» (Claudio Franzoni, p. 1263).

L’ultimo elemento indicato qui sopra, la drammaturgia, è insieme alla filosofia il più vivo oggi tra quelli inventati e trasmessi dai Greci. E tuttavia nelle nostre rappresentazioni delle tragedie di Eschilo, Sofocle, Euripide perdiamo molti elementi essenziali del teatro greco, «prima di tutto la dimensione religiosa: gli spettacoli ad Atene non si svolgevano in qualunque parte dell’anno, ma solo durante le feste in onore di Dioniso, e anzi sotto il suo sguardo, se è vero che una sua statua era portata, prima che iniziassero gli spettacoli, fin dentro il teatro» (Franzoni, p. 791) e  poi anche la dimensione civica e la dimensione agonistica.
Se «i Greci risplendono più che mai»2, è anche vero che i Greci ci sono estranei più che mai. E anche per tale ragione rappresentano un antidoto ai limiti del presente, costituiscono ancora una garanzia e una fonte della nostra libertà.


Note

1. I Greci. Storia Cultura Arte Società, a cura di S. Settis, Volume IV/2 Atlante 2, a cura di C. Franzoni, Einaudi 2002, p. 1023. Le citazioni successive saranno indicate con il nome dell’autore e il numero di pagina.
2. F. Nietzsche, Frammenti postumi 1884, in «Opere», Adelphi 1976, VII/2, 26[43], p. 144.

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Con questo testo si chiude l’analisi de I Greci. Storia Cultura Arte Società.
I precedenti contributi si trovano qui:

vol. I Noi e i Greci

Vol. II/1 Una storia greca. Formazione (fino al VI a.C.) [manca 🙁 ]

Vol. II/2 Una storia greca. Definizione (VI – IV secolo)

vol. II/3 Una storia greca. Trasformazioni (IV secolo a.C. – II secolo d.C)

vol. III I Greci oltre la Grecia

Vol. IV/1 Atlante 1

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