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ΓΝΩΘΙ  ΣEΑΥΤΟN

Mario Dondero
Terme di Diocleziano – Roma
A cura di Nunzio Giustozzi e Laura Strappa
Sino al 22  marzo 2015

Terme_DioclezianoAll’ingresso della enorme sala XI delle Terme di Diocleziano si trova un mosaico che rappresenta uno scheletro con sotto la frase ΓΝΩΘΙ ΣEΑΥΤΟN, conosci te stesso, contempla la tua finitudine, renditi conto che sei tempo che cammina e destinato a finire. In questo magnifico luogo, uno dei più emozionanti di Roma, è ospitata un’antologia delle opere di Mario Dondero. Immagini che aiutano a comprendere che cosa siamo: storia, tempo, divenire.
Nella sua attività professionale e artistica, Dondero si ispira a Robert Capa, tanto da fotografare anche la collina dove venne scattata l’immagine del miliziano che muore. Dondero è stato ovunque e ha fotografato tutto, perché non è il soggetto che conta ma è lo sguardo di chi lo osserva. Dalle molte scene di vita quotidiana alle immagini dei capi politici, degli intellettuali, degli artisti, degli eventi, scorrono in queste sale il Novecento e il XXI secolo.
Nel Portogallo rurale e profondo dei tempi di Salazar, una donna che visita il marito in prigione ha i colori e le forme di Vermeer. I braccianti emigrati a Torino negli anni Cinquanta hanno le stesse pose dei contadini di Bronte. Il gruppo del Nouveau Roman è fotografato a Parigi il 16 ottobre 1959. Nella stessa città un uomo dorme, solo, in una stazione della metropolitana.
Dondero_Pasolini_madre_1962Scrittori (Sanguineti, Gadda, Morante, Ionesco, Caproni, Genet), attori, pittori (Tadini, Rotella), registi, turisti, soldati, contadini, maestre, nomadi, pescatori, operai, terremotati, la fierezza degli afghani, i medici di Emergency, professori (come Vovelle che tiene lezione sulla Rivoluzione Francese nel 1967 alla Sorbona), Panagulis e i colonnelli greci, filosofi (Marcuse, Anders, Sartre, Russell, Althusser) capi politici (Castro, Sihanouk, Reagan, Gorbaciov).
E ancora: Licia Pinelli pochi giorni dopo l’assassinio del marito; Pasolini nella sua casa all’Eur insieme alla madre; una giovane maestra italiana che negli anni Cinquanta cerca di insegnare a leggere e a scrivere a ragazzini e adulti; una mamma di Berlino Ovest che porta a passeggio il suo bambino e parla con un soldato di Berlino Est, vicino a quel muro Dondero_Berlino_1989che pochi giorni dopo non sarà più. γνωθι σeαυτοn

«Quello della pietra e della fionda»

Gervasio Sánchez. Antología
Centro Português de Fotografia– Porto
Sino al 2 marzo 2014

Gervasio Sánchez5 sezioni, 139 fotografie, 72 ritratti. Numeri dentro i quali abita l’orrore. Le immagini di questo fotografo spagnolo non solo documentano la guerra contemporanea ma la fanno sentire come se in essa si fosse immersi. Robert Capa diceva ai suoi emuli: «Se le tue foto non sono buone, vuol dire che non eri abbastanza vicino». Gervasio Sánchez si trova sempre vicinissimo alla ferocia indicibile dei massacri africani, al fanatismo delle dittature nell’America Latina, alle città balcaniche distrutte con dentro i loro abitanti, ai corpi mutilati dalle mine antiuomo, allo strazio dei familiari dei desaparecidos. Sánchez sembra presente proprio nell’istante in cui la violenza si compie, nella pienezza della sua follia e del suo significato. L’inevitabile voyeurismo della macchina fotografica si stempera nel tentativo e nella volontà di cogliere la poesia -sì, proprio la poesia– dei luoghi e dei gesti che generano morte e della morte testimoniano il divenire. Una sola immagine per tutte: un uomo fuma seduto su ciò che resta della vetrina di un negozio a Sarajevo mentre accanto a lui è steso il cadavere di un giovane colpito da un cecchino. Non si tratta di nemici né di parenti né di poliziotti o di soldati. Si tratta soltanto di un uomo vivo e di uno morto poiché il caso ha così deciso. E in altre immagini emerge la forza, nonostante tutto, dei bambini che giocano mentre ovunque è distruzione. Questa mostra è una danza macabra aperta alla rinascita, dove i simboli coincidono con la materia e dove i ritratti dei mutilati con i loro sorrisi colmi di pazienza sembrano dire: «Sono ancora qui, respiro ancora».

 

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