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Antonello, la distanza

Antonello da Messina
Palermo –  Palazzo Abatellis
A cura di Giovanni Carlo Federico Villa
Sino al 10 febbraio 2019

All’ingresso compare l’Annunciata, compare la calma potenza del sacro, dove la sacralità non è della Madonna ma della femmina che scruta, intuisce, sa, comanda. Compare la forza della geometria, del Νόμος, della distanza nella quale abitiamo e della distanza verso la quale andiamo. Tutti. La distanza della mano che allontana.
E poi i santi (Agostino, Gregorio, Girolamo), ritratti con una serietà, una dolcezza, una serenità che  quegli uomini non avevano, che è loro regalata dall’artista. Nella Madonna col bambino, san Giovanni, san Benedetto il movimento triadico degli sguardi (la ragazza è bellissima) crea un vortice tra l’opera e chi la osserva. Una spirale fatta d’oro e di luce, di καιρός che vibra alla distanza, della materia semprica, della vita e della morte, un vortice che coniuga nello spazio e nella mente il divino con l’umano. La Crocifissione è altezza, è verticalità, è il mare dentro cui lo spazio si immerge e dal quale emerge. Il Ritratto d’uomo è la malinconia di ogni distanza, il suo oltrepassarci mentre accade, l’abisso che confina con il niente. I frammenti del Polittico di San Gregorio per quanto distrutti sono ancora oro, sono sguardi, profili e spazio, sono la distanza delle rovine. Nella Annunciazione una colonna posta a due terzi dell’opera crea la distanza tra l’angelo e la donna, genera lo spazio, stabilisce i ruoli, fugge e poi ritorna. Al centro un tessuto bianco incentra  dentro sé la luce.
In alcune di queste opere brulicano i particolari sullo sfondo, vivono le esistenze, accade il mondo. Particolari minuti ma compiuti, distanti e perfetti.
E infine il Ritratto d’ignoto, l’identità nella differenza. Come infatti scrisse Leonardo Sciascia, questo volto somiglia a tutti e a nessuno, somiglia e basta. Somiglia alla conoscenza, somiglia alla filosofia che guarda l’abisso e non trema anzi sorride. L’incomparabile siciliano ritratto in questo quadro sembra pensare e dire «vo’ pighiari pu culu a mia? Futtiti!» ma non è detto a un umano, è detto alla morte. L’ignoto è tutta la distanza, è ogni distanza, è la distanza stessa, è la morte redenta. Finalmente. La morte che non c’è, la materia che è qui. La materia che noi siamo, la materia che diventa gli ori, gli sguardi, le diagonali, la tela, il colore spalmato su di essa. La materia sempre identica, sempre diversa, sempre immanente e sempre distante. Antonello è questa distanza, è questa luce.

KRGR

KRGR. Bob Krieger
Ricordi tra fotografia e arte

Milano – Palazzo Reale
Sino all’11 settembre 2011

 

Bob Krieger è nato nel 1936 ad Alessandria d’Egitto da padre tedesco che parlava inglese e da madre siciliana che parlava solo francese. Il nonno materno era un pittore napoletano. Le condizioni giuste per diventare un apolide. Così come apolide è l’ambiente della moda, al quale Krieger ha indirizzato un’attenzione costante e vincente, che gli ha consentito di diventare fotografo di riferimento di molte riviste del settore, di stilisti, del “bel mondo”, insomma. Un mondo al quale ha dedicato e dedica la sua capacità di ritrattista. Decine di queste immagini di donne e uomini noti costellano la mostra. Una loro caratteristica quasi costante è la presenza non soltanto del volto ma anche delle mani, collocate in una postura che amplia l’espressione del viso dandole una precisa direzione interpretativa. Il più intenso di questi ritratti è forse quello dedicato a un Indro Montanelli sconcertato, come se stesse guardando l’Italia contemporanea.

Al di là dei ritratti e delle fotografie di moda, Krieger ha realizzato immagini esplicitamente ispirate al mondo classico, con delle vere e proprie riprese della statuaria greca o della pittura neoclassica.  Negli anni più recenti sembra che la fotografia non gli basti più e Krieger inventa delle fotosculture nelle quali i corpi o delle loro parti -soprattutto gli occhi- sono posti dentro cornici molto elaborate. Così, ad esempio, in Start, dove un grande occhio rosso con delle pagliuzze dorate dentro la pupilla è inserito in una struttura ai cui angoli sono poste le immagini di alcuni tachimetri d‘automobile. Oppure Essere, nel quale l’immagine di un corpo che va sfumando e dal quale cola del rosso sangue è imprigionata dentro un filo spinato. Spesso, però, tali opere risultano di un gusto assai discutibile. I risultati migliori a me sono parsi invece alcuni nudi dai chiaroscuri potenti, tanto da farli somigliare a delle sculture. Tra questi, una fotografia dal titolo Penso.
L’impressione complessiva è quella di un talento notevole, posto al servizio di un mondo fatuo.

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