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Identità e differenza

Ora che con estrema lentezza ma anche con inevitabile parabola il più volgare politico italiano dell’età moderna va dissolvendosi, non bisogna dimenticare che parte dei suoi crimini sono stati e continuano a essere le guerre coloniali in Afghanistan, in Iraq e in Libia. La tragedia dentro la tragedia è che tali crimini sono stati e continuano a essere perpetrati con la complicità convinta del Partito Democratico e del centrosinistra in genere. E  persino con il sostegno di settori della sinistra radicale, come quella che parla in Micromega e nel Manifesto.

Il fardello dell’uomo bianco si espresse una volta sotto il sole trascendente del cristianesimo, poi nella freddezza dello scientismo positivista (del quale l’imperialismo sovietico è stato una potente variante), ora trionfa tramite la menzognera formula della “democrazia” e dei “diritti umani”. Ma si tratta sempre della stessa ossessiva volontà di uniformare il molteplice all’uno, si tratta della stessa mortale presunzione di rappresentare il valore e la verità unica del mondo. Io sono orgoglioso di essere europeo ma lo sono perché l’Europa è stata ed è la terra del tramonto della verità e non il luogo di un’identità dogmatica, che essa sia religiosa, scientifica o politica. Perché la pace sta nelle differenze.

 

Route Irish

di Ken Loach
(titolo italiano: L’altra verità)
Con: Mark Womack (Fergus), Andrea Lowe (Rachel), Johh Bishop (Frankie), Geoff Bell (Walker), Jack Fortune (Haynes)
Gran Bretagna-Francia-Italia-Belgio-Spagna, 2010
Trailer del film

Route Irish è il nome dato alla strada che collega l’aeroporto di Baghdad alla città. Qui Frankie è saltato in aria. Frankie era un contractor, un mercenario incaricato della protezione di uomini d’affari e altri privati. Era stato convinto ad andare in Iraq dal suo collega Fergus, col quale sin da ragazzo aveva condiviso ogni cosa. Fergus intuisce che dietro l’attentato che gli ha ucciso l’amico c’è qualcosa che non va. Frankie aveva fatto in tempo a fargli recapitare un cellulare che contiene il video di un attacco gratuito a un taxi iracheno da parte dei contractors, attacco che aveva sterminato una famiglia di civili. E dunque l’amico era stato attirato in una trappola per evitare che denunciasse l’accaduto; non si era «trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato» come affermano invece i proprietari dell’agenzia che li ha ingaggiati, i quali saranno loro -stavolta- a trovarsi nel posto sbagliato.

Non conosce sosta l’azione di questo regista nel documentare e denunciare le menzogne politiche. La mattanza che è la presenza in Iraq degli Stati Uniti e dei loro alleati viene raccontata coniugando -come sempre in Ken Loach- le storie personali dei protagonisti, in questo caso una profonda amicizia maschile, con gli eventi storici collettivi. Individui violenti, a volte disoccupati e altre disadattati o semplicemente sadici, vengono reclutati dagli eserciti ufficiali e da quelli mercenari e diventano -in Afghanistan, in Iraq, nel Nord Africa e ovunque arrivi il cancro americano- dei serial killer che nessun tribunale può perseguire, le cui azioni sono coperte dalla più completa immunità. Il risultato è l’orrore, come documentano anche questi video e il dolente e magnifico Redacted di Brian De Palma. Che la Nemesi colpisca gli assassini, loro sì terroristi.

L'uomo che fissa le capre

(The Men Who Stare at Goats)
di Grant Heslov
USA, 2009
Con: George Clooney (Lyn Cassady), Ewan McGregor (Bob Wilton), Jeff Bridges (Bill Django), Kevin Spacey (Larry Hooper)
Trailer del film

l_uomo_che_fissa_le_capre

Un giornalista con problemi coniugali cerca di entrare in Iraq per dimostrare alla moglie ciò di cui è capace. Incontra un militare che dichiara di essere un guerriero Jedi, membro di un reparto speciale che utilizza poteri paranormali ed è convinto che la guerra psicologica sia la migliore possibile. Ai due ne capitano di tutti i colori, sino all’inevitabile lieto fine.
Una troupe di attori di valore -e che comunque cercano di dare il meglio- per un filmetto da nulla, che sicuramente fa ridere e che esprime anche una certa critica alla inconcludente ferocia dell’esercito statunitense. Una sorta di imitazione dei fratelli Coen ma il risultato complessivo è una banale farsa.

Redacted

di Brian De Palma
Con Kel O’Neill (Gabe Blix), Ty Jones (Jim Sweet), Izzy Diaz (Angel Salazar), Rob Devaney (L’avvocato Mccoy), Patrick Carroll (Reno Flake), Mike Figueroa (Il sergente Vazques)
USA 2007
Trailer del film
Sito del film

redacted

In occasione delle presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2007, Natalia Aspesi così sintetizzava la vicenda che ha ispirato il film: «quel giorno del marzo 2006 quando a Mahmoudiyah, a 30 km da Bagdad, cinque soldati americani ubriachi irruppero in una poverissima casa e stuprarono a turno una ragazzina di 14 anni, poi le spararono in faccia e le diedero fuoco, dopo aver sterminato tutta la sua famiglia compresa una sorellina di 6 anni». Un episodio, tra i tanti di questa guerra, intorno al quale De Palma costruisce un film unico. Si tratta di una fiction che sembra un documentario costruito con filmati amatoriali girati dagli stessi soldati, spezzoni di telegiornali, video da siti islamici, conversazioni in chat tra i militari e i loro familiari a casa, l’inchiesta di una televisione francese. E tutto è insensatezza, noia, sadismo, crimini efferati contro le persone più indifese perpetrati in nome dei Diritti dell’Uomo e di «Grimilde, statua della Libertà» (De André). Esplicito l’omaggio a Kubrick, con lo «Yes, Sir!» dei soldati, la funebre Sarabanda di Haendel che intesse Barry Lindon, il profondo disincanto sulla ferocia umana.

A due anni di distanza, il “rinnovatore” che oggi siede alla casa bianca fa molte chiacchiere ma sull’Iraq i fatti sono gli stessi della precedente amministrazione. In Italia, intanto, per questo film nessuna distribuzione nelle sale, nessuna recensione nei liberi telegiornali, nessuna indignazione dei moralisti democratici; solo la propaganda dei terroristi statunitensi e dei loro accoliti, solo la verità stuprata. E nessuna lapide, nessuna retorica, nessuna “Giornata della memoria” ricorderà le migliaia di vittime civili massacrate nei checkpoint, violentate nelle proprie case, bombardate nella loro terra. Lo farà -se sarà visto- questo film asciutto, coraggioso e terribile, che si chiude proprio con una sequenza di foto intitolata Collateral Damage. Gli effetti collaterali della hybris statunitense, della tracotanza del potere.

The Hurt Locker

di Kathryn Bigelow
USA, 2008
Con: Jeremy Renner (Sergente Maggiore William James), Anthony Mackie (Sergente JT Sanborn). Ralph Fiennes (Caposquadra mercenari), Guy Pearce (Sergente Matt Thompson), David Morse (Colonnello Reed)
Trailer del film

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Un gruppo di artificieri statunitensi opera nell’Iraq ridotto a una landa desolata. L’ultimo arrivato è il sergente William James, un uomo che sembra non temere nulla e che affronta in modo persino incosciente i rischi più gravi. Tra sentimenti opposti -cinismo, sentimentalismo, solitudine e cameratismo- la guerra diventa una vera droga che divora tempo, vite, affetti.

Tecnicamente molto buono, capace sempre di spingere e tenere la tensione al punto giusto, il film di Kathryn Bigelow riconosce apertamente il fatto che l’esercito e la cultura statunitensi sono oggetto di ripudio e di odio da parte delle popolazioni sottomesse. Questo plausibile sfondo politico si articola tuttavia in una narrazione “privata” che rimane troppo patriottica. Su tutto, comunque, domina l’insensatezza, l’addiction della morte.

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