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Gestaltpainting

Turner
Opere della Tate 

Roma – Chiostro del Bramante
A cura di David Blayney Brown
Sino al 26 agosto 2018

«Indistinctness is my forte», l’indeterminatezza è il mio forte, disse Joseph Mallord William Turner (1775-1851). E in modo sempre più libero e tenace l’artista transitò dalla densità delle opere giovanili alla progressiva rarefazione della forma, dei contorni, dello spazio.
La sua fonte naturale fu la luce, che riteneva -come Goethe e contro Newton- non scaturisca dai colori ma, al contrario, che i colori consistano in una progressiva, diversa e molteplice rarefazione della luce, che consistano nel suo incontro con l’oscurità.
La fonte estetica di Turner fu l’opera di Claude Lorrain. La pienezza cromatica e materica del pittore francese si rarefà anch’essa nel trionfo della forma. Se sempre la pittura -e in generale l’arte- è forma, questa verità diventa in Turner evidenza, tratto, trasparenza, colore, luce. Si fa consunstanziale alla tela, diviene materia formata, si fa aristotelica.
Al modo della Gestaltpsychologie Turner crea una Gestaltpainting, dentro la quale la natura cangiante e vorticosa della luce è talmente astratta, interiore e universale da aver generato l’Impressionismo e gli impressionisti e aver profondamente inciso su Rothko, Turrel, Twombly, Eliason e, direi, su tutti coloro che hanno dipinto dopo di lui.
La luce di Turner è ospitata in questi mesi negli intimi e raffinati spazi del Chiostro del Bramante, a Roma. In essi parla e vince un’arte per la quale la forma è flusso, il colore è fiume, la pittura è tempo. Un’arte eraclitea e magica nel senso indicato da un critico dell’epoca, il quale affermò che Turner aveva la capacità di controllare «gli spiriti della Terra, dell’Aria, del Fuoco e dell’Acqua». Dell’acqua luminosa e risbaldente nella quale la pittura di Turner è immersa.
Qui sopra si può vedere una riproduzione di A Wreck, Possibly Related to ‘Longships Lighthouse, Land’s End’ (ca. 1834). L’immagine digitale non restituisce -non può- ciò che si percepisce stando davanti a queste macchie nelle quali la roccia e il mare hanno smesso di costituire un concetto del linguaggiomente umano e tornano alla pura materia che sono. 

La vita vera

Adieu au langage
di Jean-Luc Godard
Svizzera, 2014
Con: Héloise Godet (Josette), Richard Chevallier (Marcus), Kamel Abdeli (Gédéon), Zoé Bruneau (Ivitch)
Trailer del film

Si è liberi quando si può esprimere senza esitare ciò che si pensa. Quando timori, pudori, calcoli non servono più e si diventa -se si ha qualcosa da dire- un puro distillato della vita, si diventa forma.
Questo è Godard, oggi. Immagini tagliate, talvolta senza piedi, senza testa. Corpi che si slanciano, si denudano, si allontanano, si affrancano, si raccolgono. Un cane che accompagna il divenire come la sua anima più vera. E nel suo sguardo diventa puro cinema. Una nave che attracca tante volte allo stesso molo. Un uomo che fa la cacca mentre parla con la sua ribelle compagna. Neve e primavera. Note ottocentesche e canti del Sessantotto. I colori cangianti come se in pochi secondi trascorressero stagioni. La politica che invade ogni anfratto della vicenda, che la surclassa e insieme la disvela. L’animalità che ritorna, travolgente, a vincere l’umano. L’essenziale, il gioco. Al di là del linguaggio c’è la filosofia, c’è la vita vera.

Movimento, ala, piega

Arnaldo Pomodoro
Milano – Palazzo Reale
Sino al 5 febbraio 2017

La Piazzetta Reale fa da premessa con il Pietrarubbia Group, un insieme scultoreo che indica la memoria dei luoghi dove siamo nati, il loro trasformarsi accanto e contro di noi, il tempo delle pietre diventate bronzo. Entrati nella magnifica e struggente Sala delle Cariatidi si viene accolti dalla Grande tavola della memoria, una parete che racconta storie, vicende, drammi, guerre, dialoghi filosofici, teoremi matematici.
Poi le forme geometriche iniziano a vibrare. Colpite da luci riverberano luce. Le porte del mondo schiodate inchiodano la materia al suo fluire. Verticalità, orizzontalità, diagonali, rette, segmenti, tangenti, sfere, ellissi. La materia e lo spazio si raggrumano in stele arcaiche, in sfere sacre. Il ferro, il bronzo, il cemento, diventano movimento, ala, piega.
Dentro la sfera perfetta ma anche spezzata, ferita, consumata, perforata, si esprime il dramma di una modernità che anela al mito e deve accontentarsi della forma. «Nello stesso atto mi libero di una forma assoluta. La distruggo. Ma insieme la moltiplico» ha scritto Pomodoro. È così che dentro la materia splende senso, si dà Luce. La visione di Platone, una volta tanto, non è esatta: la Bellezza, infatti, è insieme ideale e materica.
Arnaldo Pomodoro e Ivan Theimer sono due forme greche infisse nella contemporaneità.

Sul libro

bbook, materia e forma
in Aa. Vv., Immaginifico, a cura di Alessandro Curioni
Fast-Press, Monza 2016, pp. 23-29

bbook

Il bbook è il rotulus/volumen che rinasce quasi magicamente dalle tecnologie contemporanee: trasparente, sospeso, conservabile in uno scaffale. Il suo ideatore, Alessandro Curioni, ha pubblicato un libro-catalogo che ne illustra significato, genesi, sostanza. Mi ha chiesto di contribuirvi con una riflessione teoretica sul meraviglioso oggetto che teniamo ogni giorno tra le mani e sulla sua evoluzione nel bbook.
Lo ringrazio per avermi permesso di pubblicare qui il pdf integrale del mio testo.

 

Brianza

Carlo Emilio Gadda
LE BIZZE DEL CAPITANO IN CONGEDO e altri racconti
A cura di Dante Isella
Nuova edizione riveduta
Adelphi, 2007 (1981)
Pagine 258

Quello della Brianza è un eterno ritorno nelle pagine di Gadda. Torna torna «questa terra felice, denominata Breanza» (p. 13), con i suoi improbabili ma realissimi villini, ville, villette; con i proprietari commendatori e sciuri che abitano le loro terrazze «da far prendere adeguato fresco, in su le belle sere estive, a loro coglioni spalancati» (14). In questa terra le costruzioni umane hanno distrutto l’armonia e impresso nello spazio «una sorta di mancamento della propria anima di popolo» (17). In queste lande e simili può trionfare la struggente ingiustizia narrata nella Passeggiata autunnale (1918, la prima prosa narrativa di Gadda) o può affacciarsi l’«anima ancor fervida di puerile bontà e di altri sentimenti elevati, ma inverosimilmente inutili» (70). Nelle città, invece, si accalca «una folla, solita a deprecare la pessima organizzazione del mondo» e che però il mondo «lo percorreva allegra» (74). Folla che si spinge e si odia al tumultuoso ingresso nei cinema ma che iniziato il film sembra trasfigurarsi nell’incanto del silenzio, dove a parlare è il sogno: «Nella tenebra liberatrice in cui piombammo ad un tratto, ogni urto fu attenuato e il boato delle passioni umane vaniva. I silenti sogni entrarono così nella sala» (84).
Su tutto questo, sui pochi sensati e sui tanti stolti, su tutti tutti gli umani così ben impegnati da millenni «a voler rimanere abbarbicati alla meravigliosa crosta terrestre» (36) piomba il tempo a cancellare i finti assi e «ogni finta grandezza e ne rimane lo scalcinato muriccio» (16), piombano le bizze del capitano «contro Semiramide, lo sciacquone, i cilindri zincati, l’architetto Gutierrez e il fisico Wollanston» (33).
Tra gli otto racconti tristi e irati, assatanati e poco umanistici, emerge l’ultimo –L’interrogatorio (1946)- che è un intero capitolo, il IV, espunto dal Pasticciaccio brutto de via Merulana, espunto per ragioni di suspense, poiché troppo anticipava e diceva di come sarebbe andata la vicenda. E qui il godimento del lettore è totale. Qui torna e trionfa una lingua plebea ed espertissima, sanguigna e dolente, schopenhaueriana e napoletana. Lingua nella quale «il Merda» (Mussolini) si mescola ad «occhi, di già malinconici, bellissimi» che «smorirono a un tratto, spenti come da un disperato incanto…» (159). Poco dopo la faccia proprietaria di quegli occhi «sembrava la figura dell’interrogazione: di mano d’un manierista coi fiocchi…» (182).
L’imputato, all’inizio reticente, parla e nei suoni sbrodola un’antologia delle assurdità del mondo: «L’accattoni se sa che so tutta na camorra…» (176); alcune donne «de quelle…ch’oggi, poi, so’ dde moda…che de quand’in quando preferischeno de sonà la ghiatarra intra de loro…» (175); i ragazzini che «ce so’ pure loro a sto monno: e de li regazzini…chi tee sarva?…» (188); i rimorsi che con il loro aspro mordere «gli pullulavan fuori da ogni borro dell’anima, gli rotolavano sull’anima i loro ciottolacci» (167). E i tessili ed enigmatici «mestrui della Gran Madre» che «le tingevano di nero infino le mutande, allora, contro ogni mestruale previsione» (167), affermazione che una nota chiarisce -diciamo così- in questo modo: «In anni che si ponno collocare tra il 1924 e il 1928 si diffuse in Europa la moda della non dirò biancheria ma lingeria color nero. […] Detta moda cadde quant’altre opportuna sulla bambinesca totalitarietà dei razionali e dei fedelissimi di provincia nostra: inquantoché le mutande nere: primo le ti confermano e le ti bollano la fede nera su i’ ddidietro ed eventualmente su qualche altro pezzo di pelle, cooperandovi gli estivi essudati: e poi ancora: quegli che s’è dato a credere, obbedire, combattere, non deve mutarsele a ogni piè sospinto, come accade fare delle liliali» (167-168).
Puro linguaggio, soltanto forma, questo è la letteratura. Nessun messaggio, nessuna morale, nessun concetto che non scaturisca dalla forma, che non sia forma.

Al di là della forma

Mr. Turner
di Mike Leigh
Gran Bretagna, 2014
Con: Timoty Spall (Turner), Dorothy Atkinson (Hannah Danby), Paul Jesson (William Turner), Marion Bailey (Sophia Booth), Lesley Manville (Mary Somerville)
Trailer del film

turner«Il signor Turner ha definitivamente preso congedo dalla forma», osserva scandalizzata una signora. Esattamente. E lo ha fatto tramutando la pittura in una «cosa mentale», come già sapeva Leonardo Da Vinci, facendo del colore la materia stessa del mondo e trasformando il vortice cromatico nello spaziotempo in cui la mente è immersa.
 Il film inizia con due contadine che avanzano dentro un tramonto, per poi lasciare spazio a Turner che lo dipinge. Continua narrando le passioni e i conflitti femminili, i rapporti con gli altri artisti inglesi, l’affetto per il padre, la dedizione totale alla pittura, sino a farsi legare all’albero di una nave in tempesta per poter vedere gli elementi scatenarsi e così restituirne la forza. Il cattivo carattere di quest’uomo era una corazza, dietro la quale emergono una sensibilità e una pietà profonde, capaci di rifiutare un’enorme somma per lasciare invece le proprie opere alla fruizione gratuita di chiunque volesse goderne.
Turner era inquietato dalla nuova invenzione che si andava affermando: la macchina fotografica. Ma sbagliava. Quell’invenzione era già nella sua opera, poiché Turner crea un’arte che si pone subito ben al di là di ogni raffigurazione, di qualsiasi realismo. E in questo modo svela uno dei segreti della pittura: raffigurare ciò che non esiste.

Archetipi

Alberto Giacometti
Galleria d’Arte Moderna – Milano
A cura di Catherine Grenier
Sino al 1 febbraio 2015

Il vero simbolismo è questo, perché il simbolo non può mai essere interamente rappresentabile, la sua purezza dipende dalla sua astrazione. Il vero simbolismo è questo perché affonda in culture selvagge, arcaiche, primitive, le stesse in cui si radicarono le forme di Picasso e Modigliani. Un artista è chi sa cogliere gli archetipi, che stanno ovunque nello spazio e nel tempo, e li trasforma in visibile materia, in toccabile materia, in udibile materia.
Alberto Giacometti ne percepisce il vibrare e ha la pazienza di imparare a decifrarlo alla luce della grande pittura italiana edGiacometti_Annette_1960 europea. A testimoniarlo sono le copie che trasse da Raffaello, Giotto, Tiziano, Masolino, Dürer, Rembrandt, Cézanne. Dagli altri artisti e dagli archetipi Giacometti imparò la verticalità, il vuoto, le forme raggrumate nello spazio, come quelle che costituiscono La radura; imparò a generare modelli platonici che potrebbero stare ovunque, potrebbero stare sempre. Annette seduta nell’atelier è come in Bacon una figura ieratica e insieme materica. La Grande Donna IV è una divinità, un Giacometti_Uomo_seduto_1965totem, un idolo potente, inquietante, protettivo. L’Uomo seduto -una delle opere sue ultime- è disseccato, è fatto di tracce di una carne divenuta immortale.
Giacometti seppe togliere e levare dalla materia, per ritrovarla intatta, magnifica.

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