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Il mare

La tartaruga rossa
(La tortue rouge)
di Michaël Dudok de Wit
Francia-Belgio 2016
Trailer del film

Un uomo fa naufragio su un’isola. Non si sa chi sia né da dove venga. È da solo e cerca di fuggire subito dall’isola con una zattera. Ma qualcosa ogni volta la distrugge. È una grande tartaruga rossa. Disperato e avvilito, l’uomo aspetta sulla spiaggia. La tartaruga si avvicina, ormai debole e malata. Lui la lascia morire. Dopo alcuni giorni dal carapace esce una fanciulla. La reciproca diffidenza fa spazio all’incontro, alla condivisione, a un figlio che, cresciuto, prenderà la via del mare insieme ad altre tartarughe. Sino a quando il ciclo vitale dell’uomo si compie e la creatura marina potrà tornare al suo destino.
Una favola animata con disegni semplici e insieme raffinati, con bei colori materici e interiori, con il coraggio di un silenzio nel quale gli umani non dicono nulla e si viene avvolti dai suoni dell’isola e dell’oceano.
La solitudine, la materia, la vita, la morte, cielo e terra, divini e mortali, l’inevitabile.

[Photo by Matt Holmes on Unsplash]

Luna

Sicilian Ghost Story
di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza
Italia, 2017
Con: Julia Jedlikowska (Luna), Gaetano Fernandez (Giuseppe), Sabine Timoteo (madre di Luna), Vincenzo Amato (padre di Luna), Corinne Musallari (Loredana), Filippo Luna (U’ nanu)
Trailer del film

Un film tenero e truce come l’Isola. Feroce e solare come lei. Antico e crudele come questa Terra «che una volta era piena di dèi», afferma Nino, che insieme a Loredana è l’unico ad aiutare Luna nella ricerca di Giuseppe. Sono tutti tredicenni. Il ragazzo è sparito. Figlio di un mafioso che ha iniziato a collaborare con i giudici, Giuseppe è stato rapito da altri infami che in questo modo vogliono far tacere il padre. Ma Luna è perdutamente innamorata e lo cerca, lo sogna, lo incontra, lo tocca, con lui muore e con lui risorge. La storia di mafia -quella del sequestro e dell’omicidio di Giuseppe Di Matteo– è trasfigurata in una dimensione favolistica e simbolica che genera un effetto straniante e terribile.
I cani, i cavalli, le civette tornano a essere fondamentali testimoni della violenza umana, presenza tra di noi di entità numinose, implacabili e sagge. Il tempo si dilata e si contrae seguendo i ritmi delle forze invisibili che guidano gli eventi al loro destino. Lo spazio si allarga in un grandangolo che genera sospensione e attesa di quanto sta per scatenarsi sulla fragile energia della vita. Luna sogna e insieme agisce. Sognando incontra il fantasma di se stessa dentro l’acqua e quello di Giuseppe dentro i boschi. Agendo ritorna sempre allo spessore più tenace del dolore, come accade ogni giorno nella vita. La presenza maestosa e potente della terra, delle foglie, dei fiumi, del vulcano, trasforma la Sicilia in un incanto tremendo di pianto. Il finale aperto e volutamente ambiguo offre lacrime e sorrisi che non riscattano ma rendono la favola un sospiro.
Ci sono due momenti, però, nei quali il mare, lo spazio e le pietre diventano forma e promessa della luce. È quando d’improvviso appaiono le colonne di Selinunte, dei suoi templi che sfidano ogni male e ci proteggono. La vicenda d’amore e di barbarie conquista in questo modo la sua calma. E ci dice che siamo polvere sparsa nella gloria, in quest’ «aiuola che ci fa tanto feroci» (Paradiso, XXII, 151).

Malinconia / Sadismo

Lo chiamavano Jeeg Robot
di Gabriele Mainetti
Italia, 2015
Con: Claudio Santamaria (Enzo), Luca Marinelli (Zingaro), Ilenia Pastorelli (Alessia), Antonia Trupo (Nunzia)
Trailer del film

Enzo fugge dai poliziotti tra i vicoli di Roma. Si nasconde nel Tevere ma uno dei bidoni sui quali poggia si rompe e lui vi precipita dentro. Quando ne riemerge è sporco di una sostanza viscida, nera. A poco a poco si accorge di aver acquisito una forza fisica davvero fuori dell’ordinario. La dovrà utilizzare per difendere Alessia -la sua vicina fragile e bambina, che pensa di vivere nel mondo dei cartoni animati giapponesi- dalle insidie di un gruppo di criminali guidati dallo Zingaro. Alessia gli ripete di continuo che lui è il supereroe Jeeg Robot e la sua missione è salvare l’umanità.
Una favola che ripete l’antico scontro tra il bene e il male ma nella quale per fortuna il ‘buono’ è un piccolo bandito dalla vita squallidissima, che si muove nel mondo con uno sguardo spento, malinconico e sperduto. I cattivi sono davvero cattivi, specialmente lo Zingaro, un autentico sadico. I poliziotti sono ambigui e su tutto domina il bisogno mediatico di farsi conoscere, di diventare ‘famosi’ con la televisione, con i video, con youtube.
Lo chiamavano Jeeg Robot deve gran parte della sua efficacia a Claudio Santamaria e a Luca Marinelli. I due attori, infatti, riescono a dare plausibilità a una storia così lontana dal tessuto reale dei giorni. Come sempre, lo stile è il film. E qui lo stile non è banale.

Archetipi / Il Doppio

Il racconto dei racconti
di Matteo Garrone
Italia-Francia-Gran Bretagna, 2015
Con: Salma Hayek (Regina), Christian Lees (Elias), Johan Lees (Jonah), Franco Pistoni (negromante), Toby Jones (Re), Bebe Cave (Viola), Guillaume Delaunay (L’orco), Vincent Cassel (Re), Shirley Henderson (Imma), Hayley Carmichael (Dora), Stacy Martin (Dora ringiovanita).
Trailer del film

racconto_dei_raccontiNel cuore dei Seicento Giambattista Basile scrive il suo Cunto de li cunti overo lo trattenemiento de peccerille ma non è ai bambini che si rivolge il film che Matteo Garrone ha costruito traendolo da tre delle 50 fiabe del libro di Basile: La reginaLa pulceLe due vecchie.
Una regina desidera a ogni costo il figlio che non arriva. Si affida a un negromante che fa nascere da lei un bambino gemello di un altro concepito da una serva. Il legame tra i due fratelli è più forte di quello verso la madre. Un re ha passione soltanto per la sua pulce e dà con leggerezza la figlia in sposa a un orco. Un altro re, che si accoppia senza posa, si innamora di una voce, che in realtà è quella di due anziane laide. Quando se ne accorge diventa furioso, sino a che una delle due gli ricompare davanti giovane e bellissima. Ma per quanto tempo?
È nel bosco, naturalmente, che gli enigmi si sciolgono rimanendo tuttavia sempre il labirinto nel quale la regina insegue il figlio avuto dal cuore del drago. Quale drago? Quello delle passioni umane più cupe e più profonde. Quello del possesso dal quale ogni amore scaturisce e a cui ogni affetto si riconduce. Il Figlio è parte del corpo della Madre, al di fuori di esso non può neppure essere concepito. Il Re vorrebbe che la Figlia rimanesse sempre accanto a lui, come la pulce che alleva in segreto. Questo padre all’apparenza così innocuo è tanto orco quanto l’Orco al quale alla fine la consegna. Il corpo della femmina è l’ossessione di un giovane Re, purché sia un corpo giovane e splendente. Il tempo che va e viene nel corpo della vecchia/giovane Dora è l’inganno oltre il quale gli occhi del sovrano non sanno vedere. E quando vedono è l’orrore.
Il Doppio è una cifra della favola. I due gemelli sono nati da madri differenti ma risultano indistinguibili persino agli occhi delle loro genitrici. Il Padre e l’Orco si scambiano l’animalità che li intesse. Le due vecchie sorelle sono disposte entrambe a qualunque atroce lifting pur di negare la potenza del divenire.
L’ente che si sdoppia, l’ente che vorrebbe tornare al luogo originario nel quale il labirinto dell’esistere era la Lichtung, la luce aperta dello spazio senza entropia. L’ente che vorrebbe fare dell’Altro, della differenza e dell’alterità una parte, un riflesso, uno sguardo di se stesso, unico, solitario, signore del tempo e dello spazio. Ma l’umano è una solitudine identitaria che può vincere il suo gelo soltanto al calore della differenza. Anche questo dicono gli archetipi che intessono i racconti di ogni popolo e che li rendono così lontani e insieme così vicini, vicini sino all’inquietudine.
Il genere fantasy è qui pura superficie, pretesto. Questa è un’opera totalmente carnale, è un film assolutamente tragico.

Fantasy

Il ragazzo invisibile
di Gabriele Salvatores
Italia-Francia, 2014
Con: Ludovico Girardello (Michele), Valeria Golino (Giovanna), Christo Jivkov (Andreij), Noza Zatta (Stella), Fabrizio Bentivoglio (Basili), Assil Kandil (Candela), Vernon Dobtcheff (Artiglio), Ksenia Rappoport (Yelena)
Trailer del film

ragazzo_invisibileMichele è vessato da alcuni compagni di scuola e del tutto trascurato dalla ragazzina che ama. Il culmine dell’umiliazione è raggiunto durante una festa alla quale si presenta mascherato da ‘supereroe cinese’, vale a dire con un vestitino ‘color dissenteria’. Chiede dunque al destino di renderlo invisibile. Viene esaudito e si diverte allora a prendere qualche piccola vendetta. Ma la straordinaria facoltà che ha acquisito non dipende dall’abito cinese. Michele fa parte di un gioco molto più complesso, che coinvolge divisioni segrete russe, spie e guerre fredde. Tutto questo però è immerso in un clima assolutamente casalingo, tra madri poliziotte, compagni bulli o grassottelli, psicologi sprovveduti e saccenti.
Rivolto non si sa bene se agli adolescenti o agli adulti, Il ragazzo invisibile può piacere a entrambe o a nessuna delle due categorie. Risulta molto didascalico in alcune parti e raffinato in altre, rimanendo comunque sempre ironico. A me è sembrato piacevole da seguire, come accade con tutte le fiabe ben costruite. Da non perdere i titoli di coda.

Alla fine della fiaba

Quando meno te lo aspetti
(Au bout du conte)
di Agnès Jaoui
Con: Jean-Pierre Bacri (Pierre), Agnès Jaoui (Marianne), Arthur Dupont (Sandro), Agathe Bonitzer (Laura), Benjamine Biolay (Maxime Wolf), Valérie Crouzet (Eleonore), Dominique Valadié (Jacqueline)
Francia, 2013
Trailer del film

Laura fa un sogno: dopo essersi smarrita in un bosco, e sempre più impaurita dal calare delle tenebre, incontra un angelo che le indica il ragazzo che la salverà. Qualche giorno dopo, a una festa durante la quale si annoiava molto, vede all’improvviso uno sconosciuto sotto la statua di un angelo. Amore a prima vista ma lui a mezzanotte deve scappare. A Laura rimane una scarpa in mano e tanto desiderio di rivederlo. Lo incontra, infatti, e sembrano avviati verso il matrimonio tra lei -figlia assai ricca di un industriale- e Sandro, musicista di talento e squattrinato. Sino a che, però, in un parco parigino Laura incontra Maxime Wolf -il cui cognome è naturalmente un programma- che la seduce e la allontana dal ragazzo. Non è l’unica storia la loro. Vi si intrecciano le complicate relazioni tra genitori sposati e separati, zie, compagne e bambini. In particolare Pierre, padre di Sandro, è perseguitato dalla profezia di una zingara che gli ha comunicato la data in cui morirà.
Jung ha ragione a individuare nelle fiabe alcuni degli archetipi profondi della psiche umana. Anche l’immaginario cinematografico le ha sempre utilizzate, in maniera più o meno esplicita. Lo fa Agnès Jaoui intersecando Cappuccetto rosso, Cenerentola, Biancaneve in una commedia all’inizio molto banale ma che poi migliora e prende quota sino a intrecciare l’amore con la morte -antichissima struttura-, il successo con l’amicizia, l’arte con la fedeltà. Il finale è lieto ma non al modo che ci si sarebbe aspettati. E su tutto aleggia l’umorismo e il dramma del personaggio del padre, altra ancestrale figura della mente.

 

Il cinema/mente

Hugo Cabret
di Martin Scorsese
Con: Asa Butterfield (Hugo), Ben Kingsley (George Meliès), Chloe Moretz (Isabelle), Sacha Baron Cohen (Ispettore ferroviario), Helen McCrory (Mamma Jeanne), Jude Law (il padre di Hugo), Michael Stuhlbarg (René Tabard), Ray Winstone (zio Claude)
Ispirato a La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, di Brian Selznick
USA 2011
Trailer del film

 

Anni Venti del Novecento. Dall’alto del panorama parigino e delle magnifiche luci che lo intessono si scende vorticosamente verso Gare Montparnasse. Tra il brulichio della stazione si muove Hugo Cabret, un ragazzino senza famiglia, il cui padre orologiaio è morto prima di riuscire a riparare uno strano automa capace di scrivere. Hugo vive tra i meccanismi del grande orologio della stazione e ha l’obiettivo di far funzionare l’automa, convinto che in esso stia racchiuso l’ultimo messaggio del padre. Per questo ruba piccoli ingranaggi da un negozio di giocattoli, fino a che il proprietario lo scopre e gli porta via il taccuino di appunti del padre. Quest’uomo, però, è George Meliès, il primo grande regista di film fantastici, che dopo il grande successo della Belle Époque è ora caduto in disgrazia. I rapporti tra Meliès, l’automa, il padre, delineano la favola di questo film il cui profluvio di effetti illusionistici è una cosa sola con la trama.

«Il tempo è tutto» dichiara lo zio Claude, anch’egli orologiaio. Il cinema è l’immagine-movimento (Deleuze) mediante la quale il passato ritorna ogni volta che lo vogliamo, l’immaginazione produce il mondo, il presente del singolo fotogramma è inseparabile dal movimento che lo trascina, esattamente come l’istante è inseparabile dal fluire dell’avvenire-essente stato-presentante. Eventi, sogni, fantasie, favole, timori, progetti, si fanno sullo schermo realtà, diventano un flusso di coscienza iconico che è capace di superare d’un balzo enormi distanze spaziotemporali o di racchiudersi per lungo tratto nello scrigno del presente. Il cinema è metafora e incarnazione della psiche, della sua distensio, della struttura anche costruzionistica e non soltanto rappresentativa della mente temporale.

Il nome

Cena tra amici
(Le prénom)
di Alexandre de La PatellièreMathieu Delaporte
Con: Patrick Bruel (Vincent), Charles Berling (Pierre), Judith El Zein (Anna), Valérie Benguigui (Élisabeth), Guillauma De Tonquedec (Claude), Françoise Fabian (Françoise)
Belgio-Francia, 2012
Trailer del film

 

Parigi. È Vincent che racconta. Sta per recarsi a cena dalla sorella Élisabeth e dal cognato Pierre, due intellettuali di sinistra molto attenti alla correttezza politica. Ci sarà anche Claude, musicista e amico d’infanzia della famiglia. Arriverà poi Anna, moglie di Vincent, il quale è un affermato e ricco agente immobiliare. Anna è incinta. Tra uno spuntino e una battuta, qualcuno chiede che nome daranno al bambino. La risposta scatena una vera e propria guerra che scontro dopo scontro, ricordo dopo ricordo, accusa dopo accusa, farà emergere piccoli e grandi segreti di tutti.

Il titolo originale è Il nome, l’unico titolo possibile per un film di grande intelligenza, benissimo recitato, nel quale si ride molto andando in profondità nell’analisi della natura umana e dei pregiudizi contemporanei. Viene giustamente preso in giro il politicamente corretto, che negli Stati Uniti è una vera e propria religione e che rischia di estendersi anche all’Europa. Il nome scelto da Vincent e da Anna per il loro bambino è infatti insostenibile agli occhi di chi ritiene che le parole non debbano mai alludere a qualcosa che potrebbe suscitare il risentimento di qualcuno. Il risultato di una simile sciocchezza sarebbe naturalmente il silenzio, come Vincent ha buon gioco a mostrare elencando tutta una serie di altri possibili nomi.
Il politicamente corretto è quella forma di bigottismo che induce a condannare quasi tutte le fiabe -ad esempio, Cappuccetto rosso sarebbe offensivo verso i lupi e quindi verso gli animalisti (ricordo che sono vegetariano e animalista convinto)-, a censurare moltissimi capolavori letterari -l’organizzazione “Gherush92” ha chiesto seriamente l’eliminazione della Divina Commedia dai programmi scolastici poiché l’opera è piena di «contenuti antisemiti, islamofobici, razzisti ed omofobici»-, a rivolgersi ai propri interlocutori collettivi nelle mail con espressioni quali “Care/i” oppure “Car*” per evitare di apparire maschilisti. E così via, in un progressivo trionfo della censura che non a caso nasce in una cultura intimamente conformista come quella degli Stati Uniti d’America (consiglio, a questo proposito, la lettura di Robert Hughes, La cultura del piagnisteo, Adelphi 2003).
Nelle sue scene più drammatiche questo film mostra come i più accaniti difensori del pudore semantico siano poi pervasi da sostanziali pregiudizi. Il tono tuttavia rimane sempre quello di una commedia assai divertente nella quale le parole si incrociano con geometrico sorriso e con ironica libertà.

Una favola politica

Miracolo a Le Havre
(Le Havre)
Di Aki Kaurismäki
Con André Wilms (Marcel Marx), Kati Outinen (Arletty), Jean-Pierre Darroussin (Monet), Blondin Miguel (Idrissa), Elina Salo (Claire), Evelyne Didi (Yvette), Jean-Pierre Léaud (L’informatore), Laika (la cagnetta).
Finlandia, Francia, Germania 2011
Trailer del film

Marcel Marx fa il lustrascarpe tra la stazione e il porto di Le Havre. Ama molto la moglie, con la quale conduce una vita assai modesta ma dignitosa, sino a quando lei si ammala gravemente ed è costretta a rimanere in ospedale. La polizia della città arresta dei clandestini provenienti dal Gabon. Uno di loro, il piccolo Idrissa, riesce a fuggire. Marcel lo accoglie e lo protegge, insieme con tutto il quartiere, spendendo per lui il proprio denaro e riuscendo così a farlo partire di nascosto per l’Inghilterra dove si trova la madre del ragazzo. Intanto Arletty, la moglie, al medico il quale le dice che «a volte i miracoli accadono» risponde: «Non nel mio quartiere». Ma non è detto.

Come sempre in Kaurismäki il film è sobrio, poetico, ironico e straniante. Il tema dell’immigrazione percorre ormai in modi diversi la cinematografia europea ma forse nessuno come il regista finlandese è in grado di cogliere la profondità di questa tragedia, data la sua lunga consuetudine con personaggi da sempre ai margini della città umana. Una tragedia che qui diventa anche paradossale, nella  quale il personaggio forse più bello è un commissario di polizia dall’aspetto truce ma che agisce in difesa degli ultimi. Le Havre è un film che dimostra come si possano creare delle favole molto lontane dai modi e dai canoni del tutto falsi e apologetici del cinema disneyano-hollywoodiano che da più di mezzo secolo ammorba l’educazione e le credenze degli europei, bambini o adulti che siano.

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