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El Paso

Il corriere – The Mule
di Clint Eastwood
USA, 2018
Con: Clint Eastwood (Leo Sharp), Bradley Cooper (Colin Bates), Dianne Wiest (Mary), Alison Eastwood (Iris), Taissa Farmiga (Ginny)
Trailer del film

Un attore, un regista, un cittadino statunitense e però capace di una eleganza, profondità e misura europee. Anche questo fa l’identità di Clint Eastwood, che offre il proprio corpo di ottantottenne alla vicenda di un floricultore che ha dedicato l’intera esistenza a una sola specie di fiore, che per questo ha trascurato moglie e figlia, che viene rovinato dal commercio on line e che, senza porre troppe domande a chi gli offre un nuovo lavoro, accetta di attraversare gli States da El Paso (Texas) a Chicago (Illinois). Migliaia di chilometri senza una multa, senza un problema. La merce che trasporta è cocaina, quintali di cocaina che lo rendono agiato tanto da finanziare gli studi e il matrimonio della nipote, la riapertura di un pub per reduci di guerra, il riacquisto della propria azienda. Sino a quando gli dèi glielo concedono.
Eastwood biasima il commercio su Internet, la patologia della connessione continua e della dipendenza dai cellulari, persino la violenza della polizia (in una scena molto significativa un automobilista latino fermato dai poliziotti dice per due volte «sono i cinque minuti più pericolosi della mia vita»). Chiama lesbiche le lesbiche, nigger i nigger e mangiafagioli i messicani. Un uomo, insomma, che può permettersi la libertà dalle buone maniere e dalle obbedienze politiche. Ma non è questa la cosa più importante. A fare di The Mule l’ennesimo classico di Eastwood sono il ritmo e la misura della narrazione. La vicenda è infatti ripetitiva e scontata ma il modo in cui viene raccontata scava nella miseria umana, nell’aggressività di questo animale e nella sua capacità di empatia. Anche tra criminali, anche tra la preda e il cacciatore.
Il corpo ormai piegato ma sempre bello di Eastwood detta la cadenza, el paso del racconto, lo rende lento, meditativo e a volte struggente, senza concedere troppo all’inevitabile sentimentalismo americano.
Il film si chiude su una battuta ovvia e sempre vera: «Con i soldi puoi acquistare tutto ma non puoi acquistare il tempo», il cui passo tranquillo e inesorabile è la vita stessa.

Rassegnato

Sully
di Clint Eastwood
USA, 2016
Con: Tom Hanks (Chesley “Sully” Sullenberger), Aaron Eckhart (Jeff Skiles)
Trailer del film

Chesley “Sully” Sullenberger vola da quando era ragazzo, è stato pilota di caccia in varie guerre, adesso è un esperto pilota civile. Una mattina di gennaio il suo aereo appena decollato da New York con 155 persone a bordo si scontra con uno stormo di uccelli, perdendo entrambi i motori. Le decisioni prese in pochi secondi -218 per l’esattezza- determineranno la differenza tra la vita e la morte. Andando al di là di procedure e regolamenti, Sully decide di escludere il ritorno all’aeroporto LaGuardia e di non accettare l’alternativa di uno scalo vicino. Decide di ammarare sul fiume Hudson. Una scelta imprevedibile che salverà tutti i passeggeri ma che lo sottopone a un’inchiesta molto insidiosa. Le simulazioni computerizzate sembrano infatti stabilire che l’aereo sarebbe potuto tornare in aeroporto. Le simulazioni. Non il fattore umano, che alla fine mostrerà la propria saggezza.
Eastwood e Hanks sono molto bravi a dare sobrietà al personaggio e alla vicenda. In questo evento realmente accaduto il 15 gennaio del 2009 tutto spingerebbe infatti verso l’enfasi, l’eccesso, lo spettacolare. E infatti le televisioni piombano come i soliti avvoltoi nella vita anche privata di Sullenberger. Ma il corpo e il volto di Hanks rimangono sempre misurati, trattenuti, interiori. Molto più dell’ammirazione del popolo o dei sospetti della commissione d’inchiesta, valgono gli incubi che accompagnano le sue notti.
L’ennesimo eroe solitario narrato da Clint Eastwood esprime ancora la fiducia del regista nel destino americano -una componente di retorica yankee è tanto ineliminabile dai suoi film quanto non condivisibile- ma qui è come temperata da una vera e propria rassegnazione nei confronti del fato. Si percepisce infatti che se il volo US Airways 1549 è riuscito a evitare un esito tragico lo si deve certo all’esperienza e all’autocontrollo del comandante Sullenberger e del suo equipaggio ma è dovuto anche e soprattutto all’imponderabile, all’invisibile, all’incomprensibile intreccio di circostanze. La fiducia verso la patria è diventata una fede negli eventi. Nasce da qui, probabilmente, la temperanza stilistica del film.

Οι Βάρβαροι

American Sniper
di Clint Eastwood
Con: Bradley Cooper (Chris Kyle), Sienna Miller (Taya Renae Kyle)
Usa, 2014
Trailer del film

kylefuneralChris Kyle è esistito davvero. Un texano ammaestrato dal padre a uccidere cervi, a ‘proteggere i suoi cari’ e a rimanere sempre fedele agli United States of America, qualunque ne sia la conseguenza, poiché «Our country! In her intercourse with foreign nations, may she always be in the right; but our country, right or wrong» (Stephen Decatur). Chissà perché questo principio sarebbe onorevole per gli statunitensi e per tanti altri e disonorevole invece per i nazionalsocialisti tedeschi, per i quali -appunto- la fedeltà alla Patria doveva rimanere il faro della propria vita, giusta o sbagliata che fosse l’azione della Germania e qualunque azione la Germania chiedesse ai suoi cittadini.
Amante della birra e dei rodei, a un certo punto Kyle decide che non soltanto la sua famiglia ma l’intera Nazione ha bisogno della sua protezione. Si arruola quindi nel temibile corpo dei cecchini professionisti e in Irak miete centinaia di successi (scilicet: morti ammazzati) in ogni strato della popolazione locale. Diventa così The Legend.
Di tale leggenda il film mette in scena le opere e i giorni, con il sentimento di chi -certo- sta facendo qualcosa di brutto ma lo sta facendo per un ideale necessario. Immagino che se la Germania avesse vinto la II Guerra mondiale avremmo visto qualche Eastwood tedesco mettere in scena le opere e i giorni di un Kyle teutonico. Clint Eastwood è naturalmente sempre bravo a raccontare; la sua adesione ai personaggi e alle situazioni è tale che -voglia o non voglia- l’orrore emerge anche da un film così decisamente patriottico, che si conclude con le immagini (reali) delle strade texane parate e lutto per i funerali dell’eroe.
Ucciso in guerra? Morto per salvare le genti irachene e americane? No, fatto fuori il 2 febbraio 2013 da un suo collega, un reduce che soffriva di disturbi da stress postbellico. Una morte ingloriosa e pienamente meritata per questo boia, degno rappresentante di una terra che il neurobiologo Ramachandran così descrive: «Come una singola cellula non può esistere senza i mitocondri simbionti, se fossimo allevati in una caverna dai lupi o in un ambiente del tutto privo di cultura (come il Texas) saremmo a malapena umani» (Che cosa sappiamo della mente, Mondadori 2004, p. 108). La fine disonorevole di questo personaggio mi ha fatto venire in mente un’espressione di Renzo Tramaglino: «A questo mondo c’è giustizia, finalmente!» (Alessandro Manzoni, I promessi sposi, cap. III).

Hoover, il potere

J. Edgar
di Clint Eastwood
USA, 2011
Con: Leonardo DiCaprio (J. Edgard Hoover), Judi Dench (Madre di Hoover), Armie Hammer (Clyde Tolson), Naomi Watts (Helen Gandy)
Trailer del film

J.Edgar Hoover fu direttore dell’FBI dal 1924 al 1972, data della sua morte. Lo rimase con otto presidenti degli USA. Basterebbe questo dato cronologico-politico per comprendere che quest’uomo fu tra i più potenti del Novecento, capace di trasformare una struttura investigativa secondaria in una macchina il cui funzionamento si basava sullo spionaggio, sul ricatto universale, sull’intimidazione, sulla violenza, sulla menzogna sistematica. I fascicoli riservati, da lui raccolti nella sua infinita carriera, divennero leggendari e anche se poi scomparsi influenzarono decisamente e a fondo la politica statunitense, interna ed estera. Hoover nutriva un autentico odio nei confronti di chiunque si ispirasse anche lontanamente alle idee socialiste, ai diritti civili, a principi di equità sociale. Una delle sue prime vittime fu l’anarchica Emma Goldman, una delle ultime Martin Luther King.

«Si, mamma», è questa una delle chiavi interpretative del film. Hoover non si sposò mai e sembra avesse tendenze omosessuali. La venerazione verso la madre, l’ubbidienza al suo intransigente moralismo religioso, vengono visti come la fonte primaria dei comportamenti di Hoover. Nel descrivere un simile personaggio, Eastwood si muove sul crinale tra i dati storici che ne rivelano sempre più il carattere perverso e la scelta di far prevalere il punto di vista del protagonista. La struttura del film è infatti a incastro, con Hoover anziano che detta le sue memorie e quindi racconta le azioni compiute e gli eventi vissuti. Li racconta, naturalmente, dalla sua visuale. Il tutto immerso in una tonalità cromatica e narrativa piuttosto fredda, che si ravviva in due scene: la violenta e appassionata dichiarazione d’amore tra lui e il suo principale collaboratore Clyde Tolson; la dettatura alla sua decennale segretaria e amica Helen Gandy di una lettera calunniosa scritta allo scopo di indurre Martin Luther King a rifiutare il premio Nobel per la pace. A intervalli regolari e implacabili emerge la figura della madre, un’autentica Erinni possessiva e adorante il figlio.
Qualcosa di funereo intride tutto il film.

Hereafter

di Clint Eastwood
Usa, 2010
Soggetto e sceneggiatura di Peter Morgan
Con: Matt Damon (George Lonegan), Cécile de France (Marie Lelay), Frankie McLaren (Marcus), George McLaren (Jason)
Trailer del film

All’improvviso può accadere che, mentre va a prendere qualcosa in farmacia per la madre, Jason -11 anni circa- venga investito da un furgone su una strada di Londra e lasci nella più completa desolazione il fratello gemello Marcus. All’improvviso può accadere che, mentre si trova in vacanza, Marie -un’affermatissima giornalista televisiva francese- venga travolta dallo tsunami che ha colpito l’Indonesia nel dicembre del 2004. L’acqua la circonda, la sovrasta, entra in lei. Con uno sforzo istintivo e assoluto, Marie riesce a risalire in superficie ma la carcassa di un’automobile la colpisce e torna a fondo. Diventa una delle migliaia di vittime, che i soccorritori tentano invano di rianimare. Un singulto però la scuote, l’acqua esce dai polmoni. È viva, torna a vivere. In quell’intervallo -secondi, minuti?- è rimasta sospesa e ha visto.

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Gran Torino

di Clint Eastwood
USA, 2008
Con: Clint Eastwood (Walt Kowalski), Bee Vang (Thao Vang Lor), Ahney Her (Sue Lor)

[Trailer]

Walt Kowalski vive da solo, dopo la recente morte della moglie, nel suo antico quartiere di Detroit, ormai invaso da famiglie asiatiche che lui odia; sentimento che sembra estendere all’intera umanità. Una gang perseguita i suoi vicini, costringendo uno dei loro ragazzi a tentare di rubare la Gran Torino, un’auto del 1972 di proprietà di Kowalski. Questo episodio dà però inizio a un rapporto diverso con “gli stranieri”. Nell’amicizia con Thao e con sua sorella Sue, il vecchio reduce cercherà e troverà il riscatto dalle atrocità commesse durante la guerra in Corea.

Complesso -al di là delle apparenze buoniste- e assai bello, Gran Torino sembra riassumere molti dei temi del cinema di Eastwood: la violenza, la guerra, la solitudine, la decadenza della società americana (espressa con evidenza nel vuoto esistenziale dei figli di Kowalski e dei suoi nipoti), la difficoltà ma anche la necessità delle relazioni umane. Il film vira dagli stereotipi etnici alla commedia sentimentale, dal comico alla tragedia. Forse con un salto un po’ brusco nella scena in cui Sue invita il vecchio a una festa in casa sua.  Sempre però con grande asciuttezza di mezzi cinematografici. E soprattutto Eastwood disegna, come regista e come interprete, un personaggio credibile nella storia, nell’espressione ghignante e triste del volto, nell’incedere del corpo, nei suoi gesti, il più significativo dei quali sono le mani che fingono di diventare una pistola…

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