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Les Misérables

Un affare di famiglia
(Shoplifters)
di Kore’eda Hirokazu
Giappone, 2018
Con: Lily Franky (Osamu Shibata), Kirin Kiki (Hatsue Shibata), Sakura Andô (Nobuyo Shibata), Mayu Matsuoka (Aki Shibata), Jyo Kairi (Shota Shibata), Miyu Sasaki (Juri).
Trailer del film

Vivono insieme, in uno spazio angusto del quale condividono tutto. Chiamano ‘nonna’ l’anziana affittuaria  della casa. Svolgono lavori saltuari e malpagati. E soprattutto fanno la spesa e prendono la merce di cui hanno bisogno senza pagarla. Sono shoplifters, ‘taccheggiatori’ come recita il titolo in inglese, ancora una volta più esatto di quello italiano.
In una sera d’inverno l’uomo e il ragazzo rientrano dall’ennesimo furto e trovano una bambina sola al freddo in un balcone. La portano a casa. Pur con qualche resistenza, alla fine tutti accolgono con affetto la piccola Juri, che nessuno sembra cercare.
Dall’inverno all’estate: tutti insieme al mare, come una vera famiglia. Ma quando il giovane Shota viene scoperto dai commessi di un negozio, comincia la dissoluzione di questa famiglia nata dal bisogno e non dal sangue. Una famiglia che appare come tante altre ed è unita molto più di altre. Morale, giustizia, illegalità, egoismi e slanci si fondono e confondono, come accade ogni giorno nella vita degli umani.
I grandi elogi che il film ha ricevuto dopo la Palma d’Oro ottenuta a Cannes nel 2018 sono probabilmente eccessivi ma un suo sicuro merito è mostrare senza sentimentalismi come nessuna norma morale o codice giuridico possano racchiudere ed esaurire lo spazio della vita. E mostrare come un Paese ricco e avanzato qual è il Giappone capitalistico del XXI secolo non sia in alcune sue pieghe così diverso dalla Francia ottocentesca descritta nei Miserabili  di Victor Hugo.
Un segno distintivo e costante di tale continuità è dato dalla fame. Non una fame inappagata, no, una fame sempre esaudita. Quasi in ogni scena i personaggi mangiano, sgranocchiano qualcosa, si nutrono. Continuamente. L’atavico bisogno di sopravvivere nutrendosi -questa necessità fondamentale di ogni corpo che sia vivo- sta da sempre a fondamento di ogni codice giuridico e di ogni norma morale. Perché sta a fondamento dei corpi animali che gli umani sempre rimarranno.

She, a Chinese

di Xiaolu Guo
Con Huang Lu, Wei Yi Bo, Geoffrey Hutchings, Chris Ryman
Gran Bretagna, Germania, Francia – 2009

sheachinese

Li Mei non si è mai allontanata dal suo villaggio nella Cina profonda. Fa piccoli lavori ed è oggetto di attenzione da parte dei ragazzi del paese. Il trasferimento in una delle rinnovate città cinesi dove crescono ovunque palazzi e grattacieli significa prostituzione ma anche il legame con un killer che morendo le lascia danaro sufficiente per coronare il sogno dell’Europa. A Londra, però, tutto sembra ricominciare con la stessa indolenza, con la stessa solitudine, con lo stesso spreco delle occasioni che pur le si presentano.

“Pardo d’oro” al Festival del cinema di Locarno 2009, il film descrive in modo realistico e privo di propaganda -positiva o negativa- la vita dei cinesi, in patria e fuori. Al centro vi sono il corpo della ragazza e soprattutto la fame. Non a caso Li Mei ripete di continuo «ho fame» e il cibo, l’atto del mangiare, è il costante filo rosso che coniuga lo squallore del minuscolo luogo d’origine, la tranquilla agiatezza di una casa londinese, l’incontro-scontro con la cultura pakistana e islamica. Senza dirlo esplicitamente, She, a Chinese è un vero film sulla globalizzazione, dei desideri prima che dell’economia.

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