Skip to content


«Io sono Don Chisciotte»

L’uomo che uccise Don Chisciotte
(The Man Who Killed Don Quixote)
di Terry Gilliam
Gran Bretagna – Spagna, 2018
Con: Jonathan Price (Don Chisciotte), Adam Driver (Toby), Joana Ribeiro (Angelica), Olga Kurylenko (Jacqui), Stellan Skarsgård (Il boss), Óscar Jaenada (lo zingaro), Jordi Mollà (Alexei Miiskin)
Sceneggiatura di Tony Grisoni e Terry Gilliam
Trailer del film

Siamo noi. Ciascuno con le proprie ossessioni, con le memorie continuamente cangianti, con i desideri possibili e impossibili, con i ritmi temporali della vita che a volte corrono, rallentano, mutano, ci portano nell’altrove dell’euforia e nel consueto del disincanto. Don Chisciotte siamo noi, quando dietro le  nostre abitudini, mestieri e costrizioni appare un sogno. Per lo più si chiama amore ma può essere ed è un qualsiasi traguardo assoluto, un raggiungimento, un’avventura. Allora ambienti e personaggi di solito così comuni si trasfigurano nello spazio della possibilità e della meraviglia. E il mondo diventa interessante. Diventa immaginazione, parola, letteratura, romanzo.
Terry Gilliam giunge a uno dei nuclei della storia inventata da Cervantes, a uno degli elementi che rendono l’Ingenioso Hidalgo Don Quijote de la Mancha una figura del sempre. Il suo film è tante cose: è cinema dentro il cinema, è fusione del paesaggio interiore con quello orografico, è gioco, è ironia, è tragedia. The Man Who Killed Don Quixote lascia il retrogusto amaro di una sconfitta ma rimane aperto alla potenza di un archetipo che non muore. Fedele al romanzo di Cervantes e insieme a fondo stravolgendolo, il film ha la capacità di transitare su piani ontologici diversi senza dare alcuna impressione di forzatura e di artificio ma come se fosse del tutto naturale muoversi in modo immediato e veloce tra luoghi differenti, tempi lontani, oggetti che trasmutano, veli che si squarciano, miserie riscattate, miserie ripetute. È infatti naturale tutto questo e lo chiamiamo vita.
«Io sono Don Chisciotte della Mancha».

Chisciotte

Spazio Teatro 89 – Milano – 5 settembre 2018
Musica sospesa
MI-TO Settembre Musica 2018

Georg Philipp Telemann
Concerto in la maggiore per flauto traversiere, violino, violoncello, archi e continuo TWV 53:A2
Concerto in sol maggiore per viola, archi e continuo TWV 51:G9
Suite in sol maggiore per archi e continuo TWV 55:G10 “Burlesque de Quixotte”

La Mole Armonica
Ensemble dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Fiorella Andriani, flauto traversiere
Lorenzo Brufatto, Antonio Bassi, Carola Zosi, Pietro Bernardin, Paolo Lambardi, Marcello Miramonti, violini
Agostino Mattioni, Davide Ortalli, viole
Fabio Storino, violoncello
Francesco Platoni, violone
Maurizio Fornero, cembalo

Uno dei musicisti più prolifici e geniali, che nella sua lunga vita (1681-1767) dal Barocco pervenne al Classicismo, fu amico fraterno di Bach e di Händel, spaziò tra i generi musicali più diversi.
Il concerto che Settembre Musica 2018 gli ha dedicato ha offerto un piccolo saggio dell’opera di Telemann, con due concerti per ensemble barocco e soprattutto con la Suite del Don Chisciotte.
Personaggio archetipo del primo romanzo europeo, El Ingenioso Hidalgo Don Quijote de la Mancha può ben ripetere con Schopenhauer che il mondo è una mia rappresentazione. Locande che diventano castelli, greggi trasformate in eserciti, mulini a vento in giganti, concretissimi lestofanti in magici incantatori, la realtà intera in un sogno d’amore, d’onore, di luce.
Qualche decennio dopo Cervantes, Descartes parlerà di un ‘genio maligno’ che può trasformare l’illusione in realtà e l’inganno in mondo. Se nel Quijote e nelle Meditazioni metafisiche l’inquietudine del vero è risolta nella oggettività garantita da Dio e dalla ragione, la questione attraversa ogni giorno il mondo virtuale e finto nel quale siamo tutti immersi.
Chisciotte «era alquanto curioso e sempre lo assillava il desiderio di saper cose nuove» (Don Chisciotte della Mancha, trad. di Letizia Falzone, Garzanti 1979, p. 616), una volontà filosofica che lo conduce a comprendere la teatrale ironia del mondo e a farsene protagonista: «Ebbene lo stesso -disse Don Chisciotte- accade nella commedia e nella vita di questo mondo, dove alcuni fanno gli imperatori, altri i pontefici, insomma tutte quante le parti che possono introdursi in commedia; ma, arrivati alla fine, cioè quando la vita termina, la morte toglie a tutti le vesti che li differenziavano, e restano uguali nella tomba» (Ivi, pp. 530-531). Alla risposta di Sancho, che rileva come non siano nuove le parole che ha ascoltato dal suo signore ma siano piuttosto diffuse, così come il paragone degli umani con i pezzi degli scacchi -che «terminato il gioco si mescolano, si uniscono e si confondono tutti e vanno a finire in una borsa, che è come la vita che va  a finire nella sepoltura»- il Cavaliere osserva che il suo scudiero va «diventando meno sciocco e più saggio». L’ulteriore risposta di Sancho è sincera: «Certo, un po’ della saggezza della signoria vostra mi si deve pur attaccare» (Ivi, p. 531).
Si attacca anche a noi, lettori di quel capolavoro e ascoltatori della versione musicale che ne ha dato Telemann, dalla quale propongo il secondo movimento, Le Reveil de Quixotte, nella esecuzione della Elbipolis Barockorchester Hamburg.

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Paladino, i libri, il Quijote

Disegnare le parole. Mimmo Paladino tra arte e letteratura
Milano – Museo del Novecento
A cura di Giorgio Bacci
Sino al 4 settembre 2016

Le opere che Mimmo Paladino dedica ai libri sono di grande ricchezza letteraria, grafica, estetica, sono un piacere degli occhi e dell’intelletto. Le parole, le lettere, le figure si intrecciano in legami sinestetici che rendono visibili alcune delle più alte narrazioni europee. Tra queste: l’Ulisse di Joyce, Pirandello, il Philobiblon di Riccardo de Bury, monaco e vescovo del XIV secolo, Raffaele La Capria, il De Universo che Rabano Mauro compose nel IX secolo, l’Agamennone di Eschilo, i Tristi Tropici di Lévi-Strauss, La luna e i falò di Cesare Pavese, la Divina Commedia pensata, interpretata, illustrata più volte e in forme diverse.

A tali libri e ai dipinti si accompagnano gli acquarelli e il film (girato da Paladino nel 2006) dedicati al Quijote. Un capolavoro liquido e onirico. L’amore, la luna, il sogno, la follia. Visionario. La corazza, le nuvole, il fuoco, le armi. Arcaismi simbolici e silenti. Strutture rabdomantiche e sciamaniche.
La finzione nella quale viviamo si fa verità proprio in quanto costanza della finzione. Un possibile segreto del platonismo, e dunque dell’arte, è che la finzione –la copia- sia la realtà perché è veramente una finzione, che la realtà non sia una copia di qualcos’altro ma che la copia sia l’unica realtà. L’immagine è dunque reale proprio perché è immagine e non altro.
Il Quijote di Paladino mi ha ricordato una frase di Carmelo Bene: «Ferita era la benda e non il braccio» (Sono apparso alla madonna. Vie d’(h)eros(es), Longanesi 1983, p. 208).
Cerchiamo sempre ciò che non si dà, perché ciò che cerchiamo è la Luce.

Don Chisciotte

Teatro Strehler – Milano
Con Franco Branciaroli, da Miguel de Cervantes
Progetto e regia di Franco Branciaroli
Teatro de Gli Incamminati
Sino al 15 febbraio 2009

donchisciottelibro

A un certo punto dello spettacolo Branciaroli spiega che cosa sia lo humour, la sua natura, la differenza rispetto alla satira, alla beffa, al comico. E attribuisce a Cervantes (anche) il merito di aver inventato lo humour nella letteratura. Uno dei segreti del Chisciotte è l’imitazione. L’hidalgo imita i cavalieri erranti, un libro trovato per caso da lui e da Sancho imita le loro avventure. Branciaroli imita -perfettamente- Vittorio Gassman e Carmelo Bene mentre imitano, rispettivamente, Don Chisciotte e lo scudiero. Gassman imita Bene e quest’ultimo imita Gassman mentre entrambi recitano il Faust di Marlowe.  Lo spirito di Dante viene evocato a giudicare chi dei due reciti meglio la Commedia. Tutti e tre, infatti, sono ormai vivi nell’aldilà…

Un vorticoso gioco di specchi, un’idea splendida realizzata magnificamente. L’impressione è che i due grandi attori siano davvero tornati, con le loro voci, le tonalità, l’istrionismo, la malinconia, la potenza. E su tutto una riflessione partecipe e disincantata sul teatro, la sua finzione, la sua fine. Si ride moltissimo e molto si pensa, tra Totò, Peppino e Borges. Uno degli spettacoli più originali dei quali abbia goduto negli ultimi anni.

Vai alla barra degli strumenti