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Testi

 

Videorecensione di Diego Bruschi a Nomadismo e benedizione –  luglio 2011

Recensione di Giusy Randazzo a La mente temporale, su Giornale di Metafisica 32 (3/2010), pp. 693-697 – Giugno 2011

Videorecensione di Diego Bruschi a La mente temporale – Dicembre 2010

Modesta Di Paola: una nota su Nomadismo e benedizione in Nomadismo e interdisciplinariedad

Alessio Calabresi: recensione a La mente temporale

Marina Guerrisi sul festival di Filosofia 2009

Anna: risposta a Il corpo delle donne

Denis Collin: recensione a Dispositivi semantici

Augusto Cavadi: recensione a Dispositivi semantici

Davide Dell’Ombra: presentazione di Neurofenomenologia

Salvatore Stefanelli su Neurofenomenologia

Franco Toscani su Nomadismo e benedizione

Davide Dell’Ombra su Nuova Civiltà delle Macchine 2/2006

Ottavia Spisni su Neurofenomenologia

Giovanni Polimeni su Nomadismo e benedizione

Carlo Forin sui nomi degli dèi

Cateno Tempio su Contro il Sessantotto

Marina Guerrisi sul festival di Filosofia 2006

Davide Dell’Ombra su Cyborgsofia

Massimiliano Lorenzo Cappuccio su Cyborgsofia

Elena Piazza su Cyborgsofia

Vincenzo Di Spazio sul Tempo somatizzato

Eugenio Mazzarella su Cyborgsofia

Su Stanley Kubrick


Festival di Filosofia 2009
Comunità

NESSUNO E’ IMMUNE

di Marina Guerrisi

 

Credo che quando la filosofia apre le porte alla comunità per discutere sulla comunità stessa, il dualismo teoresi-prassi si trasformi in prassi teoretica: la possibilità di applicare all’attualità storica concetti umanamente condivisibili. Giacomo Marramao conferma: “il presente non coincide con l’attuale. Presente è scorgere la piega inattuale che consiste nel ricostruire la memoria per migliorare il futuro.” Essere-in-comunità non è da intendersi dunque come identità culturale autarchica ma principalmente come interazione di processi, giunture, nodi. Modalità dell’essere non dell’avere – in comune.

Il Festival Filosofia acquista quest’anno il pieno senso letterale dell’essere insieme per il linguaggio, a favore di quel riferirsi per cui il dialogo può continuare: E poi cosa potremmo fare di meglio fino al tramonto? – gorgheggia il Fedone. La filosofia in piazza per la piazza. L’evento della comunità scomunica il fatto in sé, la cronaca dell’esserci, per fare spazio (fisico e razionale) al pensiero sul proprio tempo: la domanda non è mai un fatto, non si compie ma si pone sulla soglia del “con” (il termine “comunità” deriva dal latino cum-mùnus, dovere o dono di tutti) che implica per sua natura la responsabilità di una risposta. In soccorso, Bernhard Waldenfels, fenomenologo presso la Ruhr-Universität di Bochum, chiarisce il concetto di etica responsiva. Quest’ultima si differenzia dall’etica comunicativa generica poiché non si fonda su di una morale della ragione ma su una risposta ad una richiesta estranea in carne e ossa. “Il logos si origina dalla nostra indisposizione. Questa richiede un’ etero-prassi, la responsabilità dell’improvvisare una risposta senza affidarsi al repertorio normativo”. Può esistere un’etica senza norme? La risposta di Waldenfels non è prescrittiva. Essa, postulata la “molestia dell’estraneo”, comincia dove il soggetto non è, a cui tuttavia ha l’obbligo di rispondere. Entrare in scena significa giocare ed essere giocati allo stesso tempo da una dialettica senza sintesi per cui lo stra-ordinario accede senza archiviazione: rispondere di ciò che sfugge alla responsabilità chiama in causa la congiunzione (con) non il soggetto (io-tu). E’ necessario “inventare” una risposta che tenga conto in qualche misura dell’insistenza dell’altro. Intendersi significa volgersi verso un termine neutro (-si), comune, concepito secondo la non categoria della comunanza, anziché quella dell’utile. Il filosofo cita il sublime Ungaretti:

Fra un fiore colto

e uno donato

l’inesprimibile Nulla.

Il nulla è il luogo in cui si crea l’evento responsivo senza sintesi, il continuo declinarsi del soggetto.

In largo senso, globalizzare non è unificare, come annuncia Marc Augè, ma tutelare la “frontiera”, la distanza minima che rende gli individui liberi perché appartenenti. Un’estetica della distanza che educhi lo sguardo è il nucleo della ricerca di Augè, già noto per i saggi Un etnologo nel metrò o Non luoghi. Introduzione ad un’antropologia della surmodernità in cui l’idea di velocità, virtualità, altezza diventano esasperazioni dello spazio e del tempo per cui il rischio è perdere la persona dell’altro a favore del simbolo dell’altro. Falsa assimilazione. Lo straniero nel suo vero senso concettuale non si limita a non limitare la distanza, fagocitandola, ma è colui per cui io provo reale repulsione, sottolinea la lezione di Massimo Cacciari non a caso intitolata “Prossimo tuo”. Colui che è prossimo non lo è per nascita o per costumi. Prossimo è colui a cui mi faccio prossimo, colui per cui ho terrore, l’inconoscibile. La svolta evangelica di Cacciari disarciona il sentore di un’etica cristiana tutta da depurare e riabilitare nel suo senso più laico. L’attesissimo Enzo Bianchi, fondatore e priore della Comunità monastica di Bose, portavoce di un ascetismo contemporaneo dalla cattolica laicità o dalla laicità cattolica (le grandi contraddizioni dei puristi) ne costituisce il diretto collegamento empirico. Volersi per l’altro è averne custodia, rivolgere lo “sguardo” ed estinguere un debito di presenza, un debito quasi visuale e rivolto a dare, non a dire. Utopico e profetico, Enzo Bianchi strappa un applauso ad ogni punto, ritagliandosi la ridente immagine di chi vive il monastero ma non la metropoli, il vero sconquasso delle membra. Il rivoluzionario alla finestra, uno strumento cattolico Per un’etica condivisa, sua ultima pubblicazione.

Se è vero che “la religione decade nell’etica e l’etica è la rovina della religione”(1) è perché oggi utilizziamo il termine religione in modo improprio. La lezione magistrale di Giovanni Filoramo, professore di Storia del Cristianesimo all’Università di Torino, chiarisce a tal scopo il termine religio. Esso non è altro che un adattamento cristiano di un termine pagano. Nel mondo romano, religio indica l’attenzione scrupolosa di coloro che difendono tutto ciò che riguarda gli dèi, una disposizione nei confronti del culto pubblico (secondo la lettura della definizione data da Cicerone). La religione dei romani, continua il professore, non è mai stata un fatto di scelta ma stabiliva la partecipazione di alcuni cittadini alla vita politica: i cittadini (esclusi gli schiavi, gli stranieri e le donne) rispettano il culto tradizionale e in cambio gli dèi aiutano Roma. Non esiste dunque un problema di verità della religione perché la fede comune romana corrispondeva alla potenza di Roma. Quest’ultima diventa centrale nel Cristianesimo al momento in cui diviene fatto di fede, credo privato. Il teologo nasce sulla necessità di convalidare delle verità di fede, non di conservare i costumi sociali. Agostino rappresenta uno degli esempi più immediati della fede come fatto interiore di tipo occidentale. Oggi condividere un’etica (dal gr. “ethikè”, relativa al costume) non è sinonimo di condividere una religione. Se lo fosse avremmo uno stato teocratico, totalmente fuori dall’esigenza del nostro tempo e soprattutto del nostro essere uomini.

“Il Dio si conforma a ciò che è straniero”, afferma Cacciari. Questa è una questione pienamente fenomenologica, un atteggiamento della natura umana nei confronti dell’inconoscibile. Il problema di oggi non è una questione di teogonia ma una necessità pratica per cui la polis dovrebbe tornare a rappresentare “l’espressione più genuina della natura dell’uomo”, come ricorda Enrico Berti, professore di Storia della Filosofia, in cui la concordia è quel tipo di amicizia politica per cui seguire gli stessi fini è partecipare al bene comune. L’amicizia come virtù politica (il titolo dell’intervento) non è una conversione immediata, né un concetto filosofico o romantico. Essa è prima di tutto, secondo la lezione di Aristotele, un “abito”, una disposizione permanente che si acquisisce con una serie di atti virtuosi. La virtù è educazione alla virtù.

Educare al bene comune significa acquisire strumenti critici, aprirsi all’altro in quanto non-me (la fenomenologia francese contemporanea ha battuto molto su questo) e in definitiva “inventare” nuove risposte ormai bio-etiche che tengano conto non solo del cittadino-uomo ma del corpo-uomo. “Reicantare la politica”, direbbe Marramao. Produrre quell’orizzonte di senso non solo scenografico, lo spazio di un’inquadratura ma coreografico, andare e portare il corpo a(l) tempo.

 

Thomas Mann – Citazione da G. Raciti in http://www.giusepperaciti.eu/ratzinger.htm

 


[Autorizzato dall’autrice, trascrivo qui una mail che ho ricevuto a proposito di una delle Brachilogie del sito; mi è sembrata una risposta davvero molto puntuale. agb]

Il corpo delle donne
di Anna

“Perché le donne accettano un grado simile di umiliazione iconica e reale?…”

 

E’ una domanda interessante, caro Alberto. Riguarda probabilmente il nostro presente quanto l’arcaico passato che ci ha generati. Riguarda forse una sorta di senso di colpa radicato in una parte recondita della mente femminile.

In ogni donna? Questo non lo so, ma non lo escluderei. Nella tradizione di matrice giudaico-cristiana la donna è il volto del male, tentatrice e generatrice di peccato. E passando attraverso la figura di Maddalena si redime soltanto quando arriva ad essere vergine e martire. Vergine. E martire. Depauperata del diritto di essere felice e del diritto alla sessualità, la donna resta in attesa del prossimo ordine da eseguire.

 

L’uomo resta il padrone. E se è lui che si vuol sedurre, non è solo per immediatezza sensuale, ma è perché è lui il padrone. E’ lui che decide cosa fare di me, donna. Ha accettato di avere un esemplare femminile in ufficio, in Parlamento, nell’esercito, ma solo se sa squittir bene. Un po’ nuda. Magari ritoccata un pochino. Ad esempio. Sennò, sarà preda di infinite prese in giro (nessun uomo politico poco affascinante è mai stato schernito per la sua mancanza di avvenenza quanto lo è stata invece la Rosi Bindi da sempre, non credi?).

 

E’ un vero peccato, perché le risorse delle donne sono naturalmente differenti da quelle degli uomini. Le donne sono portatrici di una energia altra che è un peccato appiattire sul modello maschile. La forza delle donne non è quella di saper assomigliare agli uomini, la donna ha una sua forza specifica. Ma. Credo che le donne manchiamo di quella che Marx avrebbe definito “coscienza di classe”. Aggravante. Se ci sono le donne splendidamente in nude-look negli spot, non è solo perché gli uomini possano guardarle, ma anche affinché le donne possano vederle; perché, orribile ma vero, anche le donne si guardano l’un l’altra con occhi maschili. Gli occhi indugiano, il seno, le cosce, gli occhi cercano. Si verifica l’appetibilità sensuale dell’altra? Forse. Anche io? Persino noi? Forse dovrei usare la seconda persona verbale, e quindi dire “guardiamo”? Non so, crederei di no, ma in fondo perché non anch’io? Dall’interno del sé molte cose non sono visibili.

Sono le donne, il vero aggressore dell’identità femminile. E stiamo parlando di questioni di genere, quindi stiamo parlando di sesso. Vien da chiedersi “ma perché sempre il sesso?”. Bè…perché forse è il linguaggio più comprensibile, soprattutto per il padrone. Schopenhauer ha scritto: “il rapporto sessuale è sempre al centro di ogni fare e di ogni agire degli uomini, al punto che non v’è alcun bisogno di spiegare le faccende connesse, perché sono del tutto ovvie.”

 

Nonostante l’ovvietà, resta un grande sgomento di cui potrebbe essere sano parlare. Sai…negli spogliatoi delle palestre, sulle riviste, nelle sale d’attesa dei ginecologi, con le amiche…mi capita di ascoltare donne sessualmente stanche e infelici. La gioia della carnalità non se la sono mai concessa, per meglio aderire al modello verginemartire. Se soffrono, dunque, per l’indelicatezza di lui per le responsabilità per i soprusi a lavoro o per le pulizie di primavera…tanto meglio. Martirevergine.

 

Certo, il canale comunicativo cui stiamo facendo riferimento è ben caratterizzato: il linguaggio compreso dal padrone è quello del sesso, ma del sesso alluso e squallido, del sesso come utilizzo e presa di possesso di ciò che l’altro è più di qualunque altra cosa: il suo corpo. E quando noi donne vogliamo parlare agli uomini, se usiamo quel canale comunicativo sappiamo di avere maggiore probabilità di comprensione. Persino le farsose e tremende vicende di Al Tappone -per usare l’epiteto coniato da Travaglio- dimostrano come questo linguaggio sia uno dei pochi che il padrone riesca ad afferrare. Vale la pena di ricordare, a questo proposito, che il caso mediatico italiano ovviamente non riassume le fattezze di tutti i paesi. Per fortuna le televisioni inglesi, svedesi, danesi…non sono così. L’umanità è miserabile, ma berlusconi è un’altra cosa.

 

Come sai, neanche io ho la televisione, e ad un certo tipo di violenza ho scelto di sottrarmi.

Nonostante questo, viviamo nello stesso mondo in cui abita e regna la tivvù.

 

Si è parlato molto, negli ultimi anni, della figura dell’uomo-maschio sempre più impaurito dalla New Woman, il nuovo modello aggressivo di esemplare femmina. La storia delle donne manager e degli uomini alle prese con i passi incerti della propria identità virile. Io, per parte mia, resto convinta del fatto che il problema resta delle donne. Le donne possono oggi ricoprire dei ruoli professionali che prima non erano raggiungibili, questo è vero. Ma osservando il modo in cui lo fanno ed in cui declinano al maschile le proprie qualità, mi chiedo cosa è cambiato veramente nelle menti, nelle coscienze. Nelle menti degli uomini, e soprattutto nelle menti delle donne. E’ nelle menti che è necessario si attui la rivoluzione, non nelle forme esteriori. Oggi una donna può portare i pantaloni, ma se crede che le servano solo ad ondeggiare per accattivare l’orango-man non parlerei certo di evoluzione.

 

Mi perdonerai la crudezza, ma è proprio di questo che stiamo parlando. A causa di qualche piccolo episodio personale particolarmente significativo, da qualche tempo rifletto su questo tema con intensità rinnovata.

Grazie per aver sollecitato un’ulteriore riflessione; come vedi, anche se ti rispondo con ritardo, i tuoi suggerimenti al pensiero e all’indagine sono sempre molto ben accolti.

 

Lo stupore innanzitutto mi anima – sì, lo stupore. Osservo dove può condurre la femminile paura di non essere accettate, e la femminile ignoranza di chi realmente si è. L’ignoranza di cosa sia veramente la forza e cosa la fragilità. Le rughe si formano sul volto ricalcando le nostre espressioni più tipiche. Dunque niente racconta qualcosa di noi più bellamente di una ruga. Il nostro sorriso, ce lo stampa sul viso per sempre. Perdere una ruga per assumere un’espressione facciale non-nostra (e più precisamente di nessuno) non sancisce forse la perdita di una parte di identità fondante?

E’ interessante come l’autrice del video si chieda a un certo punto dove reperire le ragioni della pietas. Ho trovato molto bella questa sua riflessione. Sì, lo stupore innanzitutto, perché se di pietas siamo ancora capaci, è ancora una prova che dal letame possono e devono nascere i fiori.



Recensione a Dispositivi semantici

di Denis Collin


Recensione a Dispositivi semantici

di Augusto Cavadi

la Repubblica / Edizione di Palermo
11 gennaio 2009
Pag. XIX

Come spiega il sottotitolo del libro Dispositivi semantici di Alberto G. Biuso (Introduzione fenomenologica alla filosofia della mente), edito da una giovane casa editrice catanese, si tratta di uno strumento per chi voglia iniziare a curiosare nell’arcipelago delle attuali ricerche sulla mente umana. Ricerche che ruotano intorno ad una domanda cruciale (che rapporto c’è fra la nostra mente e la nostra corporeità?) e che si snodano lungo tre direttive principali: «l’eliminazione di una delle due dimensioni, il sostenere la loro reciproca e completa autonomia, il cercare elementi di raccordo che le colleghino». L’autore propende verso una quarta direzione: mente e corpo non hanno bisogno di essere unificati, ma di non essere separati. Infatti, a suo avviso, si tratta di «due aspetti della stessa realtà” (diveniente) e l’unità, più che “un risultato da conseguire”, è piuttosto “il semplice fatto da cui partire” ». Gli uomini siamo infatti corpi pensanti o -se si preferisce- macchine che fabbricano significati: come dice appunto il titolo un po’ enigmatico, dispositivi semantici.


Presentazione di Neurofenomenologia

(Relazione tenuta in occasione di un Caffè filosofico a Catania – formato pdf)

di Davide Dell’Ombra
Maggio 2008


Recensione a Neurofenomenologia: le scienze della mente e la sfida dell’esperienza cosciente

di Salvatore Stefanelli

2R Rivista di Recensioni Filosofiche
Novembre 2007


Il riso di Zarathustra

Prospettivismo e benedizione nel Nietzsche di Alberto Giovanni Biuso

di Franco Toscani
Koiné
Anno XIV – NN. 1-4, Gennaio/Dicembre 2007: Filosofia ed estetica
Pagine 193-200
( On line su Intellettuali/Storia )


Recensione a Nuova Civiltà delle Macchine 2/2006

di Davide Dell’Ombra

Sitosophia
Agosto 2007


Recensione a Neurofenomenologia: le scienze della mente e la sfida dell’esperienza cosciente

di Ottavia Spisni

Recensioni filosofiche
Luglio 2007


Recensione a Nomadismo e benedizione

di Giovanni Polimeni

Sitosophia
Marzo 2007


 

I NOMI DEGLI DÈI

di Carlo Forin

«…Muovendosi fra Grecità ed etologia, fra i classici del pensiero filosofico e le molte questioni aperte dalle scienze biologiche e sociali, Antropologia e Filosofia rappresenta un invito a pensare, a comprendere chi siamo, a conoscere meglio l’apparente evidenza del quotidiano»

Accettiamo l’invito a pensare di Alberto Biuso.
Pensiamo ad una sociologia della protostoria che non è ancora stata scritta.
La sociologia non riempie le vetrine delle librerie qui in Italia, diversamente da quel che succede a Parigi.
Come mai? Che cosa sarà accaduto nel ’68?

Trento Sociologia si è mescolata col movimento ribelle del ’68 e la società italiana deve aver sviluppato degli anticorpi verso i sociologi. Eppure, la sociologia dovrebbe esser utile…
Oggi, a malattia finita dopo 38 anni, potremmo riparlarne.

E’ possibile che una sociologia della protostoria aiuti «a conoscere meglio l’apparente evidenza del quotidiano» perché il pensiero umano è unico, antico e moderno, benché multiforme, multilingue, multietnico e multireligioso.
Una questione aperta per la sociologia della conoscenza è la lettura del pensiero antico fatta oltre l’evidenza apparente. La sociologia ha pescato molto nelle letture degli antichi, ma sempre orientata a descrivere la società moderna, non l’antica, credendo probabilmente di non aver fonti di prima mano per osservarla.
-Se devo basarmi sul racconto di altri, come farò a non liberarmi del loro punto di vista?- deve esser stato l’orientamento dei classici della sociologia, pressati anche dalla sensazione d’urgenza di dover esser medici della società attuale.

E dei reperti antichi ci sono, abbondanti: i nomi degli dèi! Sono microsocietà.

I nomi degli dèi, osservati e confrontati per se stessi, possono orientare come fari nella nebbia dell’ideologia (ideologia è rappresentazione del mondo falsa, secondo Karl Mannehim). Sono stati costruiti consapevolmente in origine, nella convinzione animistica che il dio parla al sacerdote perché dia il nome alla cosa, pianta, animale, essere umano o parte di esso.

Pensate a Iris, la dea, l’arcobaleno, l’iride dell’occhio. E’ anche pietra cristallo, genere di piante erbacee, farfalla bellissima e rara il cui maschio ha ali nere dai vivacissimi riflessi (Apatura iris), e nel cinema è un mascherino circolare usato per isolare l’inquadratura.

Era IR IS, ‘andare della vita’, in sumero.

Questo spiega il nostro nome-microsocietà.

Un altro nome-microsocietà? SAG US, ‘inizio-fine’, Saturnus, Sater -in etrusco- Sator -in latino-, il Seminatore – con la valenza demoniaca SAT AN, leggibile in AN TAS UB BA, il portatore delle malattie-.

A che cosa serve occuparci di vecchi ‘arnesi’, orfani anche della più piccola attenzione, cioè i ‘nomi degli dèi’?
Serve a chi ha interessi per lo studio delle origini e cura del significato odierno delle parole perché sono reperti invarianti.

Così come il geologo estrae e studia una carota geologica dai ghiacci dell’Antartide per avere la stratigrafia del terreno che mostri gli accadimenti passati della Terra allo stesso modo si possono studiare i significati analizzando i sedimenti di senso avuti in passato da una parola.

Ne parliamo su

www.archeomedia.net/articolo.asp?strart=2998&cat=Studi%20e%20Ricerche

Saturno, il dio di Virgilio, raccontato a scuola per cento generazioni come poeta romano, ci fa vedere in Virgilio il suo sacerdote etrusco, che ha enunciato nel suo cognomen Maro < MA RU, sacerdote etrusco. Ne parliamo su

www.tellusfolio.it/index.php?color=darkorange&lev=93&pag=2

Questo pone un problema di pensiero: se per duemila anni Virgilio, Proteico –conforme a Proteo, il dio che a fine Georgiche manifesta il suo pensiero solo incatenato- cioè letterato geniale da mascherare la sua fede religiosa fino al punto da venir descritto come vagamente agnostico da un latinista che oggi va per la maggiore (Luca Canali Ognuno soffre la sua ombra, da Catullo a Giovenale: i grandi nevrotici della poesia latina, Milano Bompiani 2003) non è stato identificato come sacerdote etrusco, il pensiero umano quanto può venir stravolto normalmente dall’ideologia?

Proviamo a riconoscere il saluto all’Italia del genio etrusco mantovano in mezzo alla nostra nebbia ideologica:

Salve, grande genitrice di messi, terra Saturnia,
grande madre di eroi: per te incedo fra antichi
fasti di gloria e d’arte, osando dischiudere le sacre fonti,
e canto il carme di Ascra per le città romane.

Georgiche II, 173-176

(Novembre 2006)


Recensione a Contro il Sessantotto

di Cateno Tempio

Sitosophia
Novembre 2006


Un articolo di Carlo Forin commenta il logo di
Filosofia & altro

TI ME vita del ME

(Settembre 2006)


 

Festival di Filosofia 2006
Sull’umanità

E L’INTERO NON FU POI COSÌ VERO

di Marina Guerrisi

Perì l’inganno estremo che eterno io mi credei
Leopardi

Un tempo, quando la filosofia odorava di pura contemplazione mistico-estetica verso una natura tanto madre quanto figlia e l’aderenza dell’uomo a se stesso era il presupposto fondamentale per interpretare la sfericità del rapporto individuo-mondo, il candore del concetto di Umanità forniva alla ragione kantiana la dimensione migliore in cui legittimarsi attraverso un “al di qua” carnoso e complessivamente armonico. Il totale, riecheggiante un’autocoscienza hegelianamente sintetica, contribuì alla realizzazione di un percorso filosofico umanamente sostenibile, benché “notturno”.

Cosa vuol dire umanamente sostenibile? Appuntare una filosofia universale all’occhiello di ognuno? E cosa vuol dire festeggiare la filosofia nel 2006 quando una tecnologia sempre più precisa e razionale corrode quell’approssimazione dell’umano tanto vertiginosa quanto necessaria al discorso filosofico, fondato per sua natura sull’intervallo ineffabile uomo-mondo? Umberto Galimberti sentenzia: «Bene e male oggi non sono più polarità morali ma eventi tecnici. Oggi se un’idea cresce o cade non è perché sia giusta o sbagliata ma perché è tecnicamente sostenibile o meno. Se il denaro è la condizione universale per soddisfare qualsiasi bisogno,secondo un cambiamento quantitativo del fenomeno, il denaro non è più un mezzo ma diventa un fine, il primo fra tutti».

È l’era della semplificazione, come spiega Alfonso Iacono, professore di Storia della Filosofia a Pisa, in cui sfoltire vale più del riconoscere. Il binomio irriducibile io-l’altro si gonfia di rigidità, piuttosto che di dialettica. Ciò che conta è divorare, colonizzare, fagocitare il restante, all’interno di un progresso sempre più impersonale, cieco, ridotto ad un Occidentalismo universalizzante e missionario, travestito da sano evoluzionismo. Una corsa sfrenata verso una meta che neanche conosciamo (o si?) come palline poste su di un piano inclinato. Discesa libera o trappola dorata?

«C’è stato un momento in cui gli uomini non erano così emancipati ma avevano un destino. Adesso nessuno ha un destino perché nessuno appartiene a niente». Sono le robuste parole di Salvatore Natoli, docente di Filosofia Teoretica presso l’Università di Milano, marchiato da un energico bisogno di moralità e dalla necessità di un confronto con qualcosa, una briglia per dominare il caso, un valore da mettere sotto la lingua per imparare a gustare, invece che godere nell’estemporaneo e nell’eventuale. Natoli monta il suo filtro all’interno di questa sindrome da conoscenza feticista, di questa bulimia di volere tutto e anoressia di non volere niente, così come egli afferma, al fine di determinarsi in quanto essere morale, intrecciando tra le dita il frammento eracliteo: il carattere è il destino dell’uomo. Ma che destino può attendere l’uomo in un tempo in cui la sua essenza è la tecnica stessa? Lo strumento s’impossessa del soggetto, l’oggetto diventa dimensione incestuosa e blasfema, la scienza progredisce per competenze e raramente per scopi e la filosofia sembra una donna stanca di andar dietro i suoi figli indisciplinati.

Cos’è dunque questa umanità pensante? Che statuto possiede oggi questa massa di coscienze instabili libere da tutto e da niente, sole come chi sta per morire di troppa realtà, di troppa conoscenza? «Tra vivente e non vivente. Un posto per l’umano», in tal modo Henri Atlan, professore di Biofisica presso le Università di Parigi e Gerusalemme, intitola la sua conferenza. Si può ancora parlare di Umanesimo in un momento in cui, scomparsa ogni tipo di barriera biologica, ciò che non è uomo può diventare uomo, attraverso la più avanzata biotecnologia? Atlan risponde distinguendo argutamente tra ciò che può essere considerato “inumano“, alterazione riguardante solo il genere umano, e ciò che possiamo definire “disumano“, allargando la prospettiva al confronto con altri esseri viventi. L’intelligenza artificiale non potrà mai contenere, sostiene Atlan, concetti quali significato, riflessione, intenzionalità, simbolismo. Tuttavia, se la memoria potrebbe essere riprodotta e simulata a livello addizionale, secondo uno strizzato meccanicismo della coscienza, dove si delinea il confine tra vivente e non vivente? La chiave di risposta si manifesta all’interno del concetto di “dignità”. L’inumanità può essere un’offesa alla dignità umana. Umano e dignità non sono identità tautologiche ma complementari. La dignità è quel minimo di gloria senza il quale un individuo sarebbe escluso dall’umano. In poche parole, è la cerniera tra l’umano non umano e l’umano inumano. Tuttavia, come poter riempire quel vuoto che si è creato con lo strappo delle coscienze e con la trasformazione del rapporto uomo-natura da discente-docente in tecnico dell’essere-cavia da laboratorio, tra una dimensione puramente laica ed una umanamente etica? Niente può esistere diversamente da come esiste, ricorda Spinoza. Ciò non vuol dire che non possa esistere un aumento della perfezione. L’acquisizione di una realtà più allargata convive con il naturale e legittimo desiderio di conoscenza dell’uomo, allo stesso modo la constatazione di essere vicini ad una soglia in cui l’artificiale e il naturale si scambiano le ossa alimenta quell’amara inquietudine che segna la caducità della condizione umana : il senso della fine.

Alla luce di tutto questo, mentre una Roberta De Monticelli, professoressa di Filosofia della persona, annaspa bonariamente nel desiderio di assentire razionalmente ad una teologia positiva, così come fa il credente riscaldato dalla fede, all’interno di una filosofia di mezzo di matrice neo-platonica, tediata da un’Eva pensante tra cielo e terra; alla domanda di Remo Bodei, se oltre la cultura occorra un nuovo tipo di Umanesimo, più biotecnologico, più biopolitico o più bioetico, rispondo che ad una difesa della vita nuda va unita una difesa della vita relazionale nel senso più letterale del termine.

Guarire dalla patologia dell’alterità è l’unico orizzonte che sento disponibile nel momento in cui la filosofia scivola sul quel “ben dire” che esalta le masse per un attimo e poi ingiallisce nel dimenticatoio. Sul davanzale di un tempo apparentemente senza ritorno, riscopro il piacere di togliere dall’imbarazzo un filosofare incerto, molle, lunatico tra secca erudizione e fumose retoriche, inciampando sullo “stupore” che l’altro da me conferma il mio esserci nel momento in cui umanamente decido di considerare la sua esistenza, e viceversa. Il meravigliarsi di un’interazione, l’importanza che ne scaturisce, la ricchezza di un significato di cui solo l’arte può produrre le forme simboliche, il senso del sacro che lenisce le ferite del reale, inumidendo di trascendenza l’aridità di un’era stordita da un relativismo sanguigno, credo sia ciò che rimanga di quell’antico limite tendente all’infinito che è l’Uomo. Filosofare oggi significa SALVARE tutto questo.

(Settembre 2006)


Recensione a Cyborgsofia

di Davide Dell’Ombra

Sitosophia
Luglio 2006



Recensione a Cyborgsofia

di Massimiliano Lorenzo Cappuccio

Chora. Laboratorio di attualità, scrittura e cultura filosofica
(Università di Milano)
Anno 4, numero 10 – Gennaio 2005, pag. 61

«Il libro di Alberto Giovanni Biuso, docente di “Filosofia della mente” presso l’Università di Catania, affronta gli interrogativi filosofici più caratteristici dell’epoca della Terza rivoluzione industriale, legati all’introduzione dell’informatica, allo sviluppo delle intelligenze artificiali, al consolidamento delle pratiche di pensiero connettivo e condiviso, ai nuovi orizzonti di ibridazione cibernetica tra l’uomo e la macchina e, più in generale, alle specifiche modalità con cui i media digitali chiamano uomo e tecnica ad una reciproca ridefinizione dei propri ruoli. Conciso ma denso, agile e panoramico, redatto con uno stile chiaro e accessibile e intessuto di immagini ed esempi stimolanti, il testo arriva al cuore di un novero di tematiche molto ampio, operando un’elegante sintesi che segue un percorso innovativo e proficuo, che risulta sempre più attuale nella produzione filosofica odierna: si tratta della scelta, cioè, di mettere in relazione le scienze informatiche, il cognitivismo e specifici problemi di filosofia della mente con elementi della tradizione filosofica ermeneutica e fenomenologica di marca continentale. Tra le idee che guidano la struttura del saggio ve ne sono almeno tre particolarmente significative: la prima è che i concetti di intelligenza artificiale e realtà virtuale non possono essere sradicati da quel fondo di corporeità costitutiva dal quale emergono e nel quale si trovano organicamente incarnati (da qui la rilevanza di una attenta riflessione sulla dimensione concreta, e non solo formale, della temporalità all’interno di ogni considerazione dei processi computazionali effettivi). La seconda idea è che l’attuale confronto tra l’uomo e la macchina, tra il naturale e l’artificiale, tra il logos e il nomos, deve necessariamente proporsi come una tra svalutazione del reame dell’umano e promuovere una radicale estensione dei suoi significati nella direzione del postumanesimo, dirigendosi verso una trasfigurazione in senso nicciano dei valori della cultura positivistica della tecnica, di modo che la cultura digitale possa assumere dentro di sé nuove istanze e nuovi fini che, in realtà, provengono da un’antica tradizione, trovandosi già da sempre sedimentati in un coacervo di pratiche e abitudini culturali condivise (da qui la necessità di operare un’indagine genealogica, fenomenologica, decostruzionistica sugli oggetti scientifici costruiti dalla prassi informatica); la terza è che il supporto informatico e tecnologico è da intendersi in senso olistico come protesi/prolungamento che solo apparentemente è artificiale rispetto alla presunta “naturalità” del Leib: e infatti proprio grazie alle nuove frontiere di ibridazione cibernetica tra l’uomo e la macchina risulta sempre più evidente che l’essenza stessa della condizione antropologica fondamentale è -nella sua più intima natura- artificiale, nel senso della naturale artificialità umana di cui parla Plessner, e che quindi non può darsi, se non in apparenza, una discontinuità ontologica tra le due dimensioni»


Il computer e la mente.

Biuso domani a Bolzano per raccontare l’Infosfera

di Mauro Fattor

L’Alto Adige – 12 dicembre 2004, pag. 56


Biuso e la Cyborgsofia

di Elena Piazza
(file in formato pdf)

Centonove – Anno XII, numero 45 del 26 Novembre 2004, pag. XIII


Recensione a Cyborgsofia

Informatica & Scuola
(redazionale – file in formato pdf)

Anno XII, numero 3 – Ottobre 2004, pag. 64


Recensione di Elena Piazza a Cyborgsofia

La Repubblica (edizione di Palermo) – 24 agosto 2004, pag. XIII

LA FILOSOFIA DEL COMPUTER

Spiegare il senso del bizzarro accostamento fra filosofia e cibernetica è lo scopo di Alberto G. Biuso, docente di Filosofia della mente all’Università di Catania, che nel libro Cyborgsofia, con linguaggio semplice ma puntuale, guida il lettore alla scoperta della «filosofia del computer».
Perché filosofia? Perché per riuscire a riprodurre la mente umana trasferendola a un computer, l’uomo deve prima analizzarla. Grazie al continuo confronto tra mente umana e intelligenza artificiale se ne ricavano le differenze e, soprattutto, i rispettivi limiti. E a mezzo secolo di distanza dalla fondazione dell’I.A., il limite fondamentale di queste macchine non è ancora stato superato: sono capaci di calcolo, non di pensiero.
La differenza strutturale tra le capacità di calcolo e le capacità di pensiero della mente umana deriva dal radicarsi di quest’ultima nella struttura del corpo. E’ grazie a questa struttura che la mente può «calarsi» nella dimensione spazio-temporale. Il saggio suggerisce molteplici riflessioni sugli effetti delle interazioni tra uomo e macchina.


CRONOBIOCIBERNETICA O DEL TEMPO SOMATIZZATO

di
Vincenzo Di Spazio

(luglio 2004)

Dedicato al ritorno verso
la Luce di Arianna F.

“…dire uomo e dire tempo
è pronunciare l’identico…”
Alberto G. Biuso

Riassunto: la cronobiocibernetica, neologismo di recente introduzione, rappresenta un particolare modello biologico, nel quale i meccanismi regolatori intimi nella generazione degli stati patologici sono mediati da mappe neurali a matrice temporale. Le esperienze cliniche sui punti di Hua Tuo portano ad ipotizzare la presenza di mappe neurali legate alle memorie autobiografiche di esperienze stressanti, localizzate in corrispondenza delle strutture spinomidollari.
Parole chiave: cronobiocibernetica, tempo somatizzato, eventi traumatici, polarizzazione polimnestica.
Abstract: to investigate the neurological response after time-oriented stimulation of the Hua Tuo points, we have observed a new class of extrametameric reflexes. These findings suggest the existence of a medullary network, called reptilian brain from MacLean, which contains engrams in relationship with traumatic experiences.
Key words: chronobiocybernetics, embodied time, shocks, polymnestic polarization.

Cronobiocibernetica è un neologismo introdotto di recente (Di Spazio, 2004), nato per esplicitare sul piano biologico i meccanismi intimi di “governo” del Tempo sulla generazione degli stati patologici.
Il termine cibernetica deriva dall’antico sanscrito, dove “kubara” significa timone, mentre successivamente è stata assimilato dalla lingua greca nel verbo “kibernao” (pilotare, dirigere, governare).
A questo proposito mi è utile riportare una citazione tratta da un saggio di Alberto G. Biuso, filosofo della mente, sulla precisa interazione fra mente, corpo, tempo e memoria.

“…La memoria è memoria del passato, memoria del presente, memoria del futuro (è la memoria, quindi, il vero tema delle analisi agostiniane del tempo) e per questa sua capacità di costruire, scandire e unificare la temporalità della coscienza, la memoria diventa il luogo dell’identità del soggetto che, senza di essa, sarebbe -letteralmente- perduto. Dalle tante e legittime definizioni che si possono dare dell’essere umano, una delle più caratterizzanti è dunque <<l’animale che ricorda>>. La memoria si stratifica nel corpo, nelle sue sensazioni, umiliazioni, difficoltà, piaceri, estasi. La memoria intesse la mente sino a costituirla come forza, identità, facoltà di azione, presa sul mondo e dominio della sua complessità. Anche e proprio perché la mente è memoria, capire la mente diventa davvero possibile solo se si comprende il suo strettissimo legame con il tempo…”

In precedenti articoli pubblicati su “La Mandorla” ho riportato l’esito di 8 anni di ricerche sulla interpretazione in chiave temporale dei cosiddetti punti Huatuojiaji, dove si dimostra l’esistenza di precisi circuiti temporo-spaziali collegati alle nostre memorie autobiografiche, in particolare alla registrazione di eventi a connotazione stressante.
Il paesaggio corporeo, espresso nella sua identità più estesa, è il teatro temporale delle nostre memorie. Ad esso confluiscono in competizione continua le più diversificate correnti mnestiche (emozionali, cognitive, neurofisiologiche, viscerali, muscoloscheletriche, genetiche, etc.).
Per nostra fortuna una quota marginale di questo flusso ridondante di informazioni oltrepassa la soglia di coscienza. La nostra mente soccomberebbe in tempi rapidi sotto il peso schiacciante di questi flussi mnestici. Il corpo memorizza comunque quanto avviene nel corso della nostra esistenza in misura sideralmente più imponente rispetto alle limitate disposizioni mentali, essendo queste ultime l’esito recente degli aggiustamenti biologici imposti dalla storia evolutiva del genere umano.
Queste premesse rinforzano il concetto, per cui sintomi e malattie rappresentino per una certa quota la specularità somatica (o psichica) di eventi registrati nelle configurazioni neurali dedicate.
Le ricerche hanno evidenziato uno strettissimo collegamento fra esposizione (acuta o cronica) ad un evento stressante e generazione di stati patologici non confinati alla sfera neuropsichica, ma estesi a quella somatica.
Il dr Hamer, oncologo tedesco, ha sviluppato una teoria rivoluzionaria sulla genesi delle malattie neoplastiche e di quelle correlate (da lui denominate oncoequivalenti), che prevede la contemporanea manifestazione del conflitto sui piani psichico, cerebrale e somatico. Ha individuato attraverso neuroimmagini TAC la comparsa di aree di flogosi nel tessuto cerebrale (immagini a “bersaglio”, cioè a cerchi concentrici), denominate focolai di Hamer (FH), che documentano le modificazioni neurologiche, determinate dal conflitto vissuto. Le conferme ottenute attraverso la verifica dei diversi punti spinali conferma esattamente le geniali intuizioni di questo scienziato tedesco.

La stimolazione dei punti di Hua Tuo secondo il modello cronologico ha permesso inoltre di evidenziare una nuovissima categoria di riflessi neurologici, denominati cronospaziali, a matrice extrametamerica. In altre parole l’eccitazione neurologica di un’apofisi spinosa può determinare la comparsa di riflessi percepibili in aree somatiche non innervate dal segmento metamerico corrispondente. Inoltre la polistimolazione di questi punti spinali associati ad esperienze stressanti, tende a produrre nella fase REM del sonno il fenomeno della “polarizzazione onirica”, cioè la generazione di contenuti onirici non casuali, ma legati in modo diretto o sequenziale alla rievocazione autobiografica dell’evento stressante. Questo particolare fenomeno suggerisce quindi che almeno nella fase del sonno REM, il movimento apparentemente caotico dei globi oculari, sia invece il possibile esito dell’orientamento temporo-spaziale effettuato dai sistemi neuropsichici della memoria.
La cinetica oculare viene utilizzata per “visionare” i ricordi, per rivedere e quindi rivivere una determinata esperienza. La focalizzazione di punti diversi del campo visivo viene determinato dal concorso coerente dei muscoli estrinseci dell’occhio, dal mirabile e armonico interagire di tensione e rilassamento dei diversi gruppi muscolari. Il “campo visivo” dei ricordi si accende di notte, regno incontrastato della acetilcolina, e consente così il passaggio repentino da un intervallo temporale all’altro, dal presente al passato.
Stimolare neurologicamente i punti spinali (per esempio con l’utilizzo del martelletto) secondo il modello temporale, consente un primo accesso alle mappe neurali mnestiche di matrice neurovegetativa. In molti casi infatti l’eccitazione neurologica dei punti di Hua Tuo genera negli esaminati la comparsa di riflessi e sensazioni come parestesie ai polpastrelli, senso di appesantimento agli arti, riverberazioni viscerali (“…sento lo stomaco, avverto un peso toracico, mi si chiude la gola, etc.), termoestesie (sensazioni di caldo o freddo), orripilazione, iperidrosi, tachicardia, deglutizione forzata come riportanto in tabella. I punti cutanei stimolati devono corrispondere a zone di dolore alla prova di digitopressione oppure corrispondere ad un evento a genesi stressante.

Tabella I

ELENCO RISPOSTE NEUROLOGICHE DA STIMOLAZIONE DEI PUNTI SPINALI SECONDO IL MODELLO TEMPORALE

Parestesie cutanee (polpastrelli, arti, etc.)
Appesantimento progressivo agli arti
Riverberazioni viscerali (stomaco, intestino, faringe, polmoni, etc)
Termoestesie (sensazioni di caldo o freddo localizzate o generali)
Iperidrosi (locale o generalizzata)
Orripilazione
Tachicardia (o senso di oppressione toracica)
Deglutizione forzata

In una quota molto più ridotta di individui possono manifestarsi eretismo nervoso, sgradevole sensazione di confusione mentale, paura oppure al contrario uno stato di inspiegabile benessere.
Queste verifiche sperimentali inducono a credere che l’onda vibratoria prodotta dalla percussione del martelletto sull’emergenza ossea dell’apofisi spinosa, si trasferisca attraverso il liquido cerebro-spinale alla corrispondente porzione spinomidollare, attivando in questo modo particolari circuiti neurali, generanti a loro volta la risposta neurovegetativa a distanza. Ma la possibile esistenza di questi particolari circuiti neurali a livello spinomidollare allungherebbe la lista delle aree dedicate ai processi di memoria, che non sarebbero più confinate all’interno della scatola cranica, ma estese a tutto il nevrasse.
Se fosse plausibile la diretta concertazione delle strutture spinomidollari nel determinare queste risposte disestesiche sulla base di una precisa datazione anamnestica di eventi stressanti, questo spiegherebbe la comparsa del riflesso “cronospaziale” a prescindere dalla distanza temporale del trauma e dalle intrinseche condizioni cognitive del soggetto.
In altre parole la lunghissima storia evolutiva dell’apparato spinomidollare, denominato “cervello rettile” da MacLean e valutabile in almeno 250 milioni di anni, consentirebbe una più stabile e fidata conservazione di dati mnestici (in particolare quelli a matrice stressante per le loro possibili ripercussioni sulla conservazione dell’individuo e della specie), rispetto alle molto più recenti strutture corticali.

La sgradevole sensazione di bruciore interno avvertita da F.S., 86 anni, dopo percussione della decima dorsale, è generata dal “Caso” (come normalmente si risponde in medicina alla comparsa di disturbi soggettivi non interpretabili) oppure rappresenta una precisa traccia di ricordo, cioè a quando F.S., giovane ufficiale dell’aeronautica militare di 22 anni si è gettato nelle fiamme dell’aereo colpito per salvare la vita di un suo commilitone? E’ pure un caso che la terapia (polistimolazione della decima dorsale) abbia fatto rientrare in questo anziano paziente una gravissima fase depressiva, accompagnata da ideazione autosoppressiva? A mio avviso rimane comunque sconvolgente il fatto che la semplice percussione di questa vertebra abbia scatenato nel volgere di qualche secondo la comparsa del bruciore interno, la “fotografia” neurovegetativa di un grave trauma psichico, al quale F.S. era stato esposto ben 64 anni prima!
Il fenomeno della “polarizzazione onirica” suggerisce inoltre un secondario interessamento del tronco encefalico e delle sue proiezioni nervose ascendenti ( aree talamiche e corticali associate).
Alla polarizzazione onirica si accompagna molto spesso una “polarizzazione polimnestica” spontanea e automatica come nel caso clinico qui riportato, dove la paziente, K.C., è stata sottoposta a stimolazione della D2 (46° anno di vita), corrispondente alla morte del padre per arresto cardiaco. K.C. ha registrato sogni e percezioni fisiche in ordine cronologico di comparsa.

…18-6 pizzicava il capezzolo destro spesso nella giornata. Al mattino al risveglio forte formicolio braccio e mano sin. Nel sogno ho bevuto tanti bicchieri d’acqua e sambuco, disagio tutto il giorno, respiro difficoltoso, sfinimento psico-fisico, dolore forte zona reni, al basso ventre, centro vertebra zona ombelico, irradiava attraverso fino all’ombelico, pensieri angosciosi (ricomparsa indotta dalla polistimolazione spinale di pregressi sintomi, N.d.A.), spaccare la testa con l’accetta, gallina senza testa che correva per il cortile (ricordo spontaneo di quando il padre macellava le galline, N.d.A.), pugno nel seno (colpo inferto da una compagna di classe per rabbia in 12° anno di età, N.d.A.), rabbia per dover reprimere e morire a me stessa tutta la vita, cercare di dare una ragione ai comportamenti di mia madre e giustificare, perdonare con la ragione, conflitto con me stessa perché nessun male fatto a chiunque è giustificabile, portare avanti questa catena per generazioni, sesso sì-comunicazione dialogo no (il riferimento è verso il marito), vivere in modo consapevole…19-6 davo da bere al bambino di mia figlia, il buco del ciuccio era troppo grande, paura che si soffoca. Ricordo di aver dovuto rianimare mia figlia a 2 anni tante volte, trauma terribile ogni volta (valium Star of Bethlehem) trauma anche assisterla al parto tutto il giorno bloccata e confusa, al mattino male alla scapola e spalla sin, ricordo tagliata a pezzettini nascosta sotto la panca lei faceva finta di niente, arrabbiata e agitata contro di lei (verso la figlia), fitte all’utero e nella chiappa destra, male zona reni, dolore pungente al basso ventre che sale sul fianco sin fino al colon, dolore pungente al seno sin, utero, schiena, zona reni come fossi ferita dentro, muscoli, gambe, sedere, pancia contratti, bloccati, anche blocco psichico, disagio in luoghi sporchi, stracci da cucina, toelette sporche, odore, stanza, madre, sedie macchiate, male alle gambe, muscoli…Lo stress interiore, rifiuto e non potersi difendere con le proprie ragioni, medicine inganni per difesa, quando scopri perché crolli, specialisti e preoccupazioni continue per niente…“.

Questo resoconto molto dettagliato contiene riferimenti diretti alla figura paterna (trauma da lutto, obiettivo della polistimolazione spinale), ma contemporaneamente anche riferimenti ad altre figure come la compagna di classe alle medie, la madre, il marito, il nipotino, la figlia.
La generazione a cascata di reminescenze non segue una modalità caotica o casuale, ma una modalità ad impianto associativo e analogico, dove le correlazioni emozionali svolgono un ruolo basilare. La sequenza di ricordi fra loro collegati indica come la memoria di un evento stressante, la perdita del padre, riattivata artificialmente dalla terapia, sia in relazione imprescindibile con altri eventi, che rendono ragione della estrema plasticità delle reti mnestiche nell’uomo.
Come nella fase onirica, la “polarizzazione polimnestica”, è in grado di accendere punti diversi della memoria autobiografica, così come punti diversi del Tempo, sulla base di una sequenza spontanea e automatica.
Così come il Corpo memorizza, possiamo affermare parimenti che il Tempo somatizza. Viene da pensare che le informazioni affettive (emozioni e sentimenti in riferimento a persone ed esperienze a connotazione stressante) contenute nella cosiddetta “polarizzazione polimnestica” e per questo motivo generate durante la fase di veglia, possano essere correttamente e coerentemente sequenziate, grazie alla presenza stabilizzante di un sotto-ordine a matrice temporale. Una delle possibili mappe neurali, che codificano per la dimensione temporale, potrebbe essere contenuta negli spazi spinomidollari e divenire accessibile attraverso la sua corrispondente neuroproiezione cutanea in prossimità delle apofisi spinose della colonna vertebrale (punti di Hua Tuo).

Indirizzo dell’Autore:

Vincenzo Di Spazio
Vicolo Erbe 8/4
39100-Bolzano
Tel/Fax: 0471 975010
E-Mail: cristina.cisotto@katamail.com

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Recensione di Eugenio Mazzarella a Cyborgsofia

Il Mattino – 9 luglio 2004, pag. 18

UN’ANALISI DI BIUSO SULLE PROSPETTIVE DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Orizzonte cyborg, via dalla finitezza nel segno della contaminazione

In un racconto di Asimov – Io, robot – è un robot a disegnare lo scenario morale di un’intelligenza disincarnata, finalmente sottratta alla corruzione della sua incarnazione umana. È un robot a disprezzare i corpi: Wetware, «materiale molle e flaccido, debole e deteriorabile», tanto da rivolgersi agli umani che lo hanno costruito con espressioni quali «siete solo prodotti di ripiego. Io invece sono un prodotto finito».
Cyborgsofia. Introduzione alla filosofia del computer (Il Pozzo di Giacobbe, pagg. 113, euro 11,00) è il lavoro che con grande lucidità e chiarezza Alberto Giovanni Biuso dedica alle prospettive dell’Intelligenza Artificiale a cinquant’anni dalla conferenza di Dartmouth (1956), con la quale questa disciplina cominciava la sua avventura ufficiale di ricerca, dichiarando obiettivi e disegnando scenari futuri. L’Autore intende mostrare come, nonostante tutto, sia proprio quel materiale molle e flaccido, debole e deteriorabile, il corpo, a sostenere ancora ogni progetto possibile per un’intelligenza che abbia i caratteri dell’umano: coscienza e autocoscienza.

A terza rivoluzione industriale conclamata, quella informatica, con i suoi servizi e le sue minacce, le sue speranze e le sue delusioni, lo scenario teorico è sufficientemente chiaro da poterci far prendere posizione sugli orizzonti effettivi possibili dell’infosfera, come oggi si suole chiamare l’ambiente nel quale respiriamo, comunichiamo ed operiamo. Delle due principali strade che l’Intelligenza Artificiale ha imboccato dalla conferenza di Dartmouth in poi: la versione «debole» (che vede nelle macchine calcolatrici essenzialmente degli strumenti operativi) e la versione «forte» (che insegue il progetto di menti artificiali dotate, in qualche modo, di una propria coscienza), l’autore ci conduce a vedere che solo la versione debole tiene sia sul piano dei principi teorici, che dei risultati di laboratorio.

Da un’intelligenza artificiale non può evolvere una coscienza umana, perché ad essa manca il contesto emozionale e il suo medio, il corpo, che integra calcolo e vita e «fa» una coscienza. Non saranno pertanto le macchine a diventare intelligenti, ma sarà il nostro corpo ad assumere al proprio interno la potenza percettiva e computazionale delle macchine. In questo si raffinerà un processo che per altro è in corso da millenni, l’ibridazione della specie umana con gli artefatti da essa prodotti. Il cyborg è da sempre intrinseco alla corporeità come modo umano di stare al mondo, come intrinseca tecnicità che l’homo sapiens da sempre applica non solo al suo ambiente, ma a se stesso.
Da questo punto di vista l’orizzonte della contaminazione, dell’alterità, dello scambio continuo con ciò che non siamo continuerà ad essere parte essenziale dell’esistenza umana, come da sempre. All’accelerazione di questa contaminazione nell’infosfera ciò che è necessario non sono sogni gnostici di poter far a meno del corpo, ennesima variante di una fuga dalla nostra finitezza, ma un’etica all’altezza dei problemi e delle speranze che essa pone.


Su Stanley Kubrick

[Questo testo prende spunto dal bel libro che Enrico Ghezzi ha dedicato a Kubrick, pubblicato dal “Castoro Cinema” nel 1995]

Come Leonardo da Vinci: un’intelligenza onnivora ma anche unitaria, che trasforma ciò che tocca in pensiero, invenzione, apertura di possibilità. Questo è Kubrick con la sua opera. Sulla quale il regista esercita un controllo totale, dalla scelta del soggetto alla stampa delle copie.

La lettura di quest’autore offerta da Enrico Ghezzi è straordinaria nella sua mescolanza di competenza tecnica e filosofica, nella sgargiante erudizione attraverso la quale si solcano le immagini. Da Aristotele a Hegel, da Cartesio e Nietzsche a Wittgenstein e Adorno emerge la sostanza filosofica del cinema realizzato nella sua assolutezza di specchio non del mondo ma della mente.Shining mostra così tutto “il suo aspetto di impresa folle e meravigliosa, impossibile. Di sfida perduta forse con la possibilità di lettura, ma vinta per il solo fatto di essere stata osata. Di film spettacolare e di genere che è anche virtualmente illegibile tanto compatto e inesauribile è il suo spessore filosofico” (pag. 147). Shining è anch’esso “il rarefatto e allucinato remake” di 2001: Odissea nello spazio (134), il film-enigma, la chiave di volta, il capolavoro intorno al quale ruota la sconfinata ambizione estetica ed ermeneutica di Kubrick. Il monolito che attraversa 2001 è stato letto nei modi più diversi e anche questo è segno della natura filosofica del cinema di Kubrick. La pietra levigata e perfetta, “significante senza significato” (22), è in ogni caso il simbolo più denso e più chiaro dell’opera complessiva di Kubrick e del cinema in quanto sostanza nera e lucida sulla quale si formano le immagini-movimento. Il film avrebbe anche potuto aprirsi da dentro il monolite, sgorgare -fiat lux!- dal nero di quella pietra sulla quale, di fatto, si chiude. Il nulla da cui si proviene, il niente al quale si va. Il cerchio scandisce anch’esso l’opera: l’occhio di HAL; l’Alex di Arancia meccanica, “immobilità circolare (…) del male e del piacere assoluto, di una vita bruta ma soddisfatta del suo essere” (100); il labirinto di Shining al centro del quale alla fine lo spettatore ha l’illusione che sia conficcato il cadavere ghiacciato e ghignante di Jack Nicholson.

In quel labirinto di gelo l’ossessione e la morte si uniscono in una sola incredibile immagine, dopo aver riempito di sé ogni film kubrickiano. Il bellissimo, struggente, cerebrale Barry Lindon trasforma la stessa luce in morte e la bellezza in ossessione. Nel suo Settecento Kubrick esplora la storia e la decostruisce destituendola di qualunque senso assoluto; “il suo Illuminismo spietato parte da un centro immaginario e si prolunga infatti sempre verso entrambi i termini opposti del problema” (126) tanto che Kubrick può apparire ed è di volta in volta romantico e classico, ottimista e pessimista, cinico e utopico, razionalista e irrazionalista, metafisico e prospettivistico, hegeliano e nietzscheano.

HAL è l’espressione e il frutto più raffinato della ragione umana ma è anche il Ciclope dall’unico occhio che scruta ogni spazio/tempo e uccide dentro l’astronave/caverna. La duplicità costitutiva della tecnica e della cultura, della cultura come tecnica di sopravvivenza e di morte, germina da una antropologia negativa perché fin troppo illuminata. Il male che è Alex non può essere fermato che artificialmente e quindi non può essere fermato: ogni educazione è impossibile. Kubrick dichiara: “non ci sarà nessuno a piangere una razza che usò il potere che avrebbe potuto mandare un segnale di luce verso le stelle per illuminare la sua pira di morte” (cit. a p. 12). La storia è tutta racchiusa in quella sterminata eppure brevissima parentesi fra l’osso lanciato in aria dalla scimmia e l’astronave che solca il nero dello spazio/tempo. Da esso esplodono non solo le luci del viaggio verso Giove e oltre l’infinito ma anche le stanze dell’Overlook Hotel abitate da uomini di tempi diversi perché nell’albergo/ astronave il tempo si è dissolto, moltiplicato, piegato dalla più potente contrazione, quella di un’intelligenza visionaria.

Il cinema senza parole di Kubrick restituisce ai pensieri tutta la loro forza di indagine, disincanto, di penetrazione nel male e nell’uomo. Esso ci comunica, magnifico ossimoro, “un entusiasmo freddo” (132).

Filmografia di Stanley Kubrick (1928-1999)

Day of the Fight – 1950
Flying Padre – 1951
Fear and Desire – 1953
Killer’s Kiss – 1955
The Killing – 1956
Paths of Glory – 1957
Spartacus – 1960
Lolita – 1962
Dr. Strangelove – 1964
2001 A Space Odyssey – 1968
A Clockwork Orange – 1971
Barry Lyndon – 1975
The Shining – 1980
Full Metal Jacket – 1987
Eyes Wide Shut – 1999

Su Kubrick nella Rete:

Kubrick Multimedia Film Guide

2001 A SpaceOdyssey

2001 Odissea nello spazio – Home Page

A clockwork orange

Stanley Kubrick Direct

Stanley Kubrick: The Master Filmmaker

Christiane Kubrick’s Website

Stanley Kubrick on-line

2001. Una interpretazione

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