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Proust

Per alcuni allievi della Scuola Superiore di Catania terrò un breve corso (tre lezioni) dedicato alla Recherche, aperto a chiunque fosse interessato all’argomento.
La prima lezione si svolgerà venerdì 16.3.2018 nella stanza 259 del Dipartimento di Scienze Umanistiche di Unict, dalle 15 alle 17.30.
Condurremo una lettura trasversale della Recherche a partire da alcuni temi:
Letteratura e filosofia
Proust filosofo
L’umano come dispositivo di memorie e di oblio.

À la recherche du temps perdu è una galassia esplorabile all’infinito, la sua struttura «a nebulosa» (Deleuze) ne permette un’infinita interpretazione. Ogni sua lettura è quindi una sorta di riscrittura, di vita rinnovata dell’Opera. Anche la filosofia è un infinito intrattenimento con alcune delle domande fondamentali dell’esistenza: l’esserci, il tempo, la bellezza, l’amore, la verità, la morte.
Tra l’opera di Marcel Proust e la filosofia i legami sono costitutivi, profondi, illuminanti.

Foucault

Ernesto De Cristofaro
Il senso storico della verità
Un percorso attraverso Foucault
Prefazione di Alessandro Fontana
il melangolo, 2008
Pagine 95

Il filo della verità percorre il pensiero e l’azione di Foucault come nessun’altra questione. La presenza del «più antico rompicapo della razionalità umana» (p. 15) è pervasiva poiché in esso si radica e a esso conduce ogni altra domanda. Il potere è potere di stabilire quali, tra le tante possibili parole che gli umani inventano e usano, sono quelle che hanno autorità e producono effetti, generano dispositivi, costruiscono ἐπιστήμη. «Si tratta di capire come e in base a quali congiunture e al prezzo di quali lotte si producono effetti di verità all’interno di discorsi di per sé né veri né falsi, questo il compito del pensiero per Michel Foucault» (18). L’episteme è per Foucault un agire che comprende e che ordina, è «l’ordine che ripartendo le cose le offre al sapere» (54). Questo pensiero in atto ha tra le sue direzioni anche lo strutturalismo ma nasce e si pone ben al di qua di esso.
È un pensiero che germina dall’eredità nietzscheana come dovere di pensare ciò che Nietzsche in un fondamentale brano della Gaia scienza citato da De Cristofaro -il § 7- afferma essere l’ambito proprio della filosofia: l’amore, l’invidia, il desiderio, la crudeltà, le norme e le punizioni,  i ritmi della vita quotidiana, il lavoro e il riposo, il cibo, i luoghi di reclusione, il matrimonio, il lavoro, le passioni, la superstizione. «Non si può fare a meno di notare come molti dei legati che compongono l’eredità filosofica di Nietzsche abbiano avuto in Foucault un fedele esecutore» (31).
È un pensiero che germina dall’eredità heideggeriana, che il filosofo nascose accuratamente lungo il proprio percorso ma che «risale […] ai primissimi anni della formazione di Foucault» (37) e che viene finalmente esplicitata in una delle ultime sue interviste, quando afferma e riconosce che «Heidegger è sempre stato per me il filosofo fondamentale. […] Tutto il mio divenire filosofico è stato determinato dalla lettura di Heidegger» (Il ritorno della morale, in Archivio Foucault 3. 1978-1985 Estetica dell’esistenza, etica, politica [Dits et Écrits, a cura di F. Ewald e D. Defert, Gallimard, Paris 1994], trad. e cura di A. Pandolfi, Feltrinelli 1998, pp. 268-269, qui a p. 37).
Heidegger per il quale il tempo, l’essere e la verità costituiscono un plesso unico entro cui il gioco umano abita e si nasconde, si apre e si inabissa. Heidegger nel quale

«la critica alla metafisica, la discussione del privilegio che essa accorda all’idea di verità come corrispondenza tra il pensiero e le cose, l’oblio che da tutto ciò consegue verso il senso della sorgività originaria del vero, il fatto che il manifestarsi del vero non è oggetto di alcuna appropriazione ma semmai è esso che appropria a sé l’uomo come essere pensante, si accompagnano […] a un profondo rispetto verso la tradizione metafisica che, invece, qualche suo contemporaneo non esita a dileggiare.
La metafisica, avverte Heidegger, non si lascia mettere da parte come un’opinione, al contrario è proprio al suo interno che ha luogo la riflessione sull’essenza dell’ente e la decisione circa l’essere della verità.
Un pensiero, quand’anche volesse oltrepassare la metafisica ed i suoi errori non potrebbe affrettarsi a liquidarla, senza rischiare di non comprendere che è essa a dare fondamento a un’epoca offrendole la base della sua configurazione essenziale, la quale si traduce in una certa interpretazione dell’ente e della verità.
È per questo che Heidegger vede allungarsi dietro l’apparato tecnico che sempre più massicciamente e capillarmente governa il mondo, l’ombra della metafisica e nella riduzione del mondo a oggetto di spoliazione e sfruttamento, la ricaduta nel soggettivismo che della storia della metafisica ha informato gli ultimi grandiosi capitoli»  (17).

L’esattezza di questa pagina di De Cristofaro è la conferma -e forse qui vado oltre le intenzioni dell’Autore- che la metafisica è anch’essa espressione della «trama polimorfa da cui siamo costituiti», del  «gioco eternamente ricominciante tra necessità e libertà» in cui la verità umana consiste e si dispiega (90).
Nonostante tutte le loro dichiarazioni in contrario, Nietzsche, Heidegger, Foucault sono dei metafisici; lo sono -certo- in alcuni dei tanti modi nei quali la metafisica accade e si struttura mentre accade e si struttura in modo molteplice il reale. ‘In modo molteplice’ significa che la verità è così potente perché è intrisa di identità e di differenza, di ombre e di illuminazioni, di corporeità e di logica. La verità è fatta di quella vita che rimane un imprendibile enigma, alla soluzione del quale Foucault ha offerto la forza della parresia, di un dire ciò che si deve dire, ancor prima di ciò che si ha diritto di dire. In questo modo Foucault si mostra ancora una volta greco, come greci sono stati Nietzsche e Heidegger. Perché quando la filosofia intrama l’esistenza, essa non rimane a un livello «puramente teoretico» ma è capace di fare del «gnothi seauton […] un insieme di esercizi spirituali che possono consistere in azioni, in flussi di rappresentazioni o in stati di equilibrio dell’anima» (84-85).
Si fa chiaro che questo libro, il cui Autore è uno dei più importanti filosofi del diritto dell’Università di Catania, nulla ha da spartire con la scolastica foucaultiana -esiste anche quella- e molto invece con l’energia teoretica e con l’anelito all’emancipazione che intessono il pensare di Michel Foucault.

Lezioni 2018

Martedì 6 marzo avranno inizio le lezioni dei tre corsi che svolgerò nel 2018 nel Dipartimento di Scienze umanistiche di Unict.
Comunico qui i titoli dei corsi, l’articolazione dei programmi, i libri e i saggi che analizzeremo, gli orari delle lezioni. In quasi tutti i titoli ho inserito dei link che rinviano a informazioni, articoli e recensioni che potranno essere utili per lo studio. È anche possibile scaricare i pdf di tre dei testi in programma.
L’immagine qui sopra di Martin Heidegger si spiega con il fatto che i corsi di Filosofia teoretica e di Filosofia della mente sono in gran parte incentrati sul suo pensiero.

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FILOSOFIA TEORETICA
Corso triennale in Filosofia / aula A7 / lunedì 10-12; mercoledì e venerdì 12-14

LA REALTÀ COME LINGUAGGIO E INTERPRETAZIONE

Aa. Vv. Filosofie del linguaggio. Storie, autori, concetti, Carocci 2016
(capp. 1, 2, 3, 5, 6, 8, 9, 10, 12, 13, 14, 15)
Alberto Giovanni BiusoLa mente temporale. Corpo Mondo Artificio, Carocci 2009
(capp. 1 e 2, Una storia della mente – Il corpo dentro il mondo)
Martin Heidegger, Essere e tempo, Mondadori 2006, (§§ 31-34 e 68D)
Martin Heidegger, In cammino verso il linguaggio, Mursia 2014 (capp. I, III, IV, VI)
Alberto Giovanni Biuso, «La lingua come dimora/mondo» (pdf)
Dario Generali, «Subalternità linguistica e disorientamento culturale del sistema formativo italiano nell’età dell’anglofonia globale» (pdf)
in Aa. Vv., L’idioma di quel dolce di Calliope labbro. Difesa della lingua e della cultura italiana nell’epoca dell’anglofonia globale, a cura di S. Colella, D. Generali e F. Minazzi, Mimesis 2017

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SOCIOLOGIA DELLA CULTURA
Corso triennale in Filosofia / aula A9 / martedì 12-14; giovedì 10-12

TARANTISMO E DIONISISMO NELLE CULTURE MEDITERRANEE

Rocco De Biasi, Che cos’è la Sociologia della cultura, Carocci 2008
Ernesto De Martino, La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud, Il Saggiatore 2015
Károly Kerényi, Dioniso. Archetipo della vita indistruttibile, Adelphi 2010
(Premessa, Introduzione, Seconda parte)
Eugenio Bennato, Alla festa della Taranta e Ritmo di contrabbando da «Sponda Sud» (2007); L’anima persa da «Taranta Collection» (2010)
Alberto Giovanni Biuso, Dioniso e il suo mito (pdf) in Nuova Secondaria, XXIV/2, ottobre 2006
Si consiglia la lettura delle Baccanti di Euripide

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FILOSOFIA DELLA MENTE
Corso magistrale in Scienze filosofiche / aula A12 / lunedì 12-14; mercoledì e venerdì 10-12

VERITÀ

Alberto Giovanni Biuso, Dispositivi semantici. Introduzione fenomenologica alla filosofia della menteVillaggio Maori Editore 2008
Martin Heidegger, L’essenza della verità. Sul mito della caverna e sul ‘Teeteto’ di Platone, Adelphi 2009
Martin Heidegger, Seminari, Adelphi 2003
Alberto Giovanni Biuso, Temporalità e Differenza, Olschki 2013
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Verità

Platone a Colmar
Una lettura gnostica de L’essenza della verità di Heidegger
in «InCircolo – Rivista di filosofia e culture»
Numero 4 – Dicembre 2017
Pagine 111-129

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Abstract
del saggio:

«The gnostic fundament of Martin Heidegger’s thought not only comes out of Geworfenheit which is treated in Sein und Zeit, but also out of all from the most important concepts of his philosophy: from the truth as ἀλήθεια to the ontological difference. One of the texts which better expresses such a root is the university course Heidegger dedicated to Plato in the winter semester 1931/32. Theaetetus and The Republic analysis, the ascent to the sun of knowledge consists of an ontological way from the darkness to the light. The paper attempts to pick up and argue the gnostic dimension spreading throughout this course, even if paying attention to the development of the Heidegger’s philosophy in its entirety. A peculiar figurative example of such a dimension is The Isenheim Altarpiece of Matthias Grünewald».

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Indice del saggio:

Premessa
1. Idea e Un-verborgenheit
2. Gnosi e ontologia
3. La Gnosi al di là del bene e del male
4. Gnosi, verità, tempo
Immagine
Bibliografia

Programmi dell’anno accademico 2017-2018

Nello splendido luogo che vedete qui sopra in una sua parte, l’ingresso all’Auditorium, insegnerò nell’a.a. 2017-2018 Filosofia teoretica, Filosofia della mente e Sociologia della cultura.
Pubblico  i programmi che svolgerò, inserendo i link al sito del Dipartimento di Scienze Umanistiche di Catania per tutte le altre (importanti) informazioni.

Filosofia teoretica
La realtà come linguaggio e interpretazione

Aa. Vv. Filosofie del linguaggio. Storie, autori, concetti, Carocci 2016
(capp. 1, 2, 3, 5, 6, 8, 9, 10, 12, 13, 14, 15)
Alberto Giovanni BiusoLa mente temporale. Corpo Mondo Artificio, Carocci 2009
(capp. 1 e 2, Una storia della mente – Il corpo dentro il mondo)
Martin Heidegger, Essere e tempo, Mondadori 2006
(§§ 31-34 e 68D)
Martin Heidegger, In cammino verso il linguaggio, Mursia 2014
(capp. I, III, IV, VI)
Alberto Giovanni Biuso, «La lingua come dimora/mondo»
e Dario Generali «Subalternità linguistica e disorientamento culturale del sistema formativo italiano nell’età dell’anglofonia globale»
in Aa. Vv., L’idioma di quel dolce di Calliope labbro, a cura di D. Generali e altri, Mimesis 2017.

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Filosofia della mente
Verità

Alberto Giovanni Biuso, Dispositivi semantici. Introduzione fenomenologica alla filosofia della menteVillaggio Maori Editore 2008
Martin Heidegger, L’essenza della verità. Sul mito della caverna e sul ‘Teeteto’ di Platone, Adelphi 2009
Martin Heidegger, Seminari, Adelphi 2003
Alberto Giovanni Biuso, Temporalità e Differenza, Olschki 2013

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Sociologia della cultura
Tarantismo e Dionisismo nelle culture mediterranee

Rocco De Biasi, Che cos’è la Sociologia della cultura, Carocci 2008
Ernesto De Martino, La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud, Il Saggiatore 2015
Károly Kerényi, Dioniso. Archetipo della vita indistruttibile, Adelphi 2010
(Premessa, Introduzione, Seconda parte)
Eugenio Bennato, Alla festa della Taranta e Ritmo di contrabbando da «Sponda Sud» (2007); L’anima persa, da «Taranta Collection» (2010)
Alberto Giovanni Biuso, «Dioniso e il suo mito», in Nuova Secondaria, XXIV/2, ottobre 2006
Si consiglia la lettura delle Baccanti di Euripide

δικη

Una doppia verità
(The Whole Truth)
di Courtney Hunt
USA, 2016
Con: Keanu Reeves (Ramsey), Gabriel Basso (Mike), Renée Zellweger (Loretta), Jim Belushi (Boone),  Gugu Mbatha-Raw (Janelle)
Trailer del film

Chi è il serpente che striscia sulla strada in una delle scene iniziali del film? Il padre? Arrogante, violento, ricchissimo, decisamente antipatico? La madre? Modesta, sfuggente, vittima? Il figlio? Silenzioso, ostinato, contraddittorio? O qualcun altro? La consueta ambientazione dei film forensi, le corti di giustizia statunitensi nelle quali si forma la verità, rimanda agli altrettanto consueti racconti che ricostruiscono da diverse prospettive i fatti. Dall’incrocio tra fatti e interpretazioni emerge che the Whole Truth -l’assai più denso titolo originale del film- è quasi inaccessibile.
La cornice è classica, il ritmo sostenuto, i particolari rivelatori sono disseminati con cura, i punti di vista intrecciati nella loro differenza. Un film piacevole -niente di più- dal quale emerge la distanza tra la giustizia e la verità, tra l’Erinni e Dike. Anche da questo iato è scaturito il bisogno dell’ἀλήθεια.

Contro la guerra giusta

Copio qui alcuni dei testi che ho inserito su Twitter in questi giorni:

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E ora che #Trump attacca la #Siria è diventato buono? L’informazione unilaterale è sempre al servizio degli#USA e del loro impero.

La distruzione dell’esercito siriano darebbe forza agli islamisti e all’#Isis. Poi però si lamentano degli attentati in #Europa. #AttaccoUsa

Se ne è accorta persino Repubblica: “Aviazione siriana in ginocchio, un vantaggio per la Jihad”  #attaccousa #Siria

4 bambini morti nell’#attaccousa. Tutti i bambini sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri. E #May e #Merkel con #Trump contro #siria

È tanto istruttivo quanto squallido vedere ora l’ di farsi complice del ‘nazista’ in

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In che modo si è arrivati a tutto questo? Quali sono le radici profonde del bellum omnium contra omnes al quale sta pervenendo la politica degli Stati contemporanei?
Le guerre che sconvolsero l’Europa all’inizio dell’età moderna e che si conclusero con il conflitto dei Trent’Anni (1618-1648) furono così totali e feroci perché combattute in nome di Dio. Papisti contro riformati, riformati in lotta tra di loro, re cattolici contro sovrani protestanti ma anche cattolici contro altri cattolici. Tutti combattevano in nome della verità e per motivi quindi di suprema giustizia, poiché nulla -evidentemente- è più giusto che lottare per la verità assoluta del Dio.
Le paci di Westfalia posero fine a tali massacri, regolamentando i conflitti con norme estremamente rigide, che fecero emergere una delle strutture della guerra, il suo essere anche «un gioco diplomatico dominato dalla ragion di Stato con i suoi corredi di segretezza (non a caso nasce in questo periodo la diplomazia come professione) e le sue decisioni sottratte alla passionalità, che in certi momenti sembrava, appunto un gioco; come se si giocasse alla guerra, espressione da non intendere alla leggera, poiché proprio il rispetto ferreo delle regole che si pretende dai giocatori era quello che riusciva a tenere sotto controllo la violenza della guerra. E del resto, come ha mostrato Huizinga, il gioco è uno dei modelli supremi di relazione tra pari» (Archimede Callaioli, in Diorama Letterario 335, p. 22, a proposito del libro La guerra ineguale di Alessandro Colombo).
Il sistema di Westaflia -che escludeva categoricamente i civili dalle azioni di guerra- cominciò a incrinarsi con i conflitti combattuti in nome della Liberté Égalité Fraternité (giacobini e Napoleone) per crollare del tutto nel Novecento con l’evento fondamentale degli ultimi due secoli: la Grande Guerra 1914-1918. Da allora la guerra non ha più rispettato niente e nessuno, tornando a un’altra sua dimensione fondativa e assai diversa dal gioco: la caccia. Decisivi furono gli sviluppi tecnologici, culminati con l’utilizzo dell’aviazione non come sfida nei cieli tra cavalieri/piloti ma come strumento terroristico esplicitamente teorizzato per la prima volta dal generale italiano Giulio Douhet, proprio durante la I Guerra Mondiale. Secondo questo militare l’aviazione avrebbe dovuto svolgere un ruolo del tutto autonomo e capace da solo di mutare le sorti del conflitto, poiché -scrisse- «rende immensamente di più distruggere una stazione, un panificio, una officina producente materiale bellico, mitragliare colonne di camions, treni in marcia, maestranze, ecc. che non bombardare o mitragliare trincee. Rende immensamente di più infrangere resistenze morali, dissolvere organismi poco disciplinati, diffondere il panico ed il terrore che non urtarsi contro resistenze materiali più o meno solide» (cit. da Callaioli, ivi, p. 23).
Attenzione alla parola chiave enunciata da Douhet: terrore. Pur di ottenere la vittoria definitiva contro il male assoluto, rappresentato dalle potenze dell’Asse, si giunse al «momento culminante, ai ‘più perfetti atti terroristici della storia’: Hiroshima e Nagasaki» (Ibidem). In nome della suprema giustizia si giunse a cancellare in pochi minuti le vite di centinaia di migliaia di civili, di persone non in armi. Lo stesso era accaduto tra il 13 e il 15 febbraio del 1945 a Dresda, incendiata dall’aviazione britannica per esplicita volontà di Winston Churchill. Dresda non ricopriva alcun ruolo strategico; per colpirla -e bruciarne centinaia di migliaia di abitanti- il democratico Churchill parlò esplicitamente di terrore da trasmettere ai tedeschi, ai cittadini tedeschi.
Il terrore portato nel Vicino Oriente e in Europa dall’Isis e dalle altre forze islamiste è attuato in nome di Dio e per la verità del Corano. Il terrore portato dagli eserciti statunitensi ed europei in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria è attuato in nome della democrazia, dei diritti umani, della giustizia.
Se tutte le guerre sono delle catastrofi, quelle giuste sono le più feroci, senza confronto. «Non ci sono guerre giuste, ma ci deve essere un ‘giusto’, vale a dire delle regole rispettate, nella guerra. Così accadde nell’età moderna [per merito dei Trattati di Westfalia] e a questo bisogna aspirare oggi per evitare di finire in una ‘guerra civile mondiale’ senza limiti, in cui ciascuno si ritiene portatore di verità assolute» (Eduardo Zarelli, p. 35).
Intendo qui dire con chiarezza che mi pongo contro tutte le guerre combattute per Dio, per la verità, per la giustizia, per la democrazia. Anche perché i primi a opporsi a tali conflitti dovrebbero essere i filosofi. Quando anch’essi, invece, cadono nella trappola della verità assoluta (‘verità’ andrebbe declinata sempre al plurale) accade che si facciano complici dei peggiori crimini, come fu per Jean-Paul Sartre, il quale negando la terribile carestia del 1932-1933 voluta scientemente  dallo stalinismo per punire i contadini ucraini che rifiutavano la collettivizzazione delle terre, «diede una delle sue più ripugnanti prove di falsificazione della realtà e di conformismo, uscendo sconfitta [l’intellighenzia francese], ma non al punto da farsi passare la voglia di impartire lezioni di moralità politica a tutti i propri avversari» (Roberto Zavaglia, p. 25).

Anche senza la pratica della guerra giusta, la convinzione di parlare e agire in nome di un bene assoluto può condurre a esiti gravi e paradossali, come quelli che riguardano il tema dei flussi migratori dai paesi africani verso l’Europa. Nei confronti di chi evidenzia che l’identità è un concetto e una realtà del tutto ovvia per qualunque società umana -dalle più piccole tribù ai grandi stati- si alza il coro del conformismo più miope, incapace di vedere -semplicemente vedere– «che nel corso della storia gli individui hanno costantemente mostrato una tendenza ad aggregarsi e a creare codici di riconoscimento reciproco -e di esclusione degli estranei- intorno ad una serie di referenti sia concreti che simbolici che dessero loro la sensazione di co-appartenere ad una o più precise entità plurali. Si sono insomma voluti pensare come comunità e come popoli» (Marco Tarchi, p. 2). Ogni tanto qualcuno si sottrae al conformismo liberale e liberista dell’accoglienza indiscriminata che favorisce il Capitale, mette a rischio le culture di arrivo e crea violenza contro i migranti. Paul Collier ad esempio, figlio di migranti e intellettuale di sinistra, il quale in Exodus. I tabù dell’immigrazione (Laterza, 2015) argomenta una «tesi che può essere riassunta in questi termini: le porte non vanno né aperte né chiuse, ma socchiuse; un po’ di immigrazione sì, troppa immigrazione no» (Giuseppe Giaccio, p. 29).
Paesi come il Canada e l’Australia, pur essendo enormemente più estesi degli stati europei e praticamente disabitati (l’Australia) «limitano  l’immigrazione alle persone in possesso di un titolo di studio superiore e associano ai sistemi a punti una serie di colloqui tesi a valutare altre caratteristiche», come ricorda appunto Collier (ibidem). Di fronte a politiche così ‘fasciste’ attuate dal Canada e dall’Australia, perché non dichiarare loro guerra in nome del supremo diritto all’emigrazione? Sarebbe certamente una guerra giusta.

ἐν Δελφοῖς

La morte della Pizia
di Friedrich Dürrenmatt
(Die Sterben der Pythia, 1976)
Trad. di Renata Colorni
Adelphi, 1988
Pagine 68

Ai filosofi neorealisti

Giunta alla fine dei suoi giorni, Pannychis XI -sacerdotessa a Delphi- ripercorre la propria vita, intessuta di fantasie, imposture, assurdità. Ha di fronte a sé le inquietanti ombre di una sanguinosa vicenda che ebbe origine da una improbabile risposta da lei data in una sera di stanchezza e di noia, durante la quale «stizzita per la scemenza dei suoi stessi oracoli e per l’ingenua credulità dei Greci […] ascoltò le domande del giovane Edipo, un altro che voleva sapere se i suoi genitori erano davvero i suoi genitori, come se fosse facile stabilire una cosa del genere nei circoli aristocratici, dove, senza scherzi, donne maritate davano a intendere ai loro consorti, i quali peraltro finivano per crederci, come qualmente Zeus in persona si fosse giaciuto con loro» (p. 9).
Per toglierselo di torno profetizzò a Edipo che avrebbe ucciso il padre e sposato la madre. E tuttavia quell’oracolo per lei insensato sarebbe diventato realtà. Ascoltando le voci diverse e convergenti di Meneceo, Laio, Giocasta, Edipo, Tiresia, della Sfinge, la Pizia si trova dentro un confine dove è diventato impossibile stabilire che cosa siano i fatti e che cosa le interpretazioni. In un sapiente e vorticoso gioco di incastri, Dürrenmatt moltiplica le versioni del medesimo evento e le dissemina in un variare di intrecci che costituisce l’essenza della verità, l’arcano della decifrazione, il potere del taciuto. La realtà «non smetterà di cambiare faccia se noi continueremo a indagare» poiché «la verità resiste in quanto tale soltanto se non la si tormenta» (64).
Dürrenmatt lotta con la razionalità e con il caos, con il potere e con la libertà, con le fedi e con la salvezza. E ne distilla metafisica: «Tutto è connesso con tutto. Dovunque si cambi qualcosa, il cambiamento riguarda il tutto» (48). Ignoriamo, per nostra fortuna, l’esito degli eventi prima che gli eventi accadano. Ed è «solo la non conoscenza del futuro [che] ci rende sopportabile il presente» (41). Perché la conoscenza ultima è la morte. Il dono più grande che Prometeo ha fatto agli umani consiste nell’ignoranza del giorno in cui moriremo: «Prometeo: Gli uomini avevano davanti agli occhi il giorno della loro morte e io li ho liberati. Coro: Quale medicina hai trovato per questo male? Prometeo: Li ho colmati di speranze: così si illudono senza vedere quello che li aspetta. Coro: Con questo dono li hai davvero aiutati» (Eschilo, Prometeo, vv. 248-253, trad. di Davide Susanetti).
La beffarda intelligenza di Dürrenmatt restituisce la forza dell’enigma e giunge alla eterogenesi di un racconto che vorrebbe dissolvere il mito e ne testimonia invece in ogni riga la potenza. «Come sempre in effetti la verità è atroce» (33). Guardare a fondo tale verità e non tremare, anche questo è la filosofia.
«ὁ ἄναξ, οὗ τὸ μαντεῖόν ἐστι τὸ ἐν Δελφοῖς, οὔτε λέγει οὔτε κρύπτει ἀλλὰ σημαίνει»
(‘Il signore, il cui oracolo è a Delphi, non dice e non nasconde ma fa segno’, Eraclito, fr. B 93)

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