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Caravaggio a Palermo

Una storia senza nome
di Roberto Andò
Italia-Francia, 2018
Con: Micaela Ramazzotti (Valeria Tramonti), Renato Carpentieri (Alberto Rak), Laura Morante (Amalia Roberti), Alessandro Gassmann (Alessandro Pes), Gaetano Bruno (Diego Spatafora), Antonio Catania (Vitelli), Marco Foschi (Riccardo), Silvia Calderoni (Agata), Renato Scarpa (Onofri – Ministro della Cultura)
Trailer del film

Da una chiesa di Palermo venne sottratta una tela di Caravaggio, la Natività. Era l’ottobre del 1969 e il dipinto non è stato più ritrovato. Su questo evento, sulle molte ipotesi, sulle ragioni e sulle conseguenze, Roberto Andò costruisce un film ibrido, un’opera che intende essere uno specimen del cinema.
Una storia senza nome è infatti un thriller, è un film politico, è una storia d’amore, è un film di mafia, è una metafora della relazione tra vita e scrittura, è una commedia, è una vicenda familiare, è un film nel film, è un’affettuosa presa in giro di se stesso e con sé del cinema, della fantasia umana, dell’immaginazione. La trama è inverosimile e le forzature sono evidenti, sembrerebbe persino volute. Gli attori -primi tra i quali Ramazzotti e Carpentieri- si divertono. Il risultato è un film piacevole e godibile, una favola cangiante di colori, come la Sicilia.

Qualunque sia stato il destino dell’opera di Caravaggio, esso conferma in che cosa consista la mafia, il suo male. Non la violenza, non la ferocia, non l’avidità -caratteri umani pervasivi, diffusi, probabilmente ineliminabili, anche se in Cosa Nostra diventati patologici- ma il fatto che sia composta da una accozzaglia di ilici, di ignoranti che rimangono tali sia quando sono analfabeti sia quando conseguono lauree -soprattutto in giurisprudenza e management-, si riempiono la casa di libri (capita anche questo, con Marcello Dell’Utri, ad esempio, che ne ha anche rubati dalla Biblioteca dei Girolamini di Napoli) o divengano professori universitari, giornalisti, funzionari dello stato. Rimangono entità ontologicamente incapaci di comprendere la bellezza, di saperla, di viverla, di esserla. Chiusi nella loro angusta psiche di rozzezza, non possono vedere l’arte, perché la visione non è soltanto percezione, la visione è proiezione nel mondo di ciò che si è. E i mafiosi sono intrisi di inestirpabile laidezza.