Skip to content


Napoli livida

Perez.
di Edoardo De Angelis
Italia, 2014
Con Luca Zingaretti (Demetrio Perez), Massimiliano Gallo (Buglione), Simona Tabasco (Tea), Marco D’Amore (Corvino), Gianpaolo Fabrizio (Merolla).
Trailer del film

PerezUn avvocato vive e lavora nel Centro Direzionale di Napoli, a due passi dal Palazzo di Giustizia. Non ha ambizioni, non ha desideri, non ha vita. Ha soltanto la figlia Tea, che si innamora di un giovane camorrista, sino a ospitarlo latitante a casa. Un giorno però un criminale d’alto rango sceglie Perez come proprio avvocato allo scopo di proporgli un affare, un grosso affare. Incerto, timido, chiuso in sé, Perez accetta e una nuova adrenalina comincia a scorrere dentro i suoi giorni.
La trasformazione di Demetrio Perez è descritta senza forzature, senza spettacolo. Come se tutto accadesse dentro i pensieri di quest’uomo apparentemente rassegnato. È una sola la materia umana che prende corpo nel camorrista disincantato e determinato, nel giovane violento e impulsivo, nel routinario della giustizia. La materia umana della disperazione che sa di esserlo.
Tutto questo è narrato dentro la luce livida di una Napoli senza folclore, ombraluce anch’essa di Perez.

Espressionismo partenopeo

Teatro Bellini – Napoli
Le voci di dentro

di Eduardo De Filippo
Con: Toni Servillo (Alberto Saporito), Peppe Servillo (Carlo Saporito), Gigio Morra (Pasquale Cimmaruta), Betti Pedrazzi (Rosa Cimmaruta), Chiara Baffi (Maria, la cameriera), Lucia Mandarini (Matilde Cimmaruta), Vincenzo Nemolato (Luigi Cimmaruta), Marianna Robustelli (Elvira Cimmaruta), Marcello Romolo (Michele, il portiere) Rocco Giordano (capa d’Angelo), Antonello Cossia (un brigadiere), Maria Angela Robustelli (Teresa Amitrano), Francesco Paglino (Aniello Amitrano), Daghi Rondanini (Zi’ Nicola)
Regia di Toni Servillo
Coproduzione Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa, Teatri Uniti di Napoli, Teatro di Roma
Sino al 18 gennaio 2015

voci_di_dentroAlberto Saporito non sa che ciò che ha visto con tanta nettezza -l’assassinio del suo amico Aniello da parte della famiglia sua dirimpettaia, i Cimmaruta- lo ha in realtà soltanto sognato. ‘Soltanto’? Quando cerca nella casa dei vicini le prove, le carte, il sangue che ha pensato di avere visto, non trova niente. E lo ammette davanti al brigadiere, lo ammette davanti ai Cimmaruta. Ma questi ultimi non credono alla versione del ‘sogno’ e cominciano a chiedergli di tirar fuori le prove che inchiodano gli altri membri della famiglia.
Tutti contro tutti. Anche il fratello di Alberto non aspetta altro che di vederlo in galera -per calunnia- in modo da appropriarsi della povera e sgangherata azienda di famiglia. Soltanto il vecchio zi’ Nicola sembra stare dalla sua parte ma lui è uno che da tanto ha smesso di parlare perché «se il mondo è sordo, lui ha diritto di essere muto». Il riapparire di Aniello Amitrano, ben vivo, non assolve nessuno. Anzi. Alberto Saporito ha compreso e ha snidato «ciò che vi è di mostruoso nell’ovvio» (Toni Servillo, p. 11 del Programma di sala), lo stare conficcato di ciascuno nel proprio delirio, nei propri sogni, nel proprio dormire, nell’odio profondo che riversiamo sui nostri simili, nel desiderio di saperli colpevoli, di vederli morti.
C’è davvero «una forza oscura nel testo» di Eduardo, una forza che «lo distanzia nettamente dai manichini dechirichiani di Pirandello» (Servillo, pp. 9-10), anche se allo scrittore siciliano deve certamente la rottura di ogni realismo a favore del linguaggio e della mente, della parola che produce il mondo. Questo linguaggio diventa in Eduardo De Filippo la musica dolorosa e potente della parlata di Napoli, si fa segno universale, canto, capacità di esprimere con ironia, con sdegno, con lucidità, l’universale ferocia degli umani. È questo espressionismo partenopeo, questo assurdo napoletano, che Eduardo aveva in mente «come spettacolo completo messo in scena e recitato nei minimi particolari, esattamente come io l’ho voluto, visto e sentito e come, purtroppo, non lo sentirò mai più quando sarà diventato realtà teatrale» (E. De Filippo, Il teatro e il mio lavoro, «Programma di sala», p. 21).
Il rigore e la profondità dell’interpretazione e della regia di Toni Servillo restituiscono alla scena lo spettacolo umano, le sue voci, il sogno.

Ridere della tristezza

Piccolo Teatro Studio – Milano
Jucatùre
(Els Jugadors)
di Pau Mirò
Con: Renato Carpentieri, Enrico Ianniello, Tony Laudadio, Marcello Romolo
Traduzione e regia di  Enrico Ianniello
Produzione Teatri Uniti in collaborazione con OTC, Institut Ramon Llull
Sino al 18 gennaio 2013

Un barbiere che sta perdendo il lavoro e spera soltanto che la moglie non lo lasci. Un becchino innamorato di una prostituta ucraina. Un attore che viene regolarmente scartato ai provini e che ruba nei supermercati. Un docente universitario di matematica che ha picchiato uno studente insolente e che ora è sottoposto a processo. Tutti e quattro si ritrovano a casa del professore per giocare a carte e anche -di tanto in tanto- per recarsi a un casinò nel quale perdono gran parte dei loro denari. Una mattina il professore trova sotto il cuscino la pistola che fu del padre. Propone agli altri di compiere una rapina.

La figura del Padre è al centro di questo testo. Un’ombra, un’autorità, un modello. E una sorda ribellione alla dipendenza da lui. Il Professore, che è ossessionato dalla memoria paterna, dalle punizioni, dai doveri, diventa a sua volta il punto di riferimento per gli altri. I quattro personaggi possiedono ciascuno una connotazione molto forte, ben scolpita, differente dagli altri tre. Ma l’insieme risulta unitario e delinea delle vite del tutto plausibili e comuni, che nella normalità del quotidiano mostrano in modo lampante quanto l’esistenza possa diventare atroce per gli umani. E tuttavia si ride, si ride davvero molto per la vivacità del testo, l’intelligenza delle numerose battute umoristiche, l’efficacia dei tempi comici scelti dal regista. Regista -Enrico Ianniello- che non soltanto interpreta in modo intenso la figura per molti versi più ricca, quella del becchino, ma che trasponendo la vicenda da Barcellona a Napoli e traducendola dal catalano in napoletano, rende Jucatùre estremamente espressivo, carnale come il desiderio e ironico come la morte.
Si può ridere della tristezza. Uno dei miracoli del teatro.

Napoli vive!

Canta appress’a nuie
di Edoardo Bennato
Da È Goal! (Live, 1984)

Uno dei luoghi arcaici, ctoni, tenebrosi e sempre nuovi. Questo è Napoli, città meravigliosa e come nessun’altra in Europa uccisa dal male. La sua parlata è una lingua  capace di andare al cuore stesso della materia, dei corpi e delle passioni. La monnezza che la camorra impone è specchio della camorra stessa, del suo tanfo entropico, e non dell’intero popolo che abita Napoli. Il canto al quale invita Edoardo Bennato è segno della gioia che trascina questo luogo, della vita dolente ed entusiasta di cui è impastato. Auguro a Partenope di diventare ciò che è, di tornare bella.

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Milano, Napoli, la speranza

Sono felice che una delle mie due città si sia finalmente liberata da vent’anni di tristezza, di incapacità amministrativa, di rapina del territorio, di esclusione, di arroganza. E sono felice anche per Napoli, un luogo che amo molto, capace di sorprendere sempre, come ha fatto in questa occasione eleggendo un magistrato contro chi per ottenere qualche voto prometteva impunità sulle costruzioni abusive. Vorrei far parlare delle amiche, una milanese e l’altra napoletana, che ieri mi hanno inviato due sms: «Sono felice per l’affermazione di Pisapia anche se al primo turno ho scelto il mov. [5 stelle]. A Napoli poi la cosa è incredibile, quasi commovente»; «Sono commossa…da tempo non vedevo nulla, più nulla. Questa napoletana abbraccia il milanese adottivo [proveniente da ] un sud di cui essere orgogliosa».

Due donne che non si conoscono tra di loro hanno utilizzato la medesima parola, «commozione», come quando si esce in modo insperato da una lunga malattia e si rivede qualche frammento di futuro. Queste amiche sono delle cittadine che cercano di pensare e di capire, simili alle tante persone che hanno affollato le piazze di Milano e di Napoli per festeggiare non l’illusione di una vittoria risolutrice dei problemi ma l’inizio delle condizioni minime per poterli affrontare. Ed è questo la speranza: poter cominciare ad agire per fare della decenza e della misura i criteri delle azioni. Non so come amministreranno Pisapia e De Magistris di fronte alle enormi difficoltà di una ricostruzione dalle macerie civili e sociali delle due città. Temo, ad esempio, che Pisapia non avrà la forza e le intenzioni di ridimensionare l’enorme sperpero di danaro e di spazio che è l’Expo milanese, il cui unico risultato è stato sinora la moltiplicazione del cemento.  Sono però certo che governeranno senza volgarità, che tenteranno una politica normale, fatta anche di limiti, errori, compromessi, ma non una politica criminale come quella che invece è ancora al comando della nazione.

 

Nun Te Scurda’

Almamegretta
(Passione version – 2010)

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

‘E ssentevo quanno ero figliola, ‘o cchiammavano ammore
chellu fuoco ca te nasce mpietto e ca maje se ne more
‘e ccumpagne parlavano zitto ‘e na cosa scurnosa
ca na femmena ‘a fa sulamente ‘o mumento ca sposa

e pure si sposa nun songo stata maje
saccio comme volle ‘o sanghe e ‘o core sbatte forte assaje
quanno ‘a voce d’a passione chiamma a te
quanno zitto int’ ‘a na recchia tu te siente ‘e murmulià

nun te scurda’ nun te scurda’
nun te scurda’ pecché sta vita se ne va
nun te scurda’, maje ‘e te

nun te scurda’ nun te scurda’
nun t’ ’o scurda’ pecché si no che campe a fa’
nun te scurda’ ‘e te maje
e tanto ’e llammore ca ’a sciorta m’a miso int’ ’e mmane
ca ‘o vvengo e ‘a ggente pe’ chesto me chiamma puttana
nun’aggio maje saputo sta’ carcerata int’ ‘a casa

a chi me schifa dico vuo’ vede’
ca ‘o cuorpo tu t’ ‘o vinne comme a me
nun me suppuorte e chest’ ‘o ssaccio già
i’ songo ‘o specchio addù nun te vulisse maje guarda’

nun te scurda’ nun te scurda’
nun te scurda’ pecché sta vita se ne va
nunte scurda’, maje ‘e te

nun te scurda’ nun te scurda’
nun t’ ’o scurda’ pecché si no che campe a fa’
nun te scurda’ ‘e te, maje.

mamma, puttana o brutta copia ’e n’ommo
chesté na femmena int’ ‘a chesta parte ‘e munno
ca quanno nasce a cchesto è destinata
e si ‘a cummanna ‘o core d’ ‘a ggente è cundannata.

mamma, puttana o brutta copia ‘e n’ommo
avesse voluto ‘e cchiù int’ ‘a chesta parte ‘e munno
apprezzata no p’ ‘e mascule sgravate no p’ ‘e chisto
cuorpo bello no p’ ‘e mazzate che aggio dato
sulamente pecché femmena so’ stata
e nu catenaccio ‘o core nun me l’aggio maje nzerrato
sulamente pecché femmena so’ stata
sulamente femmena…

nun te scurda’ nun te scurda’
nun te scurda’ pecché sta vita se ne va
nun te scurda’, maje ‘e te

nun te scurda’ nun te scurda’
nun t’ ’o scurda’ pecché si no che campe a fa’
nun te scurda’ ‘e te, maje.

Gorbaciòf

di Stefano Incerti
Italia, 2010
Con Toni Servillo (Gorbaciof), Yang Mi (Lila), Gaetano Bruno (L’Arabo), Geppy Geijeses (L’avvocato), Nello Mascia (Vanacore)
Trailer del film

Marino Pacileo fa il cassiere nel carcere di Poggioreale. Lo chiamano “Gorbaciòf” a causa di una vistosa voglia che ha in fronte. Vive da solo, ha la passione del gioco d’azzardo, parla pochissimo. Per giocare sottrae soldi alla cassa del carcere ma poi li restituisce regolarmente. Un uomo come questo non può innamorarsi. E però si innamora, corrisposto, della figlia del proprietario del ristorante cinese nel cui retrobottega gioca a poker. Tra di loro un sentimento quasi adolescenziale, silenzioso, dolce, impossibile. Il gioco si fa grande.

Ennesima, meravigliosa interpretazione di Toni Servillo che si fa ancora una volta il suo personaggio, che diventa il corpo di Gorbaciòf. Di questo guappo intriso di tenerezza e di una primitività quasi selvaggia e insondabile. Un uomo senza morale e senza malvagità, per il quale non parla la lingua ma le gote, le labbra, il modo straordinario in cui cammina, quasi remando nell’aria vuota di Napoli, le gambe. E soprattutto gli occhi, sino alla fine. Una fisicità della quale fanno parte le banconote da 20, 50, 100 euro. Simboli onnipresenti di un’ossessione che gira a vuoto. Poche volte l’assurdità del denaro fine a se stesso è stata resa in un modo così gelido ed esplicito. Il film ha il grande merito di essere cinema, e cioè opera visiva, pura immagine. Le rade parole scandiscono il divenire visivo del silenzio. Lontani dalla chiacchiera della fiction televisiva, dentro il cuore d’amore e di tenebra del mondo.

Vai alla barra degli strumenti