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Pubblicità / Animismo / Animalità

Mente & cervello 122  – febbraio 2015

brand«Viviamo circondati dalla pubblicità: per strada, in televisione e sempre di più su Internet» (D.Courbet – M.P. Fourquet-Courbet – J.Intartaglia, p. 32); pensare di rimanere immuni dal suo condizionamento è illusorio. Numerosi esperimenti e indagini mostrano infatti che anche se non rivolgiamo alcuna attenzione ai filmati, alle ‘interruzioni’ in tv, al product placement al cinema (marchi ben visibili durante le scene), ai banner pubblicitari, i comportamenti d’acquisto della gran parte delle persone ne vengono ugualmente e a fondo determinati. E poiché «in una democrazia tutti hanno diritto di sapere se c’è qualcuno che sta cercando di influenzarli, e in che modo […], se tutti prenderanno coscienza dell’enorme potere esercitato dalla pubblicità sui nostri comportamenti d’acquisto, le tecniche pubblicitarie che puntano ad aggirare i nostri criteri razionali di giudizio potrebbero subire seri contraccolpi» (Id., 37). Anche questo è lo scopo della conoscenza, e in particolare dello studio del corpomente e dei suoi meccanismi di reazione agli stimoli ambientali. Ricordo uno soltanto di tali meccanismi: «Il prezzo di un prodotto determina la nostra percezione del suo valore» (M.Cattaneo, 3), sino al punto che «nel 2008 l’economista svedese Johan Almenberg dimostrò che vini di basso prezzo, messi in bottiglie di marchi pregiati, erano ritenuti, in test di assaggio, migliori di vini costosi in confezioni di poco prezzo» (A.Saragosa, 22).
Una praticabile strategia per evitare di sottomettersi in questo modo al marketing è -ad esempio- non possedere il televisore e installare sul proprio computer dei software che impediscono la visualizzazione di tutta la pubblicità, statica o dinamica che sia. È quello che ho fatto, ma naturalmente la questione è molto più complessa perché la pubblicità non è una dimensione soltanto o soprattutto tecnico-commerciale ma è un evento politico e sociale. È evidente che nella società dello spettacolo i partiti politici e i soggetti che li guidano rappresentano dei brand, dei marchi in competizione ma anche in alleanza gli uni con gli altri allo scopo di avvantaggiarsi della credulità dei cittadini clienti. Le specie sociali, come quella umana, costituiscono delle strutture collettive nelle quali l’influenza dell’intero sulle singole parti è schiacciante. La pubblicità quindi non è soltanto, come si usava dire, l’anima del commercio ma è anche uno dei segreti del potere. Quando il potere è in mano agli imprenditori -cioè a persone la cui professione consiste nel produrre e nel vendere qualcosa a qualcuno-, tra mercato e politica non vi è più differenza. È esattamente questa la condizione nella quale vivono quasi tutte le attuali società.

La natura sociale della specie umana si esprime con particolare forza nel linguaggio e nella comunicazione. L’essere sempre connessi, la miriade di scambi che hardware e software rendono possibili, si evolverà forse nella connessione diretta dei corpimente tra di loro. Non si tratta (soltanto) di fantascienza ma di ricerche in corso da tempo e sempre più avanzate: «La comunicazione da cervello a cervello potrebbe amplificare gli aspetti sociali della natura umana, come la nostra tendenza a condividere i pensieri. Se mai i ricercatori arriveranno a realizzare una vera comunicazione da cervello a cervello, le implicazioni etiche saranno immense» (R.P.N.Rao – A.Stocco, 101). Non c’è dubbio.

Talmente creatrice di socialità è la mente umana da rivestire di vita anche gli oggetti inanimati.Un fenomeno certamente di nicchia ma significativo è quello degli Idollator, coloro che scelgono come compagne le Love Doll,
delle bambole in silicone a grandezza naturale, simili a delle vere donne, con le quali non limitarsi a fare sesso: «Le evidenze aneddotiche suggeriscono che le bambole hanno portato sicurezza e gioia nella vita dei loro

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Innato / Appreso

Mente & cervello 121  – gennaio 2015

La contrapposizione tra innato e appreso impedisce di intendere la complessità e la ricchezza del mondo animale, umano compreso. La quantità e qualità delle ricerche degli ultimi decenni mostrano che «il comportamento biologico e chimico del cervello è il prodotto dell’interazione tra individuo e ambiente» (M.Capaci, p. 105) e che tale plasmabilità -fondamentale per vivere- accade sul fondamento di alcune strutture assolutamente innate. Un innatismo che non si limita a elementi come riproduzione, sonno, alimentazione, potenzialità linguistiche (la grammatica generativa di cui parla Chomsky), l’aggressività studiata da Lorenz (difensiva, adattativa, esplorativa) ma si spinge sino a funzioni più specifiche come la capacità di valutare le probabilità di un evento; facoltà che non dipende dal grado di istruzione e di cultura ma è «fra le nostre capacità razionali innate» (G.Sabato, 19).
Tra queste funzioni c’è anche e specialmente la propriocezione, la percezione di sé, del nostro corpo nello spazio e nel tempo. Un esperimento attuato nel 1998 e da allora ripetuto e perfezionato -l’illusione della mano di gomma o rubber hand illusion,- ha mostrato che la propriocezione si estende agli oggetti dei quali facciamo uso e quindi all’intero spazio-ambiente in cui siamo immersi. Si va sempre meglio comprendendo, infatti, «che la coscienza non è un fenomeno esclusivamente centrale, legato all’encefalo e alla corteccia, ma che dipende anche dal corpo e da ciò che arriva dalla periferia» (D.Ovadia, 75).
L’interazione con l’ambiente (l’appreso) e la struttura chimico-fisica del corpo che siamo (l’innato) contribuiscono entrambi alla neurogenesi, alla nascita di nuovi neuroni (circa 1400 cellule al giorno), facoltà importante anche per poter conservare i ricordi senza sovrapporli gli uni agli altri. Anche da qui si genera la temporalità, la nostra invincibile sensazione di essere dispositivi che abitano il tempo e sono tempo: «Benché molti dettagli dei processi di archiviazione nel cervello siano ancora sconosciuti, un semplice sguardo a queste attività complesse rivela il loro straordinario grado di raffinatezza. Permettendoci di archiviare e rievocare una vasta gamma di esperienze, i ‘nuovi’ neuroni fungono da collante che collega il nostro presente al nostro passato» (W.Skaggs, 89).

Occhio / θεωρέω

Mente & cervello 119 – novembre 2014

occhioL’animale umano è un’entità teoretica. θεωρέω, vedere/osservare, è il suo approccio privilegiato al mondo. Per intuire che cosa sia il nostro occhio, è sufficiente confrontarlo con quello degli strumenti fotografici più avanzati oggi disponibili: «La luce più intensa distinguibile da una fotocamera Canon 5D II […] è 2000 volte più forte della più debole luce che la stessa macchina è in grado di percepire. Se la luminosità di un ambiente eccede questo intervallo, alcune regioni saranno sovraesposte o sottoesposte, con conseguente imbarazzo per il fotografo. Ma se il fotografo avesse guardato la scena con i propri occhi lo stesso fotone avrebbe colpito direttamente la sua retina. […] L’intervallo di intensità a cui l’occhio umano è sensibile è così vasto che può distinguere due oggetti di cui uno è un milione di volte più luminoso dell’altro» (K.M. Stiefel – A.O. Holcombe, pp. 49-50).
2000/1.000.000. Una differenza enorme che si fonda sul fatto che «il cervello costruisce una percezione di ciò che, con l’evoluzione, ha imparato a identificare come realtà. […] Il cervello sintetizza un’immagine il più possibile coerente per uno scopo preciso, quello di adattarsi e interpretare al meglio il mondo che ci circonda. Il principio dell’occhio e quello della fotocamera sono fondamentalmente differenti. La differenza non si potrà colmare finché, in un lontano futuro, non svilupperemo una macchina davvero intelligente e la impianteremo nel corpo di una fotocamera» (Id., 53), vale a dire finché una ibridazione tecnobiologica non riprodurrà l’immensa capacità umana di inventare una realtà nitida e ordinata a partire dalla tempesta di fotoni che investono l’apparato visivo.
La realtà, ancora una volta, semplicemente non esiste. Né la realtà collettiva, che centinaia di esperimenti mostrano essere il frutto dei condizionamenti ambientali (cfr. qui l’articolo di D. Hellmann e H-P. Erb sui sondaggi, pp. 54-59) né la realtà propriocettiva, individuale. La questione dell’arto fantasma dimostra anch’essa che «qualcosa cambia a livello cerebrale quando il corpo subisce una modificazione importante […] e il cervello umano procede a una rimappatura delle rappresentazioni corporee quando viene a mancare l’apporto delle sensazioni dalla periferia» (D. Ovadia, 69).
Il cervellomente decifra/interpreta di continuo la materia di cui fa parte. Anche l’occhio è un dispositivo ermeneutico.

Connettoma

Mente & cervello 118 – ottobre 2014

Etienne_saint-amant_Autoportrait_connettomaIl cervellomente ci costa molto in termini di energia. Nell’infanzia assorbe fino al 66% delle risorse e il 43% dell’introito calorico quotidiano (anche da adulti la percentuale rimane assai alta -tra il 20 e il25%- rispetto a qualunque altro organo). E tuttavia non ricordiamo nulla dei primi anni di vita. Non solo: in ogni fase dell’esistenza i ricordi vengono continuamente trasformati. Questo accade perché è l’intero cervello che ricorda e che dimentica, non soltanto l’ippocampo, come si pensava sino a tempi recenti. L’ippocampo infatti svolge anche altre funzioni. La specializzazione cerebrale è sempre relativa e «dobbiamo fare molta attenzione a identificare i concetti mentali, come la memoria, con specifiche strutture neuronali, come l’ippocampo. […] Perché il cervello non è un atlante della mente» (F. de Brigard, p. 101). Bellissime anche artisticamente sono le immagini di questo nostro organo che è possibile ottenere con le più avanzate tecnologie che puntano a rendere visibile il connettoma, l’insieme delle connessioni neurali del cervello umano. Senza però dimenticare che tali immagini non sono il cervellomente, «non restituiscono i collegamenti anatomici reali, ma sono ricavate statisticamente» (I. Bareither, 87).
Il nostro cervellomente è capace di qualcosa che nessun software è in grado di fare, neppure i sofisticatissimi e fondamentali programmi che aiutano i piloti di aereo nel loro lavoro. Ai dati che elabora, infatti, «il computer non è in grado di dare un significato» mentre gli umani continuano a pensare «anche in presenza di dati ambigui e difficilmente riconoscibili. Il computer è ineguagliabile nella velocità di confronto dei dati senza interpretazione e in quella del calcolo, ma l’uomo si dimostra enormemente superiore nell’esplorazione della realtà circostante, tramite una serie irrazionale e a volte casuale di associazioni che danno significato al mondo esterno» (C. Dellonte, 55-56).
Significati e forme sono i veri contenuti del cervellomente, quelli che la Gestalttheorie –la psicologia della forma- indaga e spiega. Uno degli esempi più efficaci della verità della Gestalt è la pareidolia -dal greco parà (simile) e eidolon (immagine)-, la nostra irresistibile tendenza a trovare e a vedere dappertutto dei volti umani. Per l’Homo sapiens infatti il riconoscimento di un volto amichevole oppure ostile è stata ed è questione di sopravvivenza. Lo mostrano i volti di Mooney ma ancor più lo mostrano i volti che identifichiamo nelle nuvole, nelle montagne, negli alberi, in oggetti e anche in forme semplicissime come quella che vedete qui sotto:

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Un altro esempio è la cosiddetta metereopatia. Le condizioni meteorologiche, infatti, «agiscono solo in maniera marginale sul nostro umore. Il malessere nasce piuttosto dalla convinzione soggettiva che questo legame esista davvero» (A. Hofmann, 60). Fu un filosofo, ancor prima di tanti psicologi, a sintetizzare in modo icastico la struttura di questo fenomeno: «Le conseguenze del tempo su di noi sono invece una questione di atteggiamento. A quanto pare, aveva ragione anche il filosofo francese Blaise Pascal, che scriveva: ‘La nebbia e il sole sono dentro di me’» (Id., 63)
Non vediamo enti, vediamo significati. Questo è il lavoro del dispositivo semantico che chiamiamo cervello.

Scrivere

Mente & cervello 117 – settembre 2014

M&C_117_settembre_2014Le mente è una parte della materia consapevole di esistere. Mi ha fatto piacere trovarne ulteriore conferma negli studi di Mark Tegmark, fisico del MIT, il quale sostiene l’ipotesi che, per l’appunto, «la coscienza sia un diverso stato della materia, da collocare assieme a quelli solido, liquido, gassoso e plasmatici, che si meriterebbe il nome di perceptronium» (S. Gozzano, p. 9).
Il corpomente è sempre attivo, in qualunque momento situazione e condizione. Per questo siamo vivi. E per questo «stare da soli in una stanza vuota a pensare, anche solo per un breve periodo di 5-15 minuti, è un compito che la nostra mente trova quasi insostenibile», proprio per «la costante necessità della nostra specie  di ‘fare qualcosa’ anziché rimanere in silenzio e lasciar lavorare la mente in solitudine» (A. Romano, 20). L’Homo faber è un corpomente che impara di continuo, capace di apprendere sia per le componenti genetiche di ciascuno sia per quelle dell’ambiente nel quale ognuno si trova a vivere. Rispetto a tempi recenti, volti ad assolutizzare il condizionamento delle strutture sociali nell’apprendimento, «gli effetti della componente ambientale nello sviluppo delle capacità intellettive dei primati, sebbene non siano trascurabili, vengono quindi ridimensionati» (Id., 23).
Il corpomente apprende in una miriade di maniere. Tra di esse il modo principe è lo scrivere. Senza il linguaggio -nella

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Figli e prioni

Mente & cervello 116 – agosto 2014

 

M&C_116Ciò che nell’umano conta davvero, ciò che per noi è importante, forma un tutto unitario, un plesso omogeneo nel quale le differenze rafforzano le connessioni. Sesso e potere costituiscono due delle modalità decisive della vita ed è quindi inevitabile che intrattengano tra loro profondi legami. Non, naturalmente, quelli costituiti dall’utilizzo dell’autorità per ottenere prestazioni sessuali. Si tratta di assai di più, di qualcosa che tocca l’identità stessa degli umani e dei loro rapporti più intimi. È quanto emerge dalla conversazione di Silvia Bencivelli con la sessuologa Chiara Simonelli. Ad esempio: «Nelle femmine talvolta c’è moltissimo il bisogno di sedurre, di sentire, di essere l’oggetto del desiderio di un altro. Per i maschi il rapporto sessuale può essere la conferma della propria virilità. […] Perché sul sesso si gioca molta della propria vulnerabilità: a letto si è nudi anche nell’anima, e i sintomi sessuali che possono emergere in una coppia sono devastanti. Il compromesso è difficile. A volte si gioca addirittura su equilibri di potere. È una parola che non ci piace, ma spesso è così: le persone più intelligenti -emotivamente- mediano, le altre si impongono oppure chinano la testa» (36-37).
Un momento nel quale il rapporto di coppia tra una femmina e un maschio umani si trova a grande rischio è la nascita di un figlio. La ragione è evidente: un figlio appena nato drena gran parte della quantità e qualità di attenzione e di amore di cui una persona è capace. L’altro -il compagno adulto- non può che soffrirne. Simonelli lo riconosce con grande chiarezza: «Avere figli cambia tutto. Uno studio recente ha evidenziato quello che pare brutto da dire ma è drammaticamente reale: le coppie senza figli sono mediamente più felici di quelle con figli. Perché è vero che un figlio ti cambia in meglio, personalmente, ma sottrae attenzione ed energia alla coppia». La sessuologa riconosce che ben prima delle ricerche contemporanee fu Schopenhauer a dirlo. Per il filosofo l’innamoramento è un «processo al servizio della specie. E la morte del desiderio appena la specie è servita» (39).
Una specie che come tutte le entità viventi è sottoposta a una miriade di rischi, malattie, sciagure. Stanley Prusiner ricevette nel 1997 il Nobel per la medicina per aver scoperto una delle cause più insidiose dei processi degenerativi del cervello: i prioni. Intervistato da Simona Regina, questo medico spiega che i prioni «sono proteine che, in seguito a un’alterazione di forma, acquisiscono la capacità di replicarsi e accumularsi a macchia d’olio nel cervello, distruggendo le cellule cerebrali. Tanto che alle fine il cervello assume l’aspetto di una spugna, a causa della massiccia perdita di neuroni» (81). La scoperta di Prusiner venne contrastata in tutti i modi perché infrangeva il dogma biologico secondo cui un materiale soltanto proteico -che non contenga DNA e RNA- non può costituire un agente infettivo. Invece lo costituisce a tal punto «che molte malattie degenerative del cervello, se non tutte, sono riconducibili all’azione devastante dei prioni: non solo dunque la malattia di Creutzfeldt-Jakob, ma anche l’Alzheimer, il Parkinson»…e così via nel triste elenco dell’autodistruzione del cervello umano (82). Bisogna ricordare che di per sé le proteine prioniche «svolgono importanti funzioni, regolano il metabolismo cellulare e garantiscono il buon funzionamento del nostro organismo» (81).
Figli e proteine possono dunque sostenere la vita di un umano e possono anche distruggerla. Banale ma non per questo meno vero.

Ermeneutica e placebo

Mente & cervello 115 – luglio 2014

 

M&C_115_luglio_2014Lo ripeto spesso: l’antroposfera è inseparabile dalla zoosfera, dalla teosfera e dalla tecnosfera. Le indagini neurologiche e antropologiche mostrano con chiarezza che «quando un individuo manipola strumenti, questi divengono parte del suo corpo, o meglio, il cervello li codifica come se gli strumenti avessero un’esistenza equivalente a una qualsiasi parte del corpo». Questo vale anche per altre specie che utilizzano strumenti, come le scimmie, per le quali «il rastrello è assimilato all’immagine della mano. Il numero di neuroni che inizialmente codificava l’immagine si espandeva per incorporare anche il rastrello» (Atsushi Iriki, rispondendo ad Antonella Tramacenere, p. 98). Gli strumenti non sono mai neutri, una frase come ‘dipende dall’uso che se ne fa’ è perlomeno ingenua. L’uso dei videogiochi, dei cellulari, dei computer «sta avendo effetti profondi sul nostro cervello, sulla capacità di riutilizzo delle risorse neurali e probabilmente sulle nuove connessioni di aree sensoriali e motorie» (Id., p. 100). E tuttavia la modalità di funzionamento del cervello rimane profondamente analogica e non digitale poiché «il sistema nervoso degli animali non necessita, come i computer, di enorme rigore e capacità di elaborazione di grandi quantità di dati tutti in una volta, bensì deve essere in grado di adattarsi e imparare continuamente e con il minor dispendio di energia possibile. L’evoluzione ha selezionato macchine ottimizzate per interpretare e associare input esterni, percepiti anche in modo impreciso, e tradurli in schemi complessi plasmandosi di volta in volta sulla base delle esperienze acquisite» (M. Semiglia, p. 20).
Il milieu tecnico, naturale e culturale nel quale gli umani sono costantemente immersi li plasma infatti di continuo, li condiziona e nello stesso tempo li rende imprevedibili nel rispondere all’ambiente, alle sue condizioni, alle sue richieste. Interessantissima è, pure da questo punto di vista, l’esperienza di totale isolamento che si vive nella base antartica Concordia, ben più irraggiungibile e isolata -anche se può sembrare strano- rispetto alle astronavi che ruotano intorno al pianeta. Da febbraio a novembre, infatti, la temperatura raggiunge gli 80 gradi sotto lo zero e nessun mezzo di trasporto può raggiungere la base. Si tratta di una sfida che comporta rischi anche gravi e che in ogni caso cambia la vita di chi vi si sottopone, come viene raccontato in un coinvolgente articolo di Giorgio Di Bernardo (pp. 64-71).
Il corpomente a tutto si adatta, o cerca todo modo di farlo, perché tutto interpreta secondo i propri schemi, bisogni, aspirazioni. Una delle conferme più potenti di tale attitudine è l’effetto placebo, «ossia l’effetto terapeutico di sostanze inerti o procedure fasulle» (T. Gura, p. 90), la cui possibilità dipende dalla regolazione endogena della quale il corpomente è capace; una facoltà, questa, non soltanto chimica ma anche profondamente ermeneutica, consistendo nell’«abilità degli esseri umani di reinterpretare le situazioni» (Id., p. 94). Tra le più recenti acquisizioni riguardanti l’effetto placebo c’è l’importanza del medico. Se coloro che curano si mostrano coinvolti, interessati, attenti alla vicenda

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Memorie e Differenza

Mente & cervello 114 – giugno 2014

M&C_114_giugno_2014Gli altri animali sono per l’appunto altri rispetto all’umano ma lo sono come le tigri sono anch’esse altre rispetto a tutto il resto del mondo animale, umani compresi. E così pure le lucertole e i gatti e le api. Ogni specie è altra rispetto all’intero. Ma lo è come sezione di una totalità della quale tutti gli animali sono parte. Ritenere che la specie umana abbia qualche primato è del tutto privo di senso dal punto di vista sia biologico sia logico. Ogni specie ha delle particolari caratteristiche, peculiarità, strutture e funzioni. L’antropocentrismo di Pico della Mirandola è chiaramente un errore. Che lo sia è ampiamente dimostrato da tutto l’insieme delle scienze naturali. È un errore tuttavia ancora molto praticato, anche e forse soprattutto per ragioni religiose.
L’affermazione con la quale Marco Cattaneo chiude l’editoriale di questo numero di Mente & cervello va quindi applicata non all’umano soltanto ma a ogni specie vivente: «La nostra unicità non può più essere banalmente considerata un sinonimo di superiorità» (pag. 3); altrettanto ‘unica’ infatti è ogni altra specie. Gli articoli che compongono il dossier intitolato L’intelligenza degli altri si occupano soprattutto delle api, degli elefanti, dei macachi, dei delfini. Ciascuna di queste specie possiede delle abilità cognitive diverse dalle altre. Ridurre tale ricchezza della materia e della natura al solito, ossessivo, ridicolo confronto con le caratteristiche di una ben precisa specie -la nostra- è davvero penoso. È quindi vero che scimpanzé e umani condividono il 96% dei geni. È vero che -come afferma C. Boesch «gli scimpanzé hanno un sé autobiografico, ossia sanno di esistere nel tempo, pianificano il futuro e sono in grado di ricordare dettagli specifici del passato anche lontano» (cit. da A. Meldolesi, 28). È vero che in un alveare alcune api sono coraggiose ed esploratrici e altre più timide e domestiche. È vero che gli elefanti vivono in complesse strutture matriarcali e vegliano i loro morti. È vero che alcuni uccelli possiedono una memoria spaziale di straordinaria potenza.
Ma ciò che conta non è ciascuna di queste differenze. Ciò che conta è non misurare tali elementi in relazione ad analoghe caratteristiche dell’Homo sapiens ma semplicemente accettare la Differenza come valore non gerarchico. E invece l’articolo di Meldolesi -che introduce il dossier- rimane contraddittorio nel muoversi tra il riconoscimento di tale differenza e la ribadita superiorità umana, a partire dalla accettazione della vivisezione, metodologia che se applicata agli umani farebbe gridare al crimine. Indice di tali contraddizioni sono le immagini che costellano l’articolo, nelle quali si vedono alcuni fotomontaggi che riducono dei cani alle patetiche figure di giocatori di scacchi in camicia e papillon, medici in cravatta e occhiali, giocatori di tennis con fascia in testa e racchetta in zampa. Evidentemente oltrepassare davvero i pregiudizi dello specismo è difficile. Ma è questione di tempo.
Si diceva della strepitosa memoria spaziale di un uccello come la nocciolaia di Clark. La memoria è naturalmente parte fondamentale dell’intelligenza e dell’identità di tutto ciò che ha coscienza di esistere. «Senza memoria non potremmo sopravvivere», come racconta James McGaugh ad Anna Lisa Bonfranceschi (79 e 83). McGaugh ha in particolare studiato i rari casi di ipertimesia, di persone che hanno una highly superior autobiographical memory (HSAM). Casi che si avvicinano, senza toccarla naturalmente, alla memoria del personaggio borgesiano Ireneo Funes. Costoro non riescono infatti a dimenticare. La memoria è una funzione complessa e affascinante, che coinvolge i sensi, la coscienza, l’identità. Come ben sa ogni lettore di Proust, anche «gli odori hanno il potere di richiamare alla mente ricordi di luoghi e momenti vissuti» (M. Saporiti, 20). I ricordi sono la vita stessa, tanto è vero che «la differenza tra memorie più o meno forti sta nella portata emotiva sperimentata durante la formazione della memoria. Più è forte l’emozione che si prova, più facile sarà ricordare gli eventi legati a quell’emozione»  (Bonfranceschi, 82-83).
Un ulteriore elemento che accomuna l’umano alle altre specie sociali è il branco, il conformarsi al branco. I celebri esperimenti di Salomon Asch, ricordati da D. Ovadia (pp. 66-69), hanno mostrato che quando in un gruppo anche ristretto la maggioranza fa affermazioni palesemente insensate, un individuo isolato comincia a condividerle, per quanto continui razionalmente a percepirne l’insensatezza. Se invece gli si dà la possibilità di rispondere per iscritto o senza che gli altri sentano la sua risposta, eviterà di accettare tesi assurde. Sta anche in tale condizionamento la forza del potere

 

Lentezza / Animali / Diritto

Mente & cervello 113 – maggio 2014

M&C_113_maggio_2014«Peggio ancora: il cervello si abitua alla velocità e ne vuole sempre di più» (S. Bohler, p. 27). A (quasi) tutto infatti si abitua il cervello. E specialmente alle caratteristiche che riguardano la sostanza temporale del corpomente. E pertanto via via che il nostro vivere si fa trafelato, via via che diventa pieno di stimoli elettronici -quelli veicolati dai computer, dai cellulari, dalle tavolette-, il cervello si adatta e anzi ne vuole di più. Un tempo breve ma vuoto di tale pungolo ci sembra non passare mai e soprattutto ci appare vuoto di sostanza oltre che di eventi. Gli studi sempre più numerosi sulla struttura temporale dell’umano ci dicono però che sarebbe meglio abituarsi anche «a premere il freno per recuperare la lentezza» (Ibidem). L’accellerite cronica, coniugata all’utilizzo pervasivo degli strumenti di comunicazione personale, sembra produrre un vero e proprio tecnostress poiché per un ente del tutto temporale qual è l’essere umano «la sensazione di non avere abbastanza tempo è già in sé fattore di stress», in quanto «molti compiti, professionali o domestici, sarebbero gradevoli se disponessimo di abbastanza tempo per eseguirli. Ciò presupporrebbe però che limitassimo molte attività annesse: che trascorressimo meno tempo su Internet o davanti alla televisione, che perdessimo meno tempo sui mezzi di trasporto e così via» (C. André, 38). È una conferma del fatto che l’equilibrio psicosomatico (la salute mentale) consiste  in gran parte in un rapporto armonioso con il tempo che siamo.
Tempo che in un malato di Alzheimer sembra progressivamente dissolversi nell’oblio di ciò che si è stati, nella chiusura dei sentieri dell’ha da essere e quindi nell’inconsistenza dell’istante che si è. Una struggente documentazione fotografica di Fausto Podavini lo conferma nei gesti colmi di dinamismo di Mirella e nella reazione immobile e spenta di suo marito Luigi (pp. 60 sgg).
Tempo che sembra improvvisamente rallentare nei pochi secondi che trascorriamo all’interno di un ascensore in compagnia di sconosciuti. Ci comportiamo esattamente come delle scimmie chiuse in una piccola gabbia. Per noi umani come per loro «l’obiettivo è evitare in ogni modo lo scontro, che in spazi così ristretti e soprattutto con un individuo mai incontrato prima, potrebbe avere esiti imprevedibili». Questa e moltissime altre esperienze dimostrano «che allo specchio guardiamo una scimmia nuda» (M. Motta nella recensione a A che gioco giochiamo noi primati, di Dario Maestripieri, pp. 104-105).
Anche questo nostro legame assoluto con gli altri animali spiega perché moltissimi dei soggetti che scatenano la loro violenza sui conspecifici hanno da bambini e adolescenti torturato e ucciso animali di altre specie. È ormai accertata l’esistenza di «un legame statisticamente significativo tra le condotte crudeli contro gli animali e la delinquenza grave», un legame tra «la maniera in cui trattiamo gli animali e quella in cui trattiamo le persone non sono più separabili» (L. Bègue, 90 e 93). Non a caso gli adulti crudeli nei confronti di bambini, donne, anziani sono assai spesso crudeli anche verso gli altri animali. Si tratta infatti di infierire su soggetti più deboli e poco difesi.
Il criminologo Massimo Picozzi nella sua rubrica analizza il caso di Desirée Polverini, che nel 2002 venne aggredita e uccisa senza alcun motivo da un gruppo di adolescenti guidati da un adulto. Durante i processi che seguirono questo efferato delitto, in nessuno dei colpevoli venne trovato «un vizio di mente che ne limitasse la responsabilità» (15). Tutti ‘capaci di intendere e di volere’, tutti in grado di decidere. Non è vero, naturalmente. È infatti nella natura stessa di tali soggetti che sta la causa delle loro azioni. Il diritto cristiano moderno -non quello greco/pagano- è molto lontano dalla comprensione profonda dell’umano. Non bisogna cercare responsabilità, che non esistono. Basta limitarsi ai comportamenti e al danno che producono. E quelli punire. Come Edipo, che non sapeva ciò che faceva. Ma che viene punito lo stesso per ciò che aveva fatto. È questo la giustizia.

 

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