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Totem

William Golding
Il Signore delle Mosche
(Lord of the Flies, 1954)
Traduzione di Filippo Donini
Bibliotex, 2002
Pagine 224

«Niente pietà» (p. 31) nel gorgo dell’umano alla sua nascita. Precipitati nello spazio vergine di un’isola-foresta e lasciati al tempo che rinasce dal suo vuoto, un gruppo indefinito di ragazzini mostra le categorie più fonde, gli esistenziali più potenti, le leggi naturali dell’Homo sapiens. Che sono norme di potenza e di sopraffazione, pronte a generare un ambiente dentro il quale l’ammissione che «le leggi sono l’unica cosa che abbiamo» (99) e l’interrogativo su «che cosa è meglio: la legge e la salvezza o la caccia e la barbarie?» (199) vengono ben presto irrisi e si dissolvono in un’«un’autorità irresponsabile» (176), nell’urlo che selvaggia, nel «peso di un’autorità senza nome» (201), in una forza inesorabile, la morte.
La novità di «un tempo in cui la vita era così piena che si poteva fare a meno della speranza» (63) si volge, si trasforma e trasfigura nello spaziotempo fantasmatico, silenzioso e ululante di una maschera e «a quella maschera non si poteva disubbidire» (69).
Non genesi storica della società, non un contratto sociale, non l’ulteriore variazione sul buon selvaggio, non psicologia dell’infanzia e dell’adolescenza, non distopia ma descrizione dell’umano nella profondità del suo buio e della sua follia, ché tali siamo: folli di qualcosa che ci sfugge. È questa probabilmente «la malattia fondamentale dell’umanità» (97).
Un totem, un simbolo, una figura, una metonimia e una metafora condensano il male che è l’umano: «Erano innumerevoli, nere e d’un verde iridescente e di fronte a Simone il Signore delle Mosche ghignava, infilzato dal bastone. Alla fine Simone cedette e riaprì gli occhi: vide i denti bianchi, gli occhi velati, il sangue…e restò affascinato, riconoscendo qualcosa di antico, di inevitabile» (152), la nostra carne, la nostra volontà, il nostro gesto, l’origine e il destino.
«Die Selbstvernichtung des Menschentums besteht nicht darin, daß es sich beseitigt, sondern daß es sich jeweils die Geschlechter züchtet, in denen ihm seine Herrlichkeit bestätigt wird, ohne daß diese Blendung als Verblendung sich bloßstellen ließe».
[‘L’autoannientamento dell’umanità non consiste nel fatto di dissiparsi, bensì nel fatto di allevare di volta in volta le stirpi in cui le viene confermata la sua magnificenza, senza che questo miraggio si lasci scoprire come un accecamento’. Martin Heidegger, «Gesamtausgabe», Band 96, IV Abteilung: Hinweise und Aufzeichnungen, Überlegungen XII-XV [18-19], Schwarze Hefte 1939-1941, Vittorio Klostermann, Frankfurt am Main, 2014, p. 181; Quaderni neri 1939-1941].