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Globalizzazione

La Globalizzazione è un errore anche ontologico che si ripresenta spesso nelle vicende umane e che consiste nel prevalere di uno dei due paradigmi che strutturano l’essere: l’Identità e la Differenza. La Globalizzazione è un tentativo di inglobare individui, culture, civiltà e saperi in un’unica forma, fondata sull’economia liberista e sui suoi dispositivi. Sta qui il vero problema delle migrazioni. Molti immigrati infatti «rifiutano -a ragione- di spogliarsi delle stigmate della propria cultura d’origine per abbracciare in blocco gli stili di vita che vigono in quei luoghi dove hanno cercato e trovato accoglienza» (M. Tarchi, in Diorama Letterario 343, p. 2). Il patrimonio immateriale dei popoli -quello difeso dall’Unesco- è anche la loro identità, che resiste all’inclusione in una universalità che dissolve le differenze.
Non a caso gli umani -animali capaci di tutto pur di sopravvivere- sono stati storicamente disposti a rinunciare alla vita soltanto per difendere beni che sono insieme materiali e immateriali e si sintetizzano in strutture come il territorio/Heimat, le credenze religiose, l’identità di classe. Strutture che sono per loro natura circoscritte ed escludenti, poiché ogni identità è tale soltanto in quanto si separa e differenzia da altre identità. L’uguale non può entrare né in dialogo né in conflitto. L’uguale è una forma di povertà rispetto al gioco di identità e differenza.
Tanto più in un contesto come quello contemporaneo, di moltiplicazione del numero di umani, di loro convivenza in territori sempre più circoscritti, con la conseguente erosione delle risorse necessarie alla vita individuale e collettiva. Siamo 7,5 miliardi e «gli oltre 9,5 miliardi previsti per il 2050 rappresentano già un dato preoccupante . E la crescita non si fermerà, perché sono previsti oltre 11 miliardi di abitanti per la fine del secolo» (G. Ladetto, ivi, 8). Non soltanto l’Europa occidentale è decisamente sovraffollata ma «già oggi si sarebbe superata la capacità del pianeta di sostentare l’attuale popolazione» (Id., 8). Su questo che è il problema ho scritto anche qui: ὕβϱις.
Della questione demografica i grandi media parlano poco, anche perché non è evidentemente  favorevole all’ottimismo accogliente del politicamente corretto. A stabilire i regimi di discorso infatti, e dunque a stabilire ciò che si può dire e ciò che va censurato, non è più direttamente la politica ma sono i media, con la loro enorme forza di penetrazione simbolica. I più importanti strumenti di informazione, comprese le strutture di Internet, sono gestiti e finanziati dagli Stati Uniti d’America, che Archimede Callaioli definisce giustamente «la nazione più fedifraga mai esistita, a partire dal saluto, il Farewell Address, di George Washington al Congresso americano, in cui si raccomandava ‘soprattutto’ di non farsi mai irretire in patti con le ‘corrotte monarchie’ europee. Nessuno, credo, potrebbe enumerare tutti i trattati stipulati e mai rispettati con la Nazione Indiana dal Governo statunitense» (Ivi, 31).
Le dinamiche della globalizzazione, della morte ambientale, dei conflitti per le risorse fondamentali, sono così complesse da rendere sterile ogni chiave di lettura che le voglia comprendere utilizzando le nobili ma ormai obsolete prospettive topologiche della ‘destra’ e della ‘sinistra’. Anche se una differenza tra di loro che ancora permane consiste nel fatto che «come tutti sanno, nei partiti di destra, grazie anche all’incultura, il vuoto dottrinario è la regola» (A. De Benoist, ivi, 6), un teorico della a-crescita come Maurizio Pallante, osserva giustamente che destra e sinistra valutano entrambe positivamente e ingenuamente la crescita di un dato come il PIL, che in realtà non soltanto misura elementi parziali ma valuta poi in modo positivo anche gli effetti economici delle guerre, delle catastrofi e della corruzione. «Ragione per cui la globalizzazione possiamo intenderla ‘di destra’ economicamente, ‘di sinistra’ culturalmente, ‘di centro’ politicamente» (E. Zarelli, ivi, 26).
Una partizione esatta e comprendente, la quale contribuisce a spiegare fenomeni come quelli descritti con la consueta lucidità dal filosofo Denis Collin: «‘L’immigration est une chance’  disent-ils. Une chance pour qui ? Pour les pays d’origine qui perdent travailleurs qualifiés et capitaux dans cette nouvelle traite des nègres ? Pour les immigrés eux-mêmes ? Pour les travailleurs européens ? Non, l’immigration est une chance extraordinaire pour le patronat. […] La gauche morale immigrationniste est le complément indispensable au néolibéralisme et à la mondialisation» (‘L’immigrazione è una risorsa’, dicono. Una risorsa per chi? Per i Paesi d’origine che perdono lavoratori qualificati e capitali in questa nuova tratta degli schiavi neri? Per gli stessi immigrati? Per i lavoratori europei? No, l’immigrazione è una risorsa per i padroni. […] La sinistra morale immigrazionista è l’indispensabile complemento del neoliberismo e della globalizzazione. «L’internationale des méchants», ‘L’internazionale dei cattivi’, La Sociale, 7.9.2018).
Noam Chomsky -uno dei maggiori filosofi viventi, un anarchico autentico e senza dogmi- intervistato di recente da Fabrizio Rostelli ha affermato che «working people are turning against elites and dominant institutions that have been punishing them for a generation. […] There has been economic growth and increase in productivity, but the wealth generated has gone into very few pockets, for the most part to predatory financial institutions that are, overall, harmful to the economy» («Chomsky: working people are turning against the élites, it’s not populism». Il manifesto – Global  edition, 8.9.2018; trad. it., sempre sul manifesto: «I lavoratori si stanno rivoltando contro le élite e le istituzioni dominanti che li hanno puniti per una generazione. […] C’è stata una crescita economica e un aumento della produttività, ma la ricchezza generata è finita in pochissime tasche, per la maggior parte a istituzioni finanziarie predatorie che, nel complesso, sono dannose per l’economia»).
Se già alcuni decenni fa era possibile affermare che «ser de la izquierda es, come ser de la derecha, una de las infinitas maneras que el hombre puede elegir para ser un imbécil: ambas, en efecto, son formas de la hemiplejía moral» (José Ortega y Gasset, La rebelión de las masas,  Editorial Andrés Bello, Barcelona 1996, p. 38; vale a dire che “essere di sinistra è, come l’essere di destra, uno degli innumerevoli modi che una persona ha d’essere imbecille. Entrambe, infatti, sono forme di emiplegia mentale”), questo risulta assai più vero negli anni Dieci del XXI secolo. Per quanto mi riguarda ho abbandonato da molti anni questa distinzione e la sua presunta intoccabilità.
L’emancipazione passa per altre strade, molto meno schematiche e assai più complesse e differenziate. Strade che partono dalla distanza che si pone nei confronti di ciò che Philippe Muray ha chiamato «l’impero del Bene», l’impero che Guy Debord definiva come lo Spectaculaire Intégré il quale s’impone ovunque, perfettamente coeso con ogni forma di discorso pubblico, struttura istituzionale, modo di produzione. I cittadini di questo impero, si ritengano di destra o di sinistra, «desiderano ardentemente tutto ciò che subiscono passivamente. […] Sono tutti schiavi, e sono tutti felici di esserlo» (M. Virgilio, in Diorama Letterario 343, p. 34).

Ministero della Verità

In una mattina di aprile dell’anno che forse è il 1984, Winston Smith torna a casa e comincia a scrivere i propri pensieri in un quaderno che ha da poco acquistato. Questa è la sua colpa, lo psicoreato che aveva già cominciato a commettere e che adesso è dimostrato dalla sua stessa scrittura. Winston Smith vive, infatti, in Oceania, uno dei tre stati sovracontinentali nati dalla guerra atomica degli anni ’50. Winston lavora presso il Ministero della Verità, il cui compito è la falsificazione sistematica e la creazione di documenti che modifichino il passato. Infatti, «chi controlla il passato, controlla il futuro; chi controlla il presente, controlla il passato» (Orwell, 1984, Mondadori 1998, p.  260).
Lo psicoreato esiste negli anni Dieci del XXI secolo e si chiama politically correct. Esso è l’impossibilità di criticare dogmi etico-politici più o meno sensati, pena conseguenze anche sulle carriere. Esso è la disinformazione della quale parla il § XVI dei Commentari alla Società dello Spettacolo di Debord: una mescolanza di vero e di falso sempre funzionale agli interessi di chi governa. Non dimentichiamo, infatti, «che i grandi media che oggi si vantano di ‘decodificare’ le fake news degli altri, sono sempre stati i primi a rilanciare le menzogne di Stato, dalle ‘armi di distruzione di massa’ di Saddam Hussein al presunto ‘carnaio’ di Timisoara» (De Benoist, Diorama Letterario 340, p. 11).
Il politicamente corretto è l’altro nome dell’ideologicamente conforme, il quale diventa esplicita e ignorante censura in iniziative come quelle che hanno impedito lo svolgimento nello scorso febbraio di un dibattito su destra e sinistra promosso dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano con la partecipazione, tra gli altri, di Alain de Benoist. Attribuendo a questo filosofo tesi da lui mai sostenute, alcuni intellettuali (?) e giornalisti italiani hanno ottenuto la provvisoria cancellazione dell’iniziativa. «Affermano di voler difendere la democrazia e ne smantellano le fondamenta» (Tarchi, DL, p. 3). Costoro utilizzano anche «l’ingenuità, la rozzezza e la stupidità politica degli sparuti apologeti di dittature passate che non hanno conosciuto per rafforzare le premesse della dittatura del futuro, che si sforzano di trapiantare nel presente a suon di divieti, discriminazioni e punizioni» (Ibidem). La stupidità è per definizione stupida. Il risultato di quella improvvida richiesta di censura è stata infatti la sala strapiena della Fondazione Feltrinelli quando il dibattito si è poi svolto, lo scorso 6 aprile 2018.
Durante la recente campagna elettorale italiana, gruppi di miserabili e ininfluenti nostalgici come CasaPound e Forza Nuova sono stati gli alleati di una sinistra perduta che si sente viva quando agita «uno spauracchio che si pensa possa farle riguadagnare consenso e sostegni fra un certo numero di simpatizzanti e militanti ormai caduti in preda alla delusione» (Tarchi, DL, p. 19).
Contro il vero fascismo contemporaneo, che è l’ultraliberismo il quale moltiplica le guerre, strangola le economie  e cancella i diritti sociali, non si attua una mobilitazione neppure lontanamente paragonabile alle manifestazioni che hanno regalato per qualche giorno audience e dignità politica agli esigui nostalgici di Mussolini. E invece è contro gli Stati Uniti d’America che bisognerebbe mobilitarsi senza tregua, contro un sistema che -secondo l’analisi del giornalista francese di TF1 Michel Floquet- è inguaribilmente razzista, ferocemente diseguale, fanaticamente bellicista, mortalmente inquinante. Una nazione che è «la più grande prigione al mondo. In America, un adulto su cento si trova in carcere. E un prigioniero su quattro, nel mondo, è americano» (Virgilio, DL, p. 27); secondo Floquet «la democrazia e la libertà delle quali godrebbero tutti i cittadini statunitensi senza distinzione di razza, di sesso, di religione, non sono altro che una finzione, ‘un meraviglioso esempio di doppiezza e di ipocrisia’» (Id. DL, p. 26), come conferma una documentata e dolente analisi di Santo Barezini sul numero 422 di A Rivista anarchica: «Schiavi del XXI secolo».
Rispetto all’uniformismo dei padroni del mondo, sarebbe opportuno applicare la difesa della biodiversità anche alla «diversità dei popoli, nonché a quella delle lingue e delle culture che sono ad esse associate» (De Benoist, DL, p. 5; sulla questione linguistica si vedano anche i testi miei e di Dario Generali: Parola) cercando almeno di rallentare la distruzione della Terra e delle sue fonti di vita, attuata da una forma politico-economica del tutto indifferente alle leggi della natura e alla limitatezza delle risorse. Questo infatti «dimostra il secondo principio della termodinamica e la legge dell’entropia nell’assoluta indifferenza da parte di sociologi, economisti e scienziati della politica, nonostante la messa in guardia fornita dalla teoria della complessità di Edgar Morin e dalle acquisizioni di Ilya Prigogine sulle ‘strutture dissipative’» (Zarelli, DL, p. 22).
Come dimostra Orwell, il Ministero della Verità è anche sede della menzogna più profonda.

I professori resistenti

I professori resistenti e il Congresso negato per «ordine pubblico» 
il manifesto
28 settembre 2017
pag. 11

Trascrivo qui l’incipit e la conclusione dell’articolo.
« “Si sa che la gente dà buoni consigli / se non può più dare cattivo esempio” canta De André in Bocca di Rosa. Capita così che dalla sicurezza della propria cattedra non pochi professori parlino e scrivano contro colleghi del passato che si sarebbero sottomessi a poteri autoritari e totalitari di diverso segno. Ma che cosa avrebbero fatto loro trovandosi in quei frangenti?
[…]
Il tentativo di trasformare i docenti da ricercatori scientifici a funzionari dello Stato impauriti e prudenti può essere attuato in forme molto diverse, non soltanto con la violenza esplicita dei regimi fascisti ma anche con l’asservimento liberista del sapere a scopi puramente economicisti».

Tra i professori universitari che si rifiutarono di prestare giuramento al fascismo ci fu il filosofo Piero Martinetti, al quale dedico questo articolo.

Imperialismo e ultraliberismo

Per quello che possono valere le cronologie, bisogna pur dire che il 2016 è stato un anno sorprendente: «Prima la Brexit, poi l’elezione di Trump, il testa a testa delle presidenziali austriache, l’uscita di scena pressoché in contemporanea di Sarkozy e Hollande, il rotondo risultato del referendum costituzionale italiano con la sconfitta del campione della Commissione europea, delle redazioni giornalistiche e degli ambienti economico-finanziari, e alla fine persino il rovescio delle ‘rivoluzioni arabe’ con la riconquista di Aleppo ad opera delle truppe lealiste del governo di Assad» (M.Tarchi in Diorama letterario 334, p. 1).
Eventi che mostrano ancora una volta la necessità di elaborare categorie politiche e metapolitiche diverse rispetto all’obsoleto schema destra/sinistra nato con la Rivoluzione Francese e ormai inadeguato a comprendere un mondo profondamente diverso rispetto a quello che si è chiuso nel 1989.
Il concetto di populismo, ad esempio, è utilizzato dai media e dai politici in un modo troppo generico, polemicamente connotato e parziale. Più esatta è la definizione scientifica che ne dà Tarchi nel suo Italia populista: «La mentalità che individua il popolo come una totalità organica artificiosamente divisa da forze ostili, gli attribuisce naturali qualità etiche, ne contrappone il realismo, la laboriosità e l’integrità all’ipocrisia, all’inefficienza e alla corruzione delle oligarchie politiche, economiche, sociali e culturali e ne rivendica il primato come fonte di legittimazione del potere, al di sopra di ogni forma di rappresentanza e di mediazione» (Il Mulino, 2015, p. 77).
Due dei protagonisti dello scorso anno sono stati Trump e Hollande. Il primo è in entrata, l’altro in uscita. Due personaggi emblematici, la cui azione politica passata e futura è stata e sarà analizzata nella sua varietà e complessità. Intanto, si può subito dire che per Trump « ‘America first’ vuol dire anche: l’Europa ben lontana dietro di noi! Dopo decenni di interventismo a trecentosessanta gradi e di imperialismo neocon, il ritorno ad un certo isolazionismo sarebbe una buona cosa, che può però avere il suo risvolto. Non dimentichiamo che nessun governo americano, interventista o isolazionista, è mai stato filo-europeo!» (A.de Benoist, p. 6).
Per quanto riguarda Hollande, Eduardo Zarelli si sofferma sul significato della decisione del presidente francese di far sfilare, lo scorso 14 luglio, delle truppe del Mali sugli Champs Elysées. La motivazione più importante di questo evento sta nel fatto che «il Mali è il terzo paese al mondo per i giacimenti auriferi e conta anche giacimenti di petrolio, di gas e soprattutto di uranio. In un periodo di crisi mondiale epocale, il governo francese voleva assicurarsi riserve significative di materie prime, in modo da riuscire ad alimentare le sue 60 centrali nucleari totalmente dipendenti dall’uranio africano, e nel contempo rimpinguare le riserve auree di Stato» (p. 15). Come si vede, si tratta di una politica classicamente imperialista, «che risponde alla strategia geopolitica di mantenere l’intero continente sotto il controllo militare e gli interessi economici delle grandi democrazie, che tornano in Africa, dopo le tragedie ottocentesche e novecentesche, con il casco coloniale dipinto con i colori dell’arcobaleno della pace. […] L’universalismo ugualitario prolunga una tendenza secolare che, nelle forme più diverse e in nome degli imperativi più contraddittori (propagazione della vera fede, superiorità della razza bianca, esportazione mondiale dei miti del progresso e dello sviluppo) non ha mai cessato di praticare la conversione, cercando di ridurre ovunque la diversità e ricondurre l’altro al medesimo riferimento: la modernità occidentale» (p. 16).
Più in generale, si tratta degli effetti di ciò che Paolo Borgognone definisce il «radicalismo liberale» sostenuto da «una sinistra mondialista, officiante l’ideologia dei diritti umani e la dittatura del ‘politicamente corretto’, tanto votata unilateralmente ai diritti civili quanto dimentica di quelli sociali; così ‘tollerante’ e libertaria da sostenere l’irreversibile uniformità dell’occidentalizzazione del mondo a colpi di ‘bombardamenti etici’ e ‘guerre umanitarie’ in ogni dove, perfetta interprete del conformismo dei nostri tempi, di quelle ‘passioni tristi’ snob e radical chic che ben vestono la misoginia morale del perbenismo. Il progressismo non solo è perfettamente calzante con il sistema liberal-capitalista, ma è anche la forza politico-culturale più adatta alla gestione delle dinamiche di una modernità che, vocandosi apolide, diventa globale e senza frontiere» (così Zarelli recensendo di Borgognone L’immagine sinistra della globalizzazione. Critica del radicalismo liberale, Zambon, Frankfurt am Main/Jesolo 2016, pp. 33-34).
In tutto questo è fondamentale strumento l’informazione, che anche nelle ‘democrazie avanzate’ è asservita ai grandi gruppi finanziari ed economici, i quali orientano soprattutto le emozioni, dando enfasi a immagini, dichiarazioni, eventi in relazione non al loro contenuto ma al mettere in buona o cattiva luce determinati soggetti. Un esempio evidente di tali dinamiche sta nella dichiarazione che il Segretario di stato del secondo mandato Clinton -Madeleine Albright- fece alla Cbs a proposito del mezzo milione di bambini morti durante la guerra in Iraq. La signora rispose in questo modo: «So benissimo che si è trattato di una scelta difficilissima, ma noi siamo convinti che sia stata una scelta perfettamente legittima». Zarelli si chiede opportunamente «che cosa accadrebbe nel mainstream mondiale se una tale risposta venisse data dal presidente della Federazione russa Vladimir Putin, dal presidente cinese Xi o da quello della Repubblica islamica dell’Iran, Hassan Rouhani. Non verrebbero immediatamente additati come satrapi sanguinari?» (p. 35).
Un comunista che si oppone alla svendita culturale della sua ideologia è il filosofo Slavoj Žižek, il quale in La nuova lotta di classe  (Ponte alle Grazie, 2016) sostiene la necessità che la sinistra antagonista si renda conto delle molte trappole culturali e politiche che l’ultraliberismo dissemina nei confronti proprio di chi si batte per un diverso sistema di vita individuale e collettiva. Tra queste, Žižek annovera il ‘buonismo’ che la trasforma in una «innocua sinistra del capitale, in inoffensiva sinistra borghese perfettamente funzionale alla riproduzione dei meccanismi del capitalismo globale che in teoria dice di voler combattere» (ricordato da G. Giaccio a p. 28). Sono tesi molto simili a quelle di Cornelius Castoriadis, Jean-Claude Michéa, Michel Onfray.
Esiste dunque una sinistra capace ancora di pensare e non soltanto di commuoversi.

Brexit

Premessa

Quanto accaduto in Gran Bretagna il 23 giugno 2016 è fondamentale. I risultati del referendum britannico sulla permanenza o meno nell’Unione Europea vanno infatti al di là del merito politico-economico della questione e mostrano più di ogni altro evento la struttura totalitaria del Capitalismo finanziario. Totalitaria in senso tecnico, nel significato individuato da Guy Debord e da molta parte della storiografia del Novecento, per la quale totalitario è un regime fondato sull’adesione delle masse alle decisioni dei capi ottenuta mediante il dispiegamento massiccio e propagandistico delle tecnologie dell’informazione.
Si è visto dunque e si sta vedendo che cosa intendono per democrazia e per libertà i portavoce politici e mediatici della finanza. Intendono la servitù volontaria alle parole d’ordine del potere. Questo è la democrazia del Parlamento Europeo, questa è la libertà dei suoi giornalisti e intellettuali organici, del mainstream mediatico che si è scagliato con toni isterici conto il risultato della consultazione britannica.
Tanto più significative e importanti sono le voci discordanti, le voci che per democrazia e libertà intendono il diritto di ogni cittadino a non condividere ciò che il potere presenta come ovvio. Raccolgo qui un’antologia di tali voci, invitando caldamente a leggere con calma queste riflessioni nella loro interezza (cliccando sui loro titoli).

Alcune parole sensate sull’evento Europa

Brexit: è la rabbia dei popoli contro un’ Europa che non è democratica, di Carlo Formenti
«Il senso più profondo della vittoria della Brexit riguarda il fatto che il terrorismo politico mediatico non riesce più a condizionare la rabbia popolare contro quell’istituzione profondamente antidemocratica che è la UE: una struttura burocratica non eletta, strumento di dominio del capitale globale e delle élite ordoliberiste»

Gli Spitfire sono spuntati dalle urne, di Giorgio Cremaschi, Contropiano
«Minoranze oscurate dai mass media, ma che sono state determinanti. Il popolo della sinistra britannica ha chiarito che sinistra ed europeismo oggi sono incompatibili e che la battaglia contro la UE delle banche è stata egemonizzata finora da forze di destra perché la sinistra ufficiale ha abbandonato il suo popolo».

Ci siamo sbagliati, fateci rivotare”. La petizione truffa contro la Brexit, di Marco Santopadre, Contropiano
A proposito della petizione-imbroglio ‘per ripetere il referendum’: «In realtà una truffa bella e buona utile a sminuire la legittimità del voto dei popoli della Gran Bretagna. Complimenti ai tanti ‘giornalisti’ che hanno abboccato alla becera iniziativa di propaganda del fronte sconfitto del ‘Remain’ senza verificare la natura dell’iniziativa» .

Brexit? Tutta colpa dei vecchi e dei poveri…, di Giorgio Cremaschi – Paola Pellegrini, Contropiano
«Avremo tempo per analisi più approfondite del voto britannico e delle sue conseguenze. Permettetemi qui di esprimere il mio disgusto per la campagna razzista contro i poveri, gli operai e perché no gli anziani, colpevoli di aver votato la Brexit».

Brexit: ecco le dichiarazioni più incredibili, di Marco Mori, Sollevazione
«L’UE oggi è un ordinamento di carattere spiccatamente imperialista che punta a sottomettere chiunque non si pieghi al proprio volere, che poi non è altro che quello della grande finanza. In sostanza, come ho riferito al Parlamento Europeo davanti al gruppo EFDD, l’UE è il primo totalitarismo finanziario della storia».

Giovani contro vecchi? Il vecchio gioco delle “voci del padrone”, della redazione di Contropiano
«Petizioni fasulle, dove possono ‘firmare’ anche i non britannici (quindi esclusi dall’improbabile ‘ri-voto’), anche più volte (basta avere più account mail, o farseli alla bisogna)…
Centinaia –a volersi tenere bassi– di articoli incentrati sul tema ‘questi bastardi dei vecchi che non pensano al futuro dei loro figli e nipoti che stanno nel programma Erasmus’…
Notissimi tromboni della ‘sinistra riflessiva e ironica’ che improvvisamente calano la maschera della tolleranza e inveiscono come novelli Marchesi del Grillo, offesi nel profondo da fatto che in democrazia – la loro democrazia – il voto di un ignorante, plebeo, operaio disoccupato o pensionato preoccupato, valga davvero quanto il loro… Proprio una testa un voto, dove andremo a finire, signora mia…
Come questo, per esempio [di Michele Serra, e in generale della Repubblica, un quotidiano ormai chiaramente reazionario]»

Il popolo-colesterolo, quello buono vota bene, quello cattivo è zozzone, di Alessandro Robecchi, il Fatto Quotidiano
«Ma resta il problema: ammesso e non concesso che il 52 per cento dei britannici sia incolto, burino, razzista, ignorante, stupido ed egoista, quale democrazia matura mantiene più della metà del suo popolo in condizione di incultura, burinaggine, razzismo, ignoranza stupidità ed egoismo? E’ una specie di equazione della democrazia: se i poveri sono ignoranti bisognerà lavorare per avere meno poveri e meno ignoranti. Questo significa welfare e riduzione delle diseguaglianze, mentre invece da decenni – in tutta Europa e pure qui da noi – si è ridotto il welfare e si è aumentata la diseguaglianza. La sinistra dovrebbe portare il popolo alla Tate Gallery, non sputargli in un occhio dicendo che è diventato razzista. Eppure».

Perché è necessario un populismo di sinistra, di Gianpasquale Santomassimo, il manifesto
«È accaduto per altre grandi Utopie novecentesche, sta accadendo ora per l’ideale europeistico, che è stato il più grande investimento delle classi dirigenti del continente in un arco ormai lunghissimo di anni. Era stato fin dall’inizio un matrimonio di interessi, ma si volle che sbocciasse anche l’amore tra i sudditi, e si organizzò la più massiccia opera di indottrinamento mai perseguita dalle élites, dalla culla alla bara, come si conviene a ogni idea totalitaria: dai mielosi temi per gli alunni delle elementari al martellamento quotidiano di politici, giornalisti, mezzi di comunicazione di massa.
[…] Ma da Maastricht in poi il potere delle élites europee ha proceduto con spietata determinazione a smantellare le fondamenta dello Stato Sociale europeo, vale a dire la creazione più alta che i popoli europei avevano conseguito nella seconda metà del Novecento, distruggendo quindi quello che era ormai l’elemento caratterizzante della stessa civiltà europea
[…] Sono populismi, si dirà con quella punta di disprezzo delle ‘folle’ che ormai caratterizza il linguaggio delle sinistre come delle élites. Ma in realtà avremmo bisogno di un serio populismo di sinistra, capace di parlare alle masse e di opporsi alle politiche dell’establishment.
[…] E ormai la mitica Generazione Erasmus è sommersa dalla Generazione Voucher, che sperimenta sulla sua pelle l’incubo della precarietà in cui si è convertito il ‘sogno’ europeo.
Nell’immane campionario di frasi fatte che costituisce il nerbo dell’ideologia europeistica, accanto all’affermazione ipocrita sull’Europa che avrebbe impedito 70 anni di guerre (la guerra alla Serbia è stata fatta probabilmente dagli esquimesi), spicca anche l’asserito superamento degli Stati-nazione. Si tratta con ogni evidenza di una illusione ottica, perché gli stati nazionali esistenti (e quelli che si aggiungeranno, a partire dalla Scozia per finire probabilmente con la Catalogna) sono l’unica realtà in campo, e ciò che chiamiamo Europa è il risultato della mediazione di interessi ed esigenze tra essi».

L’inglese se n’è gghiuto, di Franco Berardi Bifo, Alfabeta2
«L’Unione europea non è (e non è mai stato) altro che un dispositivo di impoverimento della società, precarizzazione del lavoro e concentrazione del potere nelle mani del sistema bancario
[…] L’Unione europea è una trappola finanzista da Maastricht in poi.
[…] Ma nei prossimi anni credo che dovremo ragionare solo su questo. Non su come salvare l’Unione europea, che il diavolo se la porti. Non su come salvare la democrazia che non è mai esistita. Ma su come trasformare la guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria. Pacifica e senz’armi, se possibile. Guerra dei saperi autonomi contro il comando e la privatizzazione».

Dopo le rabbiose reazioni alla Brexit, la soluzione: senza I-Phone e Facebook niente più voto, di Francesco Erspamer (Harvard University), L’antidiplomatico
«Aspettatevi presto proposte di legge (probabilmente da sinistra) per togliere il voto agli anziani, ai malati e a chi è troppo povero o ignorante. In fondo hanno poco da vivere e comunque vivono male, e siccome non hanno soldi contribuiscono poco alla crescita economica; molti, pensate, manco usano lo smartphone e non vanno su facebook, cosa campano a fare? Di certo non dovrebbero avere una voce, un peso politico: sono solo parassiti, che con le loro assurde pretese di welfare, assistenza medica, pensioni, ostacolano l’ascesa dei rampanti.
Le rabbiose reazioni a Brexit hanno rivelato gli effetti profondi della deregulation morale e culturale praticata dal liberismo (e dai lib-lab): tanti giovani europei pensano che il mondo sia loro e solo loro; che tutto sia loro dovuto per ragioni anagrafiche; che anche la democrazia sia un diritto generazionale.
Siamo regrediti di un secolo, a livello della guerra igiene del mondo esaltata dai futuristi, anch’essi dei rottamatori del passato e dei grandi promotori di sé stessi.
Volevano bruciare i musei, ricorderete; e naturalmente sono tutti finiti nei musei.
Naturalmente dietro ci sono la finanza globale e i suoi media. Che alimentano e cavalcano l’insoddisfazione dei giovani come alimentano e cavalcano le paure e la disperazione degli anziani. Negli Stati Uniti la grande maggioranza dei teenager e ventenni americani ha votato per Bernie Sanders ma nessun giornale ha considerato un “tradimento generazionale” la nomina di Hillary Clinton. Come mai? Perché alle multinazionali Clnton va benissimo. Invece Brexit gli va male ed eccoli allora scatenare i media con motivazioni agghiaccianti ma che troppo gente accetta.
Divide et impera: è l’unica frase latina conosciuta da questa plutocrazia avida e ottusa; e purtroppo in tanti ci cascano: abbandonata ogni aspirazione alla solidarietà, si incarogniscono l’uno contro l’altro, nicchia contro nicchia, per avere diritto agli ossi e agli iPhone concessi dal potere».

Contro la “sinistra” elitaria, di Aldo Giannuli
«Sta venendo fuori tutta l’anima ferocemente classista, elitaria, antipopolare di questa sinistra dei salotti.
[…] Lo confesso, questa sinistra al chachemire, la sinistra delle terrazze romane, ebbene si, mi fa schifo non solo politicamente, ma più ancora moralmente ed umanamente, perché la “sinistra” neoliberista ed elitaria non esiste: è solo una ignobile truffa. Il Pd? E’ più spregevole della Lega e dell’Ukip, credetemi».

Brexit, effetto domino sulla UE, di Dario Guarascio, Federico Bassi, Francesco Bogliacino, Valeria Cirillo, Sbilanciamoci
«A questo punto, con un possibile effetto domino alle porte e ulteriori tensioni sulla strada dell’integrazione rimangono due sole strade possibili. Una maggiore integrazione, ancora una volta fondata su presupposti neoliberali e con la capital union a fare da perno; o un arretramento del medesimo processo di integrazione, con gli Stati membri a recuperare parte della loro sovranità politica ed economica. Nel primo caso, le garanzie che una maggiore integrazione non soffra degli stessi problemi di disegno istituzionali denunciati finora sono oggettivamente nulle. Politicamente, questo rischierebbe anche di favorire in modo sostanziale la crescita dell’estrema destra come le ultime elezioni hanno dimostrato.
Nel secondo caso, potrebbe aver luogo un accordo di cooperazione politico-economica, teso ad arretrare rispetto al processo di integrazione stesso, rimettendo in discussione, ad esempio, la libera circolazione dei capitali».

Brexit, uno spettro si aggira per l’Europa: la democrazia, di Carlo Formenti, Micromega
«Non ha funzionato la campagna del terrore orchestrata da partiti di centrosinistra e centrodestra, media, cattedratici, economisti, “uomini di cultura”, esperti di ogni risma, nani e ballerine per convincere gli elettori a chinare la testa ed accettare come legge di natura livelli sempre più osceni di disuguaglianza, tagli a salari, sanità e pensioni, ritorno a tassi di mortalità ottocenteschi per le classi subordinate e via elencando.
In entrambi i casi la sconfitta è stata accolta con rabbia e ha indotto l’establishment a riesumare le tesi degli elitisti di fine Ottocento-primo Novecento: su certi temi “complessi”, che solo gli addetti ai lavori capiscono, non bisogna consentire alle masse di esprimere il proprio parere, se si vuole evitare che la democrazia “divori se stessa”. Ovvero: così ci costringete a imporre con la forza il nostro punto di vista».

La Brexit di porta Pija, pesa e ripensa a casa, di Pasquale D’Ascola
D’Ascola ha colto anzitutto la natura terroristica dei commenti conformisti che dilagano ovunque, come se fosse l’Apocalisse stessa, dall’Erasmus a Ryanair, dai passaporti al calcio.
A indurre politici, funzionari e giornalisti a parlare è la paura di perdere la greppia alla quale tanti attingono da tanto, da troppo. Hanno avuto però il cattivo gusto, la maleducazione e l’imprudenza di escludere da tale desco i popoli (uso apposta tale impegnativa parola), confidando nella loro atavica dabbenaggine e obbedienza. Calcolo non privo di basi -altroché- ma nel caso specifico portato all’estremo dei bambini greci che muoiono di fame e dell’impressione di masse che arrivano. A quel punto anche il popolo si mette all’erta. E appena può dice che non è vero, no che Tout va très bien, madame la Marquise!.
Il secondo elemento della sua analisi -del tutto corrispondente alla realtà- è che la miserabile Europa della quale parliamo non è affatto l’Europa ma una montecarlo nella quale giocano le «cravatte globaliste di Dragomiro Draxit con tutti i suoi Junker». Mi permetto di dire che il dominio di costoro non è neppure «Οἰκονομία, economia, amministrazione della casa, da οἶκος, dimora e νόμος», ma è ciò che Aristotele chiamava crematistica, vale a dire semplice interesse personale se non proprio truffa.
Ma il dominio della crematistica non può reggere a lungo, come D’Ascola giustamente afferma.
In Europa comandano per l’appunto Draghi (che ha tradito gli insegnamenti del suo maestro Federico Caffè) e altri banchieri, i quali da nessuno sono stati eletti ma che decidono per tutti. L’UE non è una struttura democratica. Anche questo la uccide.
«Nessuno ci ruberà la nostra Europa» tuona il ministro degli esteri tedesco Steinmeier. L’hanno infatti già rubata queste indegne classi dirigenti, le quali tenteranno ancora la filastrocca: «Mais à part ça, madame la Marquise / Tout va très bien,tout va très bien ! » La risposta però questa volta potrebbe essere diversa: Fuck you James!

Consiglio infine la consultazione regolare del sito di Marino Badiale e Maurizio Tringali che da molti anni documentano e analizzano la politica economica dell’Unione Europea.


Riflessioni conclusive

Se Merkel e i burocrati di Bruxelles stanno facendo la faccia feroce contro la Gran Bretagna è soprattutto allo scopo di minacciare e avvertire altri che volessero uscire. Un atteggiamento chiaramente fascista. La cosa più triste è comunque vedere il tramonto della sinistra, diventata in molti suoi esponenti una serva del Capitale che sostituisce alla lotta di classe la lotta tra ‘vecchi e giovani’. Una lotta che sta solo nella propaganda di tali servi, anche perché -nota giustamente Gabriel Galice- «les discours sur ‘les jeunes britanniques  pro-européens’ omettent que 64% des 18-24 ans et 42% des 25-34 ans se sont abstenus, ce qui ramène les partisans effectifs du IN, pour chaque groupe d’âges, à 26% et 36%» (Les peuples, l’impératrice et les roitelets ).
Molti di questi giovani sono nati nell’epoca della finanziarizzazione trionfante, sono a essa abituati, rassegnati, sottomessi. Sembra che neppure si rendano conto che si tratta di una forma di gestione dei beni radicalmente insensata, politicamente rovinosa, esistenzialmente iniqua. Come ha scritto Santomassimo, la ‘Generazione Erasmus’ è ormai la ‘Generazione Voucher’ -vale a dire una generazione senza diritti sul lavoro e senza garanzie- che accetta come naturale lo sfruttamento e la precarietà. È esattamente questo uno degli elementi di vittoria del Capitale finanziario.
La Brexit ha svegliato molti da tale sonno dogmatico. Senza il risultato del referendum britannico tutto questo non sarebbe stato detto, non sarebbe emerso. Avendolo compreso, sono stato subito favorevole all’esito del referendum.
Ha quindi ragione Jacques Cotta a scrivere che «l’union européenne n’est pas réformable, c’est du moins l’histoire qui nous l’enseigne. Dans ce contexte, seule une position claire et sans ambiguïté, pour la sortie de l’union européenne peut être compréhensible et soulever une perspective d’avenir. […] A l’union européenne, construction politique faite pour servir le capital financier, étrangère à l’Europe des peuples, la Grande Bretagne pourrait ouvrir la voie à une Europe des nations libres, décidant librement entre elles des coopérations, des échanges, des projets communs» (Le Brexit ouvre la voie).
Amo l’Europa come la mia stessa madre. Mi sento in ordine: europeo, siciliano e italiano. Sono nemico dell’Europa della Banca Centrale, del Fondo Monetario Internazionale, dei mandarini dell’Unione perché sono amico dell’Europa di Canetti, Shakespeare, Goethe, Nietzsche.
In ultimo: come anarchico non posso difendere gli interessi del Capitale finanziario, non posso sostenere le politiche dei nazisti di Bruxelles.

American Way

Gramsci ha ragione: i popoli e gli stati si conquistano soprattutto con l’elemento in parte immateriale costituito dalle idee, dalle parole, dalle culture. L’american way of life è stato imposto all’Europa non con le armi vittoriose della Seconda Guerra Mondiale ma con gli strumenti dello spettacolo: fumetti, oggetti d’uso quotidiano, cinema, televisione. Lo stile di molti film hollywoodiani è fatto di una «frenesia visuale [che] ha il vantaggio di inibire ogni difesa immunitaria, in questo caso ogni forma di spirito critico, cosicché il messaggio ideologico viene distillato in modo subliminale, il che ne facilita l’interiorizzazione» (de Benoist in Diorama letterario 329, p. 11). Allo stesso modo, molti Social Network costituiscono un pensiero della trasparenza fatto di «uno scatenamento narcisistico che va sempre più verso il denudamento. Il gusto per la confessione intima, la tele-realtà, l’architettura di vetro, la moda degli abiti leggeri, l’instaurazione dell’ ‘open space’ nelle imprese vanno nella medesima direzione. Voyeurismo e esibizionismo si alimentano reciprocamente mentre i poteri pubblici registrano i dati. C’è in ciò qualcosa di osceno, nel senso proprio del termine. Quando non si nasconde niente, c’è pornografia. L’esibizione di sé, così come l’ingiunzione a non ‘celare’ mai niente, è una forma di pornografia. […] Così come il segreto è uno degli attributi della libertà, l’opacità è la condizione stessa della vita privata. […] La tirannia della trasparenza si avvicina allora alla polizia del pensiero» (Id., p. 17). Ben al di là delle sue forme e apparenze amicali e coniuganti, tutto questo esprime l’estensione del dominio liberista della lotta «a tutte le età della vita e a tutte le classi sociali» (Zavaglia, ivi, p. 31) poiché consiste in un lavoro gratuito a favore delle grandi aziende informatiche, lavoro del quale i suoi workers non sono neppure consapevoli.
Stadio contemporaneo della guerra di tutti contro tutti, l’economia digitale è una delle strutture dominanti del capitalismo globalizzato, a proposito del quale vale sempre più la questione «della progressiva sconnessione tra il sistema capitalista e la vita umana» (de Benoist, 14). La globalizzazione ha distrutto il progetto europeo, facendolo diventare una struttura soltanto mercantile e ‘umanitaria’, umanitaria in quanto mercantile. Dato che «la creazione dello spazio Schengen presupponeva che l’Unione europea assicurasse il controllo delle proprie frontiere esterne» e questo non è accaduto -sia per la forza dell’impatto dei flussi migratori sia per l’interesse del capitale ad avere un esercito industriale di riserva-, il risultato attuale è che «lungi da proteggere gli europei dalla globalizzazione, l’Unione europea è così diventata uno dei suoi principali vettori» (Id., 12), generando le spinte populiste alla difesa dell’identità europea. La necessaria opposizione al TTIP –Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti– costituisce il vero criterio di demarcazione attuale tra quanti operano per un sistema equo di distribuzione della ricchezza e quanti optano per gli interessi delle classi dirigenti ultraliberiste.
Epifenomeno di tutto questo è la dissoluzione della sinistra italiana nel Partito della Nazione il quale, anche se non esiste ancora come sigla, di fatto governa nelle opzioni politiche ed economiche dell’attuale esecutivo. Probabilmente non sarà neppure necessario «cambiare nome a un partito che, nelle sue strutture di comando a vari livelli [Renzi] ha forgiato a propria immagine e somiglianza: senza un’identità, disancorato dalla sinistra ma ancora in grado di contare sia a livello parlamentare che fra gli elettori su una cospicua pattuglia di ‘fedeli alla sigla’ -essendo la ‘linea’ perduta da un pezzo- che, pur tra infiniti tormenti, mai e poi mai rovescerebbero la barca che continua a trasportare i loro sogni di gioventù» (Tarchi, ivi, p. 20).

Modernità

La natura reazionaria e socialmente criminale del Partito Democratico è ormai confermata da una miriade di parole e azioni. Tra queste spiccano per la loro intelligenza le affermazioni della ministra Boschi a proposito della sua riforma costituzionale -nelle quali ha preso per fascisti anche i partigiani– e quelle della ministra Giannini sulla bellezza e modernità insita nell’essere precari.

«Dobbiamo abituarci all’idea di un mondo impostato su un modello economico di stampo americano, dove il precariato è la norma. Dobbiamo abituarci a vite con meno certezze immediate, fatte da persone che si spostano continuamente e dobbiamo incentivare i loro movimenti». Un concetto, questo, che la Ministra riprende da Filippo Taddei, responsabile economico del Pd, che intervistato dall’Espresso ha spiegato come il modello sociale a cui si debba tendere sia quello statunitense, nel quale «bisognerebbe tassare tutto ciò che è immobile e detassare tutto ciò che è dinamico». (Fonte: Huffington Post, 4.5.2016)

A queste ridenti dichiarazioni il Prof. Andrea Miccichè -docente di Storia contemporanea presso l’Università Kore di Enna- ha risposto sulla lista del Coordinamento Unico di Ateneo di Catania. Il collega ha ricordato la modernità del nonno emigrante. Un modello, questo, al quale evidentemente si ispirano non soltanto gli ultraliberisti statunitensi ma anche il Partito e il Governo guidati da Matteo Renzi:

«Leggendo le parole del ministro ho pensato a mio nonno e alla sua modernità, perché non aveva certezze immediate e si muoveva continuamente. Stava una stagione in Venezuela, e poi tornava in Sicilia. Là faceva l’ambulante, qui il contadino, e con una plurima condizione: un po’ bracciante, un po’ piccolo(issimo) proprietario, un po’ mezzadro. Si muoveva continuamente da una parte all’altra del globo. Poi si è imborghesito, ma solo un po’,e ha limitato i suoi movimenti al continente europeo. Andava in Germania da manovale (o ‘mastro’, le fonti sono incerte, ma non doveva essere un gran ‘mastro’ evidentemente) e poi tornava giù in Sicilia  a mietere il grano, a raccogliere l’olio, a vedere i figli, perché erano sempre diversi ogni volta che li incontrava. Alternava professionalità in gran numero, però, e con gran modernità si muoveva continuamente. Come un ‘modello americano’. Magari di meno che in passato, ma continuava a essere modernissimo. Poi ha smesso di essere moderno e si è comprato un pezzo di terra e ha fatto di tutto per dare un’istruzione a suo figlio, affinché almeno lui avesse l’opportunità di vivere con meno modernità. La modernità se l’era già fatta lui per tutti, anche per i nipoti. Almeno quella era la sua speranza.
Ma malgrado tutto, malgrado i cedimenti finali, lo possiamo dire: quanta modernità americana in quella generazione di emigranti».

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